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Categoria: solidarietà

Celebriamo la vita! Slogan 25-26

Celebriamo la vita! Slogan 25-26

Ecco il nuovo slogan per il nuovo anno scolastico 2025-26, che in questa settimana prende il via nelle diverse scuole mariste d’Italia.

Uno slogan che accomuna le scuole di Giugliano, Roma, Genova e Cesano Maderno, ma non solo, riguarda tutte le scuole mariste spagnole, greche e del Libano.

E da quest’anno lo slogan viene utilizzato anche dalle tante opere sociali che i Maristi di Champagnat portano avanti da ormai diversi anni, una realtá in evoluzione e in crescita costante, che, solo per l’Italia, riguarda le realtà del Centro Diurno L’Albero di Cesano, il Gruppo Famiglie di Genova, gli Ex-alunni del SLM, le diverse iniziative di Giugliano, Mani Unite e il Ciao di Siracusa.

Bello vedere che al fianco di ogni scuola marista è ben presente una iniziativa sul fronte della solidarietá, un invito evidente a considerare questa frontiera e una velata chiamata a parteciparvi concretamente, rivolta non solo agli alunni ma anche alle famiglie.

In tempi così divisivi e frammentati è interessante notare la grande apertura marista al contesto locale. Nei primi anni di slogan comune era sufficiente tradurre il materiale in 3 lingue, spagnolo, italiano e francese. Oggi il panorama è molto più variegato e le differenze sono evidenti. Confrontarsi con le altre culture e le altre lingue è un esercizio di umanità che offre un modello educativo di apertura e di condivisione, nonostante le difficoltá che puó implicare

Tuttto il materiale di supporto si trova sulla nuova web europea: champagnat.eu dove è possibile consultare e prelevare la guida in italiano e seguire, mese dopo mese, le proposte educative e di riflessione per ogni giorno di scuola e per i diversi livelli (dall’infanzia al liceo).

Dove regna la confusione e il buio, la nostra proposta è quella di celebrare una vita, accendere una luce e mostrare una strada concreta per crescere. Tutti insieme.

Continua a fiorire la vita marista a Cuba

Continua a fiorire la vita marista a Cuba

Dove ci eravamo lasciati con fr. Marco? Dopo l’articolo dello scorso novembre, per lui era iniziato un nuovo periodo. Inizialmente come giramondo, con una prima tappa in Gran Bretagna,
per poi raggiungere una destinazione inconsueta: Cuba.
Nell’isola la presenza marista è per lo meno complicata. I fratelli erano già presenti prima della rivolta di Fidel Castro (che tra l’altro si è formato anche nelle scuole cattoliche…), poi con il nuovo regime una chiusura pressoché totale e quindi, dopo il riallacciarsi delle relazioni con il Vaticano (come non ricordare il famoso viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba nel 1998) un rientro graduale, ma solo per svolgere attività solidali, non più legate all’insegnamento formale e diretto.
Marco si è recato da febbraio a giugno in quest’isola, vivendo presso la piccola comunità di Cienfuegos.

Ne abbiamo approfittato così per una nuova intervista, sulla base di questa fresca esperienza.

Le tue prime impressioni appena arrivato a Cuba
Sono passati più di 60 anni dalla famosa rivoluzione di Fidel Castro; quegli eventi gloriosi della Rivoluzione sono diventati miti anche della nostra cultura, purtroppo il popolo cubano si mostra sempre più dipendente dagli aiuti russi, cinesi e turchi che speso sono elargiti a singhiozzo e non sempre sono sufficienti per le necessità reali della gente. Il Comandante supremo, il Generalissimo Fidel Castro, ormai defunto da tempo, negli anni novanta, aveva “profetizzato” al suo popolo che ci sarebbe stato “un periodo speciale” da superare con lo sforzo di tutti. Peccato che quel momento speciale, sia diventato oggi la norma che condiziona costantemente, ormai da tre decenni, le scelte quotidiane dei cubani.

