gli eventi del 1943 a Giugliano

testo tratto dalla pubblicazione patrocinata dal Comune di Giugliano scritta da
Emanuele Coppola – Teresa Davide, Testimonianze ed eventi a Giugliano, dall’8 settembre al 5 ottobre 1943
Quaderno culturale n. 8 edito dal Centro Studi Alberto Tagliatatela - Giugliano inCampania



Episodi di violenza dopo l’8 settembrecopertina

 L'8 settembre del 1943 l'Italia firmò l'armistizio con gli Stati Uniti, determinando il ribaltamento dei fronti; ci trovammo, così, col nemico in casa, i Tedeschi che fino al giorno prima erano stati i nostri alleati. E magari il popolo neanche sapeva che agli alleati tedeschi erano subentrati gli alleati americani. Pertanto, la vera guerra per il popolo italiano, confuso col suo esercito sbandato, cominciò proprio l'indomani dell'8 settembre. A Giugliano la situazione non era diversa dalle altre parti, con i Tedeschi acquartierati sulla strada che conduce a Villaricca. L'esercito tedesco è in rotta. Una ritirata lenta, progressiva, verso posizioni più vantaggiose. Vige il coprifuoco, ed il terrore. I Tedeschi hanno stabilito che per ogni loro soldato ucciso avrebbero fucilato dieci Italiani. Ma dalle nostre parti non c'è nulla da temere, perché non esiste una colonna partigiana; chi oserebbe sfidare il nemico in casa col rischio di una feroce rappresaglia? Tuttavia, gli uomini sono spariti, fuggendo nelle campagne o restando nascosti sui tetti; i Tedeschi, nella loro pesante ritirata, stanno razziando gli uomini per la deportazione.
Ma i giorni di terrore si preannunciano a Giugliano, dopo 1'8 settembre, con l'incubo dei saccheggi, delle devastazioni e degli assassini perpetrati dai nostri ex alleati, che da un giorno all'altro ci erano diventati ostili, perseguitando soprattutto la popolazione inerme e indifesa.
L'eco delle stragi e dei combattimenti ci arriva attenuata dalle altre regioni, mano a mano che avanza l'esercito americano di liberazione, con i Tedeschi che travolgono ogni cosa nella loro fuga precipitosa, razziando nelle campagne provviste di viveri e distruggendo qualsiasi automezzo. A chi si oppone alla loro feroce tracotanza non resta il tempo per raccomandare l'anima a Dio: si susseguono le esecuzioni sommarie per soddisfare l'ansia di una vendetta trasversale contro la povera gente che era rimasta ai margini della drammatica realtà di una guerra che fino ad allora aveva significato soltanto privazioni e sacrifici per la partenza al fronte di padri, mariti e figli in età abile al lavoro, lasciando alle donne, ai giovinetti e agli anziani l'eredità delle campagne incolte.
La nostra gente avverte l'avvicinarsi della vendetta tedesca. Si era avuto già qualche morto sulle strade periferiche, ed in molti decidono di lasciare i campi per trovare scampo e protezione in paese, tra le case nascoste dietro i vicoli.
A cinque giorni dall'annunzio dell'armistizio con gli Americani, a Giugliano abbiamo la prima ignara vittima innocente. E' il 13 settembre 1943; un'ora prima di mezzogiorno il giovane Antonio Palumbo, di 20 anni, si imbatte in una pattuglia tedesca su di una strada periferica di Giugliano, ed è fucilato senza una ragione.
Tuttavia, c'era già stata un'altra vittima, due giorni prima, durante l'assalto ai depositi militari abbandonati dai soldati presso il mercato ortofrutticolo ed il campo sportivo: qui una donna di 33 anni, Giuseppina Mallardo, era rimasta uccisa nel crollo di una baracca, mentre alcuni uomini imprudentemente ne smontavano le strutture in legno per portarsele via.

