articolo pubblicato su Jesus , numero di luglio 2006
Ci sono notizie che assomigliano a valanghe: crescono e si amplificano alimentandosi semplicemente delle proprie recensioni. Talvolta con effetti imprevedibili. E’ un po’ quanto è successo al chiacchieratissimo “Codice da Vinci”, film, libro, gossip, provocazione … meteora significativa ma effimera nel convulso circo mediatico nel quale ci troviamo.
Ormai la rete è il trampolino di lancio di ogni evento: il film ha il suo sito (codice-davinci.it), l’autore la sua pagina ufficiale (danbrown.com) e così via. Ed è proprio la prospettiva della rete che ci permette di cogliere e analizzare in modo più critico un caso così emblematico.
Tanto per cominciare è possibile recuperare il “corpo del reato”. Glissando allegramente sui diritti d’autore, in rete c’è tutto quello che serve per farsi un’idea; spesso qualcosa di più. Partiamo dal libro, in versione elettronica (basta uno scanner con opzione fronte retro; la qualità del riconoscimento ottico ormai è alla portata di chiunque), come prevedibile il testo del libro di Dan Brown si recupera facilmente sulle reti P2P (peer to peer, letteralmente punto a punto, quelle cioè formate da computer che, con particolari programmi, condividono file di qualunque tipo, solitamente video e musiche) e bastano pochi minuti per riceverlo sul proprio computer. Altra cosa però è il leggerlo su schermo: più che un’impresa, un sacrificio! Per i più pigri ci sono persino i bigini on-line, come quello che si può rintracciare sul demenziale www.maranza.com/davincicode/ che offre ai più sfaticati persino uno stringatissimo riassunto del romanzo.
Poi si passa al film. Prima ancora che fosse uscito nelle sale era possibile trovarlo in rete, ma con varie sorprese, di solito si trattava di altri film con il titolo cambiato (e dopo aver mantenuto acceso il pc per intere settimane, la beffa è spesso fastidiosa); ma nel giro di una settimana era già disponibile il film vero, sia pur ad una qualità piuttosto bassa. Come è possibile? Ci sono spettatori che lo riprendono in sala con mini telecamere dalle prestazioni strabilianti e in seguito lo riversano in rete. Così capita che all’audio del film si aggiungano i commenti del pubblico: valore aggiunto!
In rete è più facile seguire il decorso della febbre mediatica, a partire dal flop di Cannes fino alle recensioni via via sempre più tiepide. Basta interrogare a distanza Google, per saggiare il grafico dell’audience, a inizio giugno si veleggiava sulle 4 milioni di occorrenze. Il dibattito si è subito diviso in due schieramenti: un dichiarato ostracismo da un lato, una più matura tolleranza dall’altro. Sul primo versante i siti cattolici più intransigenti hanno raccolto la sfida dell’intransigenza, suffragata persino da qualche cardinale, (su www.kattoliko.it, e totustuus.net è possibile trovare un dossier molto esauriente al proposito). Ma c’è chi, saggiamente, invece di maledire il buio ha preferito accendere una luce. Si tratta proprio del sito dell’Opus Dei, (www.opusdei.org), che ha saputo accogliere la sfida della trasparenza e della comunicazione, scrollandosi di dosso un consolidato clichè di riserbo. C’è persino chi, dopo averlo consultato a dovere, si dichiara in debito di riconoscenza con il testo di Brown, che gli ha permesso di conoscere da vicino questa grande realtà ecclesiale; sul sito è presente infatti un settore apposito con molto materiale informativo, recensioni, confronti, approfondimenti. Ma senza scomodare troppo i santi, è doveroso per lo meno documentarsi sui fatti storici, come propongono elegantemente le pagine di www.leonardo3.net che illustrano le inesattezze e gli errori profusi a piene mani nel libro, a partire da una analisi approfondita del dipinto dell’ultima cena. Come sempre, abbiamo le risorse e i mezzi, ma… invece di lamentarci, siamo pronti a dare ragione della speranza che è in noi?
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