Luglio 2004 - Un Diario sudamericano? perché no? - a cura di g&b

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luglio - 1 -   - 45-11 12 - 14 - 15-16 - 17-18  -  19-23 - 24-25 - 26 addio alla selva
carrellate di foto:
luglio:     Comune indigena PuyupungoLa città di Coca - weekend a Pacococha -
giugno:   immagini di LourdesHermitage, la casa - Route Champagnat  - immagini di Siguenza - Ecuador Quito - Comune indigena Allipamba
maggio:  in giro per Avila - Taizé oasi di speranza
aprile:    2 settimane con Basida - Terrasanta: Galilea - Terrasanta: Gerusalemme
marzo:    Salamanca 11-M  Atocha: l'attentato a Madrid visita a Leon. - Santiago di Compostela
febbraio: visita a Segovia - tour a Madrid - el famoso grupo 72  - Enneagramma - l'Escorial sotto la neve
gennaio:  Jaen-Castello di S.Catilina

Participantes del Curso de El Escorial 2004 - el famoso grupo 72  (foto y e-mail)

luglio - appunti sparsi tra un mese e l'altrosplendidi colori, vero?

Penso ai ragazzi di Cesano che in questi primi giorni di luglio stanno vivendo il loro campo estivo alla Mendola: ..io mi  ritrovo qui in mezzo alla selva dell'Ecuador, loro in cima alle montagne, tra pini, muschio e il fresco della sera. Ma in un certo senso sono anch'io "in vacanza."
Quando ci svegliamo, un po' prima delle 6 perché la casa è piccola e ogni rumore si condivide "in famiglia", qui sta piovendo, tranquillamente; l'aria è abbastanza fresca ma non tanto da scoraggiare una doccia mattutina. Naturalmente qui non esiste acqua calda per lavarsi e il serbatoio dell'acqua piovana, che ho esplorato ieri pomeriggio, rivela uno strato adatto ad una ricerca di biologia! ricco com'è di foglie, polvere, corpuscoli vari, animaletti e strani oggetti che galleggiano in superficie... mentre mi lavo qualcosa pizzica al piede, ma non è il ragno che se ne sta buono nell'angolo; sarà un'altra tenera creatura... mi consolo con le splendide farfalle che girano da queste parti e che sembrano farlo apposta a beffarmi quando sono quasi lì con la fotocamera per immortalarle e... spiccano il volo versa altra destinazione. Così quando ne becco una, infierisco: per realizzare questa foto ho dovuto effettuare qualcosa come 20 scatti... alla fine devo averla proprio sfinita... ma ne valeva la pena.

Per raccogliere un po' di idee alla rinfusa, ecco alcuni momenti di una tipica giornata casalinga
  • il bucato: la nostra lavatrice è l'ultimo grido in fatto di ecologia sostebnibile. Una vasca di cemento con un ingegnoso tubo forato,dal quale zampilla l'acqua del cisternone; si mette in ammollo con detersivo il corpo del reato e poi, dopo un po', calcolando a spanne, si passa all'operazione lavaggio. Niente di eccezionale, se non fosse che qui l'umidità sfiora spesso il 100%, con il tragico risultato che la biancheria anche dopo 2 giorni è ancora penosamente umida. Ma oggi il sole è riuscito in diverse occasioni a farsi sentire e quindi le cose non vanno poi così male.
  • un po' di lettura, per conoscere qualcosa relativo al luogo e alle persone che vivono da queste parti, ho trovato alcuni libri nella casa delle suore, con la descrizione delle varie tribù ed etnie, qualche cenno storico, i principali tratti distintivi degli indigeni... e altri ce ne sono sparsi nei vari scaffali che si incontrano in quasi tutte le camere. Certo, la carta ha quel vago sapore di muffa che diventa la costante di tutti gli oggetti che si incontrano qui; per evitare questa invasione di umido ci sono 2 armadi in casa con una lampadina sempre accesa, per conservare al sicuro oggetti vari, i CD, i dischetti, alcuni libri, le medicine... per salvare il salvabile
  • il machete: dopo aver letto libri e reportage su queste terre un impatto doveroso col machete bisognava metterlo in conto. Così mi sono impadronito di questo strumento che qui è come il bastone per il pastore o il coltellino per uno svizzero. Inaguro anche gli stivali, per evitare il tenero contatto con serpenti, animali e insetti di ogni tipo, pozzanghere d'acqua fetida, schifezze varie... e mi inoltro così nella giungla, pardon, nella selva che si trova dietro casa nostra, a menare fendenti e sterminare eserciti di banani, piante ornamentali, ficus eleganti ma inopportuni. Ci si prende gusto a fare pulizia, primo perché l'effeto catartico è immediato e poi perché si nota subito come cambia il paesaggio. Ci sono le galline del vicino che mi seguono e man mano che libero una zona si mettono alla caccia di cibo. Tagliare un banano è decisamente facile, con un colpo puoi tranciare un tronco di 30 cm di diametro; è tutta acqua e bisogna proprio far attenzione a non beccarsi gli schizzi. Mi hanno appena spiegato che le macchie del banano sono praticamente indelebili, anche quelle dei grappoli di frutta non ancora maturi e siccome la pianta dopo aver portato a maturazione il frutto, non produce più nulla, è divertente e pratico fare pulizia. Tanto non si deve nemmeno fare la fatica di raccogliere i resti, si lascia tutto per terra, a marcire. Oggi devo aver tagliato tanti di quei banani da popolare i giardini di mezza riviera ligure... Con Hector raccogliamo un po' di questi splendidi grappoli, tento anche di fare ordine per ricordare i nomi delle diverse varietà, la seda (che corrisponde alla banana che mangiamo noi in europa), l'orito, le banane piccole piccole e dolci, che qui vengono date tranquillamente ai cani e ai maiali, tanto sono invadenti e diffuse, poi ci sono altre varietà, quelle verdi, quelle buone da friggere... ho già fatto confusione!. Tagliamo il grappolo e lo portiamo al sicuro, lo ricopriamo con un sacco per  evitare l'assalto degli uccelli e degli insetti e per farlo maturare più rapidamente. Ora capisco perché in Israele tutti i banani vicini al monte delle beatitudini erano addobbati con strani sacchi di plastica blu!
a colpi di machete...
  • operazione cucina: per il pranzo oggi siamo solo in 3, perché José Luis è fuori per dirigere i lavori di costruzione di una cappella in una comunità indigena; le suore sono in città per un corso di teologia, quindi con Walter ed Hector ci abbuiffiamo di papaya e banane. Sicuramente qui potrei morire di svariate malattie, infezioni o incidenti vari (la città è classificata come una delle più violente dell'Ecuador, ma ho già in mente il panorama di Giugliano, quindi perché preoccuparsi?), ma di fame sicuramente qui non soffre nessuno, basta fare un giro per la selva, ti servi e vai. La cucina è uno dei tanti compiti settimanali che le persone della comunità condividono; lo stile non è proprio all'europea e brilla la fantasia di ciascuno. Mi serviranno un po' di settimane per cogliere le diverse sfumature, capire come mai quasi tutti iniziano dalla frutta, innaffiano il riso con qualunque sugo presente nel secondo piatto, preferiscano il caffé solubile e il latte in polvere (se il vicino non ci porta il latte ci rimane solo la Nestlé...). In compenso l'acqua da bere è sempre trattata con succo di limone e zucchero, anche perché il pozzo è sicuro ma fino ad un certo punto.
  • cose dolci dal mondo: il cacao: dopo pranzo stendiamo al sole i semi del cacao che coltiviamo nella nostra finca; ho scoperto anche quanto è buono il rivestimento del frutto fresco, che è ancora più goloso del cacao "ufficiale". Questo tipo di coltivazione è abbastanza redditizia e non porta via troppo tempo. Però l'attività più conveniente rimane quella delle marmellate. Così raccogliamo un po' di papaya per accumulare un po' di materia prima, poi qualche limone, una specie di arancio dal nome strano, si sbuccia, si taglia a pezzi e si inizia la cottura. Questa attività è quasi esclusiva di José Luis e Cristina, che quasi fanno a gara per inventare ricette nuove, elaborare nuovi sapori, scoprire i gusti del pubblico... Il prodotto viene poi portato al mercato di proprietà della diocesi. E' tutta una catena economica molto particolare e articolata, il tutto targato immacabilmente Isamis = Iglesia San Miguel de Sucumbios...
  • restano tante altre piccole cose da raccontare, le galline, la finca con le sue piante, i vicini che ogni tanto sbucano a chiedere consigli, banane o piccoli prestiti, le visite degli altri missionari, di funzionari vari, i nostri terribili cani da guardia... Prossimamente!
Oggi, 30 giugno, iniziamo un ritiro che la diocesi ha programmato per tutte le congregazioni religiose della zona; saremo circa un 20 persone, si svolgerà tutto presso la sede dell'episcopato, sul fiume Aguarico, un posticino che conosco già. Si parte al mattino e si torna il giorno dopo.
Prendiamoci quindi questa pausa di riflessione.


mercoledì 30 e giovedì 1 luglio - ritiro di tutti i religiosi della diocesi

isamis - il muralesCome più volte sottolineato, la realtà di questa diocesi è molto 'presente', e tra le tante organizzazioni, anche i religiosi hanno un momento tutto loro per incontrarsi, riunirsi, verificare l'andamento di questo piccolo drappello "di frontiera". In tutto si tratta di circa 30 presenze, tra i diversi rami maschili e femminili.
Sono capitato proprio nel periodo in cui era previsto un ritiro comune.
La componente dei carmelitani qui fa un po' la parte del leone, anche perché la diocesi intera è nata come opera carmelitana, anche se i primi missionari di questa zona sono stati i gesuiti e poi i cappuccini.
Il ritiro è stato quindi impostato e condotto dai padri carmelitani.
Siamo presenti in tutto 20 religiosi, 10m 10f, stile molto collaborativo e aperto, prediche e riflessioni un po' ... estra-large, ma si recupera credito con le varie celebrazioni cvissute, soprattutto quella della riconciliazione, molto originale e con confessione "pubblica" e assoluzione diretta.
A tavola si iniziano a conoscere le persone, si allarga il panorama, c'è persino una suora francescana colombiana che ha partecipato al famoso G8  di Genova, quello dei bad-blocks, dell'incidente Giuliani. Mi racconta la sua esperienza, la veglia di preghiera a Boccadasse, la sfilata, le botte che ha visto, gli infiltrati che a metà cammino si mettevano maschere e tiravano fuori i manganelli, la strizza che si è presa. Dovevo capitare fin quaggià per rivivere quei momenti...A seguire una serata gioiosa e divertente, con suore ballerine e carmelitani scalmanati. i partecipanti al nostro ritiro
Peccato che il giorno dopo quasi un'ora se ne vada via per la discussione e valutazione del ritiro stesso (in questo sembrano molto "europei")
Spunti originali, comunque: interessante ad esempio sentir dire da un missionario di queste parti, conoscendo ormai come vivono e sapendo come sono le rispettive case, le stanze (tutte le porte delle camere, preti e suore compresi, sono sempre aperte di giorno, alla faccia della privacy), sentirlo dire che "non possiamo certo dirci poveri, confrontandoci cone le persone di questo posto". Mi chiedo cosa dovremmo dire noi in Europa!
La messa finale è viva e stimolante, ogni carisma presenta come offerta il suo simbolo di impegno, si passa quindi alla consacrazione, il padre nostro e comunione. La liturgia si percepisce proprio come uno strumento e un mezzo per celebrare la vita quotidiana, non come un esercizio di elegante rappresentazione...
Vengo a scoprire con un pizzico di meraviglia che in questa diocesi non ci sono praticamente preti diocesani (sono 2 o 3 in tutto) e questo porta i religiosi ad assumere un ruolo e un peso maggiori; ed è la vita della diocesi in tutti i suoi aspetti che viene assunta come campo di lavoro. Fino a poco tempo fa non c'era sciopero che non partisse dalla chiesa. (per motivi ben vitali ma molto concreti: costuzione o riparazione della strada che lega la zona al resto del paese, il problema dello sfruttamento esagerato delle compagnie petrolifere...)


