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Autore: Giorgio Banaudi

Siracusa: la ronda della notte

Siracusa: la ronda della notte

Pasqua è alle porte, con il suo messaggio di responsabilità e impegno che ci invita ad aprire gli occhi e fare la nostra parte; ci piace riportare l’esperienza di fr. Iñigo della comunità marista di Siracusa, per aiutarci a vivere questi giorni con i piedi ben piantati nelle nostre realtà, tutte diverse ma tutte impregnate dalla possibilità di essere luoghi e sogni di vita.

La ronda della notte: farsi carico della realtà

di Iñigo García, Siracusa

C’è una Siracusa che si sveglia quando le luci cominciano a spegnersi e il ritmo della città rallenta. Una Siracusa meno visibile, più silenziosa, quasi segreta. Non è quella delle passeggiate illuminate o delle terrazze aperte sul mare. È quella degli angoli discreti, dei portoni dove qualcuno cerca riparo dal freddo, delle panchine che diventano rifugi improvvisati. Probabilmente anche nella tua città potresti riconoscere questi luoghi. Spazi dove la vita resta esposta alle intemperie e dove la notte sembra più lunga.

In questa altra città – quella che spesso preferiamo non vedere – comincia ogni sera “la ronda”. Un piccolo gruppo di volontari si ritrova per organizzare l’uscita: termos di cibo caldo – a volte pasta, altre volte una minestra, altre ancora un piatto di lenticchie – pane, acqua, qualche coperta e prodotti di prima necessità. Ma ciò che davvero si prepara prima di uscire non entra in nessuna scatola. È una disposizione interiore. Un modo diverso di guardare la città e chi la abita dai margini.
Perché “la ronda” non consiste semplicemente nel distribuire cibo. Consiste soprattutto nel fermarsi. Fermarsi per ascoltare, per riconoscere, per ricordare che la dignità di una persona non dipende dal luogo in cui dormirà quella notte.

Il percorso attraversa piazze, strade secondarie, angoli dove la città cambia volto. In alcuni luoghi ci sono già persone che aspettano. In altri, qualcuno appare dall’ombra quando riconosce l’auto che si avvicina.
Le prime parole sono spesso semplici: “Come stai stasera?”, “Fa freddo oggi?”, “Tutto bene?” A prima vista potrebbe sembrare un gesto minimo. Eppure, in queste domande si apre qualcosa di più profondo di un semplice scambio. Si apre uno spazio in cui qualcuno torna ad essere guardato, in cui una vita smette di essere ridotta a un problema sociale o a una presenza scomoda.

Il cibo passa di mano in mano, ma ciò che davvero circola in quei minuti è riconoscimento. Molte delle persone che vivono per strada non soffrono solo per la mancanza di risorse materiali. Soffrono anche per qualcosa di più difficile da nominare: la lenta erosione dell’invisibilità. La strada può diventare un luogo dove si smette di esistere agli occhi degli altri. Per questo “la ronda” è, prima di tutto, una restituzione dello sguardo.

Ogni notte si incontrano trenta, forse quaranta persone. Non c’è un numero fisso. Alcuni compaiono per settimane e poi scompaiono. Altri arrivano per la prima volta, spinti da storie che raramente sono semplici: la perdita di un lavoro, una rottura familiare, un percorso migratorio rimasto sospeso, una malattia, una dipendenza o semplicemente la stanchezza accumulata di una vita che si è andata spezzando poco a poco.
Dietro ogni volto c’è una storia lunga, complessa, a volte difficile da raccontare. Con il tempo i nomi diventano familiari. La relazione smette di essere anonima. Qualcuno chiede come sta uno dei volontari. Un altro racconta di aver trovato un posto dove potersi lavare. Un altro ancora ringrazia semplicemente per quel momento di conversazione. A volte l’incontro dura pochi minuti. Altre volte si prolunga un po’ di più. Ma accade sempre qualcosa che cambia il senso del gesto: la relazione smette di essere puramente assistenziale e diventa incontro.

Ho riconosciuto questa stessa esperienza anche in altri luoghi della mia vita quotidiana. Nei corridoi del Centro CIAO, quando un giovane migrante entra per la prima volta con un misto di incertezza e speranza. Nel doposcuola, quando un bambino scopre che qualcuno crede in lui al di là delle sue difficoltà scolastiche. Nelle visite a persone che vivono situazioni di precarietà estrema, dove una semplice conversazione può restituire un po’ di respiro a una vita stanca. In tutti questi luoghi accade qualcosa di simile a ciò che avviene nella ronda notturna: la dignità si ricostruisce nell’incontro. Non è un processo rapido né spettacolare. Non appare nei titoli dei giornali e difficilmente si misura nelle statistiche. Cresce lentamente, nella fiducia che nasce quando qualcuno si sente chiamato per nome, quando percepisce che la sua storia conta, quando scopre di non essere completamente solo.

