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addio alla selva -
carrellate di
foto:
luglio: Comune indigena Puyupungo
- La città di Coca
- weekend a Pacococha
- giugno: immagini di Lourdes - Hermitage, la casa - Route Champagnat - immagini di Siguenza - Ecuador Quito - Comune indigena Allipamba maggio: in giro per Avila - Taizé oasi di speranza aprile: 2 settimane con Basida - Terrasanta: Galilea - Terrasanta: Gerusalemme marzo: Salamanca - 11-M Atocha: l'attentato a Madrid - visita a Leon. - Santiago di Compostela febbraio: visita a Segovia - tour a Madrid - el famoso grupo 72 - Enneagramma - l'Escorial sotto la neve gennaio: Jaen-Castello di S.Catilina Participantes del Curso de El
Escorial 2004 - el famoso grupo 72 (foto y
e-mail)
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luglio - appunti sparsi tra un mese e l'altro
Penso ai ragazzi di Cesano che in questi primi giorni di luglio stanno
vivendo il loro
campo estivo alla Mendola: ..io mi ritrovo qui in mezzo alla
selva dell'Ecuador, loro in cima alle montagne, tra pini, muschio e il
fresco della sera. Ma in un certo senso sono anch'io "in vacanza." |
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mercoledì 30 e giovedì 1 luglio - ritiro di tutti i religiosi della diocesi Come
più volte sottolineato, la realtà di questa diocesi
è molto 'presente', e tra le tante organizzazioni, anche i
religiosi hanno un momento tutto loro per incontrarsi, riunirsi,
verificare l'andamento di questo piccolo drappello "di frontiera". In
tutto si tratta di circa 30 presenze, tra i diversi rami maschili e
femminili.Sono capitato proprio nel periodo in cui era previsto un ritiro comune. La componente dei carmelitani qui fa un po' la parte del leone, anche perché la diocesi intera è nata come opera carmelitana, anche se i primi missionari di questa zona sono stati i gesuiti e poi i cappuccini. Il ritiro è stato quindi impostato e condotto dai padri carmelitani. Siamo presenti in tutto 20 religiosi, 10m 10f, stile molto collaborativo e aperto, prediche e riflessioni un po' ... estra-large, ma si recupera credito con le varie celebrazioni cvissute, soprattutto quella della riconciliazione, molto originale e con confessione "pubblica" e assoluzione diretta. A tavola si iniziano a conoscere le persone, si allarga il panorama, c'è persino una suora francescana colombiana che ha partecipato al famoso G8 di Genova, quello dei bad-blocks, dell'incidente Giuliani. Mi racconta la sua esperienza, la veglia di preghiera a Boccadasse, la sfilata, le botte che ha visto, gli infiltrati che a metà cammino si mettevano maschere e tiravano fuori i manganelli, la strizza che si è presa. Dovevo capitare fin quaggià per rivivere quei momenti...A seguire una serata gioiosa e divertente, con suore ballerine e carmelitani scalmanati. ![]() Peccato che il giorno dopo quasi un'ora se ne vada via per la discussione e valutazione del ritiro stesso (in questo sembrano molto "europei") Spunti originali, comunque: interessante ad esempio sentir dire da un missionario di queste parti, conoscendo ormai come vivono e sapendo come sono le rispettive case, le stanze (tutte le porte delle camere, preti e suore compresi, sono sempre aperte di giorno, alla faccia della privacy), sentirlo dire che "non possiamo certo dirci poveri, confrontandoci cone le persone di questo posto". Mi chiedo cosa dovremmo dire noi in Europa! La messa finale è viva e stimolante, ogni carisma presenta come offerta il suo simbolo di impegno, si passa quindi alla consacrazione, il padre nostro e comunione. La liturgia si percepisce proprio come uno strumento e un mezzo per celebrare la vita quotidiana, non come un esercizio di elegante rappresentazione... Vengo a scoprire con un pizzico di meraviglia che in questa diocesi non ci sono praticamente preti diocesani (sono 2 o 3 in tutto) e questo porta i religiosi ad assumere un ruolo e un peso maggiori; ed è la vita della diocesi in tutti i suoi aspetti che viene assunta come campo di lavoro. Fino a poco tempo fa non c'era sciopero che non partisse dalla chiesa. (per motivi ben vitali ma molto concreti: costuzione o riparazione della strada che lega la zona al resto del paese, il problema dello sfruttamento esagerato delle compagnie petrolifere...) |
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sabato 3 luglio - visita alla comune indigena di PuyupungoBene, spero solo di aver azzeccato il mome giusto di questa piccola comune. Con la lungua Quichua non si scherza, basta aggiungere un po' di consonanti, ma per fortuna si riesce quasi a leggere facilmente, mescolando un po' di pronuncia spagnola e un po' di intuito .Partiamo all'alba con José Luis, dopo la classica abbuffata che qui chiamno colazione. Ranchera, passaggio del fiume Aguarico con la gabarra (scopro che le macchine pagano un pedaggio, i pedoni invece no); poi ci attende quasi un'oretta di cammino su una strada più che decente. Incontriamo un po' di persone lungo la strada, un venditore ambulante di pesce... e finalmente arriviamo, con una fortuna sfacciata perché appena mettiamo il naso al riparo di un tetto inizia a farsi sentire la pioggia. Oggi
è festa grande, perché nella comunità si
celebreranno i battesimi: ben 18 persone. Purtroppo il prete che doveva
accompagnarci è rimasto bloccato altrove quindi il "celebrante"
ufficiale per questa volta sarà Joé Luis; la catechista e
il sottoscritto saranno gli aiutanti.La sala comunale è già addobbata per la festa e poco alla volta, mentre iJosé Luis e la catechista precisano i vari momenti della celebrazione, iniziano a giungere le famiglie, soprattutto le mamme con i bambini; e in sala inizia la vestizione. Credevo che non dessero particolare importanza al vestito del bambino, invece... mi sbagliavo di grosso. Ecco entrare in scena scatole e borse con vestitini bianchi degni di una cerimonia cittadina, guanti di raso, scarpette lucide, berretti da comandante (qui è di moda per battesimi e comunioni vestire i bambini come piccoli soldatini in tenuta di gala). Ma non ci sono solo bambini piccoli, siccome i battesimi si celebrano in versione comitiva, ogni tanto giungono sorprese e persone di età maggiore. La prassi anche qui è ormai quella di battezzare i bambini entro l'anno di nascita, ma rimangono ancora discrete sacche di persone che non hanno ricevuto questo sacramente. Così ci saranno un paio di ragazzi, uno di 9, un quindicenne e una splendida ragazza di 19 anni che riceveranno quest'oggi il battesimo. Mentre la pioggia cade a dirotto inizia la celebrazione, , con interventi della catechista, del presidente della comunità (una sorta di sindaco locale) e del "ministro". Ci sono poi le letture, sia in quichua che in spagnolo e poi inizia il momento vero e proprio del battesimo, dove entrano in gioco i vari simboli e i segni propri. Oltre all'acqua i battezzandi vengono segnati sulla fronte con una piccola croce utilizzando un colore tipico della cultura locale, l'achiote, che si usa anche per le varie pitture corporali dell'etnia. Siccome a dipingere tocca a me devo arrangiarmi un po' coi bambini piccoli che non pare gradiscano troppo questa 'pittura' sulla fronte; José Luis intanto si diverte a battezzare con abbondanza di acqua tutti i neo-cristiani. Dopo la celebrazione scattano le foto di rito e ne approfitto per completare la serie di quelli che altrimenti si sentirebbero un po' trascurati per mancanza di un proprio fotogrago, solo mi chiedo come faròà poi a mandargli le foto... Finita la celebrazione ci invitano nella sala da pranzo ufficiale per il pranzo d'onore. Questa volta nel piatto galleggia anche una zampa di pollo, quindi non è proprio il caso di fare facce strane, basta scartare un po' la yucca e la banana che fanno da companatico... siamo seduti vicini alle autorità locali, anche se ormai i vestiti di tutti quanti sono praticamente tutti occidentalizzati; jeans, magliette, scarpe da ginnastica... di "tribale" non si vede praticamente nulla, visto che anche il codino del mio vicino di tavola, un anziano della comunità, dalle nostre parti sarebbe niente di più che un vezzo particolare. Intanto la sala della comunità è stata trasformata nella discoteca per il dopo-festa; ci invitano a ballare e... considerando chi ci fa l'invito non possiamo certo tirarci indietro :-) nel frattempo i giovani, visto che la pioggia si è finalmente placata, hanno concluso la scelta delle 2 squadre di football e iniziano la partita. Ne approfittiamo per riprendere la via del ritorno, scortati da un gruppetto di bambini che ci faranno da scorta fino alla riva del fiume, cioé per quasi un'ora di cammino (e dovranno poi ritornare a casa a piedi con altrettanta strada, ma un diversivo come questo non capita spesso), senza nemmeno dire una parola, intimoriti forse della nostra presenza. Riprendiamo così il nostro traghetto, poi di nuovo la ranchera e così, prima che sia di nuovo buio, eccoci nuovamente a casa. ecco intanto la fotocronaca di
questa giornata passata nella comune
indigena di Puyupungo
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gente che va e gente che viene - la nostra comunitàE' ora di presentare un po' le persone di questa variopinta comunità, per dare un volto ai nomi e per capire anche un po' come funziona la nostra "esperienza locale", che sicuramente, per la sua peculiarità, non assomiglia a nessuna delle nostre classice comunità mariste italiane (e a quanto ne so nemmeno del resto dell'Europa). Come spesso accade le cose nuove o le intuizioni di frontiera prima di arrivare al centro, ammesso che vi arrivino, si consolidano alla periferia. E qui siamo ben oltre la periferia ... Prima di giungere
qui a Sucumbios
(ma non ho ancora capito bene come chiamare questo posto, i fratelli
semplicemente lo chiamano "km 20") mi ero ovviamente informato sul tipo
dicomunità, le persone, le attività che avrei
incontrato.Tra i vari motivi che mi hanno concretamente spinto a vivere
questa avventura è stata certamente la sua situazione di
"frontiera", ma non solo geografica, sociologica e antropologica (una
volta tanto tutti questi aggettivi hanno un senso preciso), frontiera
intesa soprattutto come modello di vita ecclesiale, anche se il termine
puzza un po' di sacrestia, per noi europei così abituati a certo
vocabolario di "chiesuola" più che di chiesa.Tutta la diocesi di Sucumbios si basa su una impsotazione ben diversa dalla nostra organizzazione curiale. Da circa 30 è guidata da un vescovo carmelitano spagnolo che ha realizzato, insieme con i laici e le diverse famiglie religiose, un particolare tipo di vita comune. A cominciare dal fatto che nessuna congregazione gioca nel suo orticello o svolge una attività propria ed esclusiva. Tutto è realizzato in prima persona come rappresentanti dell'unica chiesa. Ho già detto che le parrocchie qui esistono più di nome che di fatto, la raltà vitale sono le comunità di base; il sacerdote non può essere la presenza onnipresente e dominante, quindi i catechisti, i laici e i fedeli hanno un grande compito da svolgere. Tutti i sacerdoti e i religiosi missionari partecipano attivamente a questo progetto come responsabili di particolari settori, gruppi o comunità. Una bella differenza dall'efficiente macchina curiale ambrosiana... tra pochi giorni qui concluderanno anche il primo sinodo diocesano e avrò occasione di conoscere più direttamente altri aspetti. ![]() I maristi sono giunti qui su invito del vescovo di Sucumbios e per occuparsi soprattutto della pastorale indigena. Siccome qui tutto viene realizzato, vissuto e gestito come chiesa e non come singole istituzioni, la diocesi ha fornito la casa e ha predisposto l'equipe di lavoro in collaborazione con le suore Carmelitane del Sacro Cuore . La "comunità" che si è venuta a formare è quindi duplice e la sua fisionomia abbastanza particolare. La vita segue il ritmo del mese e la settimana si articola in momenti comuni, momenti riserv ati ai singoli carisimi, missione vera e propria nelle diverse comnità indigene affidate all'equipe, programmazione a livello diocesano. La prima settimana del mese è dedicata alla organizzazione delle varie attività, con riunione delle equipe di pastorale indigena presenti sul territorio (come la nostra ce ne sono praticamente altre 2, una delle quali è simile alla nostra, formata da padri carmelitani e suore laurite, un'altra solo di suore guadalupane). Le due settimane successive sono dedicate alle diverse attività di missione e la quarta settimana del mese è dedicata in esclusiva alla comunità; un giorno di ritiro, un giorno di programmazione e valutazione, un giorno di lavoro (machete a volontà) e un giorno di riposo-svago. Naturalmente questo orario "ferreo" subisce innumerevoli cambi, modifiche e stravolgimenti, perché così è la vita, ma un certo ritmo aiuta a capire lo standard. Per quanto riguarda la giornata e l'attività ognuno si occupa di un settore (galline, cucina, pulizia, raccolta frutta, commerci vari...); l'orario tipico assomiglia a questo