sabato 3 luglio - visita alla comune indigena di Puyupungo

Bene, spero solo di aver azzeccato il mome giusto di questa piccola comune. Con la lungua Quichua non si scherza, basta aggiungere un po' di consonanti, ma per fortuna si riesce quasi a leggere facilmente, mescolando un po' di pronuncia spagnola e un po' di intuito .
Partiamo all'alba con José Luis, dopo la classica abbuffata che qui chiamno colazione. Ranchera, passaggio del fiume Aguarico con la gabarra (scopro che le macchine pagano un pedaggio, i pedoni invece no); poi ci attende quasi un'oretta di cammino su una strada più che decente. Incontriamo un po' di persone lungo la strada, un venditore ambulante di pesce... e finalmente arriviamo, con una fortuna sfacciata perché appena mettiamo il naso al riparo di un tetto inizia a farsi sentire la pioggia.
celebrazione del battesimoOggi è festa grande, perché nella comunità si celebreranno i battesimi: ben 18 persone. Purtroppo il prete che doveva accompagnarci è rimasto bloccato altrove quindi il "celebrante" ufficiale per questa volta sarà Joé Luis; la catechista e il sottoscritto saranno gli aiutanti.
La sala comunale è già addobbata per la festa e poco alla volta, mentre iJosé Luis e la catechista precisano i vari momenti della celebrazione, iniziano a giungere le famiglie, soprattutto le mamme con i bambini; e in sala inizia la vestizione. Credevo che non dessero particolare importanza al vestito del bambino, invece... mi sbagliavo di grosso. Ecco entrare in scena scatole e borse con vestitini bianchi degni di una cerimonia cittadina, guanti di raso, scarpette lucide, berretti da comandante (qui è di moda per battesimi e comunioni vestire i bambini come piccoli soldatini in tenuta di gala). Ma non ci sono solo bambini piccoli, siccome i battesimi si celebrano in versione comitiva, ogni tanto giungono sorprese e persone di età maggiore. La prassi anche qui è ormai quella di battezzare i bambini entro l'anno di nascita, ma rimangono ancora discrete sacche di persone che non hanno ricevuto questo sacramente. Così ci saranno un paio di ragazzi, uno di 9, un quindicenne e una splendida ragazza di 19 anni che riceveranno quest'oggi il battesimo.
Mentre la pioggia cade a dirotto inizia la celebrazione, , con interventi della catechista, del presidente della comunità (una sorta di sindaco locale) e del "ministro". Ci sono poi le letture, sia in quichua che in spagnolo e poi inizia il momento vero e proprio del battesimo, dove entrano in gioco i vari simboli e i segni propri. Oltre all'acqua i battezzandi vengono segnati sulla fronte con una piccola croce utilizzando un colore tipico della cultura locale, l'achiote, che si usa anche per le varie pitture corporali dell'etnia. Siccome a dipingere tocca a me devo arrangiarmi un po' coi bambini piccoli che non pare gradiscano troppo questa 'pittura' sulla fronte; José Luis intanto si diverte a battezzare con abbondanza di acqua tutti i neo-cristiani.
Dopo la celebrazione scattano le foto di rito e ne approfitto per completare la serie di quelli che altrimenti si sentirebbero un po' trascurati per mancanza di un proprio fotogrago, solo mi chiedo come faròà poi a mandargli le foto... Finita la celebrazione ci invitano nella sala da pranzo ufficiale per il pranzo d'onore. Questa volta nel piatto galleggia anche una zampa di pollo, quindi non è proprio il caso di fare facce strane, basta scartare un po' la yucca e la banana che fanno da companatico... siamo seduti vicini alle autorità locali, anche se ormai i vestiti di tutti quanti sono praticamente tutti occidentalizzati; jeans, magliette, scarpe da ginnastica... di "tribale" non si vede praticamente nulla, visto che anche il codino del mio vicino di tavola, un anziano della comunità, dalle nostre parti sarebbe niente di più che un vezzo particolare.
Intanto la sala della comunità è stata trasformata nella discoteca per il dopo-festa; ci invitano a ballare e... considerando chi ci fa l'invito non possiamo certo tirarci indietro :-) nel frattempo i giovani, visto che la pioggia si è finalmente placata, hanno concluso la scelta delle 2 squadre di football e iniziano la partita. Ne approfittiamo per riprendere la via del ritorno, scortati da un gruppetto di bambini che ci faranno da scorta fino alla  riva del fiume, cioé per quasi un'ora di cammino (e dovranno poi ritornare a casa a piedi con altrettanta strada, ma un diversivo come questo non capita spesso), senza nemmeno dire una parola, intimoriti forse della nostra presenza.
Riprendiamo così il nostro traghetto, poi di nuovo la ranchera e così, prima che sia di nuovo buio, eccoci nuovamente a casa.

ecco intanto la fotocronaca di questa giornata passata nella comune indigena di Puyupungo


gente che va e gente che viene - la nostra comunità

E' ora di presentare un po' le persone di questa variopinta comunità, per dare un volto ai nomi e per capire anche un po' come funziona la nostra "esperienza locale", che sicuramente, per la sua peculiarità, non assomiglia a nessuna delle nostre classice comunità mariste italiane (e a quanto ne so nemmeno del resto dell'Europa). Come spesso accade le cose nuove o le intuizioni di frontiera prima di arrivare al centro, ammesso che vi arrivino, si consolidano alla periferia. E qui siamo ben oltre la periferia ...
una riunione di tutta la comunitàPrima di giungere qui a Sucumbios (ma non ho ancora capito bene come chiamare questo posto, i fratelli semplicemente lo chiamano "km 20") mi ero ovviamente informato sul tipo dicomunità, le persone, le attività che avrei incontrato.Tra i vari motivi che mi hanno concretamente spinto a vivere questa avventura è stata certamente la sua situazione di "frontiera", ma non solo geografica, sociologica e antropologica (una volta tanto tutti questi aggettivi hanno un senso preciso), frontiera intesa soprattutto come modello di vita ecclesiale, anche se il termine puzza un po' di sacrestia, per noi europei così abituati a certo vocabolario di "chiesuola" più che di chiesa.
Tutta la diocesi di Sucumbios si basa su una impsotazione ben diversa dalla nostra organizzazione curiale. Da circa 30 è guidata da un vescovo carmelitano spagnolo che ha realizzato, insieme con i laici e le diverse famiglie religiose, un particolare tipo di vita comune. A cominciare dal fatto che nessuna congregazione gioca nel suo orticello o svolge una attività propria ed esclusiva. Tutto è realizzato in prima persona come rappresentanti dell'unica chiesa. Ho già detto che le parrocchie qui esistono più di nome che di fatto, la raltà vitale sono le comunità di base; il sacerdote non può essere la presenza onnipresente e dominante, quindi i catechisti, i laici e i fedeli hanno un grande compito da svolgere. Tutti i sacerdoti e i religiosi missionari partecipano attivamente a questo progetto come responsabili di particolari settori, gruppi o comunità. Una bella differenza dall'efficiente macchina curiale ambrosiana... tra pochi giorni qui concluderanno anche il primo sinodo diocesano e avrò occasione di conoscere più direttamente altri aspetti.tutti appassionatamente in sala tv
I maristi sono giunti qui su invito del vescovo di Sucumbios e per occuparsi soprattutto della pastorale indigena. Siccome qui tutto viene realizzato, vissuto e gestito come chiesa e non come singole istituzioni, la diocesi ha fornito la casa e ha predisposto l'equipe di lavoro in collaborazione con le suore Carmelitane del Sacro Cuore . La "comunità" che si è venuta a formare è quindi duplice e la sua fisionomia abbastanza particolare. La vita segue il ritmo del mese e la settimana si articola in momenti comuni, momenti riserv ati ai singoli carisimi, missione vera e propria nelle diverse comnità indigene affidate all'equipe, programmazione a livello diocesano.
La prima settimana del mese è dedicata alla organizzazione delle varie attività, con riunione delle equipe di pastorale indigena presenti sul territorio (come la nostra ce ne sono praticamente altre 2, una delle quali è simile alla nostra, formata da padri carmelitani e suore laurite, un'altra solo di suore guadalupane). Le due settimane successive sono dedicate alle diverse attività di missione e la quarta settimana del mese è dedicata in esclusiva alla comunità; un giorno di ritiro, un giorno di programmazione e valutazione, un giorno di lavoro (machete a volontà) e un giorno di riposo-svago.
Naturalmente questo orario "ferreo" subisce innumerevoli cambi, modifiche e stravolgimenti, perché così è la vita, ma un certo ritmo aiuta a capire lo standard. Per quanto riguarda la giornata e l'attività ognuno si occupa di un settore (galline, cucina, pulizia, raccolta frutta, commerci vari...); l'orario tipico assomiglia a questo
  • alzata alle 6 (tanto quei maledetti galli che abbiamo nel pollaio iniziano a provare gli strumenti verso le 4!)
  • alle 6.30 preghiera del mattino, con mediutazione tranquilla
  • 7.30 colazione ad alto tenore di vitamine e fantasia, pensavo che all'Escorial si esagerasse, ma qui ho toccato ulteriori vette: tra frutta fresca di stagione (qui è sempre stagione di frutta fresca), pane, latte, prove di marmellate varie, frittate, fagioli (!) e riso (guai se manca!)...
  • alle 8 si iniziano le diverse attività, un po' di lavoro oppure si prende la ranchera per andare in città
  • alle 13 pausa pranzo, limpieza )piatti e dintorni) e momento di relax (come rinunciare alla siesta?)
  • seguono le varie attività, come al mattino
  • 18.00 scatta l'operazione serale, preghiera tutti insieme, fratelli e sorelle
  • 19.00 cena e fregadero (di nuovo piatti e sistemazione cucina)
  • 20.00 momento culturale :-) le suore hanno un piccolo tv a colori, quindi andiamo tutti nella loro casa: fino alla settimana scorsa si beccava un solo canale, ora scialiamo con ben 2 reti televisive (fotocopia una dell'altra, notiziari nazionali lunghissimi, 3 minuti di news internazionali e poi telenovelas a volontà);  a seguire giochi da tavola, carte, scarabeo, massaggini (la specialità di Cristina...), bacetto della buona notte e a nanna con le galline, Da ricordare che qui alle 7 è sempre buio pesto e le sei del mattino sono un traguardo abbastanza vicino.
Ecco allora i personaggi di questa vicenda,
Anita
Anita, è la superiora della comunità delle Carmelitas, le suore carmelitane del Sagrado Corazon, una congregazione messicana fondata da m. Luisita (mi sto aggiornando sul personaggio).
E' messicana e vive qui da ormai diversi anni.
Si occupa della pastorale indigena e quindi quasi ogni fine settimana parte per andare a visitare le sue pecorelle sparse sul territorio. Sacco a pelo, zaino, stivali e buona volontà per far fronte ai soliti problemi, la canoa che fa acqua, la strada che è allagata, la comunità che proprio quel giorno, dimenticandosi dell'appuntamento, è andata a festtegiare un matrimonio a 20 km di distanza, quindi si torna  a casa con le pive nel sacco...
Da quanto mi raccontano succede abbastanza spesso qualcosa del genere. Le comunità indigene di queste zone non sono proprio dei modellini svizzeri di precisione e fedeltà...
Walter
Walter, per la cronaca è il superiore della comunità marista. Almeno lui è orignario dell'Ecuador, uno che giochi in casa ci vuole proprio. Nativo di Loja, una città del sud del paese, si trova qui da 5 anni. E' stato il mio Virgilio nella prima visita ad una comunità indigena e per fortuna che il suo stomaco non è schizzinoso come il mio. Quando avevo problemi di dove mettere tutto quel riso, quella yucca o quella incredibile banana bollita... c'era sempre il suo piatto ospitale!
Come superiore deve gestire anche le (semplici) incombenxe della casa, un po' di conti personali (ogni fratello riceve dalla diocesi la impressionanete cifra di 15 dollari al mese per le ... spese private!) e mantenere i rapporti con il resto della provincia, che, effettivamente, risulta piuttosto lontana. Anche perché arrivare fin qui da Quito significa sorbirsi un viaggio di oltre 7 ore in corriera, su strade a volte bloccate da frane e scioperi!
Cristina
Cristina, forse alla fine della mia permanenza riuscirò persino a capirla quando parla a raffica. Difficile fermarla; iper-attiva, sempre indaffarata, a preparare marmellate con José Luis, a sistemare casa, pulire, tranciare erba e cespugli a colpi di machete, prepare almuerzo (il pranzo) o la merienda (la cena). Messicana purosangue e con una specializzazione di infermiera, risulta decisamente più che necessaria da queste parti.
Sta tentando di insegnarmi giochi assurdi di società, come il telefunken o lo scarabeo versione spagnola (così impari parole nuove...infatti ho imparato un sacco di nuove parolacce da José Luis!)
Come dicevamo la sua dote comunitaria più apprezzata è quella di elargire massaggi. Ti stende al suolo dopo cena e ti massacra un po' le spalle e la schiena (scherzo, lo sa fare decisamente bene)...
Ultimamente la vedo un pochino preoccupata per il "profilo"e per una certa reticenza a finire la padella di frittate o la pentola con il sugo... insomma, siamo entrati nel difficile territorio delle diete e della linea: uni piccolo incubo comunitario che stiamo dibattendo vivacemente...
Pau Fornells Pau, cosa ci faccia qui un catalano verrebbe proprio da chiederselo, ma visto che di ecuadoregni doc in questa comunità ce ne sono solo 2, le eccezioni sono la norma.
A parte il fatto che faceva parte del gruppo di fratelli che hanno svolto la ultima visita canonica in Italia, proprio prima della mia partenza, lo conoscevo già da alcuni anni, da un lontano incontro di giovani fratelli europei svoltosi in Spagna nel 1986, presso la casa di Las Avellanas. Vive in Ecuador da 12 anni e si è ormai "naturalizzato", anche se l'anima catalana è come un dono.dello Spirito: non si scorda mai.
Metodico, preciso, organizzato, sa mettersi un po' in tutte le salse, soprattutto quelle che richiedono un "gusto" organizzativo. Attualmente è tutto preso da un grosso progetto diocesano che, in buona parte, si avvale della sua competenza e preparazione: la realizzazione di un ambizioso collegio bilingue per indigieni, con periodi di permanenza a scuola di 15 giorni e altri 15 nelle rispettive comunità. Si sta aspettando con anisa la firma di una importante compagnia nazionale che si è offerta come sponsor... vediamo se entro luiglio arriva il sì definitivo. Proprio in questi giorni ha festeggiato le sue nozze di argento: 25 anni di professione religiosa... Auguri
Mary
Mary, è una giovane ecuadoriana (nativa di Cuenca, nel sud del paese) che sta vivendo qui il suo postulantato,  il periodo di formazione che abitualmente precede il noviziato nella scelta della vita religiosa.
E siccome qui le distinzioni di chi è avanti o indietro contano molto poco, nel frattempo condivide la vita di tutti. Da buona  conoscitrice della propria terra ci propina i piatti tipici dell'Ecuador, quelli che io fatico maggiormente a capire e a.. mandar giù. A cominciare dalle banane che proprio non riescono a mangiare mature. Sempre verdi e sempre cotte, o bollite, o fritte...  Poi il riso, un po' come da noi il pane, te lo ritrovi sulla tavola sempre e comunque, comunque bollito e solo in bianco. Sto già preparando qualche contromossa (ma lo zafferano qui proprio non sono riuscito a trovarlo). Come ciliegina sulla torta sta terminando gli studi che aveva interrotto temp fa e tra un po' le tocca l'esame finale, un po' come la nostra maturità.
José Luis
José Luis: di professione "misionero" a tempo pieno, 16 anni in Africa (insieme a fr. Lino Soriani e a Giorgio Bigotto, um brutto colpo avergli dovuto dire che ora giocano entrambi nella squadra del cielo...). Originario della Spagna, della prodigiosa Burgos, città che ha dato alla chiesa un numero incredibile di preti, frati e suore; (oltre un centinaio di maristi...).
Ha passato anche 2 anni a Roma per studiare alla facoltà del Teresianum e ogni tanto gli sfugge qualche ricordo mistico: "mozzarella, spaghetti, parmiggiano..."
Lo vedi spesso col machete a liberare la strada di accesso da cespugli e foglie, lo incontri in giro per la cittadina a piazzare le nostre uova doc, a vendere i prodotti della nostra finca, a sistemare le splendide marmellate realizzate quasi in simbiosi con Cristina; e lo vedi sempre in prima linea quando i nostri vicini hanno qualche problema (l'ultimo? un nostro vicino si è sparato nello stomaco mentre ... puliva il soffito col fucile! lo hanno ricoverato qui a Lago Agrio ma il giorno dopo i parenti non l'hanno più trovato e per rintracciarlo all'ospedale di Quito, dove "forse" è stato mandato d'urgenza... non sanno come fare, e vengono a chiedere aiuto qui)
Chayito
Chayito, io l'ho potuta conoscere solo per un paio di settimane e non nella sua forma migliore, perché l'anno scorso ha avuto una brutta frattura al braccio destre e sta ancora penando per la riabilitazione: tutte le sere le tocca sottoporsi ad un po' di strambi esercizi con bicchiei di plastica...
Anche lei messicana come quasi tutte le sue consorelle.
Di solito lavora in tandem con Cristina o Anita quando si tratta di andare a visitare le diverse comunità indigene; in cucina è la specialista di beveraggi e affini. Qui l'acqua da bere viene presa da un pozzo, ogni tanto si accende la pozza e si riempie una sorta di contenitore; quasi nessuno però beve l'acqua al naturale, per ulteriore precauzione si aggiunge sempre un bel po' di succo di limone. Ci guadagna la lingua e il fegato!
Hector
Non poteva mancare il "cucciolo" della casa, Hector, un giovane ex-alunno della scuola marista di Loja (sud del paese) che ha chiesto di vivere una esperienza vocazionale e dal mese di novembre condivide in tutto e per tutto la vita della comunità. I suoi 18 anni ne fanno ovviamente il beniamino della casa ma qui le attività si vivono tutti su un piano comune. D'altra parte quando piove anche Hector si prende la sua razione, così accompagna i fratelli nelle varie missioni presso le comunità indigene, prepara le preghiere quando è il suo turno o si occupa delle galline... non gode certo di uno status molto privilegiato. Insieme a Pau conduce poi una attività di studio (teologia e conoscenza della vita marista) e di accompagnamento vocazionale.
Qui è colto in un (raro) momento di ozio sull'amaca comunitaria delle sorelle... se no lo si può incontrare in bicicletta, a smaltire un po' di ciccia (l'incubo comunitario della linea, tuttavia, non mi sembra che lo preoccupi più di tanto.