Quindi al di là degli stereotipi e del mito (“hasta la victoria siempre” diceva il Che) cosa hai compreso della realtà cubana?
Qualche esempio: il salario mensile medio si aggira sui 3.500 pesos cubani – al cambio ufficiale ci vogliono circa 160 ps per 1 dollaro, mentre al mercato nerosi arriva di solito ai 360 ps per 1 dollaro, significa che il peso ha un potere di acquisto davvero limitato. In concreto: 1 bottiglia di olio può arrivare a costare 1.600 ps; 1 uovo 92 ps; un cespo di insalata 150 ps; un ananas di dimensioni normali arriva a 300 ps. (e a Cuba gli ananas crescono facilmente…) e così via dicendo. Girando per il mercato colpiscono anche le dimensioni degli ortaggi, trovi cipolle e aglio in formato mini per mancanza di concime e per la fretta di vendere da parte dei “commercianti particolari” (difficile trovare veri negozi!). Per vivere dignitosamente a Cuba, una famiglia media ha bisogno di almeno 30.000 pesos mensili: quasi la metà proviene direttamente da un familiare che vive all’estero (Stati Uniti, Messico, Spagna) gli altri 15.000 pesos provengono dai molteplici lavori che consentono loro di sopravvivere.
Non esistono negozi, non trovi nessuna insegna esterna, bisogna sapere che una determinata casa, che si affaccia sulla strada, vende frutta e verdura, carne e formaggio e magari qualche articolo per la pulizia della casa… Si tratta dei “commercianti particolari” che, probabilmente, rivendono prodotti rubati alla misera produzione nazionale guadagnando così qualche centinaio di pesos. Eppure, in barba al tanto deprecato “embargo americano”, vi sono alcuni negozi, con spazi ampi, che vengono sistematicamente approvvigionati con prodotti provenienti direttamente dagli Stati Uniti, ad esempio il pollo, ma venduti rigorosamente e solamente in dollari, a cifre proibitive, riservati a coloro che se lo possono permettere, non certo alla maggioranza dei cubani!

Dove hai vissuta la tua esperienza cubana?
La mia esperienza di solidarietà si è svolta nella città di Cienfuegos, un centro di circa 140.000 anime che si affaccia sulla baia omonima, nella zona centro-occidentale dell’isola. La piccola comunità marista è situata nel quartiere “Buenavista”, una zona periferica e abitata soprattutto da famiglie povere, con pochi mezzi e con infrastrutture particolarmente ridotte. Durante la mia permanenza eravamo 3 Fratelli: con me c’erano Luis Elosegui, che vive qui già da 2 anni, Hipòlito Pérez (che è stato provinciale del Centro America)
La comunità appartiene alla Provincia marista dell’America Centrale formata da: Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Honduras, Costa Rica, Puerto Rico e Cuba. Interessante ricordare che i maristi sono arrivati a Cuba nel 1903, e qui sono cresciuti molto, fino a contare più di 200 Fratelli, gestendo una quindicina di scuole, alcune davvero imponenti, in almeno 6 città dell’isola.

Con la rivoluzione che cosa è successo ai fratelli maristi?
Dopo la Rivoluzione del 1959, ed in seguito al decreto sull’Educazione del 1961, i Fratelli sono costretti ad abbandonare Cuba: questa piccola diaspora ha favorito la presenza marista in numerose realtà del centro America.
Vengono espropriate tutte le scuole per metterle al servizio dello Stato: unico garante dell’educazione. A tutt’oggi si possono vedere dall’esterno gli edifici che una volta appartenevano ai Fratelli e che tuttora ospitano scuole statali; a Cienfuegos ce ne sono ben tre e purtroppo si nota la assoluta mancanza di manutenzione, con i relativi rischi per gli alunni…
I Fratelli sono ritornati sull’isola nel 2003, ma senza rientrare nel sistema educativo, sono impegnati nel campo sociale e in quello catechetico in collaborazione con la diocesi. La conferenza episcopale è l’unico ente religioso riconosciuto sul territorio, l’unico che possa determinare il numero di presenze di religiosi/e tollerate a Cuba.

