|
|
|
|
cose di casa marista, n.1, estate 2000passare le "vacanze" a Sarajevo20 agosto 2000: la GMG marista20 settembre 2000: San Marcellino, una roccia per San Pietro |
San Marcellino, una roccia per San Pietro |
20
agosto 2000: la GMG marista
20
agosto 2000: c'eravamo anche noi, quel giorno ormai consegnato alla storia,
sulla spianata incredibile di Tor Vergata.
Certe esperienze vengono comprese solo dopo che le hai affidate alla memoria ed hai toccato con mano quante aspettative gli altri hanno posto su questo evento. Ti accorgi di essere veramente coinvolto negli eventi quando li devi far presenti agli altri. Come maristi ci siamo incontrati da molti posti diversi, grazie al lavoro di preparazione di un gruppetto di fratelli, padri e suore che dalla primavera si sono dati da fare per raccogliere un gruppo che avesse le origini nel carisma comune. In totale ci siamo ritrovati in oltre 200, alloggiati nelle classi del S. Giovanni evangelista, la scuola dei Padri Maristi vicino a Piazza Bologna. Ogni giorno si iniziava con un momento comune e poi, date le diverse nazionalità, ci si suddivideva per le catechesi e gli incontri;ma i momenti più intensi li abbiamo vissuti tutti insieme, a partire da quel primo pomeriggio del 15 agosto, in piazza s. Giovanni, dove abbiamo cominciato ad assaporare il senso di famiglia che nasceva dal ritrovarsi veramente tutti convenuti con il medesimo cuore e con le stesse attese. Così attendere il Papa non si è trasformato in un momento di svagato gioco di lancette, ma in una festa che apriva l'intera settimana a qualcosa di imprevisto ed imprevedibile che ancora non si poteva chiamare con un nome preciso. I giorni si sono dipanati rapidi, tra una catechesi stimolante e l’ingresso in San Pietro passando dalla Porta Santa; fino alla via Crucis vicino al Colosseo, che siamo riusciti solo a sbirciare. Il momento più marista del nostro incontro lo abbiamo vissuto il giovedì sera presso il San Leone Magno. L’obiettivo era quello di radunare tutti i giovani pellegrini alunni o ex-alunni maristi presenti in Roma, almeno per quanto riguardava i gruppi organizzati. L’impresa non era facile ma molti sono riusciti a concretizzare questo invito; così dopo un rapido rinfresco (un sogno, per molti!), un momento di accoglienza e un benvenuti in tante lingue, c’è stato spazio per una cena fraterna e, per concludere, una suggestiva veglia intorno alla croce e a Maria. Il sogno di Marcellino, di Colin e dei primi amici e amiche fondatori ha ancora tanta strada da fare. Per
chi ha potuto vivere i vari momenti della GMG, dalle catechesi del mattino
al pellegrinaggio per attraversare la soglia della Porta Santa, è
stato tangibile accorgersi di come questa esperienza cresceva gradualmente
di intensità. Gli ultimi due giorni, sabato e domenica, sono stati
poi veramente unici. Sveglia alle 4 del mattino, poi via per la lunga marcia
carichi come somari del nostro pacco-sopravvivenza; camminando senza sconti
e senza scorciatoie, ci siamo avvicendati tutti per una dozzina di chilometri.
Noi siamo stati ancora tra i fortunati che li hanno percorsi nelle fresche
ore della prima mattinata, con temperature ancora umane, ma c'è
stata gente che si è messa in marcia solo dopo le nove, quando il
termometro viaggiava ormai allegramente sopra i 30 gradi. E poi la veglia
della sera, immersa in una coreografia che ci ha fatto apprezzare tutti
i dettagli, del palco, del prato, dei suoni e delle luci! Ci sono eventi
che ti consegnano alla storia e ti obbligano a fare i conti con un futuro
che non potrà più essere lo stesso.
Abbiamo sentito il Papa, il caro vecchio Giovanni Paolo, sintonizzarsi con energia sulla nostra stessa lunghezza d’onda e trascinarci oltre gli entusiasmi della folla; e quando quel vecchio di anni ma giovane di coraggio ci ha ricordato le adunate oceaniche che hanno segnato la storia del millennio ormai concluso, con le sue pazzie e la sua violenza, ti accorgi che i tempi sono veramente cambiati, che anche tu stai cambiando con loro e che al futuro abbiamo spalancato porte che non osavamo sperare. Ora ci ha chiamati "sentinelle del mattino". Dobbiamo tenere gli occhi aperti per scorgere i segni di questa nuova alba. (g&b) |
Passare le "vacanze" a Sarajevo 2000 L’estate
che volge al termine ha visto ancora una volta i Fratelli Maristi impegnati
in prima linea sul fronte della solidarietà internazionale. Con
un gruppo di ragazzi genovesi (Tommaso, Antonella, Giovanni e Luca), Fr.