settimana dal 5 all'11 luglio

la finca per il collegio bilingue5 luglio: lunedì mattina visita alla finca dove si realizzerà il progetto del Collegio Bilingue per indigeni, il lavoro che sta assorbendo soprattutto Pau e che cambierà certamente un po' la fisionomia della comunità, anche se non la vedrà reintegrata nei panni della classica comunità legata a doppia mandata ad un collegio.
6-7 luglio: mi ritrovo a dare una manao all'equipe di pastorale indigena per un compito piuttosto particolare: aiutare un gruppo di indigeni di etnia Cofane e Shoar a superare un "terribile" esame di abilitazione per l'insegnamento. E' una situazione difficile da descrivere. in gni comunità indigena ci sono le scuole elementari; ovviamente ogni gruppo parla il suo dialetto, alcune di queste etnie sono veramente minuscole: gli Shoar qui sono poco più di 2000, :i Cofan, in tutto, saranno un migliaio di persone sparse in una dozzina di comunità,, i Secoyas grosso modo un 500 e i Sionas ancora meno! Logico che per convivere con tutto il resto del paese è necessario conoscere lo spagnolo. I maestri di queste scuole devono quindi padroneggiare le due linegue. Stiamo lavorando con maestri indigeni che conoscono bene la propria lingua ma dominano pochissimo lo spagnolo. Addirittura peggio di me, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza dei vocaboli. La loro lingua è molto concreta, non ci sono quasi termini 'astratti' o teorici; questo esame è proprio uno scoglio duro e hanno dovuto preparare una tesina monografica che dovranno difendere davanti ad una commissione di professori. Mi dice Pau, che sta seguendo questo gruppo di 9-10 persone da diverso tempo, che neanche gli esaminatori sono particolarmente elevati come livello culturale, ma qui si usa così e tutti si procurano di queste tesine assurde, molto sofisticate, difficili poi da spiegare: con titoli come "radici ancestrali della cultura cofan" oppure le "concezioni cosmogoniche nella religiosità orale delle tribù"... sembrano cose abbastanza abbordabili per gente avezza agli studi, ma poco fa uno mi ha chiesto che cosa significa la parola "progetto" e l'altro giorno Pau è rimasto allibito quando in una simulazione di lezione uno di questi aspiranti maestri ha spiegato la differenza tra popoli nomadi e quelli sedentari: i nomadi sono come i pesci nel fiume, vanno e vengono, i sedentari invece sono i pesci che si allevano in una piscina! Come logica non fa una grinza ma...
Juan Carlos e la classe dei maestri indigeniL'attività è semplice, si tratta semplicemente di farli parlare, riassumere per loro la "loro" tesina (che quasi tutti hanno "commissionato" se non comprato...) e farli parlare ancora, sapendo che l'esame consiste nel difendere il proprio punto di vista per una mezz'oretta. Speriamo bene...
Nel secondo giorno di ripasso ascoltiamo le lezioni che gli studenti hanno preparato e che domani dovranno svolgere concretamente nelle diverse classi. A giudicare con il nostro metro ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli e strapparsi le orecchie, perché si sentono e si vedono cose inverosimili; il livello teorico di queste persone dovrebbe essere quello di una "quasi maturità" nostra, pur con tutti gli aggiustamenti,  ci chiediamo cosa gli abbiano insegnato in tutto il tempo che hanno comunque passato a scuola (poi mi spiegheranno che svolgevano una settimana di studio in sede ogni 3 mesi, il tutto per la durata di 2 anni). A dare una mano in questa attività ci ritroviamo con un cappuccino di origine spagnola, un altro fratello marista di passaggio, una volontaria svizzera... un bel drappello di disperati :-) ora si tratta di riprenderli e uno a uno rivedere le cose che dovranno dire, preparare dei cartelloni di sintesi, organizzare le modalità didattiche della lezione pratica da svolgere, correggere un po' gli strafalcioni. Non bisogna dimenticare che queste persone non parlano quasi mai in spagnolo, anche se un po' lo "masticano" e vivendo in gruppi molto ristretti, i contatti che hanno con altre persone sono veramente sporadici. Sono etnie che rischiano veramente l'estinzione culturale e dare una mano in questa occasione diventa un'esperienza particolare.
Leggendo un po' le loro monografie si imparano cose interessanti, strane, alcune incomprensibili per la nostra mentalità occidentale. Uno dei miti di creazione del mondo della cultura cofan dice ad esempio che il mondo sarebbe nato dal fatto che Dio-Chinga crea un pezzettino di terra e ci mette dentro un bel lombrico, che poco alla volta mangiando e... defecando il tutto, accresce questa zolla fino a formare l'intera terra. Un bel mondo di m... verrebbe da pensare :-) Ma nella biodiversità c'è spazio anche per questo.
la simulazione della lezione
mercoledì 8 luglio:  Quando ieri siamo partiti dalla nostra casetta, al Km. 20, io ero convinto che ci saremmo fermati una sola notte, adesso invece scopro che ci fermermo qui fino a ... sabato. Niente paura, visto che la condivisione dei beni qui funziona molto bene e la casa dei carmelitani o delle suore laurite (queste sì, l'abito lo portano, dicono per "guadagnarsi" un po' di paradiso in anticipo ...) è aperta come se fosse la nostra. Sembra incredibile ma è proprio così. Oggi sarà l'ultmo giorno di studio forsennato e selvaggio per i futuri maestri; dovremo ascoltare le loro lezioni simulate e poi passare all'ascolto individuale per confermare, rassicurare e dare qualche dritta. Passo il pomeriggio con la giovane mamma Sara, che tra una poppata e l'altra della piccola Idelma cerca di mettere insieme un po' di cocci della sua lezione. Dovrà parlare alla sua futura classe degli animali "che si assomigliano e di quelli che non si assomigliano" questo il suo argomento. Tanto per iniziare mi chiede: "Cosa vuol dire "che si assomigliano"..? mi cadono le braccia e mi viene da pensare a certi disastri culturali che ho lasciato a Cesano (non faccio nomi, ma Roby, Max e Dany sanno benissimo a chi mi riferisco!), qui gli darebbero il Nobel per l'Astrofisica... ci mettiamo con calma a fare esempi: quante zampe ha il cane, la mucca, la tigre... cosa hanno in comune la gallina, il pappagallo e il condor. "Le ali?" Evviva....E' dura ma non si può fare diversamente. Speriamo bene per domani
un selvaggio con orologio al quarzo!!!Nel frattempo gli altri della comunità sono riuniti qui nell'Epicentro ( ilocali che la diocesi mette a disposizione per la pastorale indigena, una casetta niente male nel bel mezzo del parco del vicariato) per la loro mensile programmazione. Sono entrato nella sala questa mattina e mi sono impressionato dalla parete di fondo, era letteralmente coperta di cartelloni fitti fitti di scrittura, di progetti,  di appunti. E questo in un solo giorno di lavoro, chissà cosa combineranno oggi. In compenso abbiamo dato un'occhiata alla saletta che ospita alcuni pezzi di artigianoto locale e di oggetti tipici, una sorta di piccolo museo etnografico di queste parti. José Luis, dopo aver visto i copricapi, la cerbottana e il gonnellino tipico dei Cofan, non ha resistito alla tentazione e si è agghindato da "buon selvaggio", con la divertita complicità delle suore. Lo abbiamo piazzato in mezzo al giardinetto, con lo sfondo della selva e sotto una pioggerellina sottile e ci siamo divertiti a riprendere foto "reali e selvagge". Meno male che dopo i primi scatti ci siamo accorti di un dettaglio e gli abbiamo detto di... togliersi l'orologio dal polso (anche se ho già visto alcuni indigeni con il loro bravo cellulare alla cintola!)!