Momenti di tensione

A temere di più il nemico tedesco che scorrazza pericolosamente sulle strade di collegamento intercomunali sono i giovani ed i pochi uomini rimasti in età di arruolamento, dai 18 ai 33 anni, che devono sottrarsi all'obbligo di rispondere alla chiamata alle armi nelle file dell'esercito tedesco. Le donne facevano la guardia a mariti e fidanzati che si spostavano sui tetti da un capo all'altro del paese, trascorrendo in ozio le lunghe giornate di settembre, incollati alla voce di una vecchia radio accesa, giocando a carte o fantasticando una improbabile insurrezione, armati di qualche vecchio moschetto, a fianco dei liberatori americani.
Erano ormai interrotti i collegamenti con Napoli e, dopo aver distrutto tutti i ponti e le reti tranviarie, i Tedeschi avevano fatto saltare le centrali elettriche. Dal tramonto anche Giugliano era al buio. Nelle case si riaccendevano i lumi a petrolio e le candele, che era difficile trovare nei pochi negozi scampati ai saccheggi.
Conserviamo una testimonianza inedita degli eventi che si succedettero a Giugliano dal mercoledì 29 settembre al lunedì 4 ottobre 1943. Il signor Placido Briante, uno dei tanti sfollati della fascia costiera napoletana, abitava con la moglie ed i suoi sei figli nel cortile del palazzo della signora Lina Taglialatela Scafati, al vico Martino.
Per rivisitare quei momenti drammatici della nostra storia locale attingiamo in parte anche dal suo racconto, che riteniamo determinante per la ricostruzione degli avvenimenti riferiti all'uccisione del soldato tedesco.
Nel pomeriggio di mercoledì 29 settembre, «verso le ore 16 fui obbligato ad uscire per la compra di qualche candela...
Mia figlia Bianca di dodici anni non volle che uscissi solo e mi accompagnò tutta tremante perché presa dal terrore per la solitudine del Corso Campano... lei si strinse molto a me ed insieme percorremmo un 200 passi [andando verso piazza Municipio], ma tutto era squallore e nessuna bottega aperta; quindi fui costretto a tornare indietro... Mia figlia ogni tanto mi incitava ad essere più lesto perché aveva paura di camminare».
E' evidente, da questa testimonianza, il quadro di desolazione che era rappresentato a Giugliano in quel tragico pomeriggio del ‘43. Il Corso Campano, che era di solito animato dal viavai di tutta la gente che abitava nei vicoli ad esso contigui, da piazza San Nicola all'Annunziata, era sprofondato in un silenzio ovattato e abbacinato dal sole pomeridiano.

L'agguato al soldato altoatesino

II prologo di una tragedia immane si consumò in poco meno di cinque minuti, nel rimbombo concitato dei passi che si rincorrevano sul basolato di quella strada, da piazza Trivio scorrendo verso la piazza dell'Annunziata.
Sono in pochi a ricordare di quegli eventi, ai quali furono pavidi testimoni soltanto alcuni ragazzi nascosti dietro i vicoli; e tra questi c'era allora il quindicenne Alberto Scialò, che abitava con la famiglia al vico Meridiana. Egli, valente nostro concittadino, autore di delicate poesie e di alcuni pregevoli romanzi, nel dicembre del 1976 ha pubblicato il racconto «Autunno di sangue», nel quale aveva trasfusa la sua testimonianza diretta, e che riproponiamo integralmente in appendice, per la dovizia di particolari riferiti anche agli eventi che precederono la tragedia di quei giorni. Nel tardo pomeriggio del 29 settembre nelle strade di Giugliano c'è solo qualche donna, ed i ragazzi agli angoli dei vicoli a far da sentinella agli uomini che giocano a Tressette, nel caso che un camion tedesco si fermi nelle vicinanze. All'improvviso un'esplosione in piazza Trivio; poi un altro scoppio: pare una bomba a mano lanciata contro il muro del fabbricato che guarda diritto in via Licoda. Alcuni ragazzi sono testimoni da lontano, dall'angolo del vico Meridiana; vedono un uomo in divisa correre dalla loro parte, con qualcosa in mano, che è scambiato poi per una grossa pistola (ma si tratta probabilmente di una bomba a mano, di quelle con il manico); il soldato si volta a guardare spesso alle proprie spalle: si sente braccato. Supera i ragazzi nascosti all'angolo del vico Meridiana e corre verso piazza Annunziata, per la strada fattasi deserta. Una pistola crepita all'improvviso: cinque, sei colpi... l'eco dei passi si è spenta.
L'altro testimone, il signor Placido Briante, così riferisce: «Appena cominciammo la via del ritorno [da piazza Municipio al vico Martino] a pochi passi da noi, alle nostre spalle, udimmo il colpo di una granata a mano; ci voltammo a guardare [io e mia figlia Bianca] e vedemmo un tedesco correre verso la nostra direzione e lanciare contemporaneamente altre due granate. Presi dal panico cercammo rifugio presso una bottega semichiusa, spingemmo la porta e una donna anziana che stava all'interno tutta tremante ci accolse e subito mi fece chiudere sprangando la medesima per maggior sicurezza. Dall'esterno udimmo il passo veloce del tedesco che fuggiva perché inseguito da persona che gridava: "Uccidetelo, uccidetelo, è disarmato"... pochi istanti dopo una detonazione ed una voce: "L'aggio acciso"».