In che attività ti sei inserito? Cosa fa una comunità marista a Cuba, oggi?
Essenzialmente operiamo in due aree, una prettamente marista e l’altra legata alla pastorale diocesana. La prima è rappresentata dal mantenere e rilanciare il “Centro culturale marista” dove si sviluppano una serie di attività pomeridiane per i bambini e ragazzi del quartiere: sport come il calcio e il baseball (un must, a Cuba), corsi di chitarra, di teatro e danza, ed un gruppo che si dedica alla produzione di semplici manufatti artigianali.
Purtroppo, la situazione economica attuale di Cuba non aiuta affatto, generalmente abbiamo l’elettricità per una media di 5/6 ore al giorno, e per la legge di Murphy soprattutto … di notte, e questo limita molto le nostre disponibilità.
Per questo i mezzi tecnologici non possono essere di particolare aiuto, qualsiasi materiale interessante per migliorare l’esperienza dei ragazzi è difficile da reperire. Inoltre, la scuola statale non ha un orario di chiusura preciso, per cui a volte i ragazzi arrivano con molto ritardo perché hanno avuto ore extra di insegnamento! Questa estrema fluidità di presenze rende difficile il rapporto continuato con i ragazzi, ma nonostante le difficoltà il nostro Centro resta comunque un punto di riferimento nel quartiere.

E sul versante pastorale, della missione marista?
Tutta la comunità è impegnata nelle parrocchie dei tre quartieri vicini alla nostra residenza. Rientra nel nostro progetto comunitario. La presenza del Fratello si svolge la mattina e prevede, settimanalmente, una messa feriale oltre a quella domenicale, un’ora di adorazione del Santissimo, la celebrazione della Parola e, nel periodo quaresimale, la Via Crucis. Cerchiamo di essere presenti e di animare questi momenti ai quali partecipano soprattutto piccoli gruppi di donne, ormai di età avanzata, ma che hanno il grande merito di avere resistito in questi 60 alla Rivoluzione comunista, mantenendo la propria fede, anche a scapito del lavoro. Purtroppo, manca totalmente, o quasi, la presenza dei giovani e delle persone di media età, sempre dovuto al sistema comunista che non prevede alcun tipo di formazione religiosa nell’iter educativo del popolo.

E per finire, come valuti l’esperienza marista che hai vissuto?
Il nostro, qui a Cuba, è un apostolato marista basato soprattutto sulla presenza e sull’ascolto di piccoli e grandi che incontriamo nei diversi ambiti; una missione che non spicca per le sue grandi e molteplici attività, che non prevede grandi numeri di partecipanti, bensì simile a tantissime altre realtà religiose che fanno parte di una Chiesa piuttosto tradizionale, umile e dedita ad un “piccolo gregge”, ma profondamente fedele. A Cuba si può fare oggi un’esperienza di solidarietà nel segno della semplicità e dell’umiltà, con uno stile e parametri molto diversi da quelli europei, ma sostenuta da una vigorosa e austera vita comunitaria, alimentata dalla preghiera, dall’aiuto vicendevole e dalla speranza che il piccolo seme gettato in terra certamente un giorno potrà fiorire e portare frutto.

Ripristinare la vita in mezzo alle rovine

Ripristinare la vita in mezzo alle rovine

Articolo pubblicato il 9/3/25 su CNEWA, Catholic Near East Welfare Association (agenzia pontificia di aiuto umanitario e pastorale all’Africa nord-orientale, al Medio Oriente, all’Europa orientale e all’India), nostra traduzione.

Il dottor Nabil Antaki tra le macerie di Aleppo causate dal terremoto di magnitudo 7.8
che ha colpito la città nel 2023. (Foto: Dr. Nabil Antaki)

Nota dell’editore: La caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria l’8 dicembre 2024, dopo quasi 14 anni di guerra civile, è iniziata poco dopo le proteste pro-democrazia e anti-Assad della primavera araba del 2011. La guerra ha ucciso più di 606.000 persone, tra cui 159.774 civili, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani. La guerra portò anche a migrazioni di massa. Alla fine del 2024, il numero di rifugiati siriani era di circa 5,5 milioni e più di 7,4 milioni di persone erano ancora sfollate interne. I gravi danni arrecati alle infrastrutture e alle istituzioni, aggravati dalle sanzioni occidentali, hanno lasciato la popolazione vulnerabile e priva dei servizi sociali di base.
Non è chiaro cosa riservi il futuro ai siriani, in particolare ai cristiani, nel mutevole panorama politico. Il gruppo militante islamico Hayat Tahrir al-Sham ha nominato un nuovo primo ministro a capo del governo di transizione siriano senza consultare il consiglio nazionale, sollevando interrogativi sulla direzione del governo. Inoltre, la svalutazione della sterlina siriana ha aggravato i problemi affrontati dai siriani in questo periodo di transizione.
In questa Lettera dalla Siria, il Dr. Nabil Antaki scrive del cattivo stato dell’assistenza sanitaria in Siria dall’inizio della guerra civile e delle sfide che persistono oggi. Il dottor Antaki è un medico e membro dei Maristi Blu, un apostolato laico cattolico che fornisce assistenza sociale ai siriani in difficoltà, finanziato in parte da CNEWA-Pontificia Missione.