giovedì 9 luglio: Siamo sempre qui, nella accogliente sede del vicariato di Isamis, oggi con un appuntamento speciale, la presentazione ufficiale e dettagliata del grande progetto del Collegio Bilingue per indigeni. Di che si tratta? Mica facile spiegarlo in poche parole. L'architetto, Gustavo, ha viaggiato tutta la notte su questi splendidi bus che arrivano da Quito (quando tutto va bene) col suo bagaglio di dischetti e progetti in formato gigante. Alle 9 inziava la riunione, i presenti erano ovviamente l'equipe di pastorale indigena al completo, alcuni padri della missione e dopo un po' sono arrivati anche i rappresentanti della OCP, una delle principali compagnie petroliere dell'Ecuador, che in questa zona ha numerosi stabilimienti e impianti estrattivi: rivestono l'importante ruolo dello sponsor. Siamo ormai alle ultime battute e il buon Pau, anima e estensore di gran parte del progetto, insieme a tutto il gruppo, spera che entro il mese si possa passare alla firma del contratto e iniziare con il mese di settembre i lavori veri e propri, di modo che per il successivo anno scolastico, 2005-06 questo ambizioso progetto sia pronto.
Diamo i tratti essenziali.l'architetto Gustavo illustra il progetto Sul territorio di Sucumbios (che è l'equivalente di una n ostra regione, come per esempio la Campania...) sono presenti indigeni di varia etnia, i 5 gruppi principali sono contraddistinti dalle rispettive lingue: Quichua (160000), Shuoar (2000) e poi Cofan (1000),  Sionas (500) e Secoya (300). Occorre pensare però che i Quichua sono molto numerosi nell'intero Ecuador (3 milioni circa, il 25% della popolazione) e presenti anche in altre nazioni (Perù, Colombia), mentre gli altri gruppi sono più ristretti e limitati territorialmente. Il pericolo che le etnie si estinguano definitivamente in pochi anni è molto alto e il processo di assorbimento "occidentale" o la fuga dal contesto indigeno sono rischi molto evidenti.
In ogni comunità indigena attualmente è presente una scuola locale, con tanto di maestro (spesso aiutati da un paio di vice...) che imparte l'insegnamento nella lingua propria dell'etnia e introduce lo spagnolo in maniera progressiva. Ma di solito la maggioranza degli alunni si ferma alla scuola elementare (i primi 6 anni), pochissimi proseguono e sono rarità coloro che terminano il ciclo della scuola dell'obbligo (che si conclude con il bachillerato).
Su questa base si è pensato di proporre un modello di scuola e di educazione che vada al di là di quanto attualmente esiste. Il progetto prevede un collegio dove i ragazzi delle diverse etnie, in numero proporzionale, vivano 15 giorni presso la scuola e 15 nelle rispettive comunità, coniugando lo studio culturale e teorico a quello pratico, di coltivazione, gestione e commercializzazione dei prodotti agricoli, in modo da incentivare l'autofinanziamento degli alunni stessi (con l'apporto e l'intelligente  coivolgimento dei genitori). Il progetto prevede una scuola che possa ospitare un 240 alunni massimo, tenendo conto realisticamente delle esigenze locali, che sia un volano di produzione e commercializzazione, che permetta ai ragazzi indigeni di poter installare nelle rispettive località processi economici sostenibili e compatibili con la cultura, la biodiversità, la tradizione...
Gustavo, il nostro architettoSiamo attualmente nella fase di studio, di implementazione dei modelli educativi e culturali, di studio della realtà locale. L'architetto, che si è calato anima e corpo nel progetto (diciamolo, è uno dei "nostri", ex-alunno marista, ha vissuto qui per diverso tempo come volontario) ha descritto in modo dettagliato come gli elementi architettonici siano stati guidati e illuminati dalla cultura indigena e tutto l'impianto cerca di far tesoro di quanto di meglio le diverse etnie possono offrire sul piano educativo. Così l'aula magna o palestra ricalca la capanna comunitaria delle comunità indigene (la "maloca"), le direttrici del progetto sono in sintonia con gli assi culturali locali, la natura diventa una componente essenziale e non semplicemente  estetica...  I più entuasiasti sembravano proprio i responsabili della compagnia petrolifera, che stanno per investire in questo progetto non solo grosse cifre, ma la propria immagine ... (certo, il discorso qui diventa viscido e piuttosto complicato, visto che metà del prodotto nazionale dell'Ecuador nasce proprio dall'attività estrattiva di queste zone e finora le ricadute locali sono state pesantemente negative, contaminazione globale, sfruttamento indiscriminato, espropriazione di terre a danno degli indigeni, devastazioni...una operazione di immagine per rifarsi il look è quanto mai necessaria). Così ogni tanto Pau mi spaccia per "giornalista italiano", un po' per vezzo e un po' perché magari... tutto serve :-)
Dopo quersto momento molto interessante, speravo di sentire anche qualche buona notizia sui nostri ultimi "alunni", i maestri indigeni che questa mattina erano partiti per recarsi nella scuola della comune di Doreno dove avrebbero dovuto sostenere la prova di "lezione pratica". Dovrebbero, perché verso le 11 li ho visti tornare, guidati da Juan Carlos, il cappuccino che dirigeva un po' le ultime fasi di ripasso. Semplicemente i professori che dovevano esaminarli NON si sono presentati, quindi per oggi niente. Immaginatevi le 10 persone pronte e ansiose per questo appuntamento decisivo in vista del successivo giorno di esame orale. Rischia di saltare tutto. Per qualcuno si tratta di 2 anni di impegno... Telefonate di fuoco con la direzione, richiesta di chiarimenti, giustificazioni, proteste. Niente da fare, hanno semplicemente detto che l'esame si dovrà fare in una sede diversa: a 12 ore di pullman di distanza! Naturalmente con viaggio e soggiorno a carico degli esaminandi, e con data ancora da stabilirsi. Da noi sarebbe scoppiato uno scandalo con manifestazioni inferocite dei sindacati. Qui gli indigeni non sono in grado praticamente di reagire, nessuno li caga più di quel tanto...se non serve a fini elettorali o di immagine. Erano proprio abbacchiati e c'è il rischio molto concreto che qualcuno getti la spugna e rinunci definitivamente. Uno non trova nemmeno le parole giuste da dire in questa situazione...
il vescovo di Sucumbios, mons. Gonzalo
venerdì 9 luglio: Oggi il nostro primo appuntamento è con il vescovo di questa particolarissima diocesi. D'altra parte siamo a casa sua, ma mi dice Pau che incontrarlo è abbastanza difficile e improbabile, indaffarato com'è. E' un carmelitano e si trova alla guida della diocesi da 20 anni come vescovo (prima era vicario della prefettura, praticamente è l'anima di Isamis da circa 30 anni!). Pesona semplicissima e diretta, con lui ci si sente subito a proprio agio. Ci siamo riuniti nel salone della sua accogliente casa (questa che vedo, è la prima che si possa chiamare "sala"...), una delegazione dell'equipe della pastorale indigena e gli esperti del settore amministrazione. Il vescovo segue la cosa da tempo, visto che il prossimo settembre aprirà i battenti anche una università agraria sempre della diocesi, ma ovviamnete non ha sotto mano tutti i dettagli pratici. Così viene illustrato l'impianto teorico del progetto, si parla praticamente dei preupposti economici, delle modalità operative perché tutta l'operazione sia trasparente, efficace ed efficiente. Non solo, sia anche un banco di prova e di credibilità che la chiesa locale si assume nei confronti della realtà indigena, ben sapendo che un'operazione del genere, comunque, presta il fianco a chi si accontenta di parole e di chiacchiere. Che strano, di gente che non ha altro da fare che criticare se ne trova a mucchi anche qui!
Di nuovo il buon Gustavo si inerpica nei filoni della tradizione culturale per spiegare la filosofia del progetto. Il vescovo lo guarda estasiato, ci vuol poco a capire che dietro a questa zucca di architetto batte anche un cuore speciale :-)
Pau affronta tutti gli snodi critici: la scelta del personale esecutivo, delle modalità di esecuzione, le persone coinvolte, il ruolo e l'interesse della Ocp, le diverse fasi... i rischi e le attese che l'equipe ripone in questa avventura. Il vescovo incoraggia, amplia il discorso, interviene con battute (anche se gli dicono che potrei fare la spia per il Vaticano...). Adesso si tratta di definire il contratto e poi... si inizia.
Ad agosto la diocesi inzierà il suo Sinodo e mentre accompagno il vescovo alla macchina per il suo prossimo impegno, si chiacchiera un po' di come si vive qui questo particolare stile ecclesiale, frutto del Vaticano II inteso con apertura, di Medellin, di Puebla, il tutto vissuto e progettato con serenità, senza protagonismi o pubblicità, ma con molto impegno e convinzione.
In questi giorni il povero Pau è proprio in fibrillazione, tra riunioni, preparativi, contatti. Ci tiene però a dirmi che non è sempre così, anzi, questo periodo è proprio eccezionale, di solito la vita è più idilliaca e campagnola, non vede l'ora che inizi una settimana calma, con spazi per pulire la finca, menar fendenti col machete, sistemare un po' di arretrati... Come lo capisco, anche se onestamente preferisco questi ritmi ad una vita da Robimson Crusoè in capanna!
la cappella del vescovo - centro Isamissabato 10 - gran finale con i catechisti indigeni. Giornata tranquilla, per me, ne approfitto per terminare la lettura di un libro consigliatomi già da diverse persone, non per ultimo il cappuccino con il quale ho condiviso il ruolo di "docente"... Si tratta di Cronica Huaorani, una sorta di diario di Mons Alejandro Labaka, un capuccino che da queste parti ha lasciato una traccia notevole e impressionante. Anni e anni di missione nella zona indigena del fiume Aguarico, con una grande passione per le minoranze e attento al grave problema dello sfruttamento petrolifero. Nominato vescovo, partecipò al concilio e ai vari raduini di Medellin e Puebla; poi si dedicò nuovamente alla missione in presa diretta. Nella sua zona si vociferava della presenza di un popolo nascosto, che non aveva ancora avuto contatti con la civiltà, gli Huaorani; molti li temevano, soprattutto i lavoratori dei pozzi petroliferi che per mesi interi erano costretti a vivere quasi isolati nella selva verde. Così mons. Alejandro si avventurò alla ricerca di questo popolo, ne trovò alcune tracce e finalmente incontro i primi rappresentanti. Il processo di avvicinamente e di incultarazione ha dello straordinario, per delicatezza, capacità di adattamento e rispetto della cultura. Immaginatevi questi indigeni che come vestito utilizzavano al massimo una funicella alla cintola, ai confini del paradiso terrestre, come amava ripetere. E si preoccupava di come accostarli al mondo della fede senza imporre il tributo culturale classico, ma a partire dalla propria realtà e cultura. Condividendola fino in fondo, vestito compreso, cioé senza niente. Giunse al punto di farsi "adottare" da una coppia indigena e passare lungo tempo con loro, semplicemente aiutando a tagliare la legna, portare l'acqua, senza altra fretta di "evangelizzare direttamente". In seguito lo affiancherà in questa attività anche una suora terziaria cappuccina, Ines Arango, che condividerà con lui metodologia e paziente attesa, perché il seme del vangelo sbocci dalla vita stessa di questa tribù indigena. Le tappe di avvicinamento si susseguono, a intervalli regolari, mentre le compagnie di petrolio lo chiamano spesso per rassicurare i propri lavoratori e quasi come strumento di conoscenza della realtà indigena. Ma non tutti i gruppi di indegni erano della stessa idea e una piccola tribù, pensando che il missionario sia in pratica un funzionario della compagnia che gli sta drasticamente riducendo il territorio di caccia, finirà con l'ucciderlo, insieme alla suora, a colpi di lancia, nel 1987. Sono gli ultimi martiri missionari di queste zone.riunione dei catechisti indigeni
In mattinata vado insieme a Hector a fare spese in città, ne approfitto anche per sistemare alcune paginette sul web, un po' di messaggi e un po' di prove per semplificare la vita dei fratelli che quando devono recuperare la posta perdono sempre un sacco di tempo in attese semi-eterne.
In serata si conclude anche l'incontro dell'equipe con i catechisti della etnia kichwa e si organizza (sempre grazie all'infaticabile mattatore Pau) una serata di giochini e dinamiche, un piccolo "fuoco di campo". Giochi semplicissimi, ma spassosi ed esilaranti come pochi, queste persone veramente sanno divertirsi con allegria e semplicità, senza farsi problemi o eccessiva vergogna...
Domenica 11 - in mattinata finalmente torniamo a casa, ne approfitto insieme a Pau per alcune prove pratiche di prelievo indolore della posta comunitaria, ci vorrà ancora qualche ritocco, ma grazie ad una pen-drive da 128 mega e un po' di programmini recuperati in giro, stiamo sistemando la questione "posta elettronica" di modo che una sola persona possa recuperare i messaggi di tutti gli altri, in tempi ridotti e con maggior flessibilità. Vedremo se il tutto funzionerà...
Tornati a casa troviamo un gruppo di indigeni che ci aspettano e che è "necessario" invitare a pranzo. Qui succede spesso, la domenica. Così allarghiamo la tavola per altre a 7 persone, un paio delle quali visibilmente alticce, perché qui vicino c'è una festa... A buon rendere!
nel resto della giornata si trova il tempo doveroso per un po' di pulizie della casa, di bucato, cose domestiche. Ci scappa anche una pastasciutta al pomodoro (volevano quasi obbligarmi a metterci dentro anche le banane!!!)


settimana dal 12 al 18

la piccola studentessa Ruth al lavoroLunedì 12 - doveva essere una tranquilla mattinata ma, per qualche disguido del calendario, oggi è spuntata in anticipo la piccola... Ruth, una ragazzina di 19 anni, con seri problemi di vista che i fratelli stanno aiutando un po', con qualche lezione di inglese, un po' di ripasso... frequenta la scuola a distanza, nel senso che si reca presso il suo isitituto il sabato e la domenica, La volta scorsa era venuta per ripassare un po' di inglese con Pau (che poi era riuscito a sbolognarmela...), ma questa volta Pau è direttamente impegnato con una riunione in città, quindi mi appresto a sfoderare le mie armi didattiche. A Ruth piacerebbe studiare l'italiano, ma non le servirebbe assolutamente a nulla; si tratta quindi di passare in rassegna un po' di nozioni varie e ne approfitto, mescolando un po' di italiano, per ampliare il vocabolario di inglese. Fa tenerezza, perché ha una pesante miopia che la obbliga a guardare tutto proprio da vicino vicino e questo le complica notevolmente la vita normale; non esce quasi mai di casa, pochi amici, tanti problemi. Quando almeno viene qui si sente tranquilla e più serena. Se non che... ad un certo punto, per staccare un po' dopo 2 ore di lavorosodo a cercare vocaboli, pronunciarli e scrivere frasi in inglese italiano e spagnolo, facciamo un giretto per la finca, cercando il nome delle diverse cose: flower, buttrfly... arriviamo fino alla casa delle suore, dove c'è il nostro feroce cane Lupo (non c'è da scherzare, è feroce sul serio... con gli sconosciuti. Io ormai faccio parte della sua famiglia, gli ho già portato da mangiare e poi ho una spiccata simpatia per le creature  a 4 zampe). Dico a Ruth di stare attenta, di fermarsi a distanza di sicurezza, ma mi accorgo in ritardo che invece continua a seguirmi. E' un attimo, Lupo le si avventa addoso, le balza sul petto e faccio appena in tempo a tirarlo via, ma le azzanna una gamba e devo strattonare con forza la belva feroce perché molli la presa.. Ruth è bloccata, ansante; un bel graffio all'altezza della clavicola e la gamba, per fortuna niente, solo un bello squarcio al pantalone. Ma sta tremando come una foglia e la capisco bene, cerco di tranquillizzarla un po', per fortuna c'è anche Cristina, che da brava infermiera la disinfetta e poi da brava ragazza le sistema anche il jeans... la ragazza fatica a riprendersi, continua a piangere e a preoccuparsi. Ma alla fine ce la facciamo, si recupera un po', si rincuora, ci rimettiamo addirittura a tavolino. Come conclusione... ha già prenotato la prossima data per il 4 agosto. Questa volta, caro Pau, è tutta tua.
Nel pomeriggio, siccome il lunedì è dedicato al carisma, approfittando delle foto che ho accumulato durante il corso dell'Escorial e soprattutto in Francia, nella route Champagnat, passiamo in rassegna comunitaria tutti i luoghi, le persone, i fatti e i ricordi dell'Hermitage, i luoghi di Marcellino, Taizé, le diverse case mariste visitate. Per chi si trova in questi luoghi, decisamente "lontano" dalla culla dell'Istituto, fa sempre un certo effetto vedere in presa diretta i sentieri dove Marcellino si è trovato, vedere la roccia che anche lui ha toccato con mano... Avevo un po' il timore di stenderli, perché di foto ne ho decisamente una quantità impressionante, ma dopo 3 ore erano ancora vivi... e si sono già prenotati per una prossima carrellata di immagini, questa volta sulla Terra Santa.Pau nella sede dell'internet café PunchoNet
Serata tranquilla, anche perché tra le sorelle manca Anita (è dovuta andare a Quito) e Chayito che resterà fuori tutto il resto del mese; ci divertiamo lo stesso nella serata di giochi comunitari, mentre qualcuno lancia occhiate distratte alla languida telenovela che passa in secondo piano, sul piccolo televisore.
martedì 13 - tranquiulla mattinata a raccogliere il cacao e preparare i semi per l'essicazione; tra le diverse coltivazioni è quella che ha ancora un po' di senso. I fratelli mi dicono che il lavoro diretto, qui nella finca, si fa più per condividere lo stile di vita della gente che per effettiva utilità economica; i prodotti si vendono nel mercato del paese, ma fruttano decisamente di più le marmellate e le uova, che per fortuna non pesano come il frutto del cacao!
Proprio in questo senso fr. José Luis è un vulcano per trovare nuove iniziative o nuovi filoni economici, infatti oggi e domani sarà impegnato con lo staff docente della futura Università Agropecuaria che la diocesi aprirà a settembre: tema della lezione... come si ammazza un maiale e come si procede per la lavorazione e taglio delle carni...
Nel pomeriggio vado con Pau fino a Lago per provare il nuovo sistema di raccolta della posta elettronica; ho sistemato sulla memoria portatitle (una piccola penna usb da 128 Mb) un software di posta elettronica per ciascuno dei fratelli della comunità (poi passeremo anche alle sorelle!) e verifichiamo che si possa effettivamente recuperare i messaggi di tutti quanti in una sola botta. Finora consultare l'e-mail comportava per ogni fratello una visita diretta presso uno dei vari punti di accesso con almeno un'oretta di lavoro personale. Oggi con mezz'ora abbiamo raccolto la posta di Pau, Walter e José Luis (e la mia, ovviamente). Per non dire della comodità di una tranquilla lettura e scrittura a casa. Prima di partire passo dalla panetteria a comprare un po' di lievito "normale" e per fortuna ce l'hanno. Così questa sera mi lancio nella seconda pizza, visto che la prima faceva decisamente schifo, tra lievito scaduto e salsa appiccicosa. La seconda edizione è già andata meglio, ma si può migliorare!.

martedì 14 - mi sono fatto di Coca...