Si teme la rappresaglia

Subito la notizia si spande: «Hanno ammazzato un tedesco». E' imprudente rimanere nelle strade. Il soldato tedesco che avevano visto i ragazzi giace all'angolo del vico Gambuzzi, con le braccia aperte, come crocifisso, su un cumulo d'immondizia, crivellato di colpi. Verso sera il cadavere è arrivate al vico Ponte, trasportato dagli abitanti di vico Gambuzzi, timorosi di rappresaglie. Alcuni uomini discutono sul da farsi: è inutile riportarlo al Corso, col rischio di imbattersi nei Tedeschi. Una donna abbastanza giovane suggerisce di sotterrarlo nel vicino giardino; ma non è ascoltata.
Chiamano un tale Peppino ‘o scemo, gli danno dieci lire e glielo sistemano sopra un carrettino per farlo scaricare dietro il Cimitero, appena farà buio.
Il corpo, con le braccia spiegate, issato sul carrettino, è coperto con un lenzuolo. Il paese si rassicura, e la notte trascorre tranquilla. Ma di mattino presto si viene a sapere che Peppino 'o scemo, all'angolo di via Camposcino, all'incrocio con via Guglielmo Marconi, imbattutosi in una pattuglia tedesca, ha abbandonato il suo carico e si è dato alla fuga. Il cadavere è stato sistemato all'angolo, seduto contro il muro, per poi recuperarlo; così lo vedono alcuni contadini usciti di buon'ora per andare nei campi.
La paura stende un velo di apprensione. Prima di mezzogiorno giungono in paese truppe motorizzate, protette da carri armati leggeri. L'unico telefono esistente viene fatto saltare a colpi di bombe a mano. La reazione si annunzia violenta. Qualcuno cerca di avvertire don Saverìo 'o tranviere, che, qualche giorno prima, con alcuni uomini si era ritirato verso il cavone per organizzare la resistenza, trasferendo nelle campagne armi, munizioni e pochi viveri. Nel primo pomeriggio, verso le tre, comincia il rastrellamento, poiché non si era trovato il responsabile dell'uccisione del soldato. I Tedeschi si erano rivolti al Dott. Giuseppe Aprile, Commissario prefettizio a Giugliano, per avere il nome di quell'uomo, ma senza ottenere soddisfazione.
Si diceva che per il soldato ucciso i Tedeschi avrebbero fucilato dieci Giuglianesi; altri avevano sentito parlare di cinquanta persone da massacrare per ogni Tedesco trovato morto. Ma ormai la furia omicida degli ex alleati rispondeva soltanto ad una smisurata e sbrigativa sete di vendetta.

C'era già stata una vendetta esemplare

A tal proposito va riferito che un primo accenno di rappresaglia lo si era avuto due giorni prima. Nel pomeriggio del 28 settembre le pattuglie nemiche erano convenute in piazza Santa Sofia rastrellando gli uomini da deportare in Germania.
Verso le ore 14,30 giunse in piazza la notizia che un loro soldato era stato ferito in via Colonne. Una pattuglia partì decisa in cerca dei responsabili dell'aggressione. Ma la loro rabbia si tramutò in feroce rappresaglia contro un ignaro contadino che era intento a lavorare nei campi in via Colonne: si avvicinarono al cinquantacinquenne Natale D'Alterio e lo fucilarono. Si trattò di un'esecuzione sommaria che doveva essere di monito alla popolazione per scoraggiare qualsiasi altra iniziativa di rivolta contro le truppe di occupazione.

