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Autore: Giorgio Banaudi

un chiodo fisso …spuntato

un chiodo fisso …spuntato

Piccola odissea per “tentare” di attivare un n. fisso con un “noto” fornitore di connettività. Tutto è iniziato il 2 di ottobre, quando recandomi presso il negozio fisico di V. della mia zona, chiedo conferma di quanto avevo già verificato sul loro sito, per valutare la possibilità di attivare un nuovo n. fisso per una nuova abitazione. Telefono e Internet, il pane quotidiano, insomma. La prova online era andata bene, anzi, meglio del competitor T., che sembrava meno performante per quel preciso indirizzo (addirittura sul sito di T. non figurava). Apparentemente in quel preciso punto dell’Italia la connessione era possibile fino a 100 Mb. Non male, visto che il vicino sfiora a malapena i 50. Naturalmente le conferme sono più che smaccate (“Siamo i primi come fissi installati in questa zona…”) Così, sperando di risolvere rapidamente un problema ho aperto le danze e iniziato la trafila per l’attivazione.

Niente da dire sulla cortesia e gentilezza degli operatori V. sempre esaurienti, sia dall’Italia che dalla Romania, solo che dopo 2 settimane arriva l’avviso del sopralluogo tecnico (effettuato da S., un service esterno a V.), ma il primo appuntamento va in bianco; con molto ritardo i tecnici chiamano e chiedono “Ma dove siete”? Strano, indirizzo e tutto il resto era ben chiaro nella richiesta visto che persino il n. di telefono era corretto, ma la squadra tecnica stava cercando il nostro indirizzo a ben 15 km di distanza! Chissà quali db aziendali avranno consultato…
Peccato che dopo un paio di chiamate e conferme, si prefigura un secondo intervento: salta anche questo, senza però nessuna chiamata di precisazione. Seguo la pratica sul portale, mi illudo che la scritta “nella tua zona le richieste vengono esaudite mediamente in 20 giorni” valga anche per il mio caso. Comincio a contattare ogni 2 giorni il call center. Sul cell adesso ho 28 sms in pochi giorni della solerte V.

Giunge così l’SMS che conferma un ulteriore visita della squadra tecnica, la terza. Ma va a buca misteriosamente anche questa. Il call center sembra compreso di questi problemi e, sempre più gentili, mi seguono persino di sabato, mi confermano che a inizio della settimana successiva, tempo 24 ore, sarò finalmente contattato. “Ci siamo”, mi viene da pensare.

E invece si arena tutto in questo lido di speranze. A nulla servono i reiterati tentativi di contatto (quasi una decina, tutti senza risposta). Fino all’arrivo di un SMS che informa che la pratica è in corso, sarò richiamato e intanto  è possibile verificare l’andamento.

E allora verifichiamo questo andamento sul portale. Un po’ defilato, sotto un menu che prefigura un “ci siamo quasi”, arriva la conferma che le cose sono ben diverse. Non è nemmeno possibile attivare la linea fissa. Tutte le telefonate che provo a fare, da questo momento, al 190 o al n. aziendale vengono ignorate (un complottista direbbe “filtrate”), si chiede solo di restituire il modem già consegnato il 2 ottobre… E così lo riporto presso il negozio ;-(  

Con la piccola differenza che in questo modo ho perso un intero mese di tempo, non ho mai visto un controllo tecnico, quindi se non sono venuti è perché la verifica si poteva fare da remoto, probabilmente in tempi molto più rapidi.
Peccato, è in questo modo che risalta la qualità di un servizio …
Ok, e adesso passiamo a qualcun altro.

Alle porte degli inferi

Alle porte degli inferi

Lo so, non fa molto effetto pensare che il lago Averno un tempo era considerato l’anticamera degli inferi per tutti quei motivi che poi vengono chiaramente spiegati e smontati dagli esperti: le esalazioni di gas che infastidivano gli uccelli e che quindi non lo sorvolavano… E gli uccelli erano importanti per i cantori di disgrazie di un tempo, un po’ come le fake-news di oggi… Ma dopo tanti anni mi aspettavo almeno di trovare indicazioni stradali più decenti. 

Così domenica sono partito insieme a Ramiro, un amico brasiliano che sta vivendo una esperienza solidale a Scampia e dintorni, per rivedere un po’ questi luoghi. Mi ha proprio stupito il fatto, e ovviamente lo commentavo ampiamente, di come vengano trascurati e ignorati certi luoghi che meritano invece un rilievo maggiore.