...un'idea migliore di Lago Agrio! Lo so che un paio dei miei assidui lettori si saranno un po' preoccupati a leggere questo titolo e non hanno nemmeno tutti i torti, visto che da queste parti la coca è purtroppo una realtà economica rilevante. In Colombia lo stato utilizza gli aerei per irrorare le piantagioni di coca con pesticidi e diserbanti, col simpatico risultato che le fumigazioni e gli effetti nocivi arrivano fin da queste parti (e sì che siamo a circa 30 km dal confine). Ma la Coca di cui parlo è una cittadina che si trova a 2 ore di strada da Lago Agrio. Comunque il nome deriva proprio dalla pianta, che da sempre fa parte della tradizione e cultura indigena, come rimedio alla fame.. Questa gita era un progetto che da tempo frullava nella mente vulcanica di Pau e che si pensava di realizzare uno di questi giorni; proprio oggi si erano realizzate le condizioni favorevoli, nel senso che non c'erano altre riunioni, perché in quanto a condiizioni meteo proprio non l'abbiamo azzeccata per niente. Acqua tutto il giorno!la cattedrale di Coca
Così, per iniziare con il piede giusto questa giornata di relax, inauguro la confezione di caffè che ci ha portato l'architetto Gustavo dalla Colombia, tirando fuori dall'armadio la caffettiera da 6 di origine italiana che a quanto pare non usano spesso. Capirò molto presto il perché. La carico con l'acqua fredda, la giusta dose di caffé, sto quasi pensando di seguire i consigli napoletani e mettere lo succhero nella parte superiore, ma dopo aver alzato il coperchio e dato un rapido sguardo, ci ripenso e per questa volta mi fermo. Stringo bene il tutto e metto sul fuoco. Mi aspettavo un aroma migliore, sarà  che la usano poco... e servo il caffè a Pai. "Caffè speciale? ma cosa sono questi semi che galleggiano?... ops, uno scarafaggio... toh, un altro, e questa bella zampetta? ehi, ce n'è un altro ancora". Gli fa eco Hector: "Nel mio ce ne sono solo 2, hai vinto tu". Ferito nell'orgoglio patriottico per non aver controllato prima tutti i componenti della caffettiera, vuoto il resto nel lavandino e liquido così gli ultimi 3 abitanti... Un bel massacro di scarafaggi, 7 in tutto. Speriamo che la protezione insetti mi perdoni.
Partiamo in 4 (Pau, Walter, Hector e il sottoscritto, José Luis è ancora impegnato con la sua "lezione docente universitaria su come ti sistemo il maiale")  sotto una pioggia che è già insistente e prendiamo la ranchera. Unico vantaggio: non ci fermano per il controllo dei documenti a metà strada, al solito blocco. A Lago Agrio prendiamo il bus e con 2 ore di viaggio, a tratti su strada non asfaltata e costeggiando alcuni dei pozzi petroliferi della zona, giungiamo alla città di Coca. Che in realtà dovrebbe chiamarsi Puerto Orellana, dal nome del conquistador spagnolo che verso la fine del 1500 intraprese un epico viaggio da Quito fino alla foce del Rio delle Amazzoni, passando proprio in questa zona; a quanto vedo la mania di chiamare le città con un nome diverso da quello ufficiale da queste parti è la norma.
Ci accoglie una collaboratrice della missione, amica di Pau, che ci fa da guida e ci conduce per le vie di questa cittadina, che nonostante tutto mi sembra meno caotica e scombinata della nostra Lago Agrio (dimenticavo, il suo nome vero sarebbe Nueva Loja...). Si trova sulla sponda del maestoso fiume Napo, che qui ha già una larghezza che supera tranquillamente quella del Po alla foce! prima di sfociare nel Rio delle Amazzoni, a 1200 km da qui, supera i 3 km! La città sta per compiere i 50 anni; la sua origine si deve ai frati Cappuccini, che hanno posto qui la loro missione nel 1957. Allora in tutta la regione c'erano 3000 persone (e si tratta di una fetta di terreno di 28000 lmq), adesso sono oltre 120 mila e la cittadina avrà i suoi 30000 abitanti; solo gli studenti superano i 7000. Ci dirigiamo rapidi verso la cattedrale, una piccola chiesa che racchiude un tesoro grande; la tomba di p.Alejandro Lakata e di sr. Ines Arango, i due martiri di cui ho parlato qualche giorno fa e che in questa zona ancora suscitano una forte emozione. Presso la chiesa, accompagnati da una giovane missionaria cappuccina, visitiamo la loro casa dove si trova un piccolissimo angolo-museo con gli oggetti di questa suora che ha condiviso la fine del suo amico vescovo, uccisa anche lei con 21 colpi di lancia da un gruppo di huaorani che li credeva emissari delle imprese petrolifere. Fa un certo effetto vedere tra le reliquie la sua gonna in jeans, insieme agli oggetti artigianli che i suoi amici indigeni le avevano regalato.
donne hoaorani alla manifestazioneContinuando la visita giungiamo nei pressi della scuola della missione; proprio in quel momento si stava svolgendo un convegno sul rispetto del territorio e sui diritti degli indigeni (ma me lo spiegheranno dopo). Entriamo nella sala e, per una ulteriore applicazione della legge di Murphy, dopo le presentazioni con alcune persone, ci acchiappa un tizio con registratore e comincia a intervistare Pau; dopo un po', senza preavviso ,assa a chiedermi qualcosa e io non sapendo assolutamente cosa rispondere ad una domanda del tipo "qual è il suo contributo a questa tematica" farfuglio alcune ovvietà su questa grande foresta, sul paese... si trattava del responsabile di una radio locale e ormai ci avrà già mandato in onda. Pazienza per la figuraccia, non sarà certo l'ultima. Proseguiamo la nostra visita e in mezzo ad una strada in fase di selciatura vediamo un cappannello di persone, alcune con la faccia colorata secondo la tradizionale cultura indigena. Ci sono anche giornalisti e operatori tv, sfacciatamente europei (azzardo a chiedere in inglese ad una ragazza biondissima con fotocamera da dove diavolo sbuca: risposta Svezia). Siamo incappati in una piccola manifestazione indigena sul diritto all'autodeterminazione dei territori. Mi accorgo che vari dei collaboratori e fiancheggiatori sono comunque europei o spagnoli. I destinatari di questa manifestazione sono le compagnie petrolifere Chevron e Texaco. Soprattutto la Texaco che qui ha lasciato tracce indelebili di sfruttamento selvaggio e deturpazione dell'ambiente. Ne approfitto anch'io per giocare al reporter e raccogliere immagini, prendendo il volantino che dovrebbe spiegare i motivi del gesto. Marcia e discussione pubblica per esigere giustizia a causa dei danni causati dalla Texaco nella amazzonia ecuatoriana, ad un anno di distanza dalla prima udienza penale presso la corte di Tena. Dispiace poi scoprire che nonostante lo stato abbia posto sotto stretta tutela ambientale vaste zone del territorio, ovviamente anche queste abitate dagli indigeni, le compagnie petrolifere, sotto sotto, stanno già entrando in questi santuari naturali "intangibili". L'eterna lotta tra Davide e Golia.monumento a Orellana
Completiamo la visita con una puntata alla missione e questa volta la fortuna è dalla nostra parte. Come entriamo al riparo inizia a diluviare! Ci fa da guida il cappuccino che è anche postulatore per la introduzione della causa di p. Alejandro e sr. Ines. Logico che mi viene facile parlargli di p. Bernardino e di Paolino Rossi, precedenti postulatori generali dei cappuccini e nostri cappellani presso il San Leone, a Roma, amicizie e conoscenze comuni. Com'è piccolo questo nostro mondo. Incontriamo anche la sorella del vescovo (che è anche la sua segretaria), siamo in mezzo ad una vera e propria colonia spagnola, anzi, sono quasi tutti baschi. Le diocesi di Coca e di Lago Agrio sono molto simili per storia, tradizione e impostazione, con la differenza che Coca è gestita dai cappuccini mentre la nostra dai carmelitani. Tra una parola e l'altra ci scappa anche l'invito a pranzo, anche perché il cielo continua a piangere. Chiaro che accettiamo... Dopo varie settimane ho persino intravisto un lavandino con i due rubinetti dell'acqua fredda e calda, ma ho resistito alla tentazione di vedere se funzionava :-)
Dopo pranzo, sgattaiolando tra una goccia d'acqua e l'altra, passiamo sul ponte che attraversa il Napo, ammiriamo la statua di Orellana (a dire il vero, una piramide di cemento di oltre 2 metri con una testolina di 30 cm... da queste parti hanno la malattia del cemento); ma siamo costretti a rifugiarci in una birreria perché il diluvio continua e continua. Così alle 3 riprendiamo il bus, ci sciroppiamo altre 2 ore di viaggio, con trasbordo sulla ranchera e verso le 6 eccoci nuovamente a casa. E' appena tornato anche José Luis, dopo aver concluso le sue lezioni universitarie ed aver "elaborato" ben 2 maiali. Cosa non si fa per la cultura...

15 e 16 luglio

Per un motivo o per l'altro quasi ogni giorno ci tocca fare una puntatatina fino a Lago; ne approffitto anche per sistemare il procedimento di prelievo e invio della posta elettronica dei fratelli, tutto serve. Peccato che anche qui dilaghi la mania di Hotmail e Yahoo, che sono piuttosto complicati da prelevare...vedremo di arrangiarci. E per unire l'utile al dilettevole c'è sempre necessità di comprare qualcosa, vendere qualche marmellata, girare per il mercato, incontrare gente, visitare scorci "suggestivi" di questa incredibile località. Provo persino a girare alcuni spezzoni di mini-video per immortalare il panorama che si coglie viaggiando in ranchera, se volete provare anche voi l'ebbrezza...prelevate il video dell'ingresso a Lago su questo emozionante mezzo di trasporto, e accontentatevi della misera qualità...
pianta e frutto del cacaoGiovedì 15: oggi cacao. non si tratta della prima colazione, semplicemente di uno dei lavori più tipici della nostra comunità per l'autofinanziamento (ma sarebbe più realistico parlare di condivisione di vita della gente di questi posti...il guadagno è molto relativo). Protagonisti, il sottoscritto e il buon Hector. Il lavoraccio grosso è quello di andare in giro per la finca alla ricerca dei frutti maturi del cacao. Abbiamo tante piante sparse nella proprietà e come al solito bisogna tenerle un po' d'occhio tutte quante, perché gli uccelli e tutti le altra simpatiche e fetenti bestioline che girano qui se ne approfittano in fretta, bastano due giorni e ti scippano il frutto. Una volta trovato bisogna fare i conti con ...l'altezza, perché non tutti i frutti sono a portata di mano, quasi sempre per raccoglierli bisogna armarsi di un lungo gancio di bambù e divertirsi al recupero. In due ore, come ci capita oggi, si raccoglie poco più di un sacco di questi bei rutti color arancione (e dal peso notevole!!!). Poi ci si mette belli comodi per iniziare l'estrazione del seme vero e proprio; si taglia il grosso frutto a metà e poi si ravana un po' dentro per tirarne fuori i vari semi, che sono come raccolti in gruppolo viscido e molliccio (sembra di mettere le mani nella trippa di Alien...); si mette tutto a scolare in sacchi di juta per un paio di giorni, affinchè si perda tutta la parte liquida, quindi si mettono a seccare al sole, su uno spiazzo al sicuro dalle maledette galline che ci vanno a scagazzare sopra o a mangiarsi quelli che sono ancora morbidi... insomma, un'attività di tutto relax.
Ms nell'attesa oggi ne approfitto anche per preparare una pizza, usando un lievito che non sia la pura chimica di quello in polvere che qui aggiungono d'ufficio al sacchetto da mezzo chilo di farina. La salsa di pomodoro comprata al supermercato farebbe inorridire un buon italiano, quindi tento la via del pomodoro fresco, poi sopra un po' di wurstel e formaggio fresco. Diciamo che questa seconda edizione comincia ad assomigliare un po' di più a quello che si dovrebbe chiamare pizza, anche se le sorelline messicane non mi sembrano particolarmente entusiaste. I gusti sono gusti e non è facile cambiarli in quattro e quattrotto, me ne accorgo spesso, ad esempio quando Cristina prende la mia insalata di pomodori con rucola, aglio e origano (trovato dopo una ricerca in 3 negozi) e la affoga placidamente nel suo stufato di fagioli scuri. Da loro, in Messico, si usa così e deve darle tanto un'impressione di "casa dolce casa". Sarà....
inizia il lavoro
si taglia il frutto
si apre e si vedono i semi
si estraggono
si stende al sole per seccare
si radunano tutti i frutti
si taglia a metà col machete
si estraggono  i semi,
per eliminare la guaina viscida
e si fanno seccare al sole