“La ronda” si muove proprio in questo spazio discreto dove l’umano torna a prendere forma. La città che vediamo di giorno non è tutta la città. Esiste un’altra realtà che spesso rimane nascosta: quella di chi attraversa la notte senza un luogo stabile dove dormire, di chi porta sulle spalle storie che la società preferirebbe non ascoltare. La ronda rompe, anche solo per alcune ore, questa distanza invisibile.
Permette di avvicinarsi a queste vite senza ridurle a un problema da gestire. Permette di scoprire che dietro ogni situazione c’è un’umanità ferita, ma anche una sorprendente capacità di resistenza.
Chi partecipa a queste uscite lo scopre presto: la linea tra chi dà e chi riceve non è così chiara come sembra. Perché mentre si condivide un pasto caldo, si riceve anche qualcosa di inatteso: una storia, una fiducia, una lezione silenziosa sulla fragilità e sulla forza della vita umana. Molte persone che vivono per strada non chiedono grandi discorsi. Chiedono qualcosa di molto più semplice: essere trattate come persone. Che qualcuno si fermi ad ascoltarle. Che qualcuno si sieda accanto a loro per qualche minuto. Che qualcuno chieda come stanno e aspetti davvero la risposta.

Può sembrare poco, ma per chi si sente invisibile da tempo quel gesto ha un valore immenso. Per chi guarda la realtà con uno sguardo credente, questi incontri richiamano inevitabilmente una pagina del Vangelo: la parabola del buon samaritano. Non si tratta solo di passare accanto al ferito o di offrire un gesto momentaneo. Il samaritano si ferma, si avvicina, fascia le ferite, si prende cura della situazione e si assume la responsabilità della sua guarigione.
La compassione, nel senso più profondo della parola, non consiste solo nell’alleviare l’urgenza. Consiste nel farsi carico della vita che abbiamo davanti.
In questo senso la ronda non vuole restare un gesto assistenziale che spegne momentaneamente il bisogno. Vuole essere il primo passo di qualcosa di più grande: ricostruire legami, accompagnare percorsi, facilitare l’accesso a risorse che permettano di recuperare stabilità, salute e dignità. È un piccolo gesto che apre la strada a un accompagnamento più lungo.
In un tempo in cui tante vite vengono relegate ai margini del discorso pubblico, esperienze come questa ci ricordano qualcosa di essenziale: la dignità umana non è negoziabile. Non dipende dal
successo sociale né dalla stabilità economica. Appartiene a ogni persona per il semplice fatto di esistere.
E quando questa dignità viene ferita dalla povertà, dall’esclusione o dalla solitudine, la risposta più umana non è voltarsi dall’altra parte. È avvicinarsi. È fermarsi. È farsi carico della realtà che incontriamo lungo il cammino.
Forse per questo, quando la ronda termina e la città torna nel silenzio della notte, resta l’intuizione che qualcosa di piccolo ma profondamente umano sia accaduto in quelle strade: un incontro. E ogni incontro – per quanto discreto – può diventare una scintilla capace di restituire un po’ di luce alla notte.

Signore,
insegnaci a non passare oltre.
Donaci occhi capaci di riconoscere
il fratello ferito ai bordi della strada,
mani che sappiano fermarsi
quando la fretta del mondo spinge ad andare avanti.
Rendici prossimi.
Fa’ che sappiamo piegarci
sulle ferite di questa storia,
condividere il pane, la parola e il tempo,
e imparare a farci carico
della vita che incontriamo ai margini.
Che ogni incontro nella notte
ci ricordi il tuo Vangelo semplice:
fermarsi, avvicinarsi, prendersi cura.
E che lì,
tra la fragilità e la speranza,
rinasca la dignità
che tu hai seminato in ogni persona.
Amen.