Rastrellati casa per casa

II 30 settembre c'era, dunque, da aspettarsi una ritorsione feroce e spropositata per il soldato ucciso. La rappresaglia fu circoscritta alla zona centrale tra il Corso Campano e la piazza Annunziata, perché il cadavere era stato ritrovato in una delle strade viciniori.
Le pattuglie tedesche si mossero dalla sede del loro Comando, sulla strada che conduce a Villaricca (l'attuale via Aviere Mario Pirozzi), dilagando nei vicoli tra Via Licante ed il Corso Campano. Gli uomini furono per la maggior parte strappati alle loro case, dove fidavano di essere protetti dalla vigile sorveglianza delle loro donne. Alcuni furono catturati in istrada, ignari addirittura dei motivi di quella rappresaglia: venivano occasionalmente daVillaricca.come Aldo Sarnelli e Mario Schiattarella, o si trovavano a passare per Giugliano per chissà quale altro affare, come Francesco Borzacchelli. Ernesto Cerqua abitava in via Antimo Panico, ma forse si trovava a transitare per il Corso Campano, tornando dal lavoro nei campi. Antonio Guarino, Umberto De Biase e Stefano Di Marino furono presi insieme nei pressi del vico Sorbo, in via Licante, dove erano soliti riunirsi nel pomeriggio. Salvatore Sestile cadde nelle mani dei Tedeschi mentre usciva dalla cantina "d”o Masto d”a (g)rotta" per rientrare a casa, di fronte, al vico D'Ausilio. Con lui fu catturato anche Luigi Bastiani, che era claudicante. Un'altra pattuglia si spinse nei dedali di vico Miciano, stanando gli uomini casa per casa e riuscendo a trascinare in piazza Gennaro Vassallo, Felice Granata, Clemente Berretti e Paolo Cacciapuoti; questi tentarono inutilmente la fuga, arrampicandosi sui tetti e cercando di raggiungere i cunicoli sotterranei; e qualcuno, protetto dalle donne che si stringevano attorno ai malcapita-ti, riuscì a scappare; pare che anche un altro abbia tentato la fuga, un Siciliano, ma si dice che sia stato raggiunto dai Tedeschi ed ucciso.
Nel vico Miciano erano stati fermati anche due Vigili Urbani, Antonio Buonanno e Giulio De Cicco. Il Comandante dei Vigili, Michele Scialò, era preoccupato per la reazione che si preannunciava da parte dei Tedeschi, e ordinò di richiamare con urgenza in servizio tutti gli agenti, per concordare insieme con il Maresciallo dei Carabinieri un eventuale intervento teso a scongiurare un epilogo drammatico. Il Vigile Buonanno era andato a chiamare il collega De Cicco, che abitava nel vico Miciano. Arrivato a casa di questi, raccomandò ai presenti di far nascondere gli uomini, perché le cose si mettevano male. A mezza strada ebbero di faccia la pattuglia dei soldati tedeschi che avevano cominciato la caccia agli uomini casa per casa. I due Vigili Urbani, che non vestivano la divisa, furono fermati per essere portati insieme agli altri malcapitati. Ma furono subito rilasciati, dopo aver mostrato il tesserino di servizio. Infatti, i Tedeschi si avvalevano della collaborazione dei Vigili Urbani per reperire gli uomini da impiegare nel lavoro di scavo delle trincee; ad essi era, inoltre, affidato il controllo della linea telefonica.
Se non vi furono altre vittime, è perché forse i Tedeschi non disponevano in quel momento di uomini e mezzi sufficienti per allargare il raggio del rastrellamento, e perché si doveva consumare una vendetta immediata: bisognava dare una dimostrazione di forza, atta a stroncare qualsiasi velleità di rivolta, e che fosse di monito per l'intera popolazione.

Fucilati in Piazza Annunziata

Giovani e adulti vengono condotti in piazza Annunziata, mentre tre carri armati ed un lungo cordone di soldati presidiano le strade confluenti in piazza: via Licante, via Selcione ed il Corso Campano. Sono in tredici, schierati ai piedi del sagrato, ad aspettare la morte con le mani intrecciate sul capo.
Crepitarono i mitra e caddero uno accanto all'altro, nel pomeriggio di quel 30 settembre 1943, alle ore 16,05. Feriti alcuni si rialzarono contorcendosi, nel tentativo istintivo di scappare, ma stramazzarono al suolo falciati da un'altra raffica di proiettili. Rimasero a terra, con accanto i soldati armati che li proteggevano dall'amore feroce delle loro donne che dall'angolo di vico Miciano gridavano strazianti inutili invocazioni. Dopo più di mezz'ora i Tedeschi si ritirarono, e nella piazza accorsero le donne ed i ragazzi, a riconoscere i propri cari straziati. Più tardi ritornarono in piazza i soldati a contendere quello spettacolo alla pietà dei familiari.

