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Categoria: vangelo

Siracusa: la ronda della notte

Siracusa: la ronda della notte

Pasqua è alle porte, con il suo messaggio di responsabilità e impegno che ci invita ad aprire gli occhi e fare la nostra parte; ci piace riportare l’esperienza di fr. Iñigo della comunità marista di Siracusa, per aiutarci a vivere questi giorni con i piedi ben piantati nelle nostre realtà, tutte diverse ma tutte impregnate dalla possibilità di essere luoghi e sogni di vita.

La ronda della notte: farsi carico della realtà

di Iñigo García, Siracusa

C’è una Siracusa che si sveglia quando le luci cominciano a spegnersi e il ritmo della città rallenta. Una Siracusa meno visibile, più silenziosa, quasi segreta. Non è quella delle passeggiate illuminate o delle terrazze aperte sul mare. È quella degli angoli discreti, dei portoni dove qualcuno cerca riparo dal freddo, delle panchine che diventano rifugi improvvisati. Probabilmente anche nella tua città potresti riconoscere questi luoghi. Spazi dove la vita resta esposta alle intemperie e dove la notte sembra più lunga.

In questa altra città – quella che spesso preferiamo non vedere – comincia ogni sera “la ronda”. Un piccolo gruppo di volontari si ritrova per organizzare l’uscita: termos di cibo caldo – a volte pasta, altre volte una minestra, altre ancora un piatto di lenticchie – pane, acqua, qualche coperta e prodotti di prima necessità. Ma ciò che davvero si prepara prima di uscire non entra in nessuna scatola. È una disposizione interiore. Un modo diverso di guardare la città e chi la abita dai margini.
Perché “la ronda” non consiste semplicemente nel distribuire cibo. Consiste soprattutto nel fermarsi. Fermarsi per ascoltare, per riconoscere, per ricordare che la dignità di una persona non dipende dal luogo in cui dormirà quella notte.

Il percorso attraversa piazze, strade secondarie, angoli dove la città cambia volto. In alcuni luoghi ci sono già persone che aspettano. In altri, qualcuno appare dall’ombra quando riconosce l’auto che si avvicina.
Le prime parole sono spesso semplici: “Come stai stasera?”, “Fa freddo oggi?”, “Tutto bene?” A prima vista potrebbe sembrare un gesto minimo. Eppure, in queste domande si apre qualcosa di più profondo di un semplice scambio. Si apre uno spazio in cui qualcuno torna ad essere guardato, in cui una vita smette di essere ridotta a un problema sociale o a una presenza scomoda.

Il cibo passa di mano in mano, ma ciò che davvero circola in quei minuti è riconoscimento. Molte delle persone che vivono per strada non soffrono solo per la mancanza di risorse materiali. Soffrono anche per qualcosa di più difficile da nominare: la lenta erosione dell’invisibilità. La strada può diventare un luogo dove si smette di esistere agli occhi degli altri. Per questo “la ronda” è, prima di tutto, una restituzione dello sguardo.

Ogni notte si incontrano trenta, forse quaranta persone. Non c’è un numero fisso. Alcuni compaiono per settimane e poi scompaiono. Altri arrivano per la prima volta, spinti da storie che raramente sono semplici: la perdita di un lavoro, una rottura familiare, un percorso migratorio rimasto sospeso, una malattia, una dipendenza o semplicemente la stanchezza accumulata di una vita che si è andata spezzando poco a poco.
Dietro ogni volto c’è una storia lunga, complessa, a volte difficile da raccontare. Con il tempo i nomi diventano familiari. La relazione smette di essere anonima. Qualcuno chiede come sta uno dei volontari. Un altro racconta di aver trovato un posto dove potersi lavare. Un altro ancora ringrazia semplicemente per quel momento di conversazione. A volte l’incontro dura pochi minuti. Altre volte si prolunga un po’ di più. Ma accade sempre qualcosa che cambia il senso del gesto: la relazione smette di essere puramente assistenziale e diventa incontro.

Ho riconosciuto questa stessa esperienza anche in altri luoghi della mia vita quotidiana. Nei corridoi del Centro CIAO, quando un giovane migrante entra per la prima volta con un misto di incertezza e speranza. Nel doposcuola, quando un bambino scopre che qualcuno crede in lui al di là delle sue difficoltà scolastiche. Nelle visite a persone che vivono situazioni di precarietà estrema, dove una semplice conversazione può restituire un po’ di respiro a una vita stanca. In tutti questi luoghi accade qualcosa di simile a ciò che avviene nella ronda notturna: la dignità si ricostruisce nell’incontro. Non è un processo rapido né spettacolare. Non appare nei titoli dei giornali e difficilmente si misura nelle statistiche. Cresce lentamente, nella fiducia che nasce quando qualcuno si sente chiamato per nome, quando percepisce che la sua storia conta, quando scopre di non essere completamente solo.

“La ronda” si muove proprio in questo spazio discreto dove l’umano torna a prendere forma. La città che vediamo di giorno non è tutta la città. Esiste un’altra realtà che spesso rimane nascosta: quella di chi attraversa la notte senza un luogo stabile dove dormire, di chi porta sulle spalle storie che la società preferirebbe non ascoltare. La ronda rompe, anche solo per alcune ore, questa distanza invisibile.
Permette di avvicinarsi a queste vite senza ridurle a un problema da gestire. Permette di scoprire che dietro ogni situazione c’è un’umanità ferita, ma anche una sorprendente capacità di resistenza.
Chi partecipa a queste uscite lo scopre presto: la linea tra chi dà e chi riceve non è così chiara come sembra. Perché mentre si condivide un pasto caldo, si riceve anche qualcosa di inatteso: una storia, una fiducia, una lezione silenziosa sulla fragilità e sulla forza