![]() |
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settimana dal 5 all'11 luglio 5 luglio: lunedì mattina
visita alla finca dove si realizzerà il progetto del Collegio
Bilingue per indigeni, il lavoro che sta assorbendo soprattutto Pau e
che cambierà certamente un po' la fisionomia della
comunità, anche se non la vedrà reintegrata nei panni
della classica comunità legata a doppia mandata ad un collegio.6-7 luglio: mi ritrovo a dare una manao all'equipe di pastorale indigena per un compito piuttosto particolare: aiutare un gruppo di indigeni di etnia Cofane e Shoar a superare un "terribile" esame di abilitazione per l'insegnamento. E' una situazione difficile da descrivere. in gni comunità indigena ci sono le scuole elementari; ovviamente ogni gruppo parla il suo dialetto, alcune di queste etnie sono veramente minuscole: gli Shoar qui sono poco più di 2000, :i Cofan, in tutto, saranno un migliaio di persone sparse in una dozzina di comunità,, i Secoyas grosso modo un 500 e i Sionas ancora meno! Logico che per convivere con tutto il resto del paese è necessario conoscere lo spagnolo. I maestri di queste scuole devono quindi padroneggiare le due linegue. Stiamo lavorando con maestri indigeni che conoscono bene la propria lingua ma dominano pochissimo lo spagnolo. Addirittura peggio di me, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza dei vocaboli. La loro lingua è molto concreta, non ci sono quasi termini 'astratti' o teorici; questo esame è proprio uno scoglio duro e hanno dovuto preparare una tesina monografica che dovranno difendere davanti ad una commissione di professori. Mi dice Pau, che sta seguendo questo gruppo di 9-10 persone da diverso tempo, che neanche gli esaminatori sono particolarmente elevati come livello culturale, ma qui si usa così e tutti si procurano di queste tesine assurde, molto sofisticate, difficili poi da spiegare: con titoli come "radici ancestrali della cultura cofan" oppure le "concezioni cosmogoniche nella religiosità orale delle tribù"... sembrano cose abbastanza abbordabili per gente avezza agli studi, ma poco fa uno mi ha chiesto che cosa significa la parola "progetto" e l'altro giorno Pau è rimasto allibito quando in una simulazione di lezione uno di questi aspiranti maestri ha spiegato la differenza tra popoli nomadi e quelli sedentari: i nomadi sono come i pesci nel fiume, vanno e vengono, i sedentari invece sono i pesci che si allevano in una piscina! Come logica non fa una grinza ma... L'attività
è
semplice, si tratta semplicemente di
farli parlare, riassumere per loro la "loro"
tesina (che quasi tutti hanno "commissionato" se non comprato...) e
farli parlare ancora, sapendo che l'esame consiste nel difendere il
proprio
punto di vista per una mezz'oretta. Speriamo bene...Nel secondo giorno di ripasso ascoltiamo le lezioni che gli studenti hanno preparato e che domani dovranno svolgere concretamente nelle diverse classi. A giudicare con il nostro metro ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli e strapparsi le orecchie, perché si sentono e si vedono cose inverosimili; il livello teorico di queste persone dovrebbe essere quello di una "quasi maturità" nostra, pur con tutti gli aggiustamenti, ci chiediamo cosa gli abbiano insegnato in tutto il tempo che hanno comunque passato a scuola (poi mi spiegheranno che svolgevano una settimana di studio in sede ogni 3 mesi, il tutto per la durata di 2 anni). A dare una mano in questa attività ci ritroviamo con un cappuccino di origine spagnola, un altro fratello marista di passaggio, una volontaria svizzera... un bel drappello di disperati :-) ora si tratta di riprenderli e uno a uno rivedere le cose che dovranno dire, preparare dei cartelloni di sintesi, organizzare le modalità didattiche della lezione pratica da svolgere, correggere un po' gli strafalcioni. Non bisogna dimenticare che queste persone non parlano quasi mai in spagnolo, anche se un po' lo "masticano" e vivendo in gruppi molto ristretti, i contatti che hanno con altre persone sono veramente sporadici. Sono etnie che rischiano veramente l'estinzione culturale e dare una mano in questa occasione diventa un'esperienza particolare. Leggendo un po' le loro monografie si imparano cose interessanti, strane, alcune incomprensibili per la nostra mentalità occidentale. Uno dei miti di creazione del mondo della cultura cofan dice ad esempio che il mondo sarebbe nato dal fatto che Dio-Chinga crea un pezzettino di terra e ci mette dentro un bel lombrico, che poco alla volta mangiando e... defecando il tutto, accresce questa zolla fino a formare l'intera terra. Un bel mondo di m... verrebbe da pensare :-) Ma nella biodiversità c'è spazio anche per questo. ![]() mercoledì 8 luglio: Quando ieri siamo partiti dalla nostra casetta, al Km. 20, io ero convinto che ci saremmo fermati una sola notte, adesso invece scopro che ci fermermo qui fino a ... sabato. Niente paura, visto che la condivisione dei beni qui funziona molto bene e la casa dei carmelitani o delle suore laurite (queste sì, l'abito lo portano, dicono per "guadagnarsi" un po' di paradiso in anticipo ...) è aperta come se fosse la nostra. Sembra incredibile ma è proprio così. Oggi sarà l'ultmo giorno di studio forsennato e selvaggio per i futuri maestri; dovremo ascoltare le loro lezioni simulate e poi passare all'ascolto individuale per confermare, rassicurare e dare qualche dritta. Passo il pomeriggio con la giovane mamma Sara, che tra una poppata e l'altra della piccola Idelma cerca di mettere insieme un po' di cocci della sua lezione. Dovrà parlare alla sua futura classe degli animali "che si assomigliano e di quelli che non si assomigliano" questo il suo argomento. Tanto per iniziare mi chiede: "Cosa vuol dire "che si assomigliano"..? mi cadono le braccia e mi viene da pensare a certi disastri culturali che ho lasciato a Cesano (non faccio nomi, ma Roby, Max e Dany sanno benissimo a chi mi riferisco!), qui gli darebbero il Nobel per l'Astrofisica... ci mettiamo con calma a fare esempi: quante zampe ha il cane, la mucca, la tigre... cosa hanno in comune la gallina, il pappagallo e il condor. "Le ali?" Evviva....E' dura ma non si può fare diversamente. Speriamo bene per domani Nel frattempo gli
altri della
comunità sono riuniti qui
nell'Epicentro ( ilocali che la diocesi mette a disposizione per la
pastorale indigena, una casetta niente male nel bel mezzo del parco del
vicariato) per la loro mensile programmazione. Sono entrato nella sala
questa mattina e mi sono impressionato dalla parete di fondo, era
letteralmente
coperta di cartelloni fitti fitti di scrittura, di progetti, di
appunti. E questo in un solo giorno di lavoro, chissà cosa
combineranno oggi. In compenso abbiamo dato un'occhiata alla saletta
che ospita alcuni pezzi di artigianoto locale e di oggetti tipici, una
sorta di piccolo museo etnografico di queste parti. José Luis,
dopo aver visto i copricapi, la cerbottana e il gonnellino tipico dei
Cofan, non ha resistito alla tentazione e si è agghindato da
"buon selvaggio", con la divertita complicità delle suore. Lo
abbiamo piazzato in mezzo al giardinetto, con lo sfondo della selva e
sotto una pioggerellina sottile e
ci siamo divertiti a riprendere foto "reali e selvagge". Meno male che
dopo i primi scatti ci siamo accorti di un dettaglio e gli abbiamo
detto di... togliersi l'orologio dal
polso (anche se ho già visto alcuni indigeni con il loro bravo
cellulare alla cintola!)!giovedì 9 luglio: Siamo sempre qui, nella accogliente sede del vicariato di Isamis, oggi con un appuntamento speciale, la presentazione ufficiale e dettagliata del grande progetto del Collegio Bilingue per indigeni. Di che si tratta? Mica facile spiegarlo in poche parole. L'architetto, Gustavo, ha viaggiato tutta la notte su questi splendidi bus che arrivano da Quito (quando tutto va bene) col suo bagaglio di dischetti e progetti in formato gigante. Alle 9 inziava la riunione, i presenti erano ovviamente l'equipe di pastorale indigena al completo, alcuni padri della missione e dopo un po' sono arrivati anche i rappresentanti della OCP, una delle principali compagnie petroliere dell'Ecuador, che in questa zona ha numerosi stabilimienti e impianti estrattivi: rivestono l'importante ruolo dello sponsor. Siamo ormai alle ultime battute e il buon Pau, anima e estensore di gran parte del progetto, insieme a tutto il gruppo, spera che entro il mese si possa passare alla firma del contratto e iniziare con il mese di settembre i lavori veri e propri, di modo che per il successivo anno scolastico, 2005-06 questo ambizioso progetto sia pronto. Diamo i tratti essenziali. Sul territorio di
Sucumbios (che
è l'equivalente di una n ostra
regione, come per esempio la Campania...) sono presenti indigeni di
varia etnia, i 5 gruppi principali sono contraddistinti dalle
rispettive lingue: Quichua (160000), Shuoar (2000) e poi Cofan
(1000), Sionas (500) e Secoya (300). Occorre pensare
però che i Quichua sono molto numerosi nell'intero Ecuador (3
milioni circa, il 25% della popolazione) e presenti anche in altre
nazioni (Perù, Colombia), mentre gli altri gruppi sono
più ristretti e limitati territorialmente. Il pericolo che le
etnie si estinguano
definitivamente in pochi anni è molto alto e il processo di
assorbimento "occidentale" o la fuga dal contesto indigeno sono rischi
molto evidenti.In ogni comunità indigena attualmente è presente una scuola locale, con tanto di maestro (spesso aiutati da un paio di vice...) che imparte l'insegnamento nella lingua propria dell'etnia e introduce lo spagnolo in maniera progressiva. Ma di solito la maggioranza degli alunni si ferma alla scuola elementare (i primi 6 anni), pochissimi proseguono e sono rarità coloro che terminano il ciclo della scuola dell'obbligo (che si conclude con il bachillerato). Su questa base si è pensato di proporre un modello di scuola e di educazione che vada al di là di quanto attualmente esiste. Il progetto prevede un collegio dove i ragazzi delle diverse etnie, in numero proporzionale, vivano 15 giorni presso la scuola e 15 nelle rispettive comunità, coniugando lo studio culturale e teorico a quello pratico, di coltivazione, gestione e commercializzazione dei prodotti agricoli, in modo da incentivare l'autofinanziamento degli alunni stessi (con l'apporto e l'intelligente coivolgimento dei genitori). Il progetto prevede una scuola che possa ospitare un 240 alunni massimo, tenendo conto realisticamente delle esigenze locali, che sia un volano di produzione e commercializzazione, che permetta ai ragazzi indigeni di poter installare nelle rispettive località processi economici sostenibili e compatibili con la cultura, la biodiversità, la tradizione... Siamo
attualmente nella fase di studio, di implementazione dei modelli
educativi e culturali, di studio della realtà locale.
L'architetto, che si è calato anima e corpo nel progetto
(diciamolo, è uno dei "nostri", ex-alunno marista, ha vissuto
qui
per diverso tempo come volontario) ha descritto in modo dettagliato
come gli elementi architettonici siano stati guidati e illuminati dalla
cultura indigena e tutto l'impianto cerca di far tesoro di quanto di
meglio le diverse etnie possono offrire sul piano educativo.