Venerdì 16 accompagno José Luis nelle due comuni di Rumipamba e Amazonas, dove il nostro tuttofare, tanto per occupare il tempo... si è reso disponibile per la costruzione di due cappelle, una per ciascuna comuna. A dire il vero in ogni comune già esiste la casa comunale, dove si svolgono tutti i momenti di assemblea, festa, incontro e, logicamente, anche i gesti liturgici e le varie celebrazione. Ma il desiderio di avere una cappella ad uso esclusivo anche qui ogni tanto trova i suoi fautori Ci diamo appuntamento con José Luis verso le 10.30 del mattino, nella città di Lago e poi ci rechiamo presso il Collegio Pacifico, di proprietà della diocesi, dove funziona una buona officina: è qui che sono state commissionate le porte e le finestre in ferro. Di vetri neanche a parlarne, anche perché servirebbeno a ben poco.  Così carichiamo il camion e insieme all'autista, il furgone bloccatoOscar, ci avviamo verso le comuni. Ma prima sosta presso uno dei tanti locali dove si può pranzare per un dollaro. Anzi, Oscar ne conosce uno dove bastano solo 80 cents per una scodella di minestra (la sopa...) e un piattone di riso con pezzetti di carne. Quando arriverà Mc Donalda anche qui, perché è inevitabile che arrivi, voglio proprio vedere che prezzi si metterà a fare!. Partiamo verso l'una e mezzo alla volta della prima comune. Si attraversa il fiume Aguarico con la solita gabarra e poi via, per un buon tratto di strada asfaltata. Ma la pacchia dura poco, si gira a destra e si inizia lo sterrato. Ha piovuto da poco e gli effetti sono disastrosi, buche abissali e laghi d'acqua di proporzioni bibliche (?). Infatti, al primo bivio notiamo una una persona che sbracciandosi a dismisura, ci ferma e ci chiede una mano perché il suo furgone è rimasto impantanato. la cappella di RumipambaVisto che qui la fretta non esiste ci dirigiamo verso il furgone, che è proprio ben piazzato nell'acqua, con una ruota finita in una maxi-buca. La prima fune che usiamo per sbloccarlo si spezza, usiamo allora un cavo d'acciaio e dopo vari tentativi, e dopo aver quasi divelto il paraurti posteriore del furgone, il salvataggio riesce. Un discorso a parte meriterebbero proprio le strade di quest'oggi, una collezione di buchi e laghi, buchi e pantani, meno male che il nostro camion era bello alto, se no la finedel topo l'avremmo fatta anche noi...!
Arriviamo poi finalmente alla comune di Rumipamba ma ci accorgiamo che c'è aria di festa, il campo di volley rigurgita di sedie, bottiglie, plastiche varie e quando qui si fa festa è difficile inonctrare gente per scaricare il materiale. Pensiamo alla porta, che sarà un 3-4 quintali. Ma siamo fortunati e un paio di persone ci vengono ad aiutare, in fin dei conti è .la loro cappella e si vede che ci tengono.Scarichiamo il tutto, José Luis controlla come stanno andando i lavori. Gli chiedo di chi era il progetto e tutto il resto, mi sorride e dice che per queste cose qui un progetto è "sprecato", si fa e basta, ha tirato giù due disegni,strada o fiume? verificato le misure e i lavori sono iniziati. Ci lasciamo alle spalle la cappella di Rumipamba e ci dirigamo verso la comune Amazonas; è ancora più all'interno e ovviamente si tratta di un centro più piccolo, poco più di un centinaio di persone, anche la cappella è più piccola, ma qui troviamo addirittura i muratori al lavoro, il capomastro col suo bocia. Scarichiamo le ultime finestre e i 200 blocchetti di cemento che qui usano al posto dei mattoni (eppure di argilla non ne manca, ma in queste zone quasi tutto viene importato dalle altre regioni dell'Ecuador, siamo ancora in piena fase di espansione e le ditte locali non sono ancora decollate.
Poi si ritorna facendo molta attenzione alle tante buche, ai fossi, all'acqua che trasforma in fiumi queste strade sterrate e zeppe si sassi e tronchi...ma Oscar è un habitué di queste zone. Quando riprendiamo la gabarra per tornare sull'altra riva il sole è ormai sotto le coperte; il tramonto è cosa rapida, nemmeno il tempo di ammirare i colori tra le cime degli alberi. Pazienza, domani avrò certamente modo di rifarmi, mi aspetta la visita ad una comune indigena abbastanza lontana e isolata, in mezzo alla selva... meglio prepararsi con un buon riposo!


17 e 18 luglio: Un "tranquillo" week-end di missione...

Bene, sto quasi per festeggiare il mio primo mese ecuadoriano e non posso proprio lamentarmi. Non ho ancora avuto tempo per la noia o per attività di routine pallose. Ogni settimana ha avuto le sue sorprese, ma un altro week-end come questo e posso tranquillamente partire per il Camel Trophy. Andiamo con ordine:l'oleodotto fumante
E' sabato, ci si alza come al solito verso le 6, siccome ci aspetta un bel viaggetto iniziamo con una colazione da manuale, latte, caffè, uova, marmellata di pomarosa fatta in casa. Walter ed Hector sono già partiti ieri per il loro giro, questa sera anche Cristina e Ana Maria andranno nella comune che li sta già aspettando e io con José Luis iniziamo a piedi il nostro viaggio, avviandoci lungo la strada; il cielo è grigio e carico di umidità, come sempre, non facciamo nemmeno un mezzo chilometro che le prime gocce arrivano, poi diventano tante, rumorose e forti, Subito tiriamo fuori i nostri ripari, una mantellina e il telo impermeabile che mi ha dato Cristina. Pensavo fosse un qualcosa tipo poncho, invece è proprio solo un telo di plastica nera, da tenere ben stretto in testa per coprire anche lo zaino. Il tubo dell'oleodotto che costeggia la strada fuma placidamente, segno che dentro stanno pompando il petrolio (lo scaldano per renderlo più fluido); senbra l'alito di un drago dalla lunghissima coda. il primo guadoAbbiamo appuntamento con padre Juan Felix, uno dei 3 preti diocesani (mi viene da ridere pensando a quanti preti ci sono nella sola Cesano!) perché domani ci saranno le prime comunioni a Pacococha e oggi, passando per la comune di Guacamayo, ne approfitteremo per celebrare una messa. Siamo belli riparati sotto la tettoia della fermata del bus, è una buona occasione per la prima operazione del viaggio: via le scarpe e mettiamo su gli stivali.
Siamo fortunati, si ferma un camioncino coperto che va proprio fino al fiume che dovremo oltrepassare, ci risparmia una nuona ora di scarpinata sotto la pioggia, tanto avremo tempo dopo per provare anche questa emozione.
Sul retro del camioncino saliamo noi 3 e dopo un attimo ecco giungere altre persone, 3 mamme con poppanti al collo, alcuni giovani della comune. Intanto ci dicono che il passaprola non ha funzionato molto bene ultimamente e la messa di oggi sicuramente salterà perché pochi sono stati avvisati e soprattutto perché oggi dovrebbe essere giorno di minga, cioé di lavoro collettivo per le necessità della comune. Giungiamo in riva al fiume Aguarico, l'acqua continua implacabile a scendere.Ci ripariamo alla meno peggio con i nostri teli, accogliendo anche le altre persone. Le canoe ci sono, ma le persone che dovrebbero manovrarle ci lasciano un po' perplessi, sono i giovani che erano saliti con noi e per tutto il viaggio si sono passati una bella bottiglia di trago, il micidiale liquore che tra gli indigeni è quasi una piaga fissa. Uno in particolare è già ubriaco fradicio, si diverte a schizzare le persone con l'acqua, a strapparmi via il telo per far bagnare la gente, fare scherzi... E piove, senza tregua. Le canoe sono colme d'acqua e prima di intraprendere il viaggio vanno svuotate, poi ci accingiamo a salire, io, José Luis, Feliz e una delle mamme con il suo piccolino incollato alla schiena. Fa tenerezza, avrà si e no un mese e questo viaggio non sembra preoccupare nè lui nè la mamma! Il nostro nocchiero finalmente si stacca da riva. Speriamo proprio che abbia più la fortuna di un san Pietro che il tocco di Caronte. Un po' di strizza c'è, la barca galleggia appena, l'acqua arriva praticamente a 5 cm dal bordo, e tra una remata e un'onda non è facile capire se ci bagniamo più per la pioggia che continua a scrosciare o per l'acqua che entra. Scopro che il fiume che si vedeva dalla riva è solo... un braccio laterale, perché in mezzo si trova una lunghissima isola. Approdiamo e seguendo la giovane donna ci dirigiamo al prossimo punto di attracco, perché la barca deve andare a prendere gli altri. Ora il diluvio è totale, seguiamo a fatica la giovane che, senza nessun riparo, ci apre la strada, il sentiero è tutto in mezzo a bambù altissimi e piante fitte fitte, ma si passa, manco fossimo le comparse di quialche film sul Vietnam... poi ci aspetta l'ultimo tratto di fiume, ben più largo del precedente, ma ormai siamo in ballo e arriviamo fradici alla riva; da qui parte il sentiero vero e proprio, viscido e infido, un quarto d'ora di acqua e fango, fino alla prima casa di questa comune sparpagliatissima sul territorio. Finalmente un riparo. Come se fosse la cosa più normale di questo mondo entriamo e iniziamo a toglierci di dosso plastica e acqua, vuotare gli stivali, rifocillarci un po'. La giovane mamma abita proprio in questa casa e inizia subito a sistemare il piccolino, lo cambia, lo fascia e poi me lo affida un momento mentre prepara l'amaca dove collocarlo. il nostro primo riparoNella casa vivono diverse persone, il capofamiglia, con una gamba malandata, sta lavorando alla realizzazione di una nuova amaca, c'è un ragazzo malato vicino al fuoco, da settimane ha la febbre e qui il dottore non passa mai, lo hanno portato in città febbricitante per capire che cosa abbia: tubercolosi, anemia, problemi respiratori... sono malattie comunissime, le medicine quasi inesistenti e la fiducia nei dottori praticamente nulla. Si affidano ancora al loro shamano. Intanto che José Luis dà alcuni consigli per far visitare nuovamente il ragazzo, ci preparano da mangiare; una minestra salatissima con pesce di fiume, yucca, l'immancabile chicha da bere (si pronuncia proprio cicia, ed è una parola kichwa, non spagnola), mentre il ragazzino gioca con un wantin, un cucciolo di wantusa, un animale che vive nella selva e che costituisce uno dei piatti prelibati degli indigeni. La pioggia comunque non accenna a placarsi e i nostri tempi sono stretti. Si riparte per giungere fino al centro della comunità indigena, dove si trova la scuola, il campo di calcio (questo non può mai mancare!) e gli edifici di uso comune. Ma non c'è nessuno, vuoi per la minga da fare, vuoi per la pioggia che prosegue a raffica. Ci sistemiamo nella cucina, un locale in cemento ben solido e... aspettiamo che la pioggia si riduca. Riposiamo mezz'ora, un'ora, quasi due; fortunatamente il cielo comincia ad aver pietà di noi e la pioggia inizia ad affievolirsi. Visto che la messa è sfumata e che non abbiamo altri impegni per oggi, ce la prendiamo comoda e riprendiamo il cammino verso l'una. Ora quasi non piove più, percorriamo un altro bel tratto nella selva sgocciolante , circa un'ora di sentiero, fino alla casa di una delle catechiste della zona. Nuova sosta, saluti, chicha da bere... la vecchia signora non sa una parola di spagnolo, uno dei suoi figli è sordo, quindi anche muto, per fortuna che c'è un altro uomo in casa, anche lui febbricitante. il nostro secondo pranzoLa casa è sistemata in uno spiazzo pulitissimo, lindo e curato, senza un filo di erba; un enorme pappagallo colorato se ne sta appollaiato al riparo mentre una bambina va a raccogliere legna e la signora si da da fare intorno al fuoco. In poco tempo ci invitano di nuovo a mangiare, altra minestra con un pezzo di carne, forse gallina, banane verdi cotte...e l'anziana signora rimane a bocca aperta quando le mostro la sua foto sul visore della fotocamera. Ho visto che a tutti gli indigeni piace da matti guardarsi e vedersi riprodotti su questo piccolo trabiccolo, anche se l'effetto che deve suscitare questa diavoleria non è paragonabile con la nostra semplice curiosità. Si guardano e si mettono a ridere, fragorosamente, succederà sempre così, quindi per rompere il ghiaccio non ci vuole poi molto. Intanto che aspettiamo e mangiamo, il cielo, finalmente, si placa: smette di piovere. .
Ma adesso, mi dice José Luis, inizia il bello del sentiero, ci sono tratti quasi completamente sommersi dall'acqua e siccome qui le condizioni sono quasi sempre le stesse, anni fa hanno realizzato una sorta di palizzata (mi dice che è stato proprio fr. Wilson, uno dei primi maristi a venire in questa comunità, a dirigere i lavori). Travi di legno poste trasversalmente lungo il percorso per facilitare il passaggio, ma in molti tratti il lavoro sarebbe da riprendere, qui anche un trave di legno massiccio dura poco e la quantità di acqua e fango che domina ovunque sembra farla da padrone. Però lo spettacolo che ci avvolge è decisamente emozionante ed unico: uno sconfinato arazzo verde di piante, bambù, liane, felci, alberi, fiori, farfalle, richiami di uccelli e altri animali...non so com'era il paradiso terrestre, ma almeno per gli occhi questo spettacolo è eccezionale.
sulla palizzataPer le gambe, invece, è tutto un altro discorso. Fango ad ogni passo, ti si infila lo stivale nella melma e a tirarlo fuori si fa una faticaccia..., fai per aggrapparti ad un ramo di palma e per fortuna ti fermi in tempo, prima di infilzarti con una serie allucinante di spine; ogni tanto ci sono dei torrenti da passare e per farlo bisogna passare come equilibristi su un tronco d'albero. Non sempre c'è il passamano o qualcosa del genere, al massimo un palo piantato al centro da raggiungere alla meno peggio. I primi passaggi sono da comica, i successivi diventano routine. Mentre sta cercando di facilitarci il passaggio su un tronco semisommerso anche il buon José Luis scivola e si ritrova nella melma fino al petto... posso ritenermi fortunato, visto che l'acqua non mi ha nemmeno invaso gli stivali. Ma tanto qui è tutto umido e uno si rassegna presto. Incontriamo alcune persone e famiglie sul mezzo di trasporto tipico di queste zone: il cavallo, che è comunque il principale rimestatore di fango. Finalmente giungiamo a quella che sarà la nostra casa per questo pernottamento. Scopro con piacere che la signora è proprio una di quelle che domenica scorsa abbiamo invitato a pranzo. Il "buon rendere" è stato molto più rapido del previsto. Sono le 5 del pomeriggio, ne approfittiamo per  lavarci un po', sciacquare i pantaloni e altro che sono ormai una collezione assurda di vari tipi di fango. Ci immergiamo nelle acque del ruscello (un po' più a valle di dove la signora attinge l'acqua per la cucina....), ne approfitto anche per il mio primo bagno nella selva. Con tutte le vaccinazioni che mi hanno fatto almeno questa soddisfazione me la devo togliere! Dalle 6 in poi facciamo vita casalinga, sotto il tetto della nuova casa (le pareiti? semplicemente non ci sono, al padrone di casa piace così), giochiamo coi bambini, il cagnolino... anche qui uno dei ragazzi ha la febbre. Purtroppo non abbiamo nemmeno una aspirina, quando basterebbe molto poco per alleviare questi inevitabili problemi di salute. Dimentico sempre che qui siamo in inverno e se per me la temperatura è splendidamente deliziosa, per loro fa quasi freddo. Ceniamo con la famiglia (il menu è fisso in tutte le case indigene: chicha, una minestra con patate e yucca, se c'è un pezzetto di carne, riso...), poi approfittiamo del fuoco per asciugare la roba che abbiamo appena lavata; ci affumichiamo come salmoni avvolgendoci del fumo che se non altro tiene lontani dalla casa moschini e zanzare. Poi sistemiamo i sacchi a pelo e a nanna, sul pavimento in bambù della casa. Povere ossa, mi giro e rigiro con cautela, sbirciando le stelle che finalmente costellano la notte. Sono le 8, siamo già tutti sottocoperta. Di notte il pianto del bimbo (ha solo un mese), i colpi di tosse dei ragazzi (sono cinque i figli in questa casa), le scimmie della selva, i richiami degli uccelli. rami che si schiantano... suggestiva ninna nanna.. sono a cavallo (loro!)
Alle 6 del mattino il gallo già ci invita alla domenica. In poco tempo siamo di nuovo in piedi, il capofamiglia, che è anche il presidente della comune di Pacococha, è già uscito per andare a stanare una wantusa che ieri ha già ferito col fucile. Quii si vive ancora di caccia e pesca.
Riprendiamo la strada con la guida del figlio maggiore che, a cavallo, ci precede indicando il sentiero. Fango e ancora fango, questa è la strada; ma in poco meno di un'ora e mezza arriviamo finalmente alla sede della comune. Ormai il gioco sembra fatto. Ci sistemiamo nella sala grande, si inizia a preparare l'altare, poco alla volta arriva gente, si radunano i ragazzi e le ragazze che devono fare la prima comunione, tutti con la loro bella camicia o maglietta bianca. Intanto le donne preparano per il pranzo. C'è aria di festa. Pazienza se il lavoro del catechista è un po' approssimativo (il povero Felix cerca di confessare qualche ragazzo ma nessuno di loro sa come "funzioni" questa cosa); nella messa si rimedia con la camuchina, il rito locale che prevede la richiesta di scusa ai genitori e la ramanzina di papà e mamma. Efficace e molto pratico. La messa scivola via semplice e tranquilla, mezza in kichwa e mezza in spagnolo. Appena termina la celebrazione mangiamo un boccone, nel piatto troviamo la wantusa che il presidente ha finalmente stanato, mentre il mio vicino sta mordicchiando una cosa che mi sembra una coscia di pollo: "no, è la zampa di un armadillo". Peccato, questa me la sono persa. All'una e mezza ripartiamo. Scopro che stiamo tentando l'impossibile. dobbiamo giungere alla fermata del bus per le 2 e mezza e la strada è tanta, il fango ancor di più, inoltre si aggiungono le salite e le discese, ognuna col suo ruscello al centro da saltare, zompare, guadare, come viene viene. Non abbiamo tempo per qualche sosta, magari dopo, intanto si cammina, si cammina. la messa di prima comunioneSe non arriviamo in tempo a prendere l’unico pulman sgangherato che serve queste zone ci aspetta un’altra notte fuori. Tra banani e caffè, campi di yucca e mais forziamo l'andatura. Giungiamo al'ultimo fiume da attraversare il più largo, ma la canoa si trova dalla parte opposta, niente da fare per il trasbordo, quindi zaino sulla testa e via, nell’acqua fino alla cintola.E poi di nuovo a piedi, con i piedi che inziano a friggere a bagnomaria negli stivali allagati, ultimo chilometro su uno sterrato lastricato di tronchi, fino a raggiungere finalmente la strada vera, ma ormai è roppo tardi. Non c’è più nessuno ad aspettarci. Rassegnati continuiamo a camminare. Diventa così un'occasione per chiaccherare tranquillamente, per conoscere  meglio il giovane p.Felix, prete del Paraguay finito quaggiù proprio per scelta, a dare man forte a questa diocesi che, a suo dire, è una delle migliori del mondo come esperienza e vita ecclesiale. Come dargli torto?
Ora la strada è una normalissima strada di sassi e sabbia, adatta a qualsiasi mezzo, ma dobbiamo macinare altri 3 chilometri prima di incontrare la successiva comune e poi ancora altri 5 per giungere finalmente ad un avamposto di civiltà decente. Un gruppo di case di campesinos, giovani che giocano alla variante di  volley che da queste parti spopola, un piccolo bar. Finalmente ci concediamo una sosta, una birra fresca, le gambe a riposo. Si attacca bottone con la gente del luogo, quando sentono da dove arriviamo sgranano gli occhi, nessuno si sognerebbe un viaggio tanto lungo; è un'occasione di dialogo con le persone; il barista non ci lascia nemmeno pagare le birre. Poi passa un camioncino e ci dà un passaggio sul retro fino alla strada asfaltata. Tra uno scossone e l'altra ce la ridiamo contenti, poteva andarci molto peggio. Giunti sulla strada principale tentiamo l'autostop e rimediamo addirittura un passaggio in macchina (cioé, io nell'abitacolo, con aria condizionata e musica, gli altri due fuori, sul cassone); è una giovane mamma che lavora nel settore del recupero ambientale e indigeno per una compagnia di petrolio. Si continua a conversare, di tutto un po'. Giunti quasi in centro vedo che cambia strada e non passa per la solita via di tutti i bus. Come mai? "Strizza... questo è un postaccio, ti fermano e ti rubano la macchina, da gennaio a oggi ne hanno già rubate10 e hanno ammazzato 7 tassisti che tentavano di ribellarsi...". Bella cittadina davvero, questa Lago Agrio! Ma ormai ci siamo, ultimo strappo con la ranchera e finalmente a casa. Questa volta il letto è proprio un sogno...
ecco la fotocronaca di questo fine settimana decisamente "a tutta selva"


