Vita di Marcellino 
Se Marcellino potesse raccontare
la sua vita...
Sono nato il 20 maggio 1789. Praticamente insieme alla Rivoluzione francese.
Mi facevano compagnia gli animali del bosco e della campagna. L'azzurro
del cielo, il verde dei prati e degli alberi si mescolavano con i colori
variopinti dei fiori. Quando, ed ero ancora bambino, chiesi a mia zia suora
che cosa fosse questa "rivoluzione", lei mi rispose che era "una gran brutta
bestia". Io ero il penultimo della serie. Fui battezzato il giorno dopo
la mia nascita e mi diedero il nome di Marcellino Giuseppe Benedetto. Mia
mamma, Maria Teresa Chirat, aveva posto in me molte speranze. Insieme con
mia zia suora si occupò in modo speciale di guidarmi nel cammino
del bene. Mio padre, Giambattista, era molto stimato nel paese, come un
uomo giusto e saggio. Per questo, al momento della Rivoluzione, lo elessero
come rappresentante del popolo, sicuri che i cambiamenti si sarebbero realizzati
in maniera tranquilla.
Da mio padre ho imparato tutto sulla vita dei campi, degli animali,
sul lavoro del mulino e tanti altri piccoli segreti che mi aiutarono ad
affrontare con fiducia il mio avvenire.
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Il primo giorno di scuola
Durante
la Rivoluzione le scuole rimasero per molto tempo chiuse. Quando venne
riaperta nel mio paese era logico che il figlio del Sindaco, cioé
il sottoscritto, la frequentasse... Il maestro non mi ispirava molta fiducia,
era un tipo molto sbrigativo. Io me ne stavo timido timido nel mio banco.
Un giorno mi chiamò per leggere davanti a tutti, ma un mio amico
si alzò prima di me e si recò alla cattedra. Quando il maestro
si accorse del piccolo imbroglio si arrabbiò e tirò uno scapaccione
a quel povero bambino. Ci rimasi così male che, appena arrivato
a casa, dissi ai miei: "Io a scuola non ci torno più!" Si accorsero
che non era un capriccio. Da allora occupai il mio tempo libero ad aiutare
mio padre nei campi e a macinare il grano al mulino.
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Una chiamata imprevista: Dio mi
vuole sacerdote
Un giorno passò a casa mia un sacerdote. Domandò ai miei
genitori se qualcuno dei loro figli desiderasse studiare il latino per
diventare anch'egli sacerdote. Tutti i miei fratelli risposero di no. Allora
il sacerdote mi prese in disparte, mi parlò a lungo e poi, accortosi
della mia semplicità e della mia franchezza, mi disse:
"Figlio mio, tu devi diventare sacerdote."
Quelle parole mi rimasero in mente, ci pensari su, ne parlai con i
miei. Alla fine decisi: "Se Dio lo vuole sarò sacerdote, costi quel
che costi"
Avevo ormai quindici anni e sapevo appena leggere e scrivere. Uno zio,
al quale ero stato affidato per un anno perché mi aiutasse ad affrontare
gli studi del seminario, aveva esclamato alla fine che era stato tutto
tempo perso. Ma avevo una grande fiducia nel Signore e a lui confidavo
tutte le mie difficoltà.
Gli anni del seminario non furono certo facili; ero più grande
dei miei compagni, facevo fatica, il primo anno la scuola non andò
molto bene, ma...con l'aiuto di Maria, di amici entusiasti e con tutto
l'impegno di cui ero capace, superari tutti gli ostacoli.
Finalmente il 22 luglio 1816 fui ordinato sacerdote.
Vengo inviato come viceparroco in una parrocchia di montagna, a Lavalla.
Un inizio difficile, senza comodità. Per fortuna ero abituato alla
vita dura e camminare non mi spaventava, ma certo che non furono facili
quegli otto anni trascorsi in parrocchia. Grazie al Signore, nessuna persona
è morta senza che io sia giunto in tempo per prepararla a riconciliarsi
con Dio. Soprattutto mi stavano a cuore i ragazzi, praticamente sbandati.