Così l'aula magna o palestra ricalca la capanna comunitaria
delle comunità indigene (la "maloca"),
le direttrici del progetto sono in sintonia con gli assi culturali
locali, la natura diventa una componente essenziale e non
semplicemente estetica... I più entuasiasti
sembravano proprio i responsabili della compagnia petrolifera, che
stanno per investire in questo progetto non solo grosse cifre, ma la
propria immagine ... (certo, il discorso qui diventa viscido e
piuttosto complicato, visto che metà del prodotto nazionale
dell'Ecuador nasce proprio dall'attività estrattiva di queste
zone e finora le ricadute locali sono state pesantemente negative,
contaminazione globale, sfruttamento indiscriminato, espropriazione di
terre a danno degli indigeni, devastazioni...una operazione di immagine
per rifarsi il look è quanto mai necessaria). Così ogni
tanto Pau mi spaccia per "giornalista italiano", un po' per vezzo
e un po' perché magari... tutto serve :-) Dopo quersto momento molto interessante, speravo di sentire anche qualche buona notizia sui nostri ultimi "alunni", i maestri indigeni che questa mattina erano partiti per recarsi nella scuola della comune di Doreno dove avrebbero dovuto sostenere la prova di "lezione pratica". Dovrebbero, perché verso le 11 li ho visti tornare, guidati da Juan Carlos, il cappuccino che dirigeva un po' le ultime fasi di ripasso. Semplicemente i professori che dovevano esaminarli NON si sono presentati, quindi per oggi niente. Immaginatevi le 10 persone pronte e ansiose per questo appuntamento decisivo in vista del successivo giorno di esame orale. Rischia di saltare tutto. Per qualcuno si tratta di 2 anni di impegno... Telefonate di fuoco con la direzione, richiesta di chiarimenti, giustificazioni, proteste. Niente da fare, hanno semplicemente detto che l'esame si dovrà fare in una sede diversa: a 12 ore di pullman di distanza! Naturalmente con viaggio e soggiorno a carico degli esaminandi, e con data ancora da stabilirsi. Da noi sarebbe scoppiato uno scandalo con manifestazioni inferocite dei sindacati. Qui gli indigeni non sono in grado praticamente di reagire, nessuno li caga più di quel tanto...se non serve a fini elettorali o di immagine. Erano proprio abbacchiati e c'è il rischio molto concreto che qualcuno getti la spugna e rinunci definitivamente. Uno non trova nemmeno le parole giuste da dire in questa situazione... ![]() venerdì 9 luglio: Oggi il nostro primo appuntamento è con il vescovo di questa particolarissima diocesi. D'altra parte siamo a casa sua, ma mi dice Pau che incontrarlo è abbastanza difficile e improbabile, indaffarato com'è. E' un carmelitano e si trova alla guida della diocesi da 20 anni come vescovo (prima era vicario della prefettura, praticamente è l'anima di Isamis da circa 30 anni!). Pesona semplicissima e diretta, con lui ci si sente subito a proprio agio. Ci siamo riuniti nel salone della sua accogliente casa (questa che vedo, è la prima che si possa chiamare "sala"...), una delegazione dell'equipe della pastorale indigena e gli esperti del settore amministrazione. Il vescovo segue la cosa da tempo, visto che il prossimo settembre aprirà i battenti anche una università agraria sempre della diocesi, ma ovviamnete non ha sotto mano tutti i dettagli pratici. Così viene illustrato l'impianto teorico del progetto, si parla praticamente dei preupposti economici, delle modalità operative perché tutta l'operazione sia trasparente, efficace ed efficiente. Non solo, sia anche un banco di prova e di credibilità che la chiesa locale si assume nei confronti della realtà indigena, ben sapendo che un'operazione del genere, comunque, presta il fianco a chi si accontenta di parole e di chiacchiere. Che strano, di gente che non ha altro da fare che criticare se ne trova a mucchi anche qui! Di nuovo il buon Gustavo si inerpica nei filoni della tradizione culturale per spiegare la filosofia del progetto. Il vescovo lo guarda estasiato, ci vuol poco a capire che dietro a questa zucca di architetto batte anche un cuore speciale :-) Pau affronta tutti gli snodi critici: la scelta del personale esecutivo, delle modalità di esecuzione, le persone coinvolte, il ruolo e l'interesse della Ocp, le diverse fasi... i rischi e le attese che l'equipe ripone in questa avventura. Il vescovo incoraggia, amplia il discorso, interviene con battute (anche se gli dicono che potrei fare la spia per il Vaticano...). Adesso si tratta di definire il contratto e poi... si inizia. Ad agosto la diocesi inzierà il suo Sinodo e mentre accompagno il vescovo alla macchina per il suo prossimo impegno, si chiacchiera un po' di come si vive qui questo particolare stile ecclesiale, frutto del Vaticano II inteso con apertura, di Medellin, di Puebla, il tutto vissuto e progettato con serenità, senza protagonismi o pubblicità, ma con molto impegno e convinzione. In questi giorni il povero Pau è proprio in fibrillazione, tra riunioni, preparativi, contatti. Ci tiene però a dirmi che non è sempre così, anzi, questo periodo è proprio eccezionale, di solito la vita è più idilliaca e campagnola, non vede l'ora che inizi una settimana calma, con spazi per pulire la finca, menar fendenti col machete, sistemare un po' di arretrati... Come lo capisco, anche se onestamente preferisco questi ritmi ad una vita da Robimson Crusoè in capanna! sabato 10 -
gran finale con
i catechisti indigeni. Giornata tranquilla, per me, ne approfitto per
terminare la lettura di un libro consigliatomi già da diverse
persone, non per ultimo il cappuccino con il quale ho condiviso il
ruolo di "docente"... Si tratta di Cronica Huaorani, una sorta di
diario di Mons Alejandro Labaka, un capuccino che da queste parti ha
lasciato una traccia notevole e impressionante. Anni e anni di missione
nella zona indigena del fiume Aguarico, con una grande passione per le
minoranze e attento al grave problema dello sfruttamento petrolifero.
Nominato vescovo, partecipò al concilio e ai vari raduini di
Medellin e Puebla; poi si dedicò nuovamente alla missione in
presa diretta. Nella sua zona si vociferava della presenza di un popolo
nascosto, che non aveva ancora avuto contatti con la civiltà,
gli Huaorani; molti li temevano, soprattutto i lavoratori dei pozzi
petroliferi che per mesi interi erano costretti a vivere quasi isolati
nella selva verde. Così mons. Alejandro si avventurò alla
ricerca di questo popolo, ne trovò alcune tracce e finalmente
incontro i primi rappresentanti. Il processo di avvicinamente e di
incultarazione ha dello straordinario, per delicatezza, capacità
di adattamento e rispetto della cultura. Immaginatevi questi indigeni
che come vestito utilizzavano al massimo una funicella alla cintola, ai
confini del paradiso terrestre, come amava ripetere. E si preoccupava
di come accostarli al mondo della fede senza imporre il tributo
culturale classico, ma a partire dalla propria realtà e cultura.
Condividendola fino in fondo, vestito compreso, cioé senza
niente. Giunse al punto di farsi "adottare" da una coppia indigena e
passare lungo tempo con loro, semplicemente aiutando a tagliare la
legna, portare l'acqua, senza altra fretta di "evangelizzare
direttamente". In seguito lo affiancherà in questa
attività anche una suora terziaria cappuccina, Ines Arango, che
condividerà con lui
metodologia e paziente attesa, perché il seme del vangelo sbocci
dalla vita stessa di questa tribù indigena. Le tappe di
avvicinamento si susseguono, a intervalli regolari, mentre le compagnie
di petrolio lo chiamano spesso per rassicurare i propri lavoratori e
quasi come strumento di conoscenza della realtà indigena. Ma non
tutti i gruppi di indegni erano della stessa idea e una piccola
tribù, pensando che il missionario sia in pratica un funzionario
della compagnia che gli sta drasticamente riducendo il territorio di
caccia, finirà con l'ucciderlo, insieme alla suora, a colpi di
lancia, nel 1987. Sono gli ultimi martiri missionari di queste zone.![]() In mattinata vado insieme a Hector a fare spese in città, ne approfitto anche per sistemare alcune paginette sul web, un po' di messaggi e un po' di prove per semplificare la vita dei fratelli che quando devono recuperare la posta perdono sempre un sacco di tempo in attese semi-eterne. In serata si conclude anche l'incontro dell'equipe con i catechisti della etnia kichwa e si organizza (sempre grazie all'infaticabile mattatore Pau) una serata di giochini e dinamiche, un piccolo "fuoco di campo". Giochi semplicissimi, ma spassosi ed esilaranti come pochi, queste persone veramente sanno divertirsi con allegria e semplicità, senza farsi problemi o eccessiva vergogna... Domenica 11 - in mattinata finalmente torniamo a casa, ne approfitto insieme a Pau per alcune prove pratiche di prelievo indolore della posta comunitaria, ci vorrà ancora qualche ritocco, ma grazie ad una pen-drive da 128 mega e un po' di programmini recuperati in giro, stiamo sistemando la questione "posta elettronica" di modo che una sola persona possa recuperare i messaggi di tutti gli altri, in tempi ridotti e con maggior flessibilità. Vedremo se il tutto funzionerà... Tornati a casa troviamo un gruppo di indigeni che ci aspettano e che è "necessario" invitare a pranzo. Qui succede spesso, la domenica. Così allarghiamo la tavola per altre a 7 persone, un paio delle quali visibilmente alticce, perché qui vicino c'è una festa... A buon rendere! nel resto della giornata si trova il tempo doveroso per un po' di pulizie della casa, di bucato, cose domestiche. Ci scappa anche una pastasciutta al pomodoro (volevano quasi obbligarmi a metterci dentro anche le banane!!!) |
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settimana dal 12 al 18 Lunedì 12
- doveva
essere una tranquilla mattinata ma, per qualche disguido del
calendario, oggi è spuntata in anticipo la piccola... Ruth, una
ragazzina di 19 anni, con seri problemi di vista che i fratelli stanno
aiutando un po', con qualche lezione di inglese, un po' di ripasso...
frequenta la scuola a distanza, nel senso che si reca presso il suo
isitituto il sabato e la domenica, La volta scorsa era venuta per
ripassare un po' di inglese con Pau (che poi era riuscito a
sbolognarmela...), ma questa volta Pau è direttamente impegnato
con una riunione in città, quindi mi appresto a sfoderare le mie
armi didattiche. A Ruth piacerebbe studiare l'italiano, ma non le
servirebbe assolutamente a nulla; si tratta quindi di passare in
rassegna un po' di nozioni varie e ne approfitto, mescolando un po' di
italiano, per ampliare il vocabolario di inglese. Fa tenerezza,
perché ha una pesante miopia che la obbliga a guardare tutto
proprio da vicino vicino e questo le complica notevolmente la vita
normale; non esce quasi mai di casa, pochi amici, tanti problemi.