Maristi italiani: incontrarsi a Roma

Maristi italiani: incontrarsi a Roma

Non capita spesso trovare riuniti più di 15 fratelli maristi italiani (18 per la precisione!); si sa, le comunità si sono ridotte e un po’ ristrette negli ultimi anni, adesso sono attive solo le comunità di Giugliano (4 fratelli), Roma (6), Genova (4) e Carmagnola (con circa 10 fratelli).
Dimenticavo; ci sono dei fratelli italiani anche a Siracusa, e poi un paio sparsi qua e là, in giro per il mondo, uno nel sud della Spagna, uno in Libano, uno persino in Africa (anche se Melilla è, a tutti gli effetti, territorio spagnolo ;-). I conti sono presto fatti.

Ma che succede? Tra un paio di anni la provincia marista mediterranea (che attualmente riguarda il sud della Spagna, l’Italia, il Libano e la Siria) si fonderà insieme alle altre 2 province spagnole dell’Iberica (la zona centrale della Spagna) e quella di Compostela (il nord della Spagna e il Portogallo); anzi, questo processo di confluenza verso la futura provincia Rosey è già in cammino, con corsi di formazione in comune e iniziative pratiche che già coinvolgono queste tre realtà.

Semplicemente succede che la sinodalità che papa Francesco ha indicato con energia come nuova rotta per il cammino della chiesa, riguarda anche noi; si sa, le congregazioni religiose non sono mai state crogiuolo di fermenti democratici e spesso l’interpretazione dei voti, in particolare quello di obbedienza, sono stati sinonimo di centralismo e definizioni un po’ calate dall’alto; ma i tempi cambiano, con loro le persone e le esigenze a cui rispondere. Detto questo, a inizio marzo abbiamo vissuto un fine settimana di incontro con i fratelli maristi italiani, per capire e sentire come continuare il nostro percorso di missione rispondendo alle esigenze che oggi la vita, continuamente, ci mette davanti.
Non una riunione per decidere, ma per incontrarsi, condividere, conoscere meglio le diverse situazioni, gli stati d’animo, i sogni di futuro che possiamo coltivare.

Per vivere l’inccontro abbiamo avuto un “meditatore culturale” d’eccezione, fr. Emili Turu*, che con la sua esperienza passata (è stato superiore generale dell’istituto dei Fratelli Maristi fino al 2017) e il suo impegno attuale (ha concluso da poco il suo ruolo come Segretario Generale dell’USG
e svolge numerosi incarichi come facilitatore in contesti simili) è proprio centrato sulla funzione di facilitare questo genere di cambiamenti; a dire la verità il suo era un compito difficile, visto che fare il profeta in patria è sempre un ruolo rischioso, ma ci siamo trovati con lui davvero “in famiglia” e senza nessuna difficioltà. La sua capacità di guida, la creatività nel suggerire varie dinamiche per illuminare in modo profondo i diversi temi, sono state davvero apprezzate da tutti.

Ovviamente le tematiche affrontate riguardavano la missione, le relazioni comunitarie, i rapporti con i laici e come riscoprire il nostro ruolo di consacrati in una società in cui spesso sentiamo di portare esperienze e risposte a domande che nessuno sembra voler affrontare. Intensi gli scambi e le condivisioni, concrete, personali e molto oneste. Cordiali e molto sentiti anche i momenti informali, il ritrovarci insieme per condividere i pasti, oppure una piccola escursione per andare a prendere un gelato, fare una passeggiata con quel fratello che non vedevi da tempo…

Eravamo alloggiati presso la casa delle Suore di Gesù e Maria, a pochi passi dal San Leone (che non poteva accogliere tutti i presenti…), ma abbiamo concluso la nostra riunione con la messa delle 11 del San Leone Magno, un appuntamento che per molti era la concreta risposta a tanti desideri: continuare la nostra presenza nel mondo della scuola, dell’educazione, senza dimenticare che il futuro non è semplicemente una replica di un passato, per quanto importante e significativo. Basti pensare che al giorno di oggi la missione marista contempla un numero di opere sociali che quasi supera quello delle scuole.

Alla conclusione di questo incontro ci si lascia sempre con il desiderio di… una prossima occasione.
Ci piace raccogliere e mettere a disposizione un testo di P. Halick sul quale fr. Emili ci ha invitato a riflettere, aprendo il nostro incontro, un invito a vivere la sinodalità e a prepararci anche a nuove formule per essere “ospedali da campo” e segno ecclesiale vivo per i nostri tempi.

  • Fr. Emili Turu è l’attuale direttore di FAITH & PRAXIS: un’organizzazione nata per facilitare i processi di transizione soprattutto in ambito religioso: interessante curiosare nella loro pagina web: https://www.faithandpraxis.org

Naturalmente non poteva mancare anche un album con le foto di questo incontro:

Ecco il documento di Tomas Halick, Il futuro della vita religiosa, intervento tenuto nel 2022 durante l’assemblea dei superiori generali delle congregazioni religiose presenti in Europa.