L'orrore di chi vide il massacro

II signor Briante così riferisce: «al momento dell'eccidio alcune signorine che spiavano dalle persiane di un balcone... gridarono tutto il loro orrore per simile misfatto. Ebbi la sensazione che le loro grida richiamassero sul posto la pattuglia tedesca che perlustrava il vico ed imposi loro di zittire per evitare il massacro di tutti noi... il silenzio ritornò tutt'intorno, interrotto solo dal continuo lancio di granate, bombe a mano e scoppi di ogni genere che gli unni facevano per aprire portoni, botteghe etc.»
Ci è stato riferito, a tal proposito, di alcune donne che rimasero per sempre emotivamente turbate per avere assistito alla fucilazione spiando in piazza dalle loro case, nascoste dietro le ante socchiuse delle finestre e dei balconi. Dunque, sembrava che i Tedeschi non fossero paghi di aver rastrellato soltanto quelle tredici persone, e cercavano altri uomini da fucilare. Infatti, la testimonianza del signor Briante è puntuale in tal senso:
«II pomeriggio del giovedì fu ancora più tragico perché ognuno di noi aspettava sempre una visita degli unni per la cattura degli uomini e per le immancabili distruzioni che essi facevano ovunque. A pochi passi dalla nostra abitazione [di vico Martino] tutto un edificio venne saccheggiato».

L'assassino del soldato tedesco

Nessuno era intervenuto contro quella carneficina inutile, quella strage di innocenti. Dov'erano quegli eroi che successivamente si sarebbero fregiati del titolo di benemeriti della lotta antifascista e partigiana? Dov'erano quei vigliacchi che avevano ammazzato il soldato per rubargli un orologio ed un po' di denaro?
Sul nome dell'autore dell'efferato delitto si è voluto stendere sempre un velo di omertà, con quella sorta di pudore che si riserva alle cose più vergognose e disdicevoli. Oltre alle solite voci che si tramandano da cinquant'anni a Giugliano, abbiamo raccolto delle testimonianze tra quelli che conservano viva la memoria di quegli avvenimenti. Stralciamo un brano da un'intervista inedita registrata 1'11 settembre 1990, riferito alla persona che uccise il soldato altoatesino. Ce ne parla il signor Domenico Di Gioia, che nel settembre 1943, insieme ad altri concittadini, aveva cominciato ad organizzare il Comitato di Liberazione : «[ad uccidere il tedesco era stato Cutunella 'a Guardia; erano due fratelli, in servizio uno a Napoli e l'altro a Giugliano]; ma fu quello di Napoli a sparare, che dopo si è rifugiato giù nella grotta del Ritiro [delle Monache a Camposcìno]; io e don Carlo Marchese gli abbiamo detto "Te ne devi andare da qui; qui ci stanno le donne". Gli abbiamo detto [rìpetutamente] "Da qui te ne devi andare. Vai a vedere dove devi andare. Dormi per stasera qui, giù nelle grotte delle monache. C'era don Carlo Marchese, che abitava nel vicolo del Ritiro, io e lui"... Il tedesco è stato ammazzato nei pressi del vico Olmo; Cutunella stava nel palazzo di fronte».
Dunque, ad uccidere il soldato tedesco, e a causare la feroce rappresaglia dei suoi commilitoni, era stato Cutunella 'a Guardia, ovvero un Agente di Polizia, in servizio a Napoli, ma nativo di Giugliano e residente, allora, proprio nel palazzo di fronte al vico Gambuzzi.