Quando almeno viene qui si sente tranquilla e più serena. Se non
che... ad un certo punto, per staccare un po' dopo 2 ore di lavorosodo
a cercare vocaboli, pronunciarli e scrivere frasi in inglese italiano e
spagnolo, facciamo un giretto per la finca, cercando il nome delle
diverse cose: flower, buttrfly... arriviamo fino alla casa delle suore,
dove c'è il nostro feroce cane Lupo (non c'è da
scherzare, è feroce sul serio... con gli sconosciuti. Io ormai
faccio parte della sua famiglia, gli ho già portato da mangiare
e poi ho una spiccata simpatia per le creature a 4 zampe). Dico a
Ruth di stare attenta, di fermarsi a distanza di sicurezza, ma mi
accorgo in ritardo che invece continua a seguirmi. E' un attimo, Lupo
le si avventa addoso, le balza sul petto e faccio appena in tempo a
tirarlo via, ma le azzanna una gamba e devo strattonare con forza la
belva feroce perché molli la presa.. Ruth è bloccata,
ansante; un bel graffio all'altezza della clavicola e la gamba, per
fortuna niente, solo un bello squarcio al pantalone. Ma sta tremando
come una foglia e la capisco bene, cerco di tranquillizzarla un po',
per fortuna c'è anche Cristina, che da brava infermiera la
disinfetta e poi da brava ragazza le sistema anche il jeans... la
ragazza fatica a riprendersi, continua a piangere e a preoccuparsi. Ma
alla fine ce la facciamo, si recupera un po', si rincuora, ci
rimettiamo addirittura a tavolino. Come conclusione... ha già
prenotato la prossima data per il 4 agosto. Questa volta, caro Pau,
è tutta tua.Nel pomeriggio, siccome il lunedì è dedicato al carisma, approfittando delle foto che ho accumulato durante il corso dell'Escorial e soprattutto in Francia, nella route Champagnat, passiamo in rassegna comunitaria tutti i luoghi, le persone, i fatti e i ricordi dell'Hermitage, i luoghi di Marcellino, Taizé, le diverse case mariste visitate. Per chi si trova in questi luoghi, decisamente "lontano" dalla culla dell'Istituto, fa sempre un certo effetto vedere in presa diretta i sentieri dove Marcellino si è trovato, vedere la roccia che anche lui ha toccato con mano... Avevo un po' il timore di stenderli, perché di foto ne ho decisamente una quantità impressionante, ma dopo 3 ore erano ancora vivi... e si sono già prenotati per una prossima carrellata di immagini, questa volta sulla Terra Santa. ![]() Serata tranquilla, anche perché tra le sorelle manca Anita (è dovuta andare a Quito) e Chayito che resterà fuori tutto il resto del mese; ci divertiamo lo stesso nella serata di giochi comunitari, mentre qualcuno lancia occhiate distratte alla languida telenovela che passa in secondo piano, sul piccolo televisore. martedì 13 - tranquiulla mattinata a raccogliere il cacao e preparare i semi per l'essicazione; tra le diverse coltivazioni è quella che ha ancora un po' di senso. I fratelli mi dicono che il lavoro diretto, qui nella finca, si fa più per condividere lo stile di vita della gente che per effettiva utilità economica; i prodotti si vendono nel mercato del paese, ma fruttano decisamente di più le marmellate e le uova, che per fortuna non pesano come il frutto del cacao! Proprio in questo senso fr. José Luis è un vulcano per trovare nuove iniziative o nuovi filoni economici, infatti oggi e domani sarà impegnato con lo staff docente della futura Università Agropecuaria che la diocesi aprirà a settembre: tema della lezione... come si ammazza un maiale e come si procede per la lavorazione e taglio delle carni... Nel pomeriggio vado con Pau fino a Lago per provare il nuovo sistema di raccolta della posta elettronica; ho sistemato sulla memoria portatitle (una piccola penna usb da 128 Mb) un software di posta elettronica per ciascuno dei fratelli della comunità (poi passeremo anche alle sorelle!) e verifichiamo che si possa effettivamente recuperare i messaggi di tutti quanti in una sola botta. Finora consultare l'e-mail comportava per ogni fratello una visita diretta presso uno dei vari punti di accesso con almeno un'oretta di lavoro personale. Oggi con mezz'ora abbiamo raccolto la posta di Pau, Walter e José Luis (e la mia, ovviamente). Per non dire della comodità di una tranquilla lettura e scrittura a casa. Prima di partire passo dalla panetteria a comprare un po' di lievito "normale" e per fortuna ce l'hanno. Così questa sera mi lancio nella seconda pizza, visto che la prima faceva decisamente schifo, tra lievito scaduto e salsa appiccicosa. La seconda edizione è già andata meglio, ma si può migliorare!. |
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martedì 14 - mi sono fatto di Coca......un'idea migliore di Lago Agrio! Lo so che un paio dei miei assidui lettori si saranno un po' preoccupati a leggere questo titolo e non hanno nemmeno tutti i torti, visto che da queste parti la coca è purtroppo una realtà economica rilevante. In Colombia lo stato utilizza gli aerei per irrorare le piantagioni di coca con pesticidi e diserbanti, col simpatico risultato che le fumigazioni e gli effetti nocivi arrivano fin da queste parti (e sì che siamo a circa 30 km dal confine). Ma la Coca di cui parlo è una cittadina che si trova a 2 ore di strada da Lago Agrio. Comunque il nome deriva proprio dalla pianta, che da sempre fa parte della tradizione e cultura indigena, come rimedio alla fame.. Questa gita era un progetto che da tempo frullava nella mente vulcanica di Pau e che si pensava di realizzare uno di questi giorni; proprio oggi si erano realizzate le condizioni favorevoli, nel senso che non c'erano altre riunioni, perché in quanto a condiizioni meteo proprio non l'abbiamo azzeccata per niente. Acqua tutto il giorno!![]() Così, per iniziare con il piede giusto questa giornata di relax, inauguro la confezione di caffè che ci ha portato l'architetto Gustavo dalla Colombia, tirando fuori dall'armadio la caffettiera da 6 di origine italiana che a quanto pare non usano spesso. Capirò molto presto il perché. La carico con l'acqua fredda, la giusta dose di caffé, sto quasi pensando di seguire i consigli napoletani e mettere lo succhero nella parte superiore, ma dopo aver alzato il coperchio e dato un rapido sguardo, ci ripenso e per questa volta mi fermo. Stringo bene il tutto e metto sul fuoco. Mi aspettavo un aroma migliore, sarà che la usano poco... e servo il caffè a Pai. "Caffè speciale? ma cosa sono questi semi che galleggiano?... ops, uno scarafaggio... toh, un altro, e questa bella zampetta? ehi, ce n'è un altro ancora". Gli fa eco Hector: "Nel mio ce ne sono solo 2, hai vinto tu". Ferito nell'orgoglio patriottico per non aver controllato prima tutti i componenti della caffettiera, vuoto il resto nel lavandino e liquido così gli ultimi 3 abitanti... Un bel massacro di scarafaggi, 7 in tutto. Speriamo che la protezione insetti mi perdoni. Partiamo in 4 (Pau, Walter, Hector e il sottoscritto, José Luis è ancora impegnato con la sua "lezione docente universitaria su come ti sistemo il maiale") sotto una pioggia che è già insistente e prendiamo la ranchera. Unico vantaggio: non ci fermano per il controllo dei documenti a metà strada, al solito blocco. A Lago Agrio prendiamo il bus e con 2 ore di viaggio, a tratti su strada non asfaltata e costeggiando alcuni dei pozzi petroliferi della zona, giungiamo alla città di Coca. Che in realtà dovrebbe chiamarsi Puerto Orellana, dal nome del conquistador spagnolo che verso la fine del 1500 intraprese un epico viaggio da Quito fino alla foce del Rio delle Amazzoni, passando proprio in questa zona; a quanto vedo la mania di chiamare le città con un nome diverso da quello ufficiale da queste parti è la norma. Ci accoglie una collaboratrice della missione, amica di Pau, che ci fa da guida e ci conduce per le vie di questa cittadina, che nonostante tutto mi sembra meno caotica e scombinata della nostra Lago Agrio (dimenticavo, il suo nome vero sarebbe Nueva Loja...). Si trova sulla sponda del maestoso fiume Napo, che qui ha già una larghezza che supera tranquillamente quella del Po alla foce! prima di sfociare nel Rio delle Amazzoni, a 1200 km da qui, supera i 3 km! La città sta per compiere i 50 anni; la sua origine si deve ai frati Cappuccini, che hanno posto qui la loro missione nel 1957. Allora in tutta la regione c'erano 3000 persone (e si tratta di una fetta di terreno di 28000 lmq), adesso sono oltre 120 mila e la cittadina avrà i suoi 30000 abitanti; solo gli studenti superano i 7000. Ci dirigiamo rapidi verso la cattedrale, una piccola chiesa che racchiude un tesoro grande; la tomba di p.Alejandro Lakata e di sr. Ines Arango, i due martiri di cui ho parlato qualche giorno fa e che in questa zona ancora suscitano una forte emozione. Presso la chiesa, accompagnati da una giovane missionaria cappuccina, visitiamo la loro casa dove si trova un piccolissimo angolo-museo con gli oggetti di questa suora che ha condiviso la fine del suo amico vescovo, uccisa anche lei con 21 colpi di lancia da un gruppo di huaorani che li credeva emissari delle imprese petrolifere. Fa un certo effetto vedere tra le reliquie la sua gonna in jeans, insieme agli oggetti artigianli che i suoi amici indigeni le avevano regalato. Continuando la
visita
giungiamo nei pressi della scuola della missione; proprio in quel
momento si stava svolgendo un convegno sul rispetto del territorio e
sui diritti degli indigeni (ma me lo spiegheranno dopo). Entriamo nella
sala e, per una ulteriore applicazione della legge di Murphy, dopo le
presentazioni con alcune persone, ci acchiappa un tizio con
registratore e comincia a intervistare Pau; dopo un po', senza
preavviso ,assa a chiedermi qualcosa e io non sapendo assolutamente
cosa
rispondere ad una domanda del tipo "qual è il suo contributo a
questa tematica" farfuglio alcune ovvietà su questa grande
foresta, sul paese... si trattava del responsabile di una radio locale
e ormai
ci avrà già mandato in onda. Pazienza per la figuraccia,
non sarà certo l'ultima. Proseguiamo la nostra visita e in mezzo
ad una strada in fase di selciatura vediamo un cappannello di persone,
alcune con la faccia colorata secondo la tradizionale cultura indigena.
Ci sono anche giornalisti e operatori tv, sfacciatamente europei
(azzardo a chiedere in inglese ad una ragazza biondissima con
fotocamera da dove diavolo sbuca: risposta Svezia). Siamo
incappati in una piccola
manifestazione indigena sul diritto all'autodeterminazione dei
territori. Mi accorgo che vari dei collaboratori e fiancheggiatori sono
comunque europei o spagnoli. I destinatari di questa manifestazione
sono le compagnie petrolifere Chevron e Texaco. Soprattutto la Texaco
che qui ha lasciato tracce indelebili di sfruttamento selvaggio e
deturpazione dell'ambiente. Ne approfitto anch'io per giocare al
reporter e raccogliere
immagini, prendendo il volantino che dovrebbe spiegare i motivi del
gesto. Marcia e discussione pubblica
per esigere giustizia a causa dei
danni causati dalla Texaco nella amazzonia ecuatoriana, ad un anno di
distanza dalla prima udienza penale presso la corte di Tena. Dispiace
poi scoprire che nonostante lo stato abbia posto sotto stretta
tutela ambientale vaste zone del territorio, ovviamente anche queste
abitate
dagli indigeni, le compagnie petrolifere, sotto sotto, stanno
già entrando in questi santuari naturali "intangibili". L'eterna
lotta tra Davide e Golia.![]() Completiamo la visita con una puntata alla missione e questa volta la fortuna è dalla nostra parte. Come entriamo al riparo inizia a diluviare! Ci fa da guida il cappuccino che è anche postulatore per la introduzione della causa di p. Alejandro e sr. Ines. Logico che mi viene facile parlargli di p. Bernardino e di Paolino Rossi, precedenti postulatori generali dei cappuccini e nostri cappellani presso il San Leone, a Roma, amicizie e conoscenze comuni. Com'è piccolo questo nostro mondo. Incontriamo anche la sorella del vescovo (che è anche la sua segretaria), siamo in mezzo ad una vera e propria colonia spagnola, anzi, sono quasi tutti baschi. Le diocesi di Coca e di Lago Agrio sono molto simili per storia, tradizione e impostazione, con la differenza che Coca è gestita dai cappuccini mentre la nostra dai carmelitani. Tra una parola e l'altra ci scappa anche l'invito a pranzo, anche perché il cielo continua a piangere. Chiaro che accettiamo... Dopo varie settimane ho persino intravisto un lavandino con i due rubinetti dell'acqua fredda e calda, ma ho resistito alla tentazione di vedere se funzionava :-) Dopo pranzo, sgattaiolando tra una goccia d'acqua e l'altra, passiamo sul ponte che attraversa il Napo, ammiriamo la statua di Orellana (a dire il vero, una piramide di cemento di oltre 2 metri con una testolina di 30 cm... da queste parti hanno la malattia del cemento); ma siamo costretti a rifugiarci in una birreria perché il diluvio continua e continua. Così alle 3 riprendiamo il bus, ci sciroppiamo altre 2 ore di viaggio, con trasbordo sulla ranchera e verso le 6 eccoci nuovamente a casa. E' appena tornato anche José Luis, dopo aver concluso le sue lezioni universitarie ed aver "elaborato" ben 2 maiali. Cosa non si fa per la cultura... Ecco una selezione delle foto realizzate in questa giornata
di visita a Coca...