Quando ho terminato la mia borsa di studio in Canada dopo essermi laureato alla St. Joseph’s University School of Medicine di Beirut, io e mia moglie abbiamo deciso di tornare ad Aleppo, la mia città natale in Siria. Abbiamo pensato, giustamente, che saremmo stati più utili ai siriani malati che in Canada.
Per anni ho praticato la medicina in condizioni accettabili per me e per i miei pazienti. Poiché non esisteva un’assicurazione sanitaria, l’assistenza medica era privata. I pazienti pagavano di tasca propria. Per quanto riguarda i poveri, li abbiamo curati gratuitamente nelle nostre istituzioni cristiane o sono andati negli ospedali pubblici, che sono anch’essi gratuiti.

I siriani della campagna di Aleppo arrivano a Tabqa, a circa 97 chilometri a sud-est, il 3 dicembre 2024, dopo essere fuggiti dai gruppi ribelli anti-Assad che hanno conquistato Aleppo una settimana prima. (Foto: OSV News/Orhan Qereman, Reuters)

Nel 2011 è scoppiata la guerra in Siria. Bombe e cecchini hanno seminato il caos. Decine di persone venivano uccise ogni giorno, centinaia venivano ferite da proiettili o schegge e molti ospedali venivano distrutti o danneggiati. I civili feriti a causa della guerra sono morti per mancanza di cure e per il sovraffollamento nei pronto soccorso degli ospedali pubblici ancora operativi. Per questo, con i Maristi Blu ho iniziato il progetto “Civili feriti di guerra” per curare gratuitamente i civili feriti nel miglior ospedale privato di Aleppo, dove lavoravo.
I chirurghi si offrirono volontari per curare i civili feriti e l’ospedale accettò tariffe ridotte. I miei colleghi medici hanno svolto un lavoro eroico, trascorrendo notti in ospedale vicino a pazienti in condizioni critiche o dirigendosi verso l’ospedale sotto le bombe che cadevano e i colpi dei cecchini. Per anni abbiamo curato gratuitamente decine di migliaia di feriti e salvato la vita a centinaia di altri.
Quando i combattimenti sono cessati, abbiamo scoperto una situazione umanitaria, sociale e sanitaria catastrofica: ospedali distrutti, personale medico molto a causa dell’emigrazione, inflazione galoppante e povertà estrema. Più del 90% della popolazione viveva – e continua a vivere – al di sotto della soglia di povertà e non riusciva ad arrivare a fine mese. Dopo le bombe militari, è esplosa la bomba della povertà e i suoi effetti continuano ancora oggi.
Le persone non potevano più prendersi cura di se stesse. Il loro reddito, se c’era, era insufficiente per pagare trattamenti, farmaci o interventi chirurgici.
In risposta a questa situazione, i Maristi Blu, insieme ad altre associazioni cristiane, hanno lanciato un progetto per aiutare le persone in cerca di cure mediche. Abbiamo raggiunto accordi con ospedali, medici e chirurghi per ottenere tariffe agevolate e pagarli direttamente per le loro prestazioni. Senza questo aiuto, anche una persona con un reddito medio non sarebbe in grado di far fronte alle spese. Una piccola procedura, come la rimozione della cistifellea, costa circa 6 milioni di sterline siriane (475 dollari), mentre lo stipendio medio mensile è di circa 600.000 sterline siriane (46 dollari) o anche meno.
Ricordo Jeannette, vedova con quattro persone a carico. Non aveva reddito e aveva bisogno di un’operazione a cuore aperto, che è costata 100 milioni di sterline siriane (circa 8.000 dollari). Anche se la nostra associazione non poteva coprire una tale somma, la Provvidenza – che non ci ha mai deluso – ci ha inviato due donatori stranieri che hanno coperto ciascuno la metà dei costi.
Penso a M.K., un ragazzo di 13 anni che è nato senza braccia. Durante la guerra, nel 2015, una mina è esplosa mentre lui e la sua famiglia fuggivano dall’ISIS. M.K. è stato colpito e ha dovuto subire l’amputazione delle gambe. Le loro esigenze mediche sono immense. I Maristi Blu si presero cura di lui e lui è diventato il mio protetto.