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Un'esperienza decisiva
Non dimenticherò mai quell'esperienza, che cambiò la mia
vita. Mi chiamarono perché un ragazzo stava morendo. Quando arrivo
mi trovo davanti a un ragazzo di 17 anni che stava morendo senza aver mai
sentito parlare di Dio. Capisco allora che è giunto il momento di
dar vita ad un progetto coltivato da tempo: ci vogliono delle persone a
tempo pieno, dei Fratelli per istruire i ragazzi e insegnare loro il catechismo.
Il 2 gennaio 1817, con due ragazzi che si dimostrano disponibili, inizia
l'avventura dei Fratelli Maristi.
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Il mio segreto: amare Maria
Ai miei Fratelli diedi il nome di "Piccoli Fratelli di Maria" o "Fratelli
Maristi", perché si ricordassero sempre che erano stati chiamati
a fare l'opera di Maria e non la loro. Maria l'ho sempre sentita accanto
nella mia vita, fin da quando, sulle braccia di mia madre e di mia zia
Luisa, imparai a rivolgermi a lei con fiducia, in ogni circostanza.
Ne ho fatto l'esperienza più volte nella mia vita, in particolare
nel febbraio del 1823.
Quella volta, in mezzo alla neve, le cose si stavano veramente mettendo
male. Ero sulla via del ritorno insieme al Fr. Stanislao che era stremato
e anch'io ero molto stanco. Ad un certo punto non troviamo più la
strada. Il buio scende in fretta d'inverno. Ci siamo persi! E il freddo
aumenta. Non sappiamo più cosa fare. Ci mettiamo allora a pregare
Maria e dopo un po' scorgo una luce. Strano, poco prima non c'era, avevo
guardato e riguardato bene, ne ero sicuro. Mi dirigo verso la luce di quella
che poi vedo essere una stalla... siamo salvi.
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Nasce l'Hermitage
Maria
ci benediceva in mille modi, i Fratelli erano molto richiesti nei paesi
e nelle frazioni dove non esisteva la scuola e diversi giovani venivano
a bussare per essere accolti nella Società di Maria. Con alcuni
Fratelli scegliemmo il terreno lungo la valle del fiume Gier. Con la nuova
costruzione avevamo a disposizione un ambiente molto più adatto
per la preparazione dei Fratelli. Nello stesso tempo potevamo accogliere
tutti quelli che desideravano fare esperienza della nostra vita.
Erano trascorsi appena sette anni dall'inizio e i Fratelli svolgevano
la loro attività già in dieci scuole. Trascorrevo molto del
mio tempo a visitare i Fratelli: mi piaceva incontrarli, ascoltare le loro
esperienze e sostenerli nelle difficoltà. Ero particolarmente contento
quando potevo recarmi in classe e trascorrere alcune ore insieme ai ragazzi.
In tal caso non mancavo di chiedere notizie ai Fratelli ed era per me una
grande gioia rispondere alle loro lettere.
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La mia vita volge al termine
Ed eccoci arrivati al termine della mia storia. Ero comunque perfettamente
tranquillo e sereno, perché convinto di lasciare in buone mani l'Opera
di Maria che sarebbe diventata anche più florida dopo la mia morte.
Non altrettanto sicuri erano i miei Fratelli e ce ne volle per convincerli
a non preoccuparsi, perché il loro avvenire era nelle mani di Maria
e del Signore.
Così, pochi giorni prima di morire li radunai tutti per leggere
loro il mio testamento:
Che si possa dire dei Piccoli Fratelli di Maria, come dei primi
cristiani:
"Vedete come si amano...!".
E' il più ardente desiderio del mio cuore in questi ultimi
istanti di vita. Sì, Fratelli carissimi, ascoltate le ultime parole
del vostro Padre:
sono quelle del nostro amato Salvatore: "Amatevi gli uni gli altri".
Scritto a Notre Dame de l'Hermitage, il 18 maggio 1840
Il 6 giugno 1840, alla morte di Marcellino Champagnat, i fratelli maristi
erano già 280 e nelle quasi 50 scuole che gestivano erano presenti
oltre 7000 alunni.
Oggi, dopo 2 secoli, i Maristi sono circa 5000, sono presenti in 70
nazioni di tutto il mondo e nelle loro diverse opere, scuole, centri, missioni,
università… portano l'istruzione e il vangelo a migliaia di ragazzi.
Il sogno di Marcellino è ancora vivo ed attuale.
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di M. Champagnat | dei Maristi
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