Pietro, Fr. Mario ed il sottoscritto ci siamo recati al “fronte”
per vivere una esperienza di vita nella martoriata Sarajevo. La scelta
del posto ha avuto la sua odissea: all’inizio si doveva andare a Debrecen
in Ungheria per continuare il lavoro con i profughi multietnici del Campo
che già ci aveva visti protagonisti per cinque anni consecutivi,
ma il ritiro dei catalani ed in particolare quello all’ultimo minuto di
Fr. David, il nostro interprete, ci aveva procurato alcuni interrogativi
di difficile soluzione, primo tra tutti quello della lingua incomprensibile,
che in caso di necessità ci avrebbe creato seri problemi. Tutto
era predisposto, ma alla fine siamo stati quasi costretti a declinare l’invito
ed a orientarci verso altri lidi. Fr. Gino aveva contatti già da
tempo con una associazione di Como (il nome “Sprofondo” sarebbe risultato
poi pienamente appropriato…) che operava a Sarajevo, nel cuore della ex-guerra
bosniaca. In quattro e quattr’otto abbiamo aderito all’iniziativa anche
per non tradire le speranze dei ragazzi che avevano optato per “perdere”
del tempo vacanziero in favore di un periodo di condivisione e solidarietà.
Il viaggio in pulmino, interrotto soltanto da una luculliana e piacevole
sosta presso i parenti di Fr. Pietro, si è svolto senza particolari
incidenti fino al confine con la Repubblica Serba di Bosnia dove abbiamo
dovuto attendere ben 3 ore per passare! La situazione che si è presentata
ai nostri occhi aveva un aspetto allucinante: il fiume Sava faceva
da confine e mentre dalla parte croata i grattacieli e le case in ordine
campeggiavano, dall’altra parte vi era la desolazione totale, frutto dei
bombardamenti croati, case distrutte, sterpaglie, muri bruciati…sembrava
che la guerra fosse ancora in corso. Il panorama poi non cambiava di molto,
anche se allontanandoci mano a mano dal confine, le macerie facevano spazio
anche a parziali ricostruzioni, ma i problemi, almeno per noi si erano
moltiplicati: l’associazione ci aveva descritto il percorso per arrivare
a Sarajevo nei dettagli; indicazioni e città da attraversare, ma
davanti a noi si presentava un piccolo problema tragicomico: tutte le scritte
erano in cirillico!
La prosecuzione del viaggio a questo punto doveva essere fatta ad intuizione, contando le lettere delle indicazioni o ipotizzando che il nome fosse quello giusto: in complesso non siamo riusciti a sbagliarci di molto e la strada imbroccata si è rivelata quella giusta, a parte qualche piccola deviazione immediatamente corretta. Giungiamo alla sera a Sarajevo e dopo qualche giro a vuoto arriviamo alla sede di “Sprofondo”, sita in un edificio in via di ristrutturazione. Dopo una cena frugale ci attendono le famiglie bosniache che ci ospiteranno per la prima settimana. Con Fr. Mario capitiamo con una giovane coppia con una bambina piccola a pochi metri dalla sede, che immediatamente ci consegna le chiavi dell’appartamento ed in pratica… sparisce e noi la rivediamo solo in rarissime occasioni. Quando andiamo a dormire avviene il panico più totale: cesso senza carta igienica (poi scopriamo che nessuna famiglia usa questo strano oggetto della civiltà occidentale, sic!) e senza sciacquone (secchi d’acqua), mentre per la camera da letto non ci possiamo lamentare in quanto ci sono ben 2 letti normali a disposizione. La nostra sistemazione veniamo poi a sapere che è quasi di lusso perché gli altri sono capitati in situazioni ben peggiori. Per ovviare ai disagi decidiamo di lavarci ed espletare i bisogni fisiologici in sede, dove i bagni hanno un aspetto normale. Il giorno dopo vengono distribuiti i lavori: Fr. Gino, Tommaso e Luca vanno a lavorare in un orfanotrofio con bimbi da 0 a 4 anni), Fr. Mario e Antonella vanno all’ospedale pediatrico mentre Fr. Pietro e Giovanni si occupano dei ragazzi di strada, quasi tutti rom, del quartiere di Vraza, uno dei più poveri di Sarajevo. L’esperienza è positiva, a parte le numerosissime incertezze organizzative, che, nonostante la presenza di due coordinatori della associazione, hanno avuto bisogno dell’intervento e dell’esperienza mia e di Fr. Pietro per sbrogliare le matasse. Il gruppo in totale conta circa 25 volontari provenienti da varie parti d’Italia, tutti ragazzi che si rivelano molto in gamba e seri, con cui riusciamo a creare un gran bel clima, nonostante le differenti opinioni, ideologie e motivazioni che ci hanno fatto confluire a Sarajevo. Tutte le sere si fa una revisione ed un confronto del proprio lavoro svolto durante il giorno e a tenere il morale alto ci pensa sempre il buon Tommaso con le sue battute e la sua verve. Approfittiamo del sabato e la domenica liberi anche per fare vari giri in città e per apprezzare la cucina tipica (provare il civapicic!), ci fa da guida un volontario serbo, un ragazzo di 25 anni che ha vissuto la guerra sulla sua pelle (ha rischiato più volte di morire ed è pieno di cicatrici di colpi di fucile o di pezzi di mine esplose) ma che riesce a raccontare i fatti con molta serenità e distacco, senza parteggiare per nessuno e cercando di essere il più obiettivo possibile. Come inciso Alexandr vive ora ad Ancona dove lavora come operaio e studia ingegneria elettronica.