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15 e 16 luglioPer un motivo o per l'altro quasi ogni giorno ci tocca fare una puntatatina fino a Lago; ne approffitto anche per sistemare il procedimento di prelievo e invio della posta elettronica dei fratelli, tutto serve. Peccato che anche qui dilaghi la mania di Hotmail e Yahoo, che sono piuttosto complicati da prelevare...vedremo di arrangiarci. E per unire l'utile al dilettevole c'è sempre necessità di comprare qualcosa, vendere qualche marmellata, girare per il mercato, incontrare gente, visitare scorci "suggestivi" di questa incredibile località. Provo persino a girare alcuni spezzoni di mini-video per immortalare il panorama che si coglie viaggiando in ranchera, se volete provare anche voi l'ebbrezza...prelevate il video dell'ingresso a Lago su questo emozionante mezzo di trasporto, e accontentatevi della misera qualità... Giovedì 15:
oggi cacao.
non si tratta della prima colazione, semplicemente di uno dei lavori
più tipici della nostra comunità per l'autofinanziamento
(ma sarebbe più realistico parlare di condivisione di vita della
gente di questi posti...il guadagno è molto relativo).
Protagonisti, il sottoscritto e il buon Hector. Il
lavoraccio grosso è quello di andare in giro per la finca alla
ricerca dei frutti maturi del cacao. Abbiamo tante piante sparse nella
proprietà e come al solito bisogna tenerle un po' d'occhio tutte
quante, perché gli uccelli e tutti le altra simpatiche e fetenti
bestioline che girano qui se ne approfittano in fretta, bastano due
giorni e ti scippano il frutto. Una volta trovato bisogna fare i conti
con ...l'altezza, perché non tutti i frutti sono a portata di
mano, quasi sempre per raccoglierli bisogna armarsi di un lungo gancio
di bambù e divertirsi al recupero. In due ore, come ci capita
oggi, si raccoglie poco più di un sacco di questi bei rutti
color arancione (e dal peso notevole!!!). Poi ci si mette belli comodi
per iniziare l'estrazione del seme vero e proprio; si taglia il grosso
frutto a metà e poi si ravana un po' dentro per tirarne fuori i
vari semi, che sono come raccolti in gruppolo viscido e molliccio
(sembra di mettere le mani nella trippa di Alien...); si mette tutto a
scolare in sacchi di juta per un paio di giorni, affinchè si
perda tutta la parte liquida, quindi si mettono a seccare al sole, su
uno spiazzo al sicuro dalle maledette galline che ci vanno a scagazzare
sopra o a mangiarsi quelli che sono ancora morbidi... insomma,
un'attività di tutto relax.Ms nell'attesa oggi ne approfitto anche per preparare una pizza, usando un lievito che non sia la pura chimica di quello in polvere che qui aggiungono d'ufficio al sacchetto da mezzo chilo di farina. La salsa di pomodoro comprata al supermercato farebbe inorridire un buon italiano, quindi tento la via del pomodoro fresco, poi sopra un po' di wurstel e formaggio fresco. Diciamo che questa seconda edizione comincia ad assomigliare un po' di più a quello che si dovrebbe chiamare pizza, anche se le sorelline messicane non mi sembrano particolarmente entusiaste. I gusti sono gusti e non è facile cambiarli in quattro e quattrotto, me ne accorgo spesso, ad esempio quando Cristina prende la mia insalata di pomodori con rucola, aglio e origano (trovato dopo una ricerca in 3 negozi) e la affoga placidamente nel suo stufato di fagioli scuri. Da loro, in Messico, si usa così e deve darle tanto un'impressione di "casa dolce casa". Sarà....
Venerdì 16 accompagno José Luis nelle due comuni di Rumipamba e Amazonas, dove il nostro tuttofare, tanto per occupare il tempo... si è reso disponibile per la costruzione di due cappelle, una per ciascuna comuna. A dire il vero in ogni comune già esiste la casa comunale, dove si svolgono tutti i momenti di assemblea, festa, incontro e, logicamente, anche i gesti liturgici e le varie celebrazione. Ma il desiderio di avere una cappella ad uso esclusivo anche qui ogni tanto trova i suoi fautori Ci diamo appuntamento con José Luis verso le 10.30 del mattino, nella città di Lago e poi ci rechiamo presso il Collegio Pacifico, di proprietà della diocesi, dove funziona una buona officina: è qui che sono state commissionate le porte e le finestre in ferro. Di vetri neanche a parlarne, anche perché servirebbeno a ben poco. Così carichiamo il camion e insieme all'autista, Oscar,
ci avviamo verso le comuni. Ma prima sosta presso uno dei tanti locali
dove si può pranzare per un dollaro. Anzi, Oscar ne conosce uno
dove bastano solo 80 cents per una scodella di minestra (la sopa...) e
un piattone di riso con pezzetti di carne. Quando arriverà Mc
Donalda anche qui, perché è inevitabile che arrivi,
voglio proprio vedere che prezzi si metterà a fare!. Partiamo
verso l'una e mezzo alla volta della prima comune. Si attraversa il
fiume Aguarico con la solita gabarra e poi via, per un buon tratto di
strada asfaltata. Ma la pacchia dura poco, si gira a destra e si inizia
lo sterrato. Ha piovuto da poco e gli effetti sono disastrosi, buche
abissali e laghi d'acqua di proporzioni bibliche (?). Infatti, al primo
bivio notiamo una una persona che sbracciandosi a dismisura, ci ferma e
ci chiede una mano perché il suo furgone è rimasto
impantanato. Visto
che qui la fretta non esiste ci dirigiamo verso il
furgone, che è proprio ben piazzato nell'acqua, con una ruota
finita in una maxi-buca. La prima fune che usiamo per sbloccarlo si
spezza, usiamo allora un cavo d'acciaio e dopo vari tentativi, e dopo
aver quasi divelto il paraurti posteriore del furgone, il salvataggio
riesce. Un discorso a parte meriterebbero proprio le strade di
quest'oggi, una collezione di buchi e laghi, buchi e pantani, meno male
che il nostro camion era bello alto, se no la finedel topo l'avremmo
fatta anche noi...!Arriviamo poi finalmente alla comune di Rumipamba ma ci accorgiamo che c'è aria di festa, il campo di volley rigurgita di sedie, bottiglie, plastiche varie e quando qui si fa festa è difficile inonctrare gente per scaricare il materiale. Pensiamo alla porta, che sarà un 3-4 quintali. Ma siamo fortunati e un paio di persone ci vengono ad aiutare, in fin dei conti è .la loro cappella e si vede che ci tengono.Scarichiamo il tutto, José Luis controlla come stanno andando i lavori. Gli chiedo di chi era il progetto e tutto il resto, mi sorride e dice che per queste cose qui un progetto è "sprecato", si fa e basta, ha tirato giù due disegni, verificato
le misure e i lavori sono iniziati. Ci lasciamo alle spalle la cappella
di Rumipamba e ci dirigamo verso la comune Amazonas; è ancora
più all'interno e ovviamente si tratta di un centro più
piccolo, poco più di un centinaio di persone, anche la cappella
è più piccola, ma qui troviamo addirittura i muratori al
lavoro, il capomastro col suo bocia. Scarichiamo le ultime finestre e i
200 blocchetti di cemento che qui usano al posto dei mattoni (eppure di
argilla non ne manca, ma in queste zone quasi tutto viene importato
dalle altre regioni dell'Ecuador, siamo ancora in piena fase di
espansione e le ditte locali non sono ancora decollate.Poi si ritorna facendo molta attenzione alle tante buche, ai fossi, all'acqua che trasforma in fiumi queste strade sterrate e zeppe si sassi e tronchi...ma Oscar è un habitué di queste zone. Quando riprendiamo la gabarra per tornare sull'altra riva il sole è ormai sotto le coperte; il tramonto è cosa rapida, nemmeno il tempo di ammirare i colori tra le cime degli alberi. Pazienza, domani avrò certamente modo di rifarmi, mi aspetta la visita ad una comune indigena abbastanza lontana e isolata, in mezzo alla selva... meglio prepararsi con un buon riposo! |
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17 e 18 luglio: Un "tranquillo" week-end di missione...Bene, sto quasi per festeggiare il mio primo mese ecuadoriano e non posso proprio lamentarmi. Non ho ancora avuto tempo per la noia o per attività di routine pallose. Ogni settimana ha avuto le sue sorprese, ma un altro week-end come questo e posso tranquillamente partire per il Camel Trophy. Andiamo con ordine:![]() E' sabato, ci si alza come al solito verso le 6, siccome ci aspetta un bel viaggetto iniziamo con una colazione da manuale, latte, caffè, uova, marmellata di pomarosa fatta in casa. Walter ed Hector sono già partiti ieri per il loro giro, questa sera anche Cristina e Ana Maria andranno nella comune che li sta già aspettando e io con José Luis iniziamo a piedi il nostro viaggio, avviandoci lungo la strada; il cielo è grigio e carico di umidità, come sempre, non facciamo nemmeno un mezzo chilometro che le prime gocce arrivano, poi diventano tante, rumorose e forti, Subito tiriamo fuori i nostri ripari, una mantellina e il telo impermeabile che mi ha dato Cristina. Pensavo fosse un qualcosa tipo poncho, invece è proprio solo un telo di plastica nera, da tenere ben stretto in testa per coprire anche lo zaino. Il tubo dell'oleodotto che costeggia la strada fuma placidamente, segno che dentro stanno pompando il petrolio (lo scaldano per renderlo più fluido); senbra l'alito di un drago dalla lunghissima coda. Abbiamo
appuntamento con padre Juan Felix, uno dei 3 preti diocesani (mi viene
da ridere pensando a quanti preti ci sono nella sola Cesano!)
