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Autore: Giorgio Banaudi

Benvenuto, fratel Lois…

Benvenuto, fratel Lois…

Nel 2028 le 3 attuali province mariste della Mediterranea (la nostra), Iberica (grosso modo la zona centrale della Spagna) e Compostela (la zona a nord-ovest), saranno una sola realtá organizzativa. Giá stiamo vivendo questa fase di confluenza in modo semplice e concreto; allora è bello cominciare a condividere le buone notizie fin da subito. E cogliendo l’occasione della festa di san Marcellino, sabato 6 giugno, la bella notizia è quella della prima professione di fr. Lois, che per un po’ di tempo sará sicuramente il piú giovane fratello marista di questa realtá. Ha concluso il suo percorso di formazione, il noviziato, e sabato 30 maggio ha celebrato la sua prima professione come fratello marista. Con il mese di giugno è giá pienamente inserito nelle attivitá “classiche” dell’estate, campi estivi e incontri con i ragazzi, ovviamente senza dimenticare che nessuna formazione si puó considerare terminata e quindi la fase successiva contempla ancora il suo carico di studio, accompagnamento e impegni formativi vari. Il tutto peró vissuto ormai “da dentro”, come membro effettivo della congregazione marista.

Qualcuno magari a inizio pagina si aspettava una foto diversa: in questi stessi giorni i maristi stanno celebrando altre professioni, in Messico, in Asia, SudAmerica, India, Vietnam… basterebbero le foto di questa carrellata per mostrare la varietá di “stili”, abiti colori e ornamenti vari… un tempo l’uniformità regnava sovrana, dagli Appennini alle Ande; oggi nella diversità ci ritroviamo, ugualmente, tutti fratelli. Che bello accogliere tutte queste ricchezze e saperle adattare alle culture, ai luoghi, ai tempi.

Abbiamo provato a scoprire cosa c’è dietro questa scelta così controcorrente.

Intervista a Lois Perez, da pochi giorni “fr. Lois”

1. Il mito dell’alieno: Prima di tutto, prova a presentarti come fai di solito, per capire che non sei un alieno e che la tua scelta di pochi giorni fa, la professione religiosa come fratello marista, non è un rito segreto di qualche setta ormai ancorata al passato, anche se benemerita come i Maristi.

  • Molto bene! Sono Fratello Lois, un ragazzo di 23 anni nato a Tui, una piccola città della Galizia al confine con il Portogallo. Sono stato studente del Collegio Marista di Tui, mi sono laureato in Storia e attualmente studio Teologia. Sono un appassionato di sport acquatici, mi piacciono le montagne e le feste con gli amici. Cinque anni fa ho iniziato il mio processo di formazione per diventare Fratello Marista.

2. La scintilla della scelta: Sono sicuro che te lo hanno già chiesto molte volte, ma visto che è bello condividere l’entusiasmo che hai dentro, puoi dirci cosa ti ha spinto a fare questo passo e scegliere questo stile di vita?

  • La testimonianza concreta e semplice che ho visto nei fratelli. Nei primi anni della mia carriera universitaria, l’idea che avevo per il mio futuro ha iniziato a vacillare. Ho provato l’esperienza di svolgere il lavoro dell’archeologo durante uno scavo per un’intera estate, mi sono reso conto che quella non era la vita che desideravo. Non perché non fosse bella, ma perché sentivo che il mio cuore puntava verso qualcos’altro. Ho continuato con i gruppi MarCha (il movimento pastorale marista) come giovane partecipante e poi come animatore dei piccoli. E’ stato proprio quello, a contatto con i fratelli e i bambini, che qualcosa di profondo ha iniziato a manifestarsi dentro di me. Non solo provavo ammirazione per lo stile di vita dei fratelli… Volevo essere proprio come loro. Mi sono preso un po’ di tempo per rifletterci da solo, ma dato che questa preoccupazione non voleva proprio scomparire, ho deciso di condividerla con i fratelli. Era qualcosa che, solo a pensarlo, mi rendeva pienamente felice… Sapevo che non potevo restare deluso.

3. La Famiglia Globale: Sei appena entrato in una grande famiglia sparsa per il mondo e che tocca molti ambiti: scuole, progetti sociali, missioni… Cosa ti colpisce di più della missione Marista?

