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Quando tutti distruggono è il momento di costruire ponti

©by Giorgio Banaudi

articolo pubblicato su Jesus ,  numero di ottobre 2004


Io che posso fare? E’ un banner insistente, quasi un ritornello, che spesso strizza l’occhiolino nelle colonne laterali dei siti. O almeno, di alcuni siti. Da quando la rete ha rotto le barriere degli spazi, la partecipazione attiva ad esperienze di vita, solidarietà e intervento sociale, non si contano più. Non si è frantumato un muro, semplicemente si è cambiato orizzonte di riferimento. E’ riduttivo dire che il mondo si è ristretto, forse è meglio accorgersi che le nostre finestre si sono spalancate. Anche se la vita reale rimane maledettamente complicata, e lenta, contorta, problematica. C’è chi si rassegna a dividere la storia in prima e dopo l’11 settembre, ma le persone di buona volontà non si fermano a questi confini.

Proprio in questi giorni abbiamo vissuto avvenimenti tragici che nella rete hanno trovato una sede quasi naturale di espressione. Non si erano ancora spente le dolorose notizie della strage degli innocenti di Beslan che i cortei di gente semplice e preoccupata si sono dati convegno, proprio grazie al tam-tam telematico, sulle piazze e vie d’Italia, o più semplicemente ponendo candele accese alle finestre, in muta preghiera. Intanto è ancora visibile sul web lo scanzonato blog di Baldoni (bloghdad.splinder.com) quasi congelato dopo la sua tragica uccisione. Rimane come testimonianza e voce assoluta. La vita, in questo modo, sembra continuare a scorrere oltre lo schermo, fuori del tempo.

E potrebbe essere giunto il momento di chiedersi chi, nella moda dilagante del blog individuale, questa sorta di diario on-line spesso straripante di parole, riesca anche a trovare il tempo di leggere qualcosa. Ma da sempre l’Italia è un paese dove gli scrittori surclassano grandemente i lettori. Nella carta come sul web.

Allora, io che posso fare? Informarmi, certo, ma anche partecipare, essere vicino, condividere. E’ quello che sta succedendo in questi giorni per la vicenda delle due Simone,  le volontarie dell’associazione “Un ponte per…” rapite in Iraq. Il sito della loro associazione (/www.unponteper.it) è subito diventato il luogo di riferimento per conoscere gli sviluppi di questa inquietante situazione.

Poco alla volta ci abituiamo così a muoverci in simbiosi con le nuove tecnologie, a riferirci a questo ambito comunicativo come se inglobasse tutta la realtà; eccoci allora partire alla  conoscenza dei nuovi rapporti tra mondo occidentale e cultura cristiana, partecipare ai forum di interscambio (www.islamonline.net), per esporre il nostro punto di vista o semplicemente per saggiare un certo clima, come se i partecipanti alle chat fossero effettivamente lo specchio fedele della società intera. Si può giocare al piccolo investigatore spulciando tra le notizie dell’archivio sul terrorismo internazionale (www.terrorism.com), nel frattempo le varie associazioni pacifiste si collegano con l’unione delle donne musulmane per manifestare insieme, mentre gruppi anche minuscoli si affacciano alla ribalta mediatica con proclami e diktat che strillati da un muretto farebbero solo sorridere, ma brillando sul web possono oscurare voci ben più autorevoli. Nel minestrone di culture si mescolano i sapori e spesso le identità si sbiadiscono, invitandoci quasi a tollerare un minimo denominatore neutrale.

Sarà per questo che sono poche le voci controcorrente, come quella di www.giovaniemissione.it che non vuole fermarsi alle sole parole, ma si mette in moto e marcia concretamente per la pace, propone sì di usare la rete per una miglior comunicazione, ma non si vergogna nel proporre come arma di solidarietà per gli ostaggi rapiti nientemeno che il digiuno e invita a lottare per una pienezza di vita. Che va ben oltre la rete.

Giorgio Banaudi

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