Basterebbero pochi resti, qualche rudere, il tracciato appena di qualche via consolare e subito da altre parti si darebbe la giusta enfasi a questi luoghi. Ma qui ce ne sono davvero troppi e diventa difficile valorizzare l’esistente. Ma il confine tra il valorizzare e il dimenticare può essere molto ampio. Non ho trovato un solo cartello che indicasse la strada da prendere per il lago Averno, soprattutto quando ero ormai nei dintorni. E’ avvilente dover utilizzare Google Maps per non perdere la strada…

Ma per fortuna lo spettacolo alla fine premia la tenacia. Dopo aver parcheggiato non vicino al primo bar e al primo posteggiatore, ma proprio alla fine della strada che percorre quasi metà lago, è bello passeggiare con calma sulle rive di questo specchio d’acqua. Tanti i pescatori (forse nessuno italiano, troppo attenti alle leggende?) e molti a godersi il tiepido sole di ottobre. Un bel gruppo di appassionati davanti al tempio di Giove. Incredibile pensare che dopo il Pantheon qui c’era la seconda cupola del mondo… sarebbe ancora oggi tra le prime 10 se un terremoto non l’avesse quasi sbriciolata. Peccato invece che la galleria che collegava il lago con l’altro versante del cratere, un tempo parte dell’articolato complesso difensivo della flotta imperiale sia adesso definitivamente (ma cosa significa, da queste parti “definitivamente”?) chiusa e abbandonata, tra sporcizia, escrementi e cartacce. La scritta “Antro della Sibilla” che ancora tenta di richiamare i turisti più sempliciotti, tra un po’ sarà l’unico ricordo di questo cunicolo.

tornando a Cuma

tornando a Cuma

E così riprendiamo la bici, la carichiamo in macchina e si parte. Prima meta, andiamo a rivedere Cuma. Vediamo se dopo questa manciata di anni dall’ultima volta che ne ho visitato i dintorni, le cose sono cambiate, migliorate o… chissà. Abitare a poche manciate di minuti da luoghi così arcaici e leggendari è il modo più semplice per non visitarli mai o addirittura dimenticarli, nasconderli dalla vista. Ed è proprio quello che succede a tutta questa zona. Come prima tappa, dopo un passaggio rapido nel piazzale che introduce alla Rocca di Cuma (dove il custode sembra la cosa più antica, dopo gli scavi, perfettamente in tema), punto alla villa che custodisce l’anfiteatro di Cuma, uno dei reperti più incredibili della zona. Praticamente nella vigna di una casa, a custodire le piante, i meli e l’orto del contadino. Adesso questa villa ospita una fondazione internazionale, la Vergilian Society e la famiglia che la gestisce (ho persino incontrato il figlio della padrona di casa, gentile e motivato!) si porta addosso il peso di questa responsabilità: una casa con fondamenta millenarie, a ridosso di un anfiteatro nella quasi indifferenza di chi ci vive intorno, mentre americani, francesi, tedeschi… fanno a gara per inviare qui loro studenti a conoscere questo raffinato angolo di antichità.

Passeggiare tra i filari della vigna che costeggiano gli spalti, le volte e gli archi di quello che una volta era un anfiteatro pieno di vita, ha sicuramente un fascino insolito e unico; accarezzi le mura, incontri ancora un pezzetto di marmo risparmiato dal tempo, cerchi di valutare quanti spettatori potevano sedersi sulle gradinate, e provi ad immaginare le gare o gli spettacoli…

Poi sempre in bici ho cercato di visitare la foresta del monte di Cuma. Tutto inutile, porta lucchettata e nessuna voglia di fare il trasgressivo, visto che spazio per la bici non ce n’era proprio. Se uno volesse giungere al mare bisognerebbe circumnavigare tutto il monte ma talmente alla lontana da scoraggiare chiunque. Mi ricordo allora che qui vicino ci sono resti di strade romane, una galleria che buca la montagna. Peccato che per dei lavori in corso la strada sia interrotta e la cosa diventi piuttosto scomoda (ma questo non turba certo i tanti ristoranti che spuntano da ogni dove). E basterebbe svicolare per un vialetto laterale per incontrare altri resti, la tomba delle maschere di cera, una tomba a tholos… guarnite però dalla solita incuria a base di resti, piccola spazzatura e generica trascuratezza. Peccato. Ma questo ritornello è fin troppo consueto visitando queste zone, purtroppo alla fine ci si fa l’abitudine, si tira un calcio alla lattina che sfigura sul selciato romano (rovinerebbe la foto), e si va avanti. Spero di non farci troppo l’abitudine, visto che poi ogni mattina non perdo l’occasione per ricordare ai ragazzi che ho in classe che a questo non si devono proprio abituare.

E per fortuna basta inquadrare in modo attento le immagini e la magia del luogo resta tutta. Ecco le foto di questo primo giro.

