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Come bambini, prigionieri digitali...


©by Giorgio Banaudi

articolo pubblicato su Jesus ,  numero di dicembre 2008



Ricordo una curiosa favola di Buzzati sul Natale, parlava del viaggio di due leggiadri personaggi: l’asino e il bue che, svolazzando per le strade convulse della vigilia, sbirciavano da una finestra l’agitarsi di una povera signora nevrotica. Scrivi fogli imbusta lettere incolla francobolli cerca indirizzi; tutta presa dalla frenesia degli auguri. Tempi ormai lontani, ancora si umettavano i francobolli… ma certi riti rimangono. Passiamo ad oggi: lasciamo bue ed asinello a svolazzare in una finestra del monitor, ripresi da qualche webcam puntata su uno dei tanti presepi allestiti in giro per il mondo o in video su Youtube (a fine novembre ce n’erano circa 1500); e la persona indaffarata? Il tipico giovane alle prese con Facebook, il social network che ha già fatto versare fiumi d’inchiostro a sociologi e analisti della rete. E gli auguri? Saranno messaggi da appendere al “muro” dell’amico, oppure sottoscrizioni a club di “amici delle renne di Babbo Natale”; per male che vada una petizione a favore degli alberi di natale abbandonati dopo le feste! Non per niente anche l’opposizione lancia meeting tramite il network e in poche ore migliaia di conferme arrivano. Ma sono ancora briciole, tecnologiche ma nemmeno tanto rappresentative. Sono rapidi eppure inavvertiti i cambiamenti ai quali, giorno dopo giorno, ci stiamo abituando. La partecipazione ad attività digitali e il tempo da dedicare alle amicizie coltivate on-line è in costante ascesa.

Anni fa aveva fatto scalpore la scelta di un giovane informatico: vivere un mese perfettamente isolato dal mondo esterno, comunicando solo tramite internet, ordinando tutto il necessario a colpi di mouse e tastiera. Oggi non farebbe più sorridere e sarebbe alla portata di molti. Tante attività che di solito conduciamo “dal vivo” non desterebbero preoccupazione nella loro versione elettronica.

Su internet siamo abituati alle mode, al sorgere di nuovi strumenti e alla valanga di novità che arrivano, spopolano, maturano e spesso si sbriciolano in poco tempo. Ma alcune si radicano in modo profondo negli usi e nel linguaggio. Ne vedremo gli effetti poco alla volta, man mano che li usiamo: o, come teme qualcuno, man mano che ne verremo modificati.

Dopo aver parcheggiato la mia identità per alcune settimane su Facebook (www.facebook.com), è iniziato il rapido tam tam dei conoscenti: antichi alunni, amici incontrati in momenti significativi, colleghi di lavoro. In pochi giorni ho incontrato decine e decine di “friends”, con un clic si riallacciano legami e si ripercorrono memorie. Per molti sarà solo un fugace “da quanto tempo!” ma il ritrovarsi è prodigioso. In poco tempo si organizzano rimpatriate, si ricompattano gruppi e si festeggiano eventi caratteristici. E non solo per gioco, tante sono le persone che frequentano con intelligenza queste agorà elettroniche, sacerdoti, religiosi, gruppi di fede; anche fondare un club che si raccoglie intorno alla parola di vita può avere il suo senso.

Eppure fa riflettere come si usi uno strumento tanto innovativo per coltivare la memoria, quasi più che per realizzare il futuro.

A questo si accompagna il pericolo, sempre più evidente, di una sottile dipendenza; relativa al tempo che dedichiamo alla nostra vita digitale (tra posta elettronica, informazione e lavori vari si superano spesso le ore di “lavoro” canoniche).

Si è appena conlcuso un convegno a Firenze, su questa nuova droga immateriale, (su www.retenuovedipendenze.it si possono leggere alcune relazioni) gli psicologi parlano di IAD, Internet addiction disorder, come di una malattia in crescita. Bastano alcuni flash: entro in una classe, un primo liceo, ora di informatica a computer spenti; facce lunghe e spente. Azzardo una domanda: alzi la mano chi ha più di 20 contatti di messenger, una selva di braccia levate, chi fa parte di qualche social network, chi usa skype… tutti conoscono bene questi oggetti digitali, tutti in un modo o nell’altro ne fanno parte. La vita quotidiana sembra spenta, fuori dal monitor. Ne sta facendo le spese la Cina, che con i suoi 250 milioni di internauti, ha il più alto numero di fuggiaschi dal reale. La pausa natalizia è certamente un’occasione per riflettere su questa incarnazione al contrario, sul tentativo di lasciarci alle spalle limitazioni, problemi e confini, quasi per smaterializzare la nostra esistenza. Per scontrarci finalmente con quella inaudita novità del “si è fatto carne”.

 Banaudi Giorgio


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