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Anche se l’abito non fa il monaco…

Anche se l’abito non fa il monaco…

Non basta l’abito a fare il monaco, vecchia massima che probabilmente riusciamo a cogliere ormai in pochi. Basterebbe la scena finale del film “Buen Camino”, con il disvelamento (!) della pellegrina Alma, alla quale Checco vorrebbe regalare un mazzo di fiori per dichiararle il suo amore (folle, ovviamente, perchê di amori “normali” ormai nessuno si accontenta piú…). Quando la vede vestita da suora, spera in un revival di qualche carnevale iberico, ma niente da fare, le chiede solo se il “suo” uomo sia proprio quel Gesù così discretamente citato lungo tutto il film. “Io so accontentarmi”, le risponde un po’ sorniona una suora umanamente simpatica (e non ce ne sono solo in Spagna).

Vivendo qui a Melilla si stempera un po’ il fatto che un vestito sia poco più che una patina superficiale, una cosa qualsiasi, di poco conto. Qui conta eccome. Te ne accorgi quando al supermercato o lungo il marciapiede incontri qualche donna col niqab, quando vedi giovani aitanti e con le chiome al vento girare con la chilawa in monopattino, anziani con lungo camicione attendere l’autobus o bere un the moruno con gli amici.Qui è sicuramente un elemento distintivo.

Ci pensavo quando ho notato queste due foto, pubblicate a breve distanza di tempo su FB, la prima ritrae un gruppo di fratelli maristi degli Stati Uniti, probabilmente alla fine di un ritiro o di un incontro di pochi giorni fa.

Ugualmente alla fine di un incontro si sono ritrovati questi altri fratelli maristi del Brasile; a prima vista sembrano 2 mondi lontanissimi, uno molto classico e formale, quasi tutti i fratelli con la tonaca e il rabat (quel retangolo bianco sotto il collo) mentre nella seconda immagine il tono è decisamente più rilassato, quasi tutti con i pantaloni corti, infradito e magliette variopinte. E siccome sto parlando della mia famiglia, è un po’ come sfogliare un album di persone care… con le quali mi potrei tranquillamente trovare a condividere il prossimo anno la mia vita di comunità.

Di entrambi i gruppi mi piace sottolineare l’allegria e i volti sorridenti, il tono semplice e l’atteggiamento cordiale; a cercare ancora non sarebbe difficile trovare i fratelli maristi della Nigeria, con le loro belle tonache immacolate (il bianco, si sa, risalta meglio…). E forse sbirciando le foto del Vietnam o di altre zone dell’Asia non sarebbe difficile ampliare il ventaglio di possibilitá. Sicuramente il clima non è un elemento da poco; un conto saranno i 20 gradi scarsi degli usa con i pesanti 30-35 del Brasile (per sorvolare sul tasso di umidità). Dato che la nostra famiglia vive in quasi 80 paesi del mondo, la varietà è la norma.

A questo punto la comunitá marista della casa Generalizia, con alcuni dei consiglieri generali (riconosco Juan Carlos, il vicario Hipolito, il postulatore Guillermo…) sembra un filino più sobria, anche se lo stile casual prevale.

Ricordo i tempi del dopo Concilio, quando il clima di novità e di sperimentazione erano abbastanza diffusi e normali; nella nostra formazione il peso dell’abito è stato, tutto sommato, molto marginale. Ai primi tempi del mio insegnamento presso il San Leone (diciamo pure le prime settimane), anch’io ho utilizzato la tonaca, come tutti, poi, tra campi sportivi, educazione fisica e altre attività, senza quasi farci caso, la tonaca è rimasta prima in disparte, poi ripiegata e lasciata nell’armadio e quindi… relegata in qualche sacrestia, E questo sia per noi che eravamo i giovani ventenni come per gli altri fratelli che avevano dai 30 anni in su…

Ricordo un periodo, primi anni ’80, in cui sembrava che il richiamo ufficiale ad una sorta di restaurazione e di maggior utilizzo dell’abito religioso sembrava sortire un qualche effetto. Il nostro docente alla Gregoriana, che all’ultima lezione era venuto vestito con la divisa da scout (doveva partire subito dopo con il branco) la settimana seguente si è presentato con un clergyman immacolato. Ma dopo poche settimane il richiamo alla maggior serietà si era praticamente diluito, come spesso accade, soprattutto a Roma, per qualsiasi indicazione normativa; riecco quindi apparire maglioni, felpe, giacconi e via dicendo.

Qui a Melilla le suore del Monte mi confermano che d’estate, quando vengono le giovani suore a dare una mano per le attività, le donne musulmane confidano alle anziane: “Voi che avete il velo siete un po’ come noi, per questo andiamo d’accordo, le giovani, che non lo portano, invece… si vede che sono giovani”.

E anche parlando con le nostre giovani alunne musulmane, tutte rigorosamente con il velo, anche se appena quindicenni, il tenore degli interventi è lo stesso e quando si riferiscono a quelle che il velo non lo portano, è evidente una certa critica e un po’ di disappunto… anche perchê la città è piccola e la maggioranza musulmana è molto omogenea.

Oggi riusciamo con più serenità a cogliere il valore della diversità e non perdiamo tempo in inutili crociate per ricercare una uniformità che serve a ben poco; non so se in questo caso l’essenziale sia invisibile agli occhi, ma l’importante, di sicuro, risiede altrove.