Gli altri responsabili dell'eccidio

Ma noi abbiamo acquisito altre testimonianze verbali, raccolte tra le persone che abitavano allora nei pressi di piazza Trivio, e siamo riusciti a comprendere, per la prima volta, l'insieme delle responsabilità, che invero non è giusto far ricadere soltanto sull'autore materiale dell'uccisione del soldato tedesco. E in questo nuovo contesto si adatta meglio la testimonianza puntuale ed immediata del signor Briante.
Dunque, i fatti si sarebbero svolti in questo modo: il militare viene fermato in piazza Trivio da quattro o cinque uomini, nei pressi della sede del Dopolavoro Fascista, mentre vi transita con la sua jeep carica di vettovaglie, coperte e taniche di benzina. Il giovane non ha nulla da temere; è un tedesco che presta servizio al riflettore installato in prossimità del mercato ortofrutticolo; lo conoscono un po' tutti: un altoatesino che parla forse meglio l'italiano che il tedesco, che si chiama Pietro ed è solito frequentare per amicizia una famiglia di via Sant'Anna.
Ormai si ha notizia dell'imminente arrivo degli Americani, e gli uomini diventano più baldanzosi; si cerca addirittura di costituire a Giugliano un Comitato di liberazione. Comunque è certo che quegli uomini in piazza Trivio sanno come dimostrare tutto il loro imprudente coraggio: fermano la jeep dell'ignaro soldato tedesco, lo tirano giù e lo picchiano a sangue, ferendolo al volto, per sottrargli le munizioni, le coperte, le taniche di benzina ed il portafoglio con il denaro.
Il militare cerca di sottrarsi al linciaggio fuggendo a piedi verso piazza Annunziata; il più baldanzoso e corpulento degli aggressori, quello che lo aveva tirato giù dalla jeep e gli aveva tolto la pistola, gli lancia contro una bomba a mano, che scoppia sul muro di fronte, e lo insegue per un tratto di strada gridando - come riferisce il Briante - "Uccidetelo, uccidetelo, è disarmato".
Evidentemente qualche altro uomo si era affacciato sul Corso Campano; ed è proprio Cutunella 'a Guardia, armato della sua pistola d'ordinanza, che abita di fronte al vico Gambuzzi. E' coinvolto emotivamente, suo malgrado, in quella caccia spietata; spara al Tedesco che gli si avvicina e risponde di rimando all'inseguitore: «L'aggio acciso».
Come al solito, la gente ci ha sussurrato il nome di quegli altri responsabili della rappresaglia tedesca, di quelli che aggredirono il soldato altoatesino in piazza Trivio. Ma nessuno è disposto ad alzare la voce per contribuire ad ufficializzare la lista degli eroi. Si sanno, tuttavia, i nomi dei protagonisti dell'aggressione di piazza Trivio: c'erano tra questi un falegname con bottega invia Licoda, di fronte al vico Catone, ed un imbianchino che abitava a Camposcino, di fronte alla chiesa di San Marco; entrambi in quei giorni stavano cercando di organizzare il Comitato di Liberazione, insieme ad una decina di altri loro amici, che avrebbero poi ottenuto dagli Alleati favori personali e l'opportunità di una più facile scalata sociale.
Ma torniamo alla cronaca dell'eccidio.

In chiesa ad implorare pietà

Dalla testimonianza di Don Vincenzo Panico sappiamo che il pomeriggio del 30 settembre la chiesa dell'Annunziata era aperta, e vi erano con lui altri tre sacerdoti: Don Crescenze Rega, Don Luigi Granata e Don Antonio Camerlingo. Verso le ore 16 stavano per uscire sul sagrato per recarsi alla chiesa di Santa Sofia; ma furono ricacciati dentro precipitosamente dal sacrestano Giuliano Di Nardo, che, vedendo arrivare in piazza i Tedeschi con gli ostaggi da fucilare, provvide subito a sprangare il portone dall'interno.
Dopo qualche minuto i sacerdoti, riparati nei pressi dell'altare maggiore, sentirono delle raffiche di mitra, senza rendersi conto di quello che stava accadendo in piazza.
Trascorsa una mezz'ora, Don Luigi Granata si avvicinò a portale per spiare dal buco della serratura. Sconvolto alla vista di quel massacro, con le donne riverse sui loro cari, richiamò gli altri sacerdoti. La chiesa fu subito riaperta, ed il Rettore Don Vincenzo scese in piazza ad impartire la benedizione tra i morti e i moribondi che boccheggiavano sul basolato. Le donne si riversarono quindi in chiesa, ad implorare pietà davanti al simulacro della Madonna della Pace e a sfogare nel pianto tutta la loro incontenibile disperazione. Poi ritornarono i soldati ad impaurire quella gente straziata, e la piazza fu abbandonata in un'atmosfera di truce desolazione.

I Tedeschi occupano l’Annunziata

I Tedeschi l'indomani mattina occuparono la chiesa dell'Annunziata, sfondandone il portone a colpi di bombe a mano. Il Rettore Don Vincenzo si era recato a celebrare Messa presso l'Ospedale civile, dove c'era, moribondo, uno dei fucilati, trasportato ivi dalle suore il giorno prima.
Informato dell'occupazione della chiesa, il Rettore scese insieme con il Parroco di San Giovanni, Don Nicola Ciccarelli, per chiedere ai Tedeschi di poter prelevare dall'altare maggiore il Calice con le ostie consacrate. Ai due sacerdoti non fu concesso di entrare in chiesa, e alle loro preoccupazioni fu risposto che chiunque avrebbe osato profanare l'alta-re sarebbe stato fucilato.