lunedì 19 -  a tutto relax, a parte il viaggio a Lago per le spese settimanali, ci coglie un acquazzone da paura che in pochi minuti trasforma il centro in un pantano, meno male che il mercato un mezzo tetto ce l'ha. Il pomeriggio lo passo a lavar roba e tentare di togliere l'odore di fumo che ci ha seguiti fin qui Intanto Pau e Walter sono partiti per Quito e torneranno giovedì, Ana Maria è impegnata per 3 giorni in una riunione presso il centro diocesano, il via vai di questa comunità è decisamente frequente e vario Questa sera ci ritroviamo a tavola in 4; nei vari momenti liberi ne approfitto per iniziare a leggere il libro "Hagase tu voluntad", scritto da un noto giornalista ecuadoriano e basato sulla storia di Mons. Alejandro Labaka, integrata con altri approfondimenti interessanti sulla storia di questa porzione di Ecuador..diluvio al mercato

martedì 20
- Soffrivo di un po' di astinenza da Internet, così, dopo aver preparato queste righe, ho fatto una puntatina a Lago insieme a Cristina che usciva per varie commissioni; un'oretta passata dal solito Puncho-Net per scaricare la posta e sistemare le pagine web. Poi continua la vita casalinga, misono preso per la settimana l'appalto delle galline e mi resta abbondante tempo per qualche incursione in cucina, oggi frittelle di mele ("non sapevo che le mele si potevano friggere, dice Cristina... "E' quello che pensavo io delle banane, prima di capitar qui) IN serata tentiamo di vedere un film sul portatile, ma... dopo pochi minuti salta la corrente e rinviamo il tutto ad altra serata. Per tutta la notte resteremo al buio, poco danno per noi, ma per il nostro congelatore i problemi non sono gradevoli.

mercoledì 21 
- la corrente torna solo prima di pranzo. Intanto sono arrivati a farci visita... proprio la  famiglia indigena che sabato scorso ci ha accolto nel viaggio a Pacococha, sono al completo; 4 persone. E' una ottima occasione per restituire il favore, con gliinteressi. Ormai avevo lanciato i preparativi per una rapida spaghettata, sapendo che il pomodoro non lo utilizzano quasi, ho rimediato con una rapida pasta "aglio olio e peperoncino", più vicina ai loro gusti. E infatti la padella è stata spazzolata da tutti quanti, bambina compresa...Ma abbiamo appena finito di mangiare che spunta anche l'altra famiglia, quella di Gonzalo dove abbiamo dormito la notte del sabato; altra preaprazione, ma questa volta più rapida, il riso era già pronto... morale della favola altre 5 persone a tavola. Cristina si prodiga per dare alle mamme qualche medicina per i bambini, vitamine e qualcosa per il mal di testa o la febbre che quasi tutti purtroppo incontrano quotidianamente. Ci preoccupa soprattutto la saluta del ragazzo più grande, sui 14 anni, che due settimane fa è caduito da un ramo alto e si è rotto la clavicola, non si sono preoccupati di portarlo a vedere in qualche ambulatorio (che purtroppo qui sono tutti a pagamento) e così le due estremità dell'osso si stanno già saldando in una posizione scorretta. Ma le famiglie sembrano non preoccuparsi molto di cose del genere...

giovedì 22
- a proposido del concetto di vicinanza e del senso della misura...  bisogna fare attenzione a quando ti danno le indicazioni: inEcuador! Parlando con Cristina ho scoperto che dietro lanostra finca, ad una certa distanza, c'è un posto molto bello e "fotografico", una laguna con acqua, alberi e tutto quello che potrebbe fare la gioia degli occhi.  "Quanto ci vuole per raggiungere questa laguna ?"  ho chiesto allora a Cristina...
"Mah, ci sarà circa un km!"
Così dopo aver dato da mangiare alle nostre galline, sono partito in avanscoperta, uscendo dai nostri confini, entrando nelle finche vicine che comunque qui sono delimitate solamente da un tipo particolare di pianta dalla foglia rossa. Campi di mais in mezzo agli alberi, piantagioni di caffé abbandonate (poco redditizio, ormai), ruscelli, altri passaggisu palizzate... ma di laguna niente. Dopo 40 minuti di inutile perlustrazione, decido di girarmi indietro, anche per non impesierire gli altri, qui la selva è subito profonda! Ma verso la fine perdo quell'abbozzo di sentiero che doveva riportarmi a casa e finisco così nella casa del vicino. Poco male, si giunge alla strada asfaltate e si recupera in fretta. Ma poi chiedo agli altri dove si trova questa laguna, convinto di aver sbagliato direzione. "Come minimo 4 km", mi risponde José Luis, con la sua praticità spagnola.. Altro che passeggiatina rilassante, qui ci vuole mezza mattinata tra andare e tornare. Chissà se sarà possibile prima di partire...
la chiesa di CascalesPoi nella mattinata con Hector andiamo ad avvisare uno dei carmelitani di una rionie per domani. Si trova nella cittadina di Cascales, a 20 km nella direzione opposta di Lago Agrio. Per fortuna non ci sono controlli di polizia lungo il viaggio così arriviamo in meno di mezz'ora a questo centro. Che praticamente corrisponde ad un mucchietto di case a destra e a sinistra della via principale, poche altre case nelle rare strade parallele. Sembra proprio un paesino del far-west.. In compenso la chiesa del paese questa volta, al meno, è un'opera finita e già funzionante. Brutta e cementificata come poche, ma con i suoi banchi e tutto l'essenziale.
In serata, dopo i 3 minuti di notizie internazionali del telegiornale locale (finora non ho mai sentito una notizia riguardante l'Italia), ci guardiamo il film "El dia después de manana" (non so il titolo italiano, in Spagna era uscito a fine maggio), naturalmente su un CD pirata spacciato per DVD, una copia pessima videoregistrata in presa direttta in una sala cinematografica; un amico l'ha prestato a José Luis al ritorno da uno dei suoi tanti viaggi "commerciali". Ma credo che in tutta Lago Agrio non ci sia un solo CD o DVD originale:-)

venerdì 23 - oggi è il grande giorno della riunione con i responsabili delle diverse nazionalità (ho appena scoperto che anche il termine "indigeno" risulta stretto e poco gradito ai diversi gruppi). Sarà presente il vescovo, i missionari, l'architetto e le principali associazioni che tutelano gli "indigeni" di Sucumbios. Alla riunione, che si svolge nel centro di formazione di Isamis, partecipano quasi 30 persone. I vari relatori si alternano per illustra il quadro completo di questo ambizioso e significativo progetto (ne ho già parlato qualche giorno fa). Mi piazzo come "fotografo e giornalista estero" e aggiungo così la ciliegina su questa torta. Ci sono un po' di problemi sotto il profilo finanziario per i tentennamenti e le remore dello sponsor ufficiale, una grande compagnia petrolifera dell'Ecuador, ma la convinzione da parte dei promotori, fratelli in testa (che in questa avventura giocano un ruolo centrale, con non pochi rischi) è grande e si deve cominciare senza indugi.