Immagine della capitale siriana, Damasco, poche ore dopo l’ingresso dell’opposizione siriana e il crollo del regime di Assad l’8 dicembre 2024. (Foto: Ahmad Fallaha)

Per ricevere prestazioni mediche, i malati sono costretti a chiedere a varie associazioni cristiane di coprire i costi delle loro cure. Ogni organizzazione – il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, la Caritas, l’Assemblea dei Vescovi Cattolici in Siria e i Maristi Blu – contribuisce a coprire parte dell’importo. I Maristi Blu ricevono il sostegno del CNEWA, che fornisce una buona somma mensile per l’assistenza sanitaria. Tuttavia, i fondi che riceviamo sono chiaramente insufficienti dati gli immensi bisogni della popolazione.

Inoltre, le infrastrutture mediche della Siria sono inadeguate, insufficienti e obsolete. I nostri dispositivi sono vecchi e non possono essere sostituiti per mancanza di risorse, anche a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea…

L’8 dicembre 2024 il regime di Bashar al Assad è stato rovesciato da Hayat Tahrir al Sham, un gruppo ribelle jihadista islamico. Se il popolo si sente sollevato per la caduta di un regime autocratico di lunga durata, i cristiani siriani rimangono preoccupati, poiché non vogliono vivere in uno stato islamico sotto la legge islamica.

La popolazione cristiana è stata particolarmente colpita dalla guerra civile e dalle sue conseguenze, passando da quasi 2 milioni nel 2011 ai circa 500.000 di oggi. La popolazione totale in Siria è di circa 23 milioni. I Maristi Blu vogliono aiutare i cristiani a rimanere nel Paese e a non emigrare. Sarebbe un vero peccato se la Siria, culla del cristianesimo, si svuotasse dei suoi figli cristiani.

Visita pastorale di Monsignor Vaccari in Siria, dicembre 2022. Guardando la distruzione a Homs. (Foto: CNEWA Beirut)

Attualmente ci troviamo di fronte a tre sfide per quanto riguarda ‘assistenza sanitaria del paese. In primo luogo, dobbiamo migliorare le condizioni di vita delle famiglie, perché la povertà aggrava le malattie e impedisce alle persone di cercare cure. In secondo luogo, dobbiamo garantire l’occupazione e redditi migliori per le persone. Questo non può essere fatto senza miglioramenti nel settore economico, e l’economia può crescere solo se le sanzioni internazionali vengono revocate. In terzo luogo, dobbiamo continuare ad aiutare le persone a ricevere cure, il che richiede maggiori risorse finanziarie e la sostituzione dei nostri dispositivi medici vecchi o inutilizzabili.

Il cambio di regime finora non ha influito sull’assistenza sanitaria. Ci troviamo di fronte alle stesse sfide e difficoltà di prima. L’unica buona notizia è che il 6 gennaio gli Stati Uniti hanno deciso di revocare alcune delle sanzioni sull’assistenza sanitaria.

Attualmente, sono esausto e pessimista. La popolazione è esausta. Quattordici anni di conflitti, privazioni e scarsità, povertà e crisi economica – oltre a un catastrofico terremoto nel 2023 e alla costante minaccia dei jihadisti islamici – hanno infranto le speranze della gente. Alcuni cristiani siriani credono ormai che la speranza in Siria sia morta e sepolta.
Quanto a me, conservo nel profondo del mio essere una fiamma di speranza che non si spegne definitivamente: è radicata nella mia fede cristiana. Questa piccola fiamma di speranza mi dà forza quando tutto intorno a me trema.
Mi dice che, alla fine delle tenebre, ci sarà la luce.
Pregate per me, pregate per noi, pregate per la Siria.

Il dottor Nabil Antaki è un medico e rappresentante dei Maristi Blu di Aleppo.