perché domani ci saranno le prime comunioni a Pacococha e oggi,
passando per la comune di Guacamayo, ne approfitteremo per celebrare
una messa. Siamo belli riparati sotto la tettoia della fermata del bus,
è una buona occasione per la prima operazione del viaggio: via
le
scarpe e mettiamo su gli stivali.Siamo fortunati, si ferma un camioncino coperto che va proprio fino al fiume che dovremo oltrepassare, ci risparmia una nuona ora di scarpinata sotto la pioggia, tanto avremo tempo dopo per provare anche questa emozione. Sul retro del camioncino saliamo noi 3 e dopo un attimo ecco giungere altre persone, 3 mamme con poppanti al collo, alcuni giovani della comune. Intanto ci dicono che il passaprola non ha funzionato molto bene ultimamente e la messa di oggi sicuramente salterà perché pochi sono stati avvisati e soprattutto perché oggi dovrebbe essere giorno di minga, cioé di lavoro collettivo per le necessità della comune. Giungiamo in riva al fiume Aguarico, l'acqua continua implacabile a scendere.Ci ripariamo alla meno peggio con i nostri teli, accogliendo anche le altre persone. Le canoe ci sono, ma le persone che dovrebbero manovrarle ci lasciano un po' perplessi, sono i giovani che erano saliti con noi e per tutto il viaggio si sono passati una bella bottiglia di trago, il micidiale liquore che tra gli indigeni è quasi una piaga fissa. Uno in particolare è già ubriaco fradicio, si diverte a schizzare le persone con l'acqua, a strapparmi via il telo per far bagnare la gente, fare scherzi... E piove, senza tregua. Le canoe sono colme d'acqua e prima di intraprendere il viaggio vanno svuotate, poi ci accingiamo a salire, io, José Luis, Feliz e una delle mamme con il suo piccolino incollato alla schiena. Fa tenerezza, avrà si e no un mese e questo viaggio non sembra preoccupare nè lui nè la mamma! Il nostro nocchiero finalmente si stacca da riva. Speriamo proprio che abbia più la fortuna di un san Pietro che il tocco di Caronte. Un po' di strizza c'è, la barca galleggia appena, l'acqua arriva praticamente a 5 cm dal bordo, e tra una remata e un'onda non è facile capire se ci bagniamo più per la pioggia che continua a scrosciare o per l'acqua che entra. Scopro che il fiume che si vedeva dalla riva è solo... un braccio laterale, perché in mezzo si trova una lunghissima isola. Approdiamo e seguendo la giovane donna ci dirigiamo al prossimo punto di attracco, perché la barca deve andare a prendere gli altri. Ora il diluvio è totale, seguiamo a fatica la giovane che, senza nessun riparo, ci apre la strada, il sentiero è tutto in mezzo a bambù altissimi e piante fitte fitte, ma si passa, manco fossimo le comparse di quialche film sul Vietnam... poi ci aspetta l'ultimo tratto di fiume, ben più largo del precedente, ma ormai siamo in ballo e arriviamo fradici alla riva; da qui parte il sentiero vero e proprio, viscido e infido, un quarto d'ora di acqua e fango, fino alla prima casa di questa comune sparpagliatissima sul territorio. Finalmente un riparo. Come se fosse la cosa più normale di questo mondo entriamo e iniziamo a toglierci di dosso plastica e acqua, vuotare gli stivali, rifocillarci un po'. La giovane mamma abita proprio in questa casa e inizia subito a sistemare il piccolino, lo cambia, lo fascia e poi me lo affida un momento mentre prepara l'amaca dove collocarlo. Nella
casa
vivono diverse persone, il capofamiglia, con una gamba malandata, sta
lavorando alla realizzazione di una nuova amaca, c'è un ragazzo
malato vicino al fuoco, da settimane ha la febbre e qui il dottore non
passa mai, lo hanno portato in città febbricitante per capire
che cosa abbia: tubercolosi, anemia, problemi respiratori... sono
malattie comunissime, le medicine quasi inesistenti e la fiducia nei
dottori praticamente nulla. Si affidano ancora al loro shamano. Intanto
che José Luis dà alcuni consigli per far visitare
nuovamente il
ragazzo, ci preparano da mangiare; una minestra salatissima con pesce
di fiume, yucca, l'immancabile chicha
da bere (si pronuncia proprio cicia, ed è una
parola kichwa, non spagnola), mentre il ragazzino gioca con un wantin,
un cucciolo di wantusa, un animale che vive nella selva e che
costituisce uno dei piatti prelibati degli indigeni. La pioggia
comunque non accenna a placarsi e i nostri tempi sono stretti. Si
riparte per giungere fino al centro della comunità indigena,
dove si trova la scuola, il campo di calcio (questo non può mai
mancare!) e gli edifici di uso comune. Ma non c'è nessuno, vuoi
per la minga da fare, vuoi per la pioggia che prosegue a raffica. Ci
sistemiamo nella cucina, un locale in cemento ben solido e...
aspettiamo che la pioggia si riduca. Riposiamo mezz'ora, un'ora, quasi
due;
fortunatamente il cielo comincia ad aver pietà di noi e la
pioggia inizia ad affievolirsi. Visto che la messa è sfumata e
che non abbiamo altri impegni per oggi, ce la prendiamo comoda e
riprendiamo il cammino verso l'una. Ora quasi non piove più,
percorriamo un altro bel tratto nella selva sgocciolante , circa un'ora
di sentiero, fino alla
casa di una delle catechiste della zona. Nuova sosta, saluti, chicha da
bere... la vecchia signora non sa una parola di spagnolo, uno dei suoi
figli è sordo, quindi anche muto, per fortuna che c'è un
altro uomo in casa, anche lui febbricitante. La casa è
sistemata
in uno spiazzo pulitissimo, lindo e curato, senza un filo di erba; un
enorme pappagallo colorato se ne sta appollaiato al riparo mentre una
bambina va a raccogliere legna e la signora si da da fare intorno al
fuoco. In poco tempo ci invitano di nuovo a mangiare, altra minestra
con un pezzo di carne, forse gallina, banane verdi cotte...e l'anziana
signora rimane a bocca aperta quando le mostro la sua foto sul visore
della fotocamera. Ho visto che a tutti gli indigeni piace da matti
guardarsi e vedersi riprodotti su questo piccolo trabiccolo, anche se
l'effetto che deve suscitare questa
diavoleria non è paragonabile con la nostra semplice
curiosità. Si guardano e si mettono a ridere, fragorosamente,
succederà sempre così, quindi per rompere il ghiaccio non
ci vuole poi molto. Intanto che aspettiamo e mangiamo, il cielo,
finalmente, si placa: smette di piovere. .Ma adesso, mi dice José Luis, inizia il bello del sentiero, ci sono tratti quasi completamente sommersi dall'acqua e siccome qui le condizioni sono quasi sempre le stesse, anni fa hanno realizzato una sorta di palizzata (mi dice che è stato proprio fr. Wilson, uno dei primi maristi a venire in questa comunità, a dirigere i lavori). Travi di legno poste trasversalmente lungo il percorso per facilitare il passaggio, ma in molti tratti il lavoro sarebbe da riprendere, qui anche un trave di legno massiccio dura poco e la quantità di acqua e fango che domina ovunque sembra farla da padrone. Però lo spettacolo che ci avvolge è decisamente emozionante ed unico: uno sconfinato arazzo verde di piante, bambù, liane, felci, alberi, fiori, farfalle, richiami di uccelli e altri animali...non so com'era il paradiso terrestre, ma almeno per gli occhi questo spettacolo è eccezionale. Per le
gambe, invece, è tutto un altro discorso. Fango ad ogni
passo, ti si infila lo stivale nella melma e a tirarlo fuori si fa una
faticaccia..., fai per aggrapparti ad un ramo di palma e per fortuna
ti fermi in tempo, prima di infilzarti con una serie allucinante di
spine; ogni tanto ci sono dei torrenti da passare e per farlo bisogna
passare come equilibristi su un tronco d'albero. Non sempre c'è
il passamano o qualcosa del genere, al massimo un palo piantato al
centro da raggiungere alla meno peggio. I primi passaggi sono da
comica, i successivi diventano routine. Mentre sta cercando di
facilitarci il passaggio su un tronco semisommerso anche il buon
José Luis scivola e si ritrova nella melma fino al petto...
posso ritenermi fortunato, visto che l'acqua non mi ha nemmeno invaso
gli stivali. Ma tanto qui è tutto umido e uno si rassegna
presto. Incontriamo alcune persone e famiglie sul mezzo di trasporto
tipico di queste zone: il cavallo, che è comunque il principale
rimestatore di fango. Finalmente giungiamo a quella che sarà la
nostra casa per questo pernottamento. Scopro con piacere che la signora
è proprio una di quelle che domenica scorsa abbiamo invitato a
pranzo. Il "buon rendere" è stato molto più rapido del
previsto. Sono le 5 del pomeriggio, ne approfittiamo per lavarci
un po', sciacquare i pantaloni e altro che sono ormai una collezione
assurda di vari tipi di fango. Ci immergiamo nelle acque del ruscello
(un po' più a valle di dove la signora attinge l'acqua per la
cucina....), ne approfitto anche per il mio primo bagno nella selva.
Con tutte le
vaccinazioni che mi hanno fatto almeno questa soddisfazione me la devo
togliere! Dalle 6 in poi facciamo vita casalinga, sotto il tetto della
nuova casa (le pareiti? semplicemente non ci sono, al padrone di casa
piace così), giochiamo coi bambini, il cagnolino... anche qui
uno dei ragazzi ha la febbre. Purtroppo non abbiamo nemmeno una
aspirina, quando basterebbe molto poco per alleviare questi inevitabili
problemi di salute. Dimentico sempre che qui siamo in inverno e se per
me la temperatura è splendidamente deliziosa, per loro fa quasi
freddo. Ceniamo con la famiglia (il menu è fisso in tutte le
case indigene: chicha, una minestra con patate e yucca, se c'è
un
pezzetto di carne, riso...), poi approfittiamo del fuoco per asciugare
la roba che abbiamo appena lavata; ci affumichiamo come salmoni
avvolgendoci del fumo che se non altro tiene lontani dalla casa
moschini e zanzare. Poi sistemiamo i sacchi a pelo e a nanna,
sul pavimento in bambù della casa. Povere ossa, mi giro e rigiro
con cautela, sbirciando le stelle che finalmente costellano la notte.
Sono le 8, siamo già tutti sottocoperta. Di notte il pianto del
bimbo (ha solo un mese), i colpi di tosse dei ragazzi (sono cinque i
figli in questa casa), le scimmie della selva, i richiami degli
uccelli. rami che si schiantano... suggestiva ninna nanna.. ![]() Alle 6 del mattino il gallo già ci invita alla domenica. In poco tempo siamo di nuovo in piedi, il capofamiglia, che è anche il presidente della comune di Pacococha, è già uscito per andare a stanare una wantusa che ieri ha già ferito col fucile. Quii si vive ancora di caccia e pesca. Riprendiamo la strada con la guida del figlio maggiore che, a cavallo, ci precede indicando il sentiero. Fango e ancora fango, questa è la strada; ma in poco meno di un'ora e mezza arriviamo finalmente alla sede della comune. Ormai il gioco sembra fatto. Ci sistemiamo nella sala grande, si inizia a preparare l'altare, poco alla volta arriva gente, si radunano i ragazzi e le ragazze che devono fare la prima comunione, tutti con la loro bella camicia o maglietta bianca. Intanto le donne preparano per il pranzo. C'è aria di festa. Pazienza se il lavoro del catechista è un po' approssimativo (il povero Felix cerca di confessare qualche ragazzo ma nessuno di loro sa come "funzioni" questa cosa); nella messa si rimedia con la camuchina, il rito locale che prevede la richiesta di scusa ai genitori e la ramanzina di papà e mamma. Efficace e molto pratico. La messa scivola via semplice e tranquilla, mezza in kichwa e mezza in spagnolo. Appena termina la celebrazione mangiamo un boccone, nel piatto troviamo la wantusa che il presidente ha finalmente stanato, mentre il mio vicino sta mordicchiando una cosa che mi sembra una coscia di pollo: "no, è la zampa di un armadillo". Peccato, questa me la sono persa. All'una e mezza ripartiamo. Scopro che stiamo tentando l'impossibile. dobbiamo giungere alla fermata del bus per le 2 e mezza e la strada è tanta, il fango ancor di più, inoltre si aggiungono le salite e le discese, ognuna col suo ruscello al centro da saltare, zompare, guadare, come viene viene. Non abbiamo tempo per qualche sosta, magari dopo, intanto si cammina, si cammina. Se
non arriviamo in tempo a prendere l’unico pulman
sgangherato che serve queste zone ci aspetta un’altra notte fuori. Tra
banani e caffè, campi di yucca e mais forziamo l'andatura.
Giungiamo al'ultimo fiume da attraversare il più largo, ma la
canoa si trova dalla parte opposta, niente da
fare per il trasbordo, quindi zaino sulla testa e via, nell’acqua fino
alla
cintola.E poi di nuovo a piedi, con i piedi che inziano a friggere a
bagnomaria negli stivali
allagati, ultimo chilometro su uno sterrato lastricato di tronchi, fino
a raggiungere finalmente la strada vera, ma ormai è roppo tardi.
