articolo pubblicato su Jesus , numero di agosto 2004
Ci sono luoghi dove il miracolo di Internet, che annulla le distanze e moltiplica i contatti, fatica ancora a replicarsi.. O meglio, questo succede quasi regolarmente in gran parte del sud del mondo, dove la tecnologia tanto promette e spesso illude (vedi ad esempio il libro di Schiesaro “La sindrome del computer arrugginito” www.ldc.org). Sto sperimentando direttamente cosa significhi dover fare a meno di questa connessione vitale; scrivo infatti immerso nella selva equatoriale dell’Ecuador e mi rendo conto di come anche qui stia rapidamente cambiando il modo di vivere e di percepire le relazioni.
Di telefono non se ne parla, la città più vicina è a mezz’ora di strada ed è già un miracolo che ci sia la corrente. Eppure nella capanna dei nostri vicini indigeni troneggia un tv-color e il lettore DVD…
Per raggiungere il più vicino avamposto di Internet e poter inviare queste righe mi aspetta una lunga odissea: 20 km di strada sconnessa sul retro di una jeep, poi, una volta giunto in città, tra vie asfaltate di fango, vado alla ricerca di un internet-point. Stanno spuntando come funghi, ne incontro 4 nella stessa via. Entro nel primo, dove sfolgorano ben 15 postazioni, ma Internet è ancora agli inizi qui: si collegano al provider locale con un modem a 56k e la connessione, quando non cade la linea, viene suddivisa tra tutte le macchine, le prestazioni sono modeste, così per leggere due notizie in taliano soffro 10 minuti.. Poi tento l’azzardo, collego il portatile alla rete locale, smanetto per sistemare i vari parametri di connessione, ma niente da fare, usare il programma di posta (Outlook o Eudora) risulta impossibile, a volte il fornitore nazionale blocca l’accesso a chi ha un indirizzo di posta diverso dal proprio dominio. Consultare i messaggi utilizzando l’interfaccia del web che ormai tutti i provider offrono, risulta lento e frustrante. Stufo di attendere, cerco un altro punto di accesso. Trovo il cartello di una originale “internet parrocchiale”: una saletta dietro la cappella. Dotazione minima ma funzionale, tento anche qui il collegamento in proprio e… quasi funziona, riesco a trasferire le pagine web e a consultare sul notebook i vari siti. Ma la posta rimane tabù. Finalmente l’intuizione: copio il programma su una memory pen, la collego alla porta USB e avviene il miracolo: riparte l’ossigeno.
Intanto osservo: sono ancora poche le persone, per lo più giovani, che si affacciano a questi centri, ma il trend positivo è evidente, le tariffe scendono a meno di un dollaro l’ora. Spopolano soprattutto le chat, i videogame on-line e il download di suonerie e sfondi per cellulari che stanno invadendo anche la selva amazzonica!. Mi chiedo cosa provocherà questa overdose di comunicazione tra persone che solo 20 anni fa non disponevano nemmeno di una strada per la capitale e vivevano di caccia, pesca e petrolio. Ora sulle bancarelle di questa Macondo di fango e caos trovi gli ultimi film di Hollywood masterizzati su CD, tra pile di stereo, forni a microonde e negozi di machete. In compenso c’è una sola libreria, ma si limita a vendere chitarre e testi devozionali…
Visito la segreteria della diocesi, dove si sta lavorando per l’aggiornamento della pagina web (www.isamis.org), ospitata su un server spagnolo e gestita da un collaboratore a Quito. Le notizie qui viaggiano per ora via radio, ma tutti i missionari stanno rapidamente scoprendo i vantaggi dell’e-mail … Si avverte un fermento, quasi da febbre della rete, che certamente globalizza ma che qui potrebbe significare anche altro, come la possibilità per le residue comunità indigene, quasi condannate all’estinzione, di trovare uno spazio e una visibilità altrimenti impensabili.
Giorgio Banaudi
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