  • La capacità che ha di fornire una risposta radicale (cioè, a partire dal tuo inizio, dalla radice) alle situazioni di maggiore vulnerabilità tra bambini e giovani. Personalmente, sento che sono proprio la cura pastorale e le opere sociali mariste, nella mia provincia ma anche al di fuori, ad avermi rubato il cuore. Mi sento disponibile a dare la mia vita ovunque Dio mi porti, vicino o lontano da casa; e mi auguro persino di poter provare qualche esperienza… davvero lontano! 😉

4. Lavorare con i giovani: Stare con i giovani è chiaramente al centro della tua vita quotidiana. Quali sono le tue aspettative? C’è un progetto specifico che ti entusiasma particolarmente o come pensi di essere disponibile “per qualsiasi cosa si presenti” a tempo pieno?

  • Sono molto entusiasta di tutte le opportunità che la missione marista offre a un fratello giovane. La professione che ho vissuto qualche settimana fa, il 30 maggio, significa, per me, mettere il mio cuore al servizio del nostro Istituto e, a partire da questo, essere fratello per i bambini e i giovani. E poi, è proprio vero che le esperienze interculturali e interreligiose mi colpiscono particolarmente.

5. Il dibattito sul “per sempre”: Sentiamo spesso dire che i giovani di oggi non osano prendere impegni seri e duraturi, sia per formare una famiglia stabile sia per una vocazione religiosa con quell’ipegnativa “clausola” del “per sempre”. Tu che adesso ci sei dentro, come la vedi?

  • La vita si vive ogni giorno. Dopo un processo formativo durato cinque anni, sento che questo è il mio posto nel mondo. Tuttavia, la decisione di essere fratello si rinnova ogni giorno e l’entusiasmo con cui la vivo mi fa pensare che durerà a lungo. Ho trovato qualcosa che mi riempie e mi fa sentire realizzato ora, non mi sento preoccupato pensando al futuro.

6. Divario generazionale nella comunità: Non possiamo dimenticare che molti dei fratelli con cui condividi la comunità non sono esattamente dei “giovanotti”; La maggior parte ha più di 60 anni. Insomma, ti ritrovi ad essere il “fratello” di persone che potrebbero essere non solo i tuoi genitori, ma persino i tuoi nonni. Come gestisci la tua vita quotidiana in una comunità con un divario così marcato per quanto riguarda l’età?

  • La comunità, qualunque essa sia, è una scuola d’amore. Vivere con fratelli diversi è semplicemente un modo per arricchire questa esperienza. L’età è certamente un fattore da considerare, ma non è il più determinante; perché non avverto di essere “lontano” da questi miei fratelli maggiori. La loro esperienza di vita e la traiettoria della loro fede sono luce per i miei passi. Con l’amore, la fraternita germoglia.

7. Il “tesoro” nascosto: Come capita per ogni decisione fondamentale, hai scelto alcune cose e ne hai escluse altre. In pratica l’attenzinoe è tutta per le cose importanti, non tanto per quello a cui si rinuncia… Nel tuo caso, qual è quel “tesoro” per cui è valsa la pena lasciare tutto e lanciarti in questa avventura?

  • Trovare “il mio posto” e la felicità che tutto questo mi dà. Essere un Fratello Marista mi permette di svilupparmi e vivere al massimo. Per un po’ di tempo quasi rifiutavo di usare la parola vocazione, perché mi sembrava che venisse usata un po’ come un jolly ma non riuscivo mai a comprenderne il significato vero. Adesso mi fido di quel mistero che la parola “vocazione” racchiude e mi fido anche del cammino che ho intrapreso in questi ultimi anni e che mi ha portato a scoprire questo tesoro.

8. Un desiderio per l’estate: Per concludere: cosa desideri e quale messaggio vorresti trasmettere ai giovani che incontrerai nei gruppi, nei campi e in tutte le attività di quest’estate che sono giá iniziate?

  • A casa mia ho sempre sentito dai miei genitori l’invito a “sfruttare al massimo”, sia l’estate che gli inverni. E davvero l’estate è un periodo fantastico per trascorrere del tempo con la famiglia, gli amici e anche da soli. Spero davvero che sia un momento ricco e di poter continuare a imparare, sempre divertendomi!

E già che ci siamo…

Maristi di Champagnat, in concreto

Maristi di Champagnat, in concreto

Domenica 14 giugno abbiamo partecipato ad una celebrazione insolita, nella cappella dell’istituto marista di Giugliano: il rinnovo della promessa di fedeltá al carisma martista da parte del nostro amico Alfredo Garcia.