Non c’è più nessuno ad aspettarci. Rassegnati continuiamo
a camminare. Diventa così un'occasione per chiaccherare
tranquillamente, per conoscere meglio il giovane p.Felix, prete
del
Paraguay finito quaggiù proprio per scelta, a dare man forte a
questa diocesi che, a suo dire,
è una delle migliori del mondo come esperienza e vita
ecclesiale. Come dargli torto?Ora la strada è una normalissima strada di sassi e sabbia, adatta a qualsiasi mezzo, ma dobbiamo macinare altri 3 chilometri prima di incontrare la successiva comune e poi ancora altri 5 per giungere finalmente ad un avamposto di civiltà decente. Un gruppo di case di campesinos, giovani che giocano alla variante di volley che da queste parti spopola, un piccolo bar. Finalmente ci concediamo una sosta, una birra fresca, le gambe a riposo. Si attacca bottone con la gente del luogo, quando sentono da dove arriviamo sgranano gli occhi, nessuno si sognerebbe un viaggio tanto lungo; è un'occasione di dialogo con le persone; il barista non ci lascia nemmeno pagare le birre. Poi passa un camioncino e ci dà un passaggio sul retro fino alla strada asfaltata. Tra uno scossone e l'altra ce la ridiamo contenti, poteva andarci molto peggio. Giunti sulla strada principale tentiamo l'autostop e rimediamo addirittura un passaggio in macchina (cioé, io nell'abitacolo, con aria condizionata e musica, gli altri due fuori, sul cassone); è una giovane mamma che lavora nel settore del recupero ambientale e indigeno per una compagnia di petrolio. Si continua a conversare, di tutto un po'. Giunti quasi in centro vedo che cambia strada e non passa per la solita via di tutti i bus. Come mai? "Strizza... questo è un postaccio, ti fermano e ti rubano la macchina, da gennaio a oggi ne hanno già rubate10 e hanno ammazzato 7 tassisti che tentavano di ribellarsi...". Bella cittadina davvero, questa Lago Agrio! Ma ormai ci siamo, ultimo strappo con la ranchera e finalmente a casa. Questa volta il letto è proprio un sogno... |
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lunedì 19 - a tutto relax, a
parte il
viaggio a Lago per le spese
settimanali, ci coglie un acquazzone da paura che in pochi minuti
trasforma il centro in un pantano, meno male che il mercato un mezzo
tetto ce l'ha. Il pomeriggio lo passo a lavar roba e tentare di
togliere l'odore
di fumo che ci ha seguiti fin qui Intanto Pau e Walter sono partiti per
Quito e torneranno
giovedì, Ana Maria è impegnata per 3 giorni in una
riunione presso il centro diocesano, il via vai di questa
comunità è decisamente frequente e vario Questa sera ci
ritroviamo a tavola in 4; nei vari momenti liberi ne approfitto per
iniziare a leggere il libro "Hagase tu voluntad", scritto da un noto
giornalista ecuadoriano e basato sulla storia di Mons. Alejandro
Labaka, integrata con altri approfondimenti interessanti sulla storia
di questa porzione di Ecuador..
![]() martedì 20 - Soffrivo di un po' di astinenza da Internet, così, dopo aver preparato queste righe, ho fatto una puntatina a Lago insieme a Cristina che usciva per varie commissioni; un'oretta passata dal solito Puncho-Net per scaricare la posta e sistemare le pagine web. Poi continua la vita casalinga, misono preso per la settimana l'appalto delle galline e mi resta abbondante tempo per qualche incursione in cucina, oggi frittelle di mele ("non sapevo che le mele si potevano friggere, dice Cristina... "E' quello che pensavo io delle banane, prima di capitar qui) IN serata tentiamo di vedere un film sul portatile, ma... dopo pochi minuti salta la corrente e rinviamo il tutto ad altra serata. Per tutta la notte resteremo al buio, poco danno per noi, ma per il nostro congelatore i problemi non sono gradevoli. mercoledì 21 - la corrente torna solo prima di pranzo. Intanto sono arrivati a farci visita... proprio la famiglia indigena che sabato scorso ci ha accolto nel viaggio a Pacococha, sono al completo; 4 persone. E' una ottima occasione per restituire il favore, con gliinteressi. Ormai avevo lanciato i preparativi per una rapida spaghettata, sapendo che il pomodoro non lo utilizzano quasi, ho rimediato con una rapida pasta "aglio olio e peperoncino", più vicina ai loro gusti. E infatti la padella è stata spazzolata da tutti quanti, bambina compresa...Ma abbiamo appena finito di mangiare che spunta anche l'altra famiglia, quella di Gonzalo dove abbiamo dormito la notte del sabato; altra preaprazione, ma questa volta più rapida, il riso era già pronto... morale della favola altre 5 persone a tavola. Cristina si prodiga per dare alle mamme qualche medicina per i bambini, vitamine e qualcosa per il mal di testa o la febbre che quasi tutti purtroppo incontrano quotidianamente. Ci preoccupa soprattutto la saluta del ragazzo più grande, sui 14 anni, che due settimane fa è caduito da un ramo alto e si è rotto la clavicola, non si sono preoccupati di portarlo a vedere in qualche ambulatorio (che purtroppo qui sono tutti a pagamento) e così le due estremità dell'osso si stanno già saldando in una posizione scorretta. Ma le famiglie sembrano non preoccuparsi molto di cose del genere... giovedì 22 - a proposido del concetto di vicinanza e del senso della misura... bisogna fare attenzione a quando ti danno le indicazioni: inEcuador! Parlando con Cristina ho scoperto che dietro lanostra finca, ad una certa distanza, c'è un posto molto bello e "fotografico", una laguna con acqua, alberi e tutto quello che potrebbe fare la gioia degli occhi. "Quanto ci vuole per raggiungere questa laguna ?" ho chiesto allora a Cristina... "Mah, ci sarà circa un km!" Così dopo aver dato da mangiare alle nostre galline, sono partito in avanscoperta, uscendo dai nostri confini, entrando nelle finche vicine che comunque qui sono delimitate solamente da un tipo particolare di pianta dalla foglia rossa. Campi di mais in mezzo agli alberi, piantagioni di caffé abbandonate (poco redditizio, ormai), ruscelli, altri passaggisu palizzate... ma di laguna niente. Dopo 40 minuti di inutile perlustrazione, decido di girarmi indietro, anche per non impesierire gli altri, qui la selva è subito profonda! Ma verso la fine perdo quell'abbozzo di sentiero che doveva riportarmi a casa e finisco così nella casa del vicino. Poco male, si giunge alla strada asfaltate e si recupera in fretta. Ma poi chiedo agli altri dove si trova questa laguna, convinto di aver sbagliato direzione. "Come minimo 4 km", mi risponde José Luis, con la sua praticità spagnola.. Altro che passeggiatina rilassante, qui ci vuole mezza mattinata tra andare e tornare. Chissà se sarà possibile prima di partire... Poi
nella mattinata con Hector andiamo ad avvisare uno dei carmelitani
di una rionie per domani. Si trova nella cittadina di Cascales, a 20 km
nella direzione opposta di Lago Agrio. Per fortuna non ci sono
controlli di polizia lungo il viaggio così arriviamo in meno di
mezz'ora a questo centro. Che praticamente corrisponde ad un mucchietto
di case a destra e a sinistra della via principale, poche altre case
nelle rare strade parallele. Sembra proprio un paesino del far-west..
In compenso la chiesa del paese questa volta, al meno, è
un'opera finita e già funzionante. Brutta e cementificata come
poche, ma con i suoi banchi e tutto l'essenziale.In serata, dopo i 3 minuti di notizie internazionali del telegiornale locale (finora non ho mai sentito una notizia riguardante l'Italia), ci guardiamo il film "El dia después de manana" (non so il titolo italiano, in Spagna era uscito a fine maggio), naturalmente su un CD pirata spacciato per DVD, una copia pessima videoregistrata in presa direttta in una sala cinematografica; un amico l'ha prestato a José Luis al ritorno da uno dei suoi tanti viaggi "commerciali". Ma credo che in tutta Lago Agrio non ci sia un solo CD o DVD originale:-) venerdì 23 - oggi è il grande giorno della riunione con i responsabili delle diverse nazionalità (ho appena scoperto che anche il termine "indigeno" risulta stretto e poco gradito ai diversi gruppi). Sarà presente il vescovo, i missionari, l'architetto e le principali associazioni che tutelano gli "indigeni" di Sucumbios. Alla riunione, che si svolge nel centro di formazione di Isamis, partecipano quasi 30 persone. I vari relatori si alternano per illustra il quadro completo di questo ambizioso e significativo progetto (ne ho già parlato qualche giorno fa). Mi piazzo come "fotografo e giornalista estero" e aggiungo così la ciliegina su questa torta. Ci sono un po' di problemi sotto il profilo finanziario per i tentennamenti e le remore dello sponsor ufficiale, una grande compagnia petrolifera dell'Ecuador, ma la convinzione da parte dei promotori, fratelli in testa (che in questa avventura giocano un ruolo centrale, con non pochi rischi) è grande e si deve cominciare senza indugi. ![]() |
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puntando all'ultimo weekend nella selva: sabato 24 - domenica 25Sabato 24 - Sigh, purtroppo non ce l'abbiamo fatta. Era già tutto sistemato, tutto pronto, avevo persino recuperato un piccolo maaterassino per le mie povere ossa, in previsione delle 2 notti sul "morbido" pavimento... ma la logica ferrea della selva ha avuto il sopravvento.![]() Siamo partiti con Walter dopo la classica mega-colazione, gustificata dal fatto che fino a sera... non ci sarebbero state molte altre opportunità di mettere qualcosa sotto i denti. Ranchera fino a Lago, trasbordo sul bus per Sushufindi, come già avevamo fatto nel nostro primo viaggio, attesa della nuova ranchera per Pacocoha, contemplando come al solito l'acquazzone che ci rallegrava la giornata (ce la stava rallegrando dal mattino presto, a onor del vero). Qui incontriamo anche il catechista che ci accompagnerà fino alla comune indigena di Pacococha, una delle più lontane dalla nostra casa. Durante il viaggio parliamo conWalter di quello che si può prospettare come attività; la visita del missionario (il "servidor", come viene chiamato semplicemente qui), non è un evento molto frequente, data la distanza, Walter conosce da un paio di anni questa realtà, ma l'ultima sua visita risale al mese di marzo... In compenso il catechista tiene i contatti tra il centro e la realtà locale, riunendo la comunità quasi settimanalmente, per un incontro di preghiera, di decisioni varie, di festa. Un po' di problemi sono sorti ultimamente perché la comune è formata praticamente da persone appartenenti tutti alla stessa famiglia, questioni di parentele, di proprietà, di assenze strategiche... insomma, le solite cose che succedono anche da noi. Con la differenza che qui tutto il loro mondo è rappresentato da questo mondo... le possibilità di uscire, andare lontano, cambiare aria sono piuttosto remote. E così, parlando di queste cose arriviamo fino al fiume Aguarico, dove dovremmo prendere la canoa che in circa 2 ore e mezzo dovrebbe portartci fino alla nostra comune. Ma tra le varie canoe affiumate (non si dice? proviamo ad inventarlo...) sulla rive del largo fiume manca proprio quella che dovrebbe portarci a destinazione. Ce ne sarebbe una che giunge fino a metà strada, ma poi come procedere? A nuoto? Non ci sono altre piste nella selva; ci dicono che forse luned'ì ci sarà un passaggio fino alla nostra comune, ma i tempi di attesa sono eccessivi, già abbiamo passato mezza giornata in viaggio. Così dobbiamo rassegnarci, riprendere il bus che ci ha scodellati fino alla riva e tornarcene indietro, costeggiando alcuni pozzi di petrolio e soprattutto rinunciando anche ad un percorso che si preannunciava molto suggestivo. Peccato, sarà per "un'altra volta"! Ripassiamo quindi a Shusufindi, aspettiamo di nuovo un altro bus e torniamo così a Lago Agrio, sono ormai le 6 del pomeriggio, giusto in tempo per una delle ultime ranchere ed eccoci di nuovo a casa, tra la sorpresa degli altri, che erano andati quasi tutti alla festa della Confermazione di un gruppo di giovani presso un'altra comune indigena, molto più vicina e abbordabile. Ne approfittiamo così, stranamente, per una serata comunitaria al completo, visto che ci siamo proprio tutti quanti. La pioggia continua a scendere ma una partita a carte (quasi quasi sono riuscito a comprendere il gioco, mi sono persino piazzato davanti a Cristina, che di solito ha una fortuna grande come le nubi di queste parti....) Domenica 25 -
giornata
tranquilla, visto che io e Walter siamo liberi da impegni ne
approfittiamo per fare una scappata fino... in Colombia, cioé a
poco più di 30 km da Lago Agrio, passiamo il ponte del confine,
esibiamo i documenti di rito ai militari ecuadoriani prima e colombiani
poi, compiamo una brevissima passeggiata nello squallido agglomerato di
case che funge da confine (non va dimenticato che siamo in una zona
grosso modo sotto il controllo della FARC, l'esercito rivoluzionario
che tanti problemi sta creando alla Colombia), e poi torniamo indietro.A casa troviamo diversi ospiti, un gruppo di giovani con una catechista e una delle suore della pastorale campesinas che stanno vivendo una piccola e semplice convivenza; nella casa delle suore ci sono invece degli ospiti spagnoli, alcuni docenti universitari di Zaragoza che conoscono i fratelli e stanno collaborando inqualche modo al progetto del Collegio Indigeno bilingue... Ne approfittiamo per vedere insieme alcune foto, parlare del progetto, illustrare le idee principali. Che bello quando il mondo si rivela così piccolo da essere "famiglia" e insieme si possono condividere sognie progetti, senza dare troppo peso alle migliaia di chilometri che ci separano. Sono anche le ultime occasioni per rendermi un po' utile in comunità: così mi piazzo in cucina a dare una mano a Pau, visto che questa settimana tocca proprio a lui che ha già tanti grattacapi e cose da fare per il progetto del Collegio Bilingue per Indigeni; un po' di pasta, qualche dolce...in fin dei conti per variare la solita dieta quotidiana (riso e banane....) ci vuole poco; poi vedo che a tavola qualcuno sgrana un po' gli occhi per capire quali siano gli ingredienti, ma poi, quando dagli occhi si passa alla bocca... le cose migliorano. Posso finalmente portare in tavola anche 4 foglie di rucola, che ho piantato all'inzio della permanenza e che finalmente sono pronte per entrare nel menu. |
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luned 26 - tanti auguri Ana Maria e... addio alla selva Oggi sarà il
mio ultimo giorno in questa comunità; adesso che l'esperienza
della selva sta per finire posso vedere meglio la ricchezza e la
novità di una simile opportunità. Ma la vita continua ed
è bello che ogni giornata abbia i suoi risvolti nuovi. Oggi
è anche il compleanno di Ana Maria, la superiora della
comunità delle 'sorelline'; com'è tradizione di queste
parti ci diamo appuntamento alle 6.30 davanti alla sua camera per
cantarle gli auguri. Solo adesso "scopro" che anche lei, come Walter...