Rimozione dei cadaveri

I cadaveri furono, dunque, lasciati sul selciato della piazza fino all'indomani. Durante la notte cadde una pioggia abbondante, che contribuì a sfigurare i sembianti dei concittadini massacrati. Il venerdì mattina i Tedeschi girarono per le strade in cerca dei familiari delle vittime, perché portassero via i cadaveri, facendo capire con gesti inequivocabili che cominciavano a puzzare.
Poiché la gente se ne stava asserragliata in casa, i Tedeschi cercarono degli uomini per far trasportare i cadaveri al cimitero. Ma sentiamo la testimonianza di uno di loro, Vittorio Alfieri, che allora aveva 33 anni, con un negozio di stoffe al Corso Campano, nei pressi dell'Annunziata.
«Il primo ottobre del 1943 siamo stati presi a casa alle dieci e mezzo, e portati in piazza Annunziata dove c'erano altri che erano stati presi come noi. Insieme a me furono presi Salvatore Marchese e Peppe Chiariello. In piazza c'erano già Core 'e signore e Beniamino Buonanno, il quale fu costretto a tirare la carrettella. Facemmo due viaggi fino al cimitero, con la paura d'essere uccisi dai Tedeschi che ci accompagnavano. Noi, dopo aver trasportato i cadaveri davanti al cancello del cimitero, fummo costretti a coprire il sangue nella piazza con il terreno che andammo a prendere a via Del Forno, dove c'era il mercato delle gramigne. Alla fine i Tedeschi ci presero gli orologi a me e a Salvatore Marchese; ma ce li volevano pagare. Ma noi glieli lasciammo e sparimmo di corsa. Ricordo che le nostre famiglie si erano offerte loro di andare a prendere il terreno per coprire il sangue, per paura che ci uccidessero. Ma i Tedeschi dicevano: "Uccidere no; solo lavoro". Così ci lasciarono liberi.
Dopotutto il plotone di esecuzione era già andato via il giorno prima, dopo aver fucilato quei tredici poveretti vicino alla baracca dell'uva, davanti alla scalinata dell'ospedale. Intervenne il direttore dei Fratelli Maristi, Pietro Cannone, che andò a parlare con i Tedeschi e ci salvò».
Il fatto ci è confermato indirettamente dalla testimonianza del signor Placido Briante, che si trovò per pochi minuti in presenza dei tre uomini sequestrati per il trasporto dei cada-veri al cimitero.
Verso le ore 10 di venerdì 1° ottobre l'ospite napoletano fu prelevato, presso la sua abitazione al vico Miciano, da due militari tedeschi che andavano in cerca di automobili da requisire; nel cortile ce n'erano tre, ed il Briante fu condotto in piazza a parlare con un interprete.
«Ci dirigemmo verso la chiesa dell'Annunziata... notai appena sulla strada che le 13 persone assassinate giacevano ancora lì a terra. Giunti proprio davanti all'ingresso della Chiesa, vidi un cannone piantato nell'interno di essa e con la bocca prospiciente verso il Corso Campano con due mitragliatrici laterali e molti loro serventi nonché una quantità di armati di tutto punto si trovavano sui gradini e tutti in servizio.  Nessuno di loro batteva ciglio e con gli indici sui grilletti pronti a far fuoco. Sui gradini della Chiesa vi erano tre giovani (ostaggi) che incontratisi con i miei occhi facevano capire di voler parlare ma non potevano perché guardati dalla numerosa truppa».
Gli ostaggi rimasero a guardarsi in silenzio ed impauriti per circa dieci minuti. Tornò, quindi, il soldato con l'interprete, ed il Briante fu ricondotto al vico Martino, accompagnato da quattro militari interessati al sequestro delle automobili.