Visitiamo la biblioteca incendiata, il ponte dove è stato ucciso l’arciduca Francesco Ferdinando, il palazzo del governo (famosa la immagine del suo incendio che tutte le televisioni hanno trasmesso), il mercato dove per terra resistono i segni delle mine che hanno provocato la famosa strage, l’aeroporto con il tunnel dove arrivavano i rifornimenti per i civili, il viale dei cecchini e vari campi minati ancora da sanare, intieri quartieri distrutti ancora da ricostruire, trincee con ancora i sacchi di sabbia e terra a protezione ecc. Visitiamo anche la parte antica di Sarajevo, il quartiere tipicamente mussulmano di Barshasha, ancora intatto con i negozietti ad un piano ed il suolo lastricato. La settimana successiva si cambia lavoro: Fr. Pietro resta in sede a curare i ragazzi del quartiere, Fr. Gino, Giovanni, Tommaso e Luca vanno a Vraza, Fr.Mario accudisce un anziano signore non più autonomo dopo uno choc di guerra e si ricomincia. Si cambiano anche le famiglie ospitanti e i due intrepidi eroi vengono assegnati ad una famiglia mussulmana radicale (in casa campeggiava la foto del figlio che sventolava la bandiera verde con la mezzaluna e la stella) dove i rapporti sono molto più cordiali ma gli inconvenienti aumentano, perché oltre a presentare i soliti problemi ai servizi (che peraltro sapevamo già ) nella camera da letto c’era un letto a una piazza e mezza completamente sfondato al centro. Dopo vari tentativi per dormire aggrappati alle sponde laterali onde evitare di finirsi addosso in posizioni più o meno equivoche e sconvenienti, il sottoscritto abbandona la lotta e va a dormire sul pavimento dopo aver raggiunto l’accordo di utilizzare il letto un giorno per uno. La sorpresa viene poi il giorno dopo, quando alla sera troviamo preparato un materasso al suolo: l’unico rimasto fregato alla fine sono stato io! Come tutte le belle avventure, anche questa ha la sua fine e si deve ripartire. Decidiamo di non passare per le autostrade e di fare un giro più lungo anche per passare per Bihac, posto famoso per la strage dei serbi compiuta dai croati. Rifacciamo tappa dai parenti di Fr. Pietro e il giorno dopo tutti a casa felici e contenti. Che dire di personale di questa esperienza? Prima di tutto credo che rendersi conto in prima persona di cosa significhi una guerra è sempre un fatto che ti arricchisce e ti fa capire molte cose ma soprattutto consolida e ti rende concreto il valore della pace, poi il condividere una esperienza anche con persone che sono fuori dal nostro mondo marista apre molto gli orizzonti e ti aiuta a conoscere e comprendere meglio i giovani e ti porta ad applicare quella “pastorale del muretto” fatta più di testimonianza silenziosa che di tante parole a volte inutili. Il servizio svolto ha anche l’effetto di insegnare ai bosniaci il senso della solidarietà e del gratuito, valori che ignorano completamente. Se questo non bastasse si può aggiungere anche il fatto di poter capire quanto l’odio possa essere distruttivo, anche a livello di rapporti interpersonali (tra mussulmani e serbi c’è una mal celata tolleranza, e si capisce che una volta che l’ONU se ne dovesse andare tutto ricomincerebbe da capo). Personalmente invito i Fratelli a fare questo tipo di esperienze che segnano la vita, di non avere timori o paure, di essere audaci. Forse non serve necessariamente andare a Sarajevo o a Debrecen, basta guardarsi attorno, fuori delle mura protettive e rassicuranti dei propri conventi che se si aprono gli occhi, ma soprattutto il cuore, ci si accorge che ci sono giovani che hanno bisogno di noi, del nostro calore e della nostra esperienza educativa. Rendiamo attuale nel 2000 il desiderio di San Marcellino: “Non posso vedere un giovane senza che mi assalga il desiderio di parlargli di Dio”. Fr. Gino, superiore anticonformista. |
Archivio dei numeri precedenti
|