Dalla parte delle donne…

Dalla parte delle donne…

Curiose le circostanze che ogni tanto si presentano. Qualche anno fa, a Siracusa, ero in contatto con un’amica iraniana, molto attiva e curiosa; peccato che gli iraniani siano sparsi con tanta parsimonia nelle nostre città.

Avevamo avviato qualche lezione per approfondire l’italiano (ero ancora inserito nelle attività del Ciao), visto che lei contava di restare in pianta stabile in Italia; lezioni informali, chiacchierate, per lo più, sfiorando numerosi temi, ad ampio raggio. Molto informali e flessibili, persino qualche passeggiata lungo gli scorci più belli di Siracusa, per lei appassionata di mare e di nuotate (e che fatica seguirla!, nelle acque cristalline vicino alla tonnara di s. Panagia!). Sulla via del ritorno incontriamo casualmente una persona e subito, dopo un saluto, scopriamo che è iraniano anche lui… quasi in automatico scatta il mood formale, mi sarei immaginato un scambio di convenevoli, dove vivi, cosa fai adesso, perchè sei qui… invece nulla, praticamente silenzio.
Dopo, rimasti nuovamente da soli, mi conferma che …non si sa mai cosa può scaturire da simili dialoghi con altri compatrioti: informative? delazioni? segnalazioni?… meglio evitare.

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E proprio alcuni giorni fa ricevo da lei alcune righe, giusto per aggiornare i contatti e constatare come cambiano spesso le coordinate geografiche; ora non si trova più ad Ortigia, ma sempre nel sud Italia e c’è sempre di mezzo il mare come denominatore comune; la sento contenta di continuare nel suo percorso.

Sarà per questo che mi sono preso la briga di leggere questo rapido volumetto, Nelle strade di Teheran, che avevo messo da parte proprio pensando a lei. L’autrice scrive utilizzando lo pseudonimo di Nila, per proteggersi, in quanto è ancora residente nella capitale dell’Iran.

Tutti ricordiamo i tragici fatti legati alla fine di Masha Amina, e le proteste che ne sono scaturite immediatamente. Poi, per l’inesorabile legge dei media, quando le cose sfumano in lontananza, il tempo passa, il ricordo si affievolisce e l’attenzione cerca nuovi stimoli. Ogni tanto diventa importante andare un po’ controtendenza e dare spazio alle cose che dovrebbero essere sempre in prima linea. Per non dimenticare.

Il libro si muove quasi in parallelo, tra il riesumare la storia di una famosa dissidente donna del secolo XIX, Taehereh, definita come la prima voce libera dell’Iran e l’attuale situazione, soprattutto femminile, nell’Iran attuale, ancora in fermento per questa rivolta più o meno silenziosa.

Per noi, abituati al tranquillo contesto europeo ed occidentale, ascoltare la testimonianza di come portare o non portare un velo o un foulard possa cambiare la vita o causare persino la morte, suona davvero strano, il nostro punto di vista sembra così autorevole ed assoluto che la persistenza di questo genere di cose ci risulta quasi impensabile. E spesso lo accantoniamo, come fosse insignificante.

Nel libro si alternano così le riflessioni di una donna iraniana di oggi, dilaniata da una situazione palesemente assurda e costretta da una coercizione politica paludata da concetti religiosi. Si narrano vari episodi, si cerca di ricostruire il quotidiano segnato dalla volontà di continuare questo movimento di protesta (che ben presto assume il nome dello slogan “donna, vita, libertà”) numerose le giovani che si indignano e partecipano alla protesta, accompagnate coralmente da numerose altre persone. Il libro si chiude con una cronologia degli eventi, e con un capitolo dedicato ai “numeri” che quantificano meglio la realtà dei fatti. Non solo emozioni o riflessioni dettate dagli eventi e dal fermento popolare.

Temi presenti nel libro, che invitano alla riflessione, sono i concetti di testimonianza e di martirio, intesi in senso laico, anche il tema religioso viene affrontato in chiave molto critica, sullo sfondo si coglie che persino la lingua persiana, il farsi, può diventare uno strumento di affermazione della propria dignità e storia.

Penso al contesto in cui vivo oggi, qui a Melilla, una cittadina spagnola ma a larga maggioranza musulmana, dove per le strade è facilissimo incontrare mamme col niqab che accompagnano i bambini al parco o a fare la spesa, dove anche nel doposcuola con il quale collaboro di pomeriggio, ci sono bambine che hanno da poco superato i 12 anni già col velo; se poi penso alle classi di persone con le quali quotidianamente svolgo un po’ di lezioni, la stragrande maggioranza è formata proprio da donne con il velo; mesi fa abbiamo anche noi accolto una giovane donna che indossava il niqab, poi le abbiamo chiesto cortseemente di non utilizzarlo, almeno in classe… richiesta accolta senza nessun problema.

Nella nostra città puoi incontrare decisamente di tutto, donne in spiaggia vestite dai capelli fino alla caviglia e ragazze in topless che prendono il sole; ciascuno liberamente sceglie. Ma fino a quando si può scegliere le cose non creano difficoltà o contrasti evidenti, assuefatti come siamo dal mantra della tolleranza verso tutti e tutte. Noi difficilmente possiamo provare l’altra faccia del velo, quando invece diventa la norma imposta a tutti quanti.

Utile, ogni tanto, ricordare che siamo e viviamo nella parte fortunata di questa piccola terra.