Saccheggi e gozzoviglie

Per il resto della giornata di venerdì ed il sabato 2 ottobre i Tedeschi continuarono a scorrazzare per le strade deserte del paese, saccheggiando e distruggendo tutto quello che non avrebbero potuto portare via nella loro ritirata. Essi sapevano, ormai, dell'imminente arrivo delle truppe anglo-americane, e si preparavano a smobilitare.
Il signor Briante, insieme con gli altri occupanti del palazzo della signora Lina Taglialatela Scafati, furono testimoni di quei saccheggi, quasi costretti ad ospitare i militari tedeschi che gozzovigliavano facendo la spola tra vico Martino e la chiesa dell'Annunziata ridotta a deposito, dormitorio, stalla e sversatoio.
La pattuglia tedesca era tornata, dunque, al vico Martino verso le ore 11 del venerdì. Le tre automobili erano inutilizzabili, perché sprovviste di copertoni e di camere d’aria, che erano state già requisite dal governo italiano. Pertanto, riferisce il Briante, “offrimmo loro del vino e questi rimasero entusiasti tato da dover ritornare spesse volte e con altri commilitoni ad assaggiarne… Per tutta la giornata del venerdì (1° ottobre) vi fu un via-vai continuo di uomini e molto vino fu a loro versato e donato anche in bottiglia.
La paura dei casigliani fu attenuata dalla venuta di «un ufficiale tedesco insolitamente simpatico... il quale... rassicurò che la vendetta tedesca verso gli uomini era terminata e che ora pensavano solo a portar via le macchine e le cose che interessavano al comando tedesco».
Tra quei militari c'era anche il soldato tedesco ferito qualche giorno prima a Cancello Arnone mentre era alla guida di un camion; egli stesso raccontò al Briante di aver ferito a sua volta quattro italiani e della vendetta immediata predisposta dal Comando tedesco con l'ordine di massacrare 35 cittadini di Cancello Arnone.
I saccheggi continuarono al Corso Campano per tutto il pomeriggio del sabato 2 ottobre. Non trovando altri mezzi di trasporto, un Capitano pretese che il Briante lo accompagnasse «dovunque nella città di Giugliano per requisire biciclette». Pertanto, con l'uso di bombe a mano fu abbattuta la porta di una bottega adibita ad officina e rivendita di biciclette usate, ed il Capitano «asportò tutto quanto fosse di suo gradimento», facendo caricare il bottino su di un camion che seguiva in istrada la pattuglia dei razziatori. Passarono, quindi, a depredare una bottega di orologeria, un salone di barbiere e qualsiasi altro locale che potesse suscitare un interesse o la semplice curiosità, con la soddisfazione irrazionale di spadroneggiare. Intanto, continuava il via-vai dei soldati al vico Martino per l'inesauribile disponibilità del vino.
Verso le ore 17 del 2 ottobre, riferisce il signor Briante, «ritornò di nuovo l'ufficiale che aveva mostrato verso noi tutti molta simpatia  e questa volta per salutarci ed informarci che gl'inglesi sarebbero giunti il 4 ottobre mattina e che loro avrebbero lasciato Giugliano nella notte fra il 3-4... Ci mostrò le fotografie della moglie e di sue due tenere creature che non vedeva da quattro anni...».

Sepoltura dei tredici martiri

Lo stesso sabato mattina, 2 ottobre, era stato concesso ai familiari di dare sepoltura ai tredici martiri della barbarie nazista e della vigliaccheria d'un giuglianese che l'indomani sarebbe andato incontro agli Alleati mostrandosi fiero d'aver ammazzato un soldato tedesco e di avergli preso la pistola a prova di cotanto coraggio. I corpi sfigurati degli sventurati concittadini giacevano dal giorno prima davanti al cancello del cimitero, e furono adagiati nelle bare costruite per lo più con le tavole dei letti matrimoniali e dei pochi mobili delle loro povere abitazioni. Ma solo alcuni, sfidando la paura, provvidero a dare pietosa sepoltura ai loro congiunti; gli altri cadaveri furono lasciati ancora nel piazzale, e sarebbero stati interrati soltanto dopo il 4 ottobre.

I bombardamenti degli Alleati

Quando ormai sembravano compiute per la nostra povera gente le drammatiche vicissitudini della guerra, ed aver pagato con il prezzo del sangue innocente la testimonianza di una dolorosa compartecipazione ai gravi lutti nazionali ed il tributo alla ferocia degli ex alleati tedeschi, che finalmente si apprestavano ad abbandonare il paese, una più grave ed irreparabile sciagura piovve dal cielo a martoriare la città di Giugliano, disseminando ovunque morte e distruzione.
Le truppe di liberazione dell'esercito anglo-americano avanzavano lentamente bombardando da lontano le postazioni occupate dai Tedeschi.
Il duello a distanza dell'artiglieria, ingaggiato dagli Americani contro i militari attestati a Giugliano, cominciò improvviso all'imbrunire del sabato. Le prime bombe solcano il cielo fischiando, quasi invisibili, e naufragano nelle campagne in assordanti boati.
Una cannonata ha colpito il campanile della chiesa di Santa Sofia, dove c'era una postazione tedesca di vedetta.


tratto da: Emanuele Coppola – Teresa Davide, Testimonianze ed eventi a Giugliano, dall’8 settembre al 5 ottobre 1943 – Quaderno culturale n. 8 edito dal Centro Studi Alberto Tagliatatela – Giugliano [da p.13 a p. 37]