 

Vedi Napoli e poi…

Vedi Napoli e poi…

e poi continui a vederla, a guardarla e a scoprire cose. Certo, Napoli non è una città comoda o facile, se la giri in macchina sei costantemente preda del traffico, se cerchi una sosta ti ritrovi bloccato lungo strade che a malapena consentono il passaggio, se trovi uno scorcio affascinante puoi scordarti di assaporarlo con calma. Ma tant’è, martedì 2 ottobre, insieme ad Aldo, mitico prof di motoria di Genova e compagno di consigli di classe di secoli passati (non scherzo, l’ultimo risale al giugno 1995!), dopo aver accompagnato alla stazione Centrale alcuni amici, ci siamo lanciati per un rapido passaggio nel centro di Napoli.

Un giro senza tante pretese, quattro passi in Piazza Plebiscito, uno sguardo alla Galleria centrale, al Teatro, al Maschio Angioino, una discesa verso il mare, qasi a ricordare Corso Italia che sembra un parente non lontano di questa riviera. E poi la sorpresa di vedere la piscina del club Canottieri di Napoli (Aldo non ha solo una passione per la pallanuoto, di più, avendo il padre che ha giocato e vinto con le squadre genovesi di prima divisione!)

Se non altro un modo per rinfrescare le strade, i sensi unici, quelli alternativi e il pittoresco mondo che vi gira intorno. Adesso spero che il povero Aldo si sia ripreso dai numerosi sconforti dovuti ai motorini guidati da ragazzi senza casco, ovviamente in due, che sfrecciavano tranquillamente a destra e a sinistra della nostra macchina, nonostante al nostro fianco ci fosse… una volante della Polizia 🙂

Il posto della postepay

Il posto della postepay

Non pensavo che sarebbe stato così difficile ottenere una postepay per un carissimo amico. Da quando mi ritrovo qui a Giugliano ho sempre il timore che alcune pratiche, alcune procedure e altre attività che si dovrebbero fare e ottenere in pochi passaggi, richiedono invece un surplus di pazienza e di quel non so che locale… che invece mi piacerebbe evitare. Ma andiamo con ordine. Il primo giorno ci siamo recati insieme presso l’ufficio postale vicino alla “villa comunale” (il nome un po’ ampolloso che da queste parti si dà ai giardini pubblici); dopo quasi 20 minuti di infruttuose procedure da parte della incaricata, ce ne torniamo con le pive nel sacco. La risposta? Semplice: “Non c’è abbastanza linea e il sistema non riesce ad andare avanti” Inutile spiegare che se non c’era abbastanza ampiezza di banda per la connessione non sarebbe stato possibile nemmeno iniziare la procedura di registrazione, …. Pazienza!

Il giorno dopo si va presso l’ufficio principale. Attesa normale, gente cortese e simpatica, tutti ben disponibili, ma… dopo mezz’ora di inutili tentativi, dopo aver inserito nome, codice fiscale e tutto quanto, ci rimbalzano la medesima risposta: “non c’è abbastanza linea”. Non è dato di capire le pezzature di Internet che sono in uso alle Poste. Anzi, ci chiedono di chiamare il numero verde per capire qual è il problema. “Ma come? non siete voi le Poste?”. A quanto pare non è sufficiente. E arriviamo al terzo giorno; ormai, tra attese, code e ripetizione dei medesimi passaggi conosciamo già metà degli operatori, sempre cordiali e gentili, ma incapaci di fornire una concreta risposta. Dopo l’ennesimo tentativo inutile di inserimento dei dati, sembrano anche loro disarmati. Ci trascrivono il segnale di errore che compare a video (sic!) e ci dicono espressamente di chiamare il n. verde e segnalare la cosa. Ma non ci danno nessun codice di errore o cose concrete, sullo schermo compare un generico “impossibile procedere”. Chiediamo che siano loro a telefonare, sentire il loro back-end. Tutto inutile.

Sembra incredibile e assurdo, dobbiamo chiamare noi direttamente il n.verde e segnalare la faccenda, fornendo anche alcuni indizi che ormai ci sembrano evidenti, ma che il personale delle Poste NON è in grado di gestire. Quale potrebbe essere il problema? Una normale vicenda di burocrazia italiana. Il mio amico è nato in provincia di Cagliari, ma poi le vicissitudini hanno portato ad un cambio di provincia, e poi ancora, nel 2016, un terzo cambio di provincia. Ora il suo paese natale è nella fantomatica provincia di SU (Sud Sardegna…) Il mio timore era che nei database di Poste.it questo passaggio non fosse previsto con chiarezza e quindi l’abbinamento residenza#provincia avesse qualche problema. Un banale bug software. Ma non lo sapremo mai, perché dopo aver fornito questa pista di ricerca, nel giro di un paio di giorni ci danno la risposta che… “tutto a posto”, ci registriamo, la provincia sembra coerente e possiamo finalmente completare la procedura, con la nuova postepay in tasca. Quasi una settimana di va et vient dagli uffici ;-( 
Non so se questa è l’Italia, ma di sicuro è Giugliano.