Nell’ultimo Capitolo generale l’attenzione sui laici era molto tangibile ed evidente, ultimamente sono anche usciti alcuni documenti significativi: Essere marista laico (non ancora disponibile in italiano, ma ci stiamo lavorando) e Il Soffio della Ruah (tradotto da poco, già disponibile qui e sul sito ufficiale champagnat.org). Ma questo movimento che da anni affianca le scuole e le nostre attività, ci sembra veramente un elemento e un regalo che lo Spirito ci chiede di condividere. Nel cammino di formazione dei laici maristi si parla proprio di questo “impegno” pubblico che rende esplicito un percorso, un atteggiamento e una volontà di impostare la propria vita “allo stile di Marcellino Champagnat”. I fratelli emettono i voti, fanno una professione; anche per i laici abbiamo un processo simile, denominato promessa. Ne possiamo vedere un esempio che ci viene dal Messico, ma soprattutto è quello che Alfredo ha rinnovato in questa occasione.

Probabilmente non tutti i nostri amici italiani lo conoscono bene, visto che il suo luogo di residenza è un po’ fuori dai nostri confini: infatti fa parte della Comunitá di spiritualità di Granada, in Spagna, e da molti anni è uno dei membri attivi di questa comunità marista formata da fratelli e laici. Tra le tante mansioni che svolge, oltre al fatto di essere un insegnante della scuola di Granada, è membro di alcuni gruppi di lavoro della Provincia e proprio in questo fine settimana con l’occasione di uno di questi incontri che si è svolto a Giugliano, erano presenti anche il provinciale, fr. Aureliano e il vice, fr. Damiano. Quale occasione migliore per vivere insieme ai numerosi laici della scuola un momento così significativo?

Gli abbiamo chiesto semplicemente di raccontarci questa esperienza dal suo punto di vista.

…mi è stato chiesto di lasciare due parole su cosa abbia significato per me rinnovare qui la mia promessa al carisma. Guarda, fondamentalmente ho scelto di farlo qui per quattro motivi.

Il primo è la profonda convinzione che la mia vita e la mia vocazione camminino nella direzione dei Maristi di Champagnat; a questo punto della mia vita, desidero impostare il mio percorso proprio così: come cristiano e come marista.

Il secondo motivo è legato alla certezza che il percorso di accompagnamento per essere marista oggi mi ha arricchito moltissimo. Di conseguenza, penso che se la mia esperienza può servire a incoraggiare altre persone a fare questo passo, beh, credo che possa essere d’aiuto.

C’è poi la convinzione profonda di sentire che la comunità marista di Giugliano, intesa come “comunità di comunità”, fa parte a tutti gli effetti della mia famiglia, della mia famiglia marista. In questo luogo mi sono sentito davvero accolto, sostenuto e protetto da tutti quanti.

Infine, c’è stata una ragione molto pratica. Credo infatti che il rinnovo debba essere un momento estremamente semplice. Poter contare qui sulla presenza del Provinciale e del Viceprovinciale, evitando loro un ulteriore spostamento, mi è sembrato il modo migliore per facilitare e semplificare le cose. Come ti dicevo, è un motivo molto pratico, ma altrettanto importante.

Tutto qui. Un abbraccio, Alfredo

In terra di Algeria

In terra di Algeria

Il 21 maggio di 30 anni fa, nel 1996, venivano uccisi i 7 monaci del monastero di N.D. dell’Atlante, evento che seguiva di pochi giorni l’uccisione di sr. Helene e fr. Henri Vergès; erano i giorni dolorosi del fanatismo. Poche settimane fa papa Leone ha compiuto proprio in questa terra il suo primo viaggio in Africa. Riportiamo la parte finale di un articolo pubblicato su Jesus di aprile 2026, dove si ricorda la presenza minoritaria dei cristiani in terra di Algeria, luogo che per noi maristi rimanda immediatamente alla memoria del nostro fr. Henri Vergés…

Il viaggio di papa Leone XIV in Algeria

[…] «Verrà nella terra dei diciannove membri della Chiesa cattolica beatificati l’8 dicembre 2018», ricordano i vescovi: «Soprattutto, verrà a visitare l’Algeria contemporanea, terra di incontro tra nord e sud, est e ovest, Occidente e mondo arabo-musulmano.«L’Algeria è un crocevia di tutte queste realtà», tiene a sottolineare il cardinale Vesco. «Così come lo è la nostra Chiesa, che è molto piccola, ma vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità diverse. Una Chiesa che attende con gioia e speranza questa visita, importante non solo per noi, ma per l’Algeria tutta. Un bel segno, perché sappiamo che il Santo Padre desidera davvero incontrare questo Paese. E un bell’incoraggiamento per noi che ci sentiamo inviati a questo popolo e che vogliamo essere una presenza che si iscrive in questa società. Non una Chiesa straniera, ma una Chiesa dove sia gli stranieri che i cristiani di questo Paese abbiano il loro posto».

