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C’è spazio per la fede nei social network?


©by Giorgio Banaudi

articolo pubblicato su Jesus ,  numero di agosto 2008


Estate, tempo di strani incontri: mi ritrovo nel museo di Bolzano, a sbirciare dall’oblò di uno strano frigorifero l’uomo venuto dal ghiaccio, l’alpino del Similaun, enigmatico nella sua corazza di gelo. Ci separano 5300 anni di storia, ma quanti dettagli senza tempo: l’abbigliamento, il cappello, il coltellino, i tatuaggi terapeutici. Quanto siamo veramente lontani da questo uomo che se ne andava in giro con tutto il necessario per vivere. E cosa dire di noi, oggi? In questa zona di montagna, senza copertura cellulare, mi sono ritrovato a spedire un fax senza la normale dotazione tecnologica!: Cerca la carta, riprendi in mano la penna (mancano i driver per installare la stampante!), infila il foglio nel fax, cerca il numero, sbaglia il verso d’inserimento… Una caccia al tesoro.

Ma è anche il momento per una riflessione sulle tendenze in atto. Sempre più spesso sentiremo parlare di social network, l’uso della rete per aggregare persone intorno a contenuti e interessi particolari. E ne faranno parte sempre più persone. Recenti inchieste Usa rivelano che gli anziani attratti dalla posta elettronica, in breve tempo diventano più esigenti dei giovani e se le risposte tardano cresce l’ansia. Cosa dire poi della voglia di comunicare tramite blog? Una arzilla vecchietta americana si è dedicata a questa passione fino alla fine dei suoi giorni: ci ha lasciato a 108 anni. Una sorta di "broadcast yourself" da qui all’eternità.

La rete si evolve in questa direzione, permette a tutti di estendere i propri contatti e di conoscere persone motivate e vicine ai propri interessi, o meglio, al profilo che scioriniamo sempre più facilmente sulle pagine di Second Life, Myspace, Koinup, Facebook. Oltre a mettersi in piazza diventa possibile consegnare a questi strumenti (come su dandelife.com) tutte le tappe della propria attività in rete, i siti visitati, la musica ascoltata, i contatti archiviati. Si giunge ad una esposizione totale, che sconfina nell’autobiografia in tempo reale, con buona pace per gli agiografi.

Ma in questi ambienti virtuali cosa si cerca veramente? Quali interessi prevalgono? E cosa si condivide? Un contatto da trasformare poi in incontro concreta o una relazione totalmente diversa? Sociologia e psicologia sondano queste frontiere e sfornano teorie curiose, come quella dei sei gradi di conoscenza reciproca che separano le persone di ogni latitudine, o il numero di Dunbar, che definisce la soglia delle 150 persone come il limite standard oltre il quale è poco probabile instaurare relazioni significative.

Per gli scettici è un modo raffinato di giustificare la passione per la tecnologia e il tributo di tempo, sempre maggiore, che si dedica a questa attività. Non solo si passa del tempo on-line, si cerca di vivere on-line. Il mezzo è ormai il fine onnipresente.

Tra qualche mese la sonda atterrata su Marte, utilizzando Twitter, un sistema software che gronda di intelligenza artificiale, potrà colloquiare con le persone, potremo chiederle “che tempo fa lassù”, avere informazioni sul paesaggio. Facile prevedere sistemi analoghi in grado di informarci sul tempo, il traffico, la disponibilità di risorse… Ma perché preferiamo rivolgerci a chi si trova a centinaia di km, anche culturali, dalla nostra vita e non scambiamo nemmeno un saluto con chi sale sull’autobus insieme a noi? Inoltre, che spazio trova la fede in questo orizzonte culturale? Sarà interessante scoprirlo, prossimamente.

Nonostante le apparenze la tecnologia è ancora bambina, ci affascina al di là dei risultati: cellulari che svolgono le funzioni di un pc, interfacce di comunicazione manipolabili in modi intuitivi, comandi vocali, schermi sempre più efficienti e piccoli. Il desiderio e la curiosità assorbono tutto l’impegno della relazione. Otzi, l’uomo preistorico che sapeva raggiungere i 3000 metri senza accessori hi-tech e tra mille difficoltà, aveva sicuramente una meta. Non sarà che noi ci stiamo accontentando di brevi cabotaggi lungo il sentiero?

Giorgio Banaudi

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