è del 59, come me. Insomma, un'annata eccezionale, modestamente
:-)Festeggiare i suoi primi 45 anni diventa così l'occasione di una festa comunitaria a tutto campo. Niente di eccezionale, semplicemente un'attenzione speciale nei suoi confronti, piccole delicatezze che ti fanno sentire apprezzato e necessario, in questa casa dove tutto è indispensabile. ![]() Per l'occasione prepariamo un menù tutto speciale e in molti mettiamo lo zampino in cucina, comunque, una pastasciutta rossa, due spaghetti aglio olio e peperoncino (se alle messicane gli togli l'aglio e il peperoncino si rischia la depressione), insalata e rucola, carne alla piastra preparata da Cristina ("ben cotta, che qui non si scherza con tutto quello che c'è in giro!") e per finire uno splendido caffà di Colombia (sfido io, è proprio dietro l'angolo!). Intanto inizio anche, purtroppo, a racimolare i vari pezzi sparsi qua e là per la casa, per preparare armi e bagagli, visto che questa sera, con la corriera delle 10.30, si parte...sistemo la camera, apro le finestre (mi sono accorto solo ora che la zprovvidenziale anzariera si poteva anche aprire, facendo scorrere le imposte), si lavano le lenzuola (a mano, visto che la nostra lavatrice è ancora molto in basso nella lista dei prossimi desideri realizzabili). Ho promesso che questa sera preparo anche la pizza e una minestra di riso da far leccare i baffi anche alle sorelle; quindi un po' di attività culinarie vanno messe in conto; chiaro che non vivo di fantasia e tantomeno di esperienza, ogni tanto mi vedono andare a sbirciare sul computer: ovvio, il mio prezioso file di ricette, di errori da non ripetere e di consigli pratici . Alle 3 e mezza iniziamo una riunione molto particolare, con la comunità dei fratelli; ci sembra giusto tirare un po' le somme di questa mia permanenza, per me è un'occasione preziosa per ringraziare e sottolineare le tante ricchezze scoperte qui, la semplicità della comunità, lo stile fraterno e accogliente, il lavoro così diverso da quello che solitamente pensiamo sia il "classico" lavoro del fratello marista... ed è il momento anche di ascoltare le loro riflessioni, i loro consigli e i loro auguri. Un rapido passaggio anche dalle sorelle per un rapido scambio di saluti tranquilli. ![]() Poi scatta l'operazione pizza, impastare, preparare il sugo, infornare.... un po' di corsa perché intanto è già arrivato P. Juan, il carmelita del centro. La festa di Ana Maria è un'ottima occasione per una celebrazione ricca e partecipata; così ci ritroviamo tutti insieme intorno al piccolo altare, con il calice e la pisside realizzati dagli indigeni cofanes, terracotte con i loro caratteristici disegni geometrici; buona parte della messa viene recitata, un po' da tutti quanti, in kichwa... non vi dico la mia difficoltà a tentare di leggere queste parole abbastanza strane, che in parte ricalcano alcuni termini spagnoli ma che hanno una costruzione grammaticale molto... larga e con finali abbastanza ripetitive. Se il Padre Nostro in casgtillano occupa 12 righe, in kichwa ne servono una ventina... ma è bello ricordarsi che in quel Padre Nostro lui ci raccoglie proprio tutti... Mi ha persino stupito vedere Ana Maria nel suo "vestito della festa",. cioé l'abito classico della suora. Non ci credevo quasi che lo tenesse anche qui, nella selva e mi ero tranquillamente abituato alla versione casual, in jeans e maglietta, qualche volta in gonna. Appena sono entrato sono rimasto sorpreso di vederla così diversa dal solito... Alla cena facciamo onore alla pizza, alla minestra di riso che sembra ormai un colloso risotto con patate squagliate e brindiamo addirittura con una bottiglia che ha la forma del normale spumante, ma in quanto al gusto... beh, lasciamo perdere. Beviamo con gli occhi, per questa volta :-) Si lavano i piatti rapidamente, mentre io termino di sistemare le ultime cianfrusaglie nelle borse, visto che dovremo scappare "al volo" dopo la festa che sta per iniziare. ![]() E la festa inizia, soprattutto per Ana Maria e anche per la mia partenza (finalmente non li torturerò più con foto e piatti strambi...). Ogni partecipante ha preparato un grande striscione con due sritte: un libro che vorrebbe regalare a ciascuino dei due festeggiati e una canzone; il festeggiato, a turno, sceglie una persona che così spiega il motivo dell'abbinamento del libro e poi si canta la canzone prescelta: e gli abbinamenti spesso sono insoliti, curiosi e molto personali, così Cristina mi ha dedicato "L'orso e la suora..." (forse perché oggi in cucina l'avevo trattata un po' troppo bruscamente, ma ditemi voi, è arrivata persino a 'spezzare' in due gli spaghetti "perché se no non entrano nella pentola..." :arghhhh -), ad ogni libro aggiudicato ci appiccicavano addosso lo striscione con dello scocth. Alla fine ho capito perché, mentre ci invitavano a scambiarci gli auguri, a me e ad Ana Maria, ilperfido José Luis con un cerino ha dato fuoco alle nostre code... serata di fuoco, ragazzi! Ma dopo la festa
abbiamo dovuto sbrigarcci con gli abbracci e baci, doverosi,
perché avevamo prenotato con Pau il pullman delle 10, che parte
verso le 9.30 da Lago Agrio, ma e sempre meglio aspettare con un
pizzico di anticipo sulla strada.. Prendiamo le borse e le valigie,
sperimentiamo una ulteriore applicazione della legge di Murphy,
perché piove ancora pesantemente (ho preso più acqua in
un mese qui che in due anni in Italia!). Ci affrettiamo a raggiungere
la tettoia vicino alla strada, perché qui bisogna stare attenti
a quando i pullman passano, visto che ci sono diverse ditte per il
trasporto e in pratica fino a pochi metri non si riesce a capire il
nome scritto sulla fiancata, anche perché siamo nella notte
fonda equatoriana, sotto la pioggia, più sfiga di così...
Verso le 10.15 dopo aver inutilmente fermato 5 corriere di altre ditte
cominciamo quasi a temere di aver perso l'appuntamento, che forse a
causa della pioggia non hanno dovuto fermarsi al controllo dei
documenti che sempre si effettua a metà strada, ma finalmente
giunge il nostro mezzo; carichiamo la valigia (mi rilasciano anche un
ticket, perché diverse volte è successo che il primo a
scendere...tsi aggiudica anche la valigia che ritiene più
"interessante"!) e prendiamo posto, praticamente all'inizio del bus,
che è quasi tutto pieno. Meno male che avevamo prenotato. Pau si
delizia nel ricordarmi i vari incidenti di percorso, i ritardi
mostruosi, gli smottamenti della strada e la necessità di
passare tutta la notte fermi sul pullman, i vari sequestri che in tempi
nemmeno tanto remoti ci sono stati, con uccisione del conducente, furti
e altre amenità del genere. Ma sono un inguaribile ottimista...
Per di più abbiamo un appuntamento importante, domani mattina
alle 8 a Quito, un incontro con il vescovo di Sucumbios per raccogliere
notizie in vista di un possibile articolo su Jesus, l'occasione mi
sembra più che valida. ![]() Tra un'occhiata distratta alla pellicola che sta scorrendo sul televisore centrale e un tentativo di dormire iniziano a passare le ore. Il viaggio dovrebbe durarne solo 7! I chilometri non sono tantissimi, solo 280, ma la strada in buona parte non è ancora asfaltata, si passa vicini ad un vulcano che lo scorso anno si è mangiato una fetta di montagna e quindi gli imprevisti possono essere tanti, non per ultimo il freddo, dato che dovremo salire fino a quota 4000! La prendiamo con filosofia e cerchiamo di chiudere occhio. Intanto piove, piove, vedo che i vari pullman preferiscono procedere in carovana, l'andatura sembra pensoamente lenta; si fanno le 24, poi le 2, poi le 4, ogni tanto il bus si ferma, qualcuno scende per 'scaricare' rapidamente, con un freddo e sotto un'acqua che fanno proprio passare la voglia... ad un certo punto ci fermiamo. Tutti i mezzi sono fermi, guardo meglio dal finestrino e capisco perché: neve. Siamo ormai a quota 4000 e sta nevicando, ci saranno un 10 cm sulla strada e quasi nessuno degli autisti ha esperienza di queste cose, la neve qui è molto rara, anche a questa altezza. Siamo tutti fermi, per timore del gelo, degli sbandamenti, del fondo stradale troppo infido. Restiamo fermi per 2 orette, possiamo già dire addio all'appuntamento col vescovo perché avremmo dovuto arrivare a Quito alle 5 del mattino e invece sono ormai le 6, il sole inizia ad illuminare il cielo e siamo ancora fermi. POi lentamente la comitiva di mezzi si muove, passetto a passetto, ruota dopo ruota; quando inizia la disceza tutti imboccano la pista antica, in terra battuta e meno scivolosa e finalmente arriviamo in vista di Quito, sono ormai le 8.30. L'ultimo blocco ce lo riserva il traffico cittadino, decisamente agli stessi livelli di una Milano nelle ore di punta. Ma finalmente, verso le 9.30, scendiamo dal bus, percorriamo un centinio di metri e ci troviamo nella tranquilla casa provinciale dei fratelli in Quito. La selva è ormai alle spalle... mi mancherà, sicuramente. Sarà per questo che tutto il martedì lo passo un po' a rivedere foto, a raccontare alle diverse persone della casa, a sistemare queste righe... a rileggere i biuglietti di auguri che mi hanno scritto i fratelli e le sorelle. |
| non credo vi
servano altre informazioni su queste pagine, scritte per collaudare la
mia confusione, per far felice qualche amico ed amica... e per fissare
sul web (la carta non basta più) brevi spunti e riflessioni di
questa mia avventura vissuta nel 2004. Testi e foto sono sfuggiti
dalle mie
dita o dalla mia tastiera, quindi,
per commenti, suggerimenti, improperi e quant'altro... prendetevela
pure col sottoscritto |