[…]

È una ricchezza e una sfida quella della diversità dentro e fuori la comunità cattolica, che oggi è composta maggioritariamente da studenti subsahariani, migranti di passaggio, lavoratori stranieri e qualche diplomatico. Anche la presenza di sacerdoti, religiose e religiosi mostra una tendenza in corso ormai da un quarto di secolo: sempre meno europei – e soprattutto sempre meno francesi – e sempre più africani. «Siamo una Chiesa-mosaico, in cui ciascuno deve avere un posto e una dignità», dice il cardinale Vesco. Lo stesso tema si pone nei confronti della società algerina, tradizionalmente molto accogliente, dove però la stragrande maggioranza della gente non ha mai conosciuto personalmente un cristiano. Del resto, la presenza cattolica è ridotta a poche migliaia di fedeli. E la Chiesa, dopo le nazionalizzazioni imposte negli anni Settanta, non gestisce più strutture o servizi, come scuole e ospedali. «La gente ci guarda a volte con benevolenza, a volte con curiosità. La nostra testimonianza oggi non si gioca più sulle opere come in passato, ma nelle relazioni spesso individuali», fa notare il vescovo di Costantina-Ippona Michel Guillaud, che ricorda come la basilica di Sant’Agostino sia l’unica chiesa di tutta la sua diocesi. «Nelle altre sette comunità, abbiamo solo luoghi di preghiera, sale adattate per la celebrazione dell’Eucaristia. Per questo, la basilica ha per noi un valore e un significato ancora più grandi». E aggiunge: «La sfida per ciascuno di noi è vivere il Vangelo e viverlo nella società algerina, nel lavoro, nello studio, in modo discreto ma vivo. Non siamo qui per convertire il popolo musulmano ma per sostenere i cristiani e per vivere legami fraterni con i nostri fratelli dell’islam. In questo senso, ci aspettiamo che il Papa venga da testimone e ci conforti nella nostra testimonianza».

È un tema molto sensibile, così come lo è qualsiasi rievocazione degli anni bui del terrorismo, quando in Algeria vennero uccise circa 150 mila persone, tra le quali i 19 martiri beati cristiani, uomini e donne che avevano scelto di restare nel Paese in fedeltà al Vangelo e al popolo a cui erano stati inviati. «Le nostre vite erano già donate», si legge nelle lettere di molti di loro. A livello personale e comunitario, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Orano e gli altri religiosi e religiose uccisi ad Algeri avevano fatto un percorso di discernimento che li aveva portati a scegliere di condividere sino alla fine la loro vita con gli algerini.

«Perché mi sono impegnata nell’iniziativa di “rimanere e resistere” nella regione del Maghreb? Per solidarietà», scriveva suor Paul Hélène Saint-Raymond, Piccola sorella dell’Assunzione, la prima a essere uccisa il 5 maggio 1994 nella biblioteca della Casbah di Algeri insieme al Fratello marista Henri Vergès: «Non si deludono i propri amici quando attraversano un momento difficile, quando sono in pericolo. Possano la debolezza e la follia del nostro piccolo numero e il nostro invecchiamento essere un luogo di accoglienza e di potenza per lo Spirito di Dio, affinché le nostre vite donate siano un segno in cui la nostra testimonianza si esercita più spesso nel silenzio».In un clima sociale e politico molto diversi, questo senso di appartenenza a questo Paese e al suo popolo continua a rimanere molto forte. «Che cosa siamo noi oggi Chiesa d’Algeria?», riflette il vescovo di Orano, Davide Carraro, missionario del Pime presente in questo Paese dal 2006, prima nel deserto a Touggourt, poi ad Algeri e dal gennaio del 2024 alla guida della diocesi che fu di Claverie. «Siamo una Chiesa minoritaria, inserita in un contesto profondamente musulmano. Questo ci colloca in una relazione di rispetto, dialogo e vicinanza con i nostri vicini e concittadini.

Essere minoritari non significa essere isolati o ritirati, ma al contrario essere chiamati a vivere una presenza significativa, umile e attenta. Questo ci dona una prima vocazione: siamo una Chiesa per e con un popolo musulmano. Ciò implica aprire i nostri cuori e le nostre vite all’altro, ricercare la conoscenza reciproca, coltivare la comprensione e la solidarietà, senza rinunciare a ciò che siamo. Così, la nostra missione, a prescindere dalle nazionalità – sia che veniamo dall’estero o siamo del Paese – assume una forma particolare: essere un segno di dialogo, di pace e di fraternità, capace di costruire ponti tra le comunità e di vivere la fede nel rispetto e nell’incontro».

(c) Jesus, per gentile concessione