puntando all'ultimo weekend nella selva: sabato 24 - domenica 25

Sabato 24 - Sigh, purtroppo non ce l'abbiamo fatta. Era già tutto sistemato, tutto pronto, avevo persino recuperato un piccolo maaterassino per le mie povere ossa, in previsione delle 2 notti sul "morbido" pavimento... ma la logica ferrea della selva ha avuto il sopravvento.il porto delle canoe sull'Aguarico
Siamo partiti con Walter dopo la classica mega-colazione, gustificata dal fatto che fino a sera... non ci sarebbero state molte altre opportunità di mettere qualcosa sotto i denti. Ranchera fino a Lago, trasbordo sul bus per Sushufindi, come già avevamo fatto nel nostro primo viaggio, attesa della nuova ranchera per Pacocoha, contemplando come al solito l'acquazzone che ci rallegrava la giornata (ce la stava rallegrando dal mattino presto, a onor del vero). Qui incontriamo anche il catechista che ci accompagnerà fino alla comune indigena di Pacococha, una delle più lontane dalla nostra casa. Durante il viaggio parliamo conWalter di quello che si può prospettare come attività; la visita del missionario (il "servidor", come viene chiamato semplicemente qui), non è un evento molto frequente, data la distanza, Walter conosce da un paio di anni questa realtà, ma l'ultima sua visita risale al mese di marzo... In compenso il catechista tiene i contatti tra il centro e la realtà locale, riunendo la comunità quasi settimanalmente, per un incontro di preghiera, di decisioni varie, di festa. Un po' di problemi sono sorti ultimamente perché la comune è formata praticamente da persone appartenenti tutti alla stessa famiglia, questioni di parentele, di proprietà, di assenze strategiche... insomma, le solite cose che succedono anche da noi. Con la differenza che qui tutto il loro mondo è rappresentato da questo mondo... le possibilità di uscire, andare lontano, cambiare aria sono piuttosto remote. E così, parlando di queste cose arriviamo fino al fiume Aguarico, dove dovremmo prendere la canoa che in circa 2 ore e mezzo dovrebbe portartci fino alla nostra comune. Ma tra le varie canoe affiumate (non si dice? proviamo ad inventarlo...) sulla rive del largo fiume manca proprio quella che dovrebbe portarci a destinazione. Ce ne sarebbe una che giunge fino a metà strada, ma poi come procedere? A nuoto? Non ci sono altre piste nella selva; ci dicono che forse luned'ì ci sarà un passaggio fino alla nostra comune, ma i tempi di attesa sono eccessivi, già abbiamo passato mezza giornata in viaggio. Così dobbiamo rassegnarci, riprendere il bus che ci ha scodellati fino alla riva e tornarcene indietro, costeggiando alcuni pozzi di petrolio e soprattutto rinunciando anche ad un percorso che si preannunciava molto suggestivo. Peccato, sarà per "un'altra volta"! Ripassiamo quindi a Shusufindi, aspettiamo di nuovo un altro bus e torniamo così a Lago Agrio, sono ormai le 6 del pomeriggio, giusto in tempo per una delle ultime ranchere ed eccoci di nuovo a casa, tra la sorpresa degli altri, che erano andati quasi tutti alla festa della Confermazione di un gruppo di giovani presso un'altra comune indigena, molto più vicina e abbordabile.
Ne approfittiamo così, stranamente, per una serata comunitaria al completo, visto che ci siamo proprio tutti quanti. La pioggia continua a scendere ma una partita a carte (quasi quasi sono riuscito a comprendere il gioco, mi sono persino piazzato davanti a Cristina, che di solito ha una fortuna grande come le nubi di queste parti....)
4 passi in ColombiaDomenica 25 - giornata tranquilla, visto che io e Walter siamo liberi da impegni ne approfittiamo per fare una scappata fino... in Colombia, cioé a poco più di 30 km da Lago Agrio, passiamo il ponte del confine, esibiamo i documenti di rito ai militari ecuadoriani prima e colombiani poi, compiamo una brevissima passeggiata nello squallido agglomerato di case che funge da confine (non va dimenticato che siamo in una zona grosso modo sotto il controllo della FARC, l'esercito rivoluzionario che tanti problemi sta creando alla Colombia), e poi torniamo indietro.
A casa troviamo diversi ospiti, un gruppo di giovani con una catechista e una delle suore della pastorale campesinas che stanno vivendo una piccola e semplice convivenza; nella casa delle suore ci sono invece degli ospiti spagnoli, alcuni docenti universitari di Zaragoza che conoscono i fratelli e stanno collaborando inqualche modo al progetto del Collegio Indigeno bilingue... Ne approfittiamo per vedere insieme alcune foto, parlare del progetto, illustrare le idee principali. Che bello quando il mondo si rivela così piccolo da essere "famiglia" e insieme si possono condividere sognie progetti, senza dare troppo peso alle migliaia di chilometri che ci separano.
Sono anche le ultime occasioni per rendermi un po' utile in comunità: così mi piazzo in cucina a dare una mano a Pau, visto che questa settimana tocca proprio a lui che ha già tanti grattacapi e cose da fare per il progetto del Collegio Bilingue per Indigeni; un po' di pasta, qualche dolce...in fin dei conti per variare la solita dieta quotidiana (riso e banane....) ci vuole poco; poi  vedo che a tavola qualcuno sgrana un po' gli occhi per capire quali siano gli ingredienti, ma poi, quando dagli occhi si passa alla bocca... le cose migliorano. Posso finalmente portare in tavola anche 4 foglie di rucola, che ho piantato all'inzio della permanenza e che finalmente sono pronte per entrare nel menu.


luned 26 - tanti auguri Ana Maria e... addio alla selva

buon compleanno Ana MariaOggi sarà il mio ultimo giorno in questa comunità; adesso che l'esperienza della selva sta per finire posso vedere meglio la ricchezza e la novità di una simile opportunità. Ma la vita continua ed è bello che ogni giornata abbia i suoi risvolti nuovi. Oggi è anche il compleanno di Ana Maria, la superiora della comunità delle 'sorelline'; com'è tradizione di queste parti ci diamo appuntamento alle 6.30 davanti alla sua camera per cantarle gli auguri. Solo adesso "scopro" che anche lei, come Walter... è del 59, come me. Insomma, un'annata eccezionale, modestamente :-)
Festeggiare i suoi primi 45 anni diventa così l'occasione di una festa comunitaria a tutto campo. Niente di eccezionale, semplicemente un'attenzione speciale nei suoi confronti, piccole delicatezze che ti fanno sentire apprezzato e necessario, in questa casa dove tutto è indispensabile.sorella Ana Maria, Anita per gli amici
Per l'occasione prepariamo un menù tutto speciale e in molti mettiamo lo zampino in cucina, comunque, una pastasciutta rossa, due spaghetti aglio olio e peperoncino (se alle messicane gli togli l'aglio e il peperoncino si rischia la depressione), insalata e rucola, carne alla piastra preparata da Cristina ("ben cotta, che qui non si scherza con tutto quello che c'è in giro!") e per finire uno splendido caffà di Colombia (sfido io, è proprio dietro l'angolo!).
Intanto inizio anche, purtroppo, a racimolare i vari pezzi sparsi qua e là per la casa, per preparare armi e bagagli, visto che questa sera, con la corriera delle 10.30, si parte...sistemo la camera, apro le finestre (mi sono accorto solo ora che la zprovvidenziale anzariera si poteva anche aprire, facendo scorrere le imposte), si lavano le lenzuola (a mano, visto che la nostra lavatrice è ancora molto in basso nella lista dei prossimi desideri realizzabili). Ho promesso che questa sera preparo anche la pizza e una minestra di riso da far leccare i baffi anche alle sorelle; quindi un po' di attività culinarie vanno messe in conto; chiaro che non vivo di fantasia e tantomeno di esperienza, ogni tanto mi vedono andare a sbirciare sul computer: ovvio, il mio prezioso file di ricette, di errori da non ripetere e di consigli pratici .
Alle 3 e mezza iniziamo una riunione molto particolare, con la comunità dei fratelli; ci sembra giusto tirare un po' le somme di questa mia permanenza, per me è un'occasione preziosa per ringraziare e sottolineare le tante ricchezze scoperte qui, la semplicità della comunità, lo stile fraterno e accogliente, il lavoro così diverso da quello che solitamente pensiamo sia il "classico" lavoro del fratello marista... ed è il momento anche di ascoltare le loro riflessioni, i loro consigli e i loro auguri. Un rapido passaggio anche dalle sorelle per un rapido scambio di saluti tranquilli. tutti a tavola per l'ultima cena
Poi scatta l'operazione pizza, impastare, preparare il sugo, infornare.... un po' di corsa perché intanto è già arrivato P. Juan, il carmelita del centro. La festa di Ana Maria è un'ottima occasione per una celebrazione ricca e partecipata; così ci ritroviamo tutti insieme intorno al piccolo altare, con il calice e la pisside realizzati dagli indigeni cofanes, terracotte con i loro caratteristici disegni geometrici; buona parte della messa viene recitata, un po' da tutti quanti, in kichwa... non vi dico la mia difficoltà a tentare di leggere queste parole abbastanza strane, che in parte ricalcano alcuni termini spagnoli ma che hanno una costruzione grammaticale molto... larga e con finali abbastanza ripetitive. Se il Padre Nostro in casgtillano occupa 12 righe, in kichwa ne servono una ventina... ma è bello ricordarsi che in quel Padre Nostro lui ci raccoglie proprio tutti... Mi ha persino stupito vedere Ana Maria nel suo "vestito della festa",. cioé l'abito classico della suora. Non ci credevo quasi che lo tenesse anche qui, nella selva e mi ero tranquillamente abituato alla versione casual, in jeans e maglietta, qualche volta in gonna. Appena sono entrato sono rimasto sorpreso di vederla così diversa dal solito...
Alla cena facciamo onore alla pizza, alla minestra di riso che sembra ormai un colloso risotto con patate squagliate e brindiamo addirittura con una bottiglia che ha la forma del normale spumante, ma in quanto al gusto... beh, lasciamo perdere. Beviamo con gli occhi, per questa volta :-)
Si lavano i piatti rapidamente, mentre io termino di sistemare le ultime cianfrusaglie nelle borse, visto che dovremo scappare "al volo" dopo la festa che sta per iniziare.inizia la festa - auguri Anita
E la festa inizia, soprattutto per Ana Maria e anche per la mia partenza (finalmente non li torturerò più con foto e piatti strambi...). Ogni partecipante ha preparato un grande striscione con due sritte: un libro che vorrebbe regalare a ciascuino dei due festeggiati e una canzone; il festeggiato, a turno, sceglie una persona che così spiega il motivo dell'abbinamento del libro e poi si canta la canzone prescelta: e gli abbinamenti spesso sono insoliti, curiosi e molto personali, così Cristina mi ha dedicato "L'orso e la suora..." (forse perché oggi in cucina l'avevo trattata un po' troppo bruscamente, ma ditemi voi, è arrivata persino a 'spezzare' in due gli spaghetti "perché se no non entrano nella pentola..." :arghhhh -), ad ogni libro aggiudicato ci appiccicavano addosso lo striscione con dello scocth. Alla fine ho capito perché, mentre ci invitavano a scambiarci gli auguri, a me e ad Ana Maria, ilperfido José Luis con un cerino ha dato fuoco alle nostre code... serata di fuoco, ragazzi!
ci mancava il rogo finaleMa dopo la festa abbiamo dovuto sbrigarcci con gli abbracci e baci, doverosi, perché avevamo prenotato con Pau il pullman delle 10, che parte verso le 9.30 da Lago Agrio, ma e sempre meglio aspettare con un pizzico di anticipo sulla strada.. Prendiamo le borse e le valigie, sperimentiamo una ulteriore applicazione della legge di Murphy, perché piove ancora pesantemente (ho preso più acqua in un mese qui che in due anni in Italia!). Ci affrettiamo a raggiungere la tettoia vicino alla strada, perché qui bisogna stare attenti a quando i pullman passano, visto che ci sono diverse ditte per il trasporto e in pratica fino a pochi metri non si riesce a capire il nome scritto sulla fiancata, anche perché siamo nella notte fonda equatoriana, sotto la pioggia, più sfiga di così... Verso le 10.15 dopo aver inutilmente fermato 5 corriere di altre ditte cominciamo quasi a temere di aver perso l'appuntamento, che forse a causa della pioggia non hanno dovuto fermarsi al controllo dei documenti che sempre si effettua a metà strada, ma finalmente giunge il nostro mezzo; carichiamo la valigia (mi rilasciano anche un ticket, perché diverse volte è successo che il primo a scendere...tsi aggiudica anche la valigia che ritiene più "interessante"!) e prendiamo posto, praticamente all'inizio del bus, che è quasi tutto pieno. Meno male che avevamo prenotato. Pau si delizia nel ricordarmi i vari incidenti di percorso, i ritardi mostruosi, gli smottamenti della strada e la necessità di passare tutta la notte fermi sul pullman, i vari sequestri che in tempi nemmeno tanto remoti ci sono stati, con uccisione del conducente, furti e altre amenità del genere. Ma sono un inguaribile ottimista... Per di più abbiamo un appuntamento importante, domani mattina alle 8 a Quito, un incontro con il vescovo di Sucumbios per raccogliere notizie in vista di un possibile articolo su Jesus, l'occasione mi sembra più che valida. dalal finestra del bus - bloccati dalla neve!
Tra un'occhiata distratta alla pellicola che sta scorrendo sul televisore centrale e un tentativo di dormire iniziano a passare le ore. Il viaggio dovrebbe durarne solo 7! I chilometri non sono tantissimi, solo 280, ma la strada in buona parte non è ancora asfaltata, si passa vicini ad un vulcano che lo scorso anno si è mangiato una fetta di montagna e quindi gli imprevisti possono essere tanti, non per ultimo il freddo, dato che dovremo salire fino a quota 4000! La prendiamo con filosofia e cerchiamo di chiudere occhio. Intanto piove, piove, vedo che i vari pullman preferiscono procedere in carovana, l'andatura sembra pensoamente lenta; si fanno le 24, poi le 2, poi le 4, ogni tanto il bus si ferma, qualcuno scende per 'scaricare' rapidamente, con un freddo e sotto un'acqua che fanno proprio passare la voglia... ad un certo punto ci fermiamo. Tutti i mezzi sono fermi, guardo meglio dal finestrino e capisco perché: neve. Siamo ormai a quota 4000 e sta nevicando, ci saranno un 10 cm sulla strada e quasi nessuno degli autisti ha esperienza di queste cose, la neve qui è molto rara, anche a questa altezza. Siamo tutti fermi, per timore del gelo, degli sbandamenti, del fondo stradale troppo infido. Restiamo fermi per 2 orette, possiamo già dire addio all'appuntamento col vescovo perché avremmo dovuto arrivare a Quito alle 5 del mattino e invece sono ormai le 6, il sole inizia ad illuminare il cielo e siamo ancora fermi. POi lentamente la comitiva di mezzi si muove, passetto a passetto, ruota dopo ruota; quando inizia la disceza tutti imboccano la pista antica, in terra battuta e meno scivolosa e finalmente arriviamo in vista di Quito, sono ormai le 8.30. L'ultimo blocco ce lo riserva il traffico cittadino, decisamente agli stessi livelli di una Milano nelle ore di punta. Ma finalmente, verso le 9.30, scendiamo dal bus, percorriamo un centinio di metri e ci troviamo nella tranquilla casa provinciale dei fratelli in Quito.
La selva è ormai alle spalle... mi mancherà, sicuramente. Sarà per questo che tutto il martedì lo passo un po' a rivedere foto, a raccontare alle diverse persone della casa, a sistemare queste righe... a rileggere i biuglietti di auguri che mi hanno scritto i fratelli e le sorelle.



non credo vi servano altre informazioni su queste pagine, scritte per collaudare la mia confusione, per far felice qualche amico ed amica... e per fissare sul web (la carta non basta più) brevi spunti e riflessioni di questa mia avventura vissuta nel 2004. Testi e foto sono sfuggiti dalle mie dita o dalla mia tastiera, quindi, per commenti, suggerimenti, improperi e quant'altro... prendetevela pure col sottoscritto