articolo pubblicato su Jesus , numero di aprile 2007
A volte le grandi notizie non fanno chiasso, in compenso certe bufale riescono a conquistare il pubblico con molto strepito. E non sempre le smentite servono a qualcosa, anche se è sempre meglio saper dare a tutti le ragioni di una speranza che ha le sue radici ben in terra. Qualche settimana fa, preceduto da un ampio battage mediatico, sviluppatosi soprattutto sulla rete, è andato in onda su Discovery Channel (www.discoverychannel.com) un film-documentario molto discusso. A cominciare dal regista, James Cameron, direttore del pluripremiato Titanic, un nome che a Hollywood ha il suo peso. Soggetto del film? La tomba perduta di Gesù. Sì, proprio quel Gesù che uno si immagina, il protagonista dei vangeli, insomma, il Figlio di Dio per milioni di cristiani.
Uno scoop storico e archeologico che da solo potrebbe mettere la parola fine a 2mila anni di teologia e cristianesimo: perché quella tomba conterebbe anche i resti mortali, molto mortali, di Gesù, per non parlare della presunta moglie Maria, del presunto figlioletto Giuda (!) e altri “parenti”. Insomma, la prova definitiva che la storia umana di Gesù di Nazareth racchiude tutto: niente resurrezione, niente buona notizia…
Ormai la querelle si è già stemperata e la notizia si è tranquillamente sgonfiata. Lo scorso anno è toccato al Vangelo di Giuda, lanciato proprio a Pasqua, poi al Codice da Vinci. Forse questo scoop era più adatto per il 2 novembre… Ma è interessante capire, partendo da minuscoli frammenti del reale, come sia possibile creare tanto rumore. E come la rete possa giocare un ruolo così ambiguo, tra la complicità nella diffusione di notizie, e l’aiuto indispensabile nello smascherare simili pretese. Un tempo bastava fidarsi di qualcuno, oggi possiamo e dobbiamo migliorare le nostre capacità di ricerca. Forse non si tratta di colonizzare la rete, ma di abitarla con competenza.
I fatti: verso il 1980 alcuni scavi a Gerusalemme riportano alla luce una necropoli del I sec, su alcune tombe, dopo anni di lenta decifrazione, vengono letti i nomi dei defunti: Jeshoua, Maria, Joseph, Giuda: che sono tra i 6 nomi più comuni nella comunità ebraica dell’epoca. Niente di eccezionale quindi. Il direttore del museo di studi biblici francescani, P. Michele Piccirillo, (www.custodia.org) potrebbe mostrarci altre lapidi con nomi simili e della stessa epoca. Sarebbe come trovare una tomba di qualche secolo fa con su scritto Beppe e pretendere che fosse l’autentica tomba di Garibaldi. Eppure, dopo anni di silenzio da queste ricerche è nato un libro e un documentario, realizzato da Cameron e dal giornalista israelo-canadese Simcha Jacobovici, incuranti dello scetticismo dello stesso archeologo che ha effettuato gli scavi e che ha bollato di ridicola la tesi sostenuta dai documentaristi. Tanto vale esagerare: la loro ipotesi è ardita e puntellata da indagini statistiche e analisi del DNA che, a loro dire, tolgono ogni dubbio. Siamo proprio davanti alla tomba della famiglia di Gesù.
Il sito preparato per il lancio mediatico non alimenta dubbi: propone certezze, fin dal suo link: www.jesusfamilytomb.com. Molto ben curato, ricco di filmati con interviste e dichiarazioni dello staff, grondante di link di approfondimento dall’apparente serietà, ma basta cliccare su alcuni rimandi per catapultarsi in siti di visionari che danno per certo il ritorno di Giovanni Paolo II come ultimo papa e l’imminente fine del mondo (basandosi su calcoli che partono da certezze matematiche quali i 7 colli di Roma!). E se si visitano i dossier storici sulla figura di Gesù si finisce immancabilmente su pagine fondamentaliste che spacciano per scoop dell’ultima ora certezze che si insegnano da anni al catechismo!
Proprio vero che quando non si crede più in Qualcuno si finisce per credere a qualunque cosa.
Basterebbe lasciare la parola agli esperti francescani della Custodia di Terra Santa, dove sono presenti notizie ben più realistiche (www.terrasanta.net). Eppure gli strumenti e le notizie sono a portata di tutti, ma spesso, per pigrizia, la ricerca finisce sul primo link. Più che puntare il dito sugli strumenti che ci trasmettono materiali scadenti, occorre lavorare alla formazione di quel dito che li manovra.
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