Corso di formazione europeo all’Escorial

Corso di formazione europeo all’Escorial

6/3/26 Si conclude oggi un corso di formazione per docenti maristi che ha visto radunati insegnanti di Spagna, Portogallo e Italia; il progetto che vedrà entro pochi anni l’unificazione delle 3 attuali province di Compostela (il nord della Spagna e il Portogallo), Iberica (tutta la zona centrale) e Mediterranea (che comprende il sud della Spagna, l’Italia e Libano-Siria) si innesta nel piano di formazione che da tempo viene portato avanti, in un’ottica europea e con il chiaro intento di consolidare le buone pratiche, le esperienze di ciascuna zona e i contenuti più significativi consolidati nelle diverse realtà e non solo per quanto riguarda il mondo educativo, ma anche sul versante delle opere sociali, che rappresentano i due ambiti più importanti dove si svolge la missione marista.

Nella cornice della casa marista di Fuenteviva che si trova poco lontano dal maestoso El Escorial (a nord di Madrid), erano presenti circa 30 docenti, tra cui 2 italiani (provenienti dal SLM e dal PioXII) e 2 portoghesi; tra gli spagnoli era interessante notare il gruppo dei catalani (che fanno parte della provincia marista dell’Hermitage, Catalugna e Francia). Insomma, il panorama era davvero ricco e diversificato. Solo per dare un’idea, quando si parlava di legislazione dei vari paesi, non era facile districarsi tra le tante differenze dei pur simili ambiti didattici, viste le profonde differenze tra Italia e Spagna, ma anche tra Portogallo e Catalugna: mondi spesso ricchi di sfumature importanti. Per non dimenticare che in Spagna esiste una normativa, il “concierto” che consente alle famiglie una effettiva libertàa di scelta, anche economica, cosa che in Italia, da tempo ormai storico, rappresenta la principale difficoltà per la maggior parte delle famiglie.

Vari e diversificati i contenuti affrontati a conclusione di questo itinerario, che si èe articolato in 3 settimane presenziali, distribuite nell’arco di oltre un anno: si è cominciato quindi dagli aspetti tipici della missione marista di oggi (presentata dal sempre brillante José Antonio Rosa), la continua attualità dell’esperienza fondatrice di Marcellino Champagnat (illustrata dal fr. Alex Mena, della provincia Iberica), gli aspetti economici che ogni leader deve conoscere (perché la scuola è un mondo davvero complesso), illustrati dall’esperto in economia Javier Poveda, collaboratore della Confer, l’associazione che riunisce le congregazioni religiose spagnole; nel penultimo giorno abbiamo approfondito il mondo che ruota intorno alle risorse umane: dalla “ricerca” dei talenti alle tecniche per i colloqui di lavoro (che ogni partecipante ha simulato con grande partecipazione), in questo caso ci hanno guidato JuanMa e JuanMi, incaricati di questo aspetto per la provincia mediterranea… giusto per dare un’idea di cosa si stava parlando, la base dati che raccoglie i CV delle persone interessate al mondo marista raccoglie più di… 20mila richieste!

L’ultimo giorno ha visto l’intervento del direttore della scuola marista di Chambery (Madrid), Jorge Isidro, con la sua lunga esperienza di direttore di un centro marista decisamente grande e complesso.

Chiaro che la partecipazione dei laici è l’aspetto principale, visto che a parte il supporto e qualche intervento di fratelli maristi, se il mondo educativo marista oggi continua la sua missione è perché sono tante le persone laiche ad avere accolto questo progetto come asse portante della propria missione educativa.

Settimana intensa, nella quale ci siamo ritagliati giusto un pomeriggio per visitare l’impressionante complesso del Monastero dell’Escorial, per poi girovagare tranquillamente nelle viuzze del simpatico centro che lo circonda e concludere la serata con una cena tipica.

Adesso si riparte, ciascuno verso la propria realtà educativa, ciascuno con la certezza che la “famiglia” che abbiamo incontrato in questi giorni, soprattutto nei momenti più spontanei (come dimenticare la partecipatissima serata finale, con giochi e sorprese per tutti?), è un valore speciale che ci ricorda l’attualità e l’importanza del sogno marista.

E naturalmente non poteva mancare l’album fotografico di questa entusiasmante esperienza formativa:
Corso per i leader maristi – marzo 2026 – El Escorial