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Come ci cambia la rete che cambia


©by Giorgio Banaudi

articolo pubblicato su Jesus ,  numero di novembre 2006


Le grandi rivoluzioni si descrivono meglio dopo qualche secolo. Il povero Colombo finì i suoi giorni convinto di essere approdato nelle Indie e lo stesso Marconi difficilmente immaginò l’impatto sociale di quella scatola chiamata radio.

Per noi che navighiamo e siamo spesso sommersi nella rete delle reti, succede lo stesso, ci deliziamo dei dettagli e non ci rendiamo conto della valanga in cui rotoliamo. E probabilmente ci sta sfuggendo il rapido processo di emigrazione da una vita reale a una dimensione sempre più soft, nascosta, “virtuale”.

Solo alcuni esempi di come ci sta cambiando la vita questa rete che cambia.

Rapporti istituzionali: è vero, sono finite le crociate, ma sono bastate poche e frammentarie notizie su un discorso del Papa per scatenare manifestazioni di intolleranza, culminate con la tragica fine di suor Leonella. Gli assalti si sono estesi anche ai territori virtuali: verso i primi di ottobre è stato neutralizzato un “attacco” al portale del Vaticano (www.vatican.va) sferrato da esperti informatici del mondo islamico che cercavano di rendere inaccessibile il sito sottoponendolo ad una massiccia richiesta di accessi. A quanto pare, però, nei giorni previsti non si è avvertito nessun rallentamento e tutti hanno potuto consultare notizie e documenti, o godere dei  tour virtuali, come la visita della smagliante cappella della Redemptoris Mater (www.vatican.va/redemptoris_mater).

Agli antipodi: la rete come paradiso virtuale. Da sempre i cristiani confidano in un paradiso ultraterreno: ma poterlo assaggiare a colpi di mouse è certo più intrigante. Conosciamo già i mondi virtuali (come Colonia 3D legato alla passata GMG) e sappiamo del loro fascino. Eppure diventa sempre più difficile distinguere con chiarezza gli ambiti. A metà ottobre l’agenzia Reuters ha aperto una sua filiale informativa su Second Life (secondlife.com) una comunità virtuale che conta oltre 1 milione di iscritti e un popolo di circa trecentomila habituè: un mondo molto concreto, visto che la sua moneta virtuale è convertibile in dollari! Si tratta ancora di un semplice gioco di evasione?

E ancora: la rete come strumento di lavoro intellettuale per tutti: senza più distinzione tra Windows, Linux o Mac, per scrivere, calcolare, pianificare. Oggi basta un semplice browser e le applicazioni sono diffuse in rete. Persino l’archiviazione dei dati non è più vincolata alla nostra ferraglia, ma può risiedere su qualche server in giro per il mondo (provate mozy.com, almeno come copia di riserva!).

Ma è la rete come cervello sociale a destare più interesse e preoccupazione. C’è chi ne parla come di una sorta di estensione delle nostre sinapsi, di un sistema in forte evoluzione, a mezza via tra l’incubo e l’entusiasmo. Molti esperti stanno riflettendo sul fatto che sempre più radicalmente ci affidiamo agli strumenti di internet per cercare, contattare, capire e non sempre la rete è semplicemente un mezzo (con la posta ricevo i messaggi di persone), poco alla volta diventa difficile capire chi è veramente il nostro interlocutore (riceviamo risposte da “sistemi intelligenti”, commenti generati da programmi, insomma: puro software).

Qualcuno si spinge ben oltre, scorgendo in questa evoluzione sociale e tecnologica la genesi di qualcosa di inedito e di affascinante, Kevin Kelly (www.kk.org), tra i fondatore della rivista Wired (www.wired.com) ipotizza che la somma di tutte le connessioni della rete possa ben equipararsi ad un cervello biologico. Basterebbero i numeri a supportare questa pretesa; in pochi anni siamo passati dai kilobyte ai Mega, ora navighiamo nei Giga e sfioriamo già i Terabyte; si sta per assistere ad un salto di qualità che qualcuno paragona allo scaturire del pensiero umano, ma questa volta prodotto da reti informatiche connesse a livello planetario. La riflessione su affidabilità, senso e destino di tutto questo inizia a farsi strada e una domanda bizzarra prende corpo: questa macchina, questa nuova creatura, avrà un’anima?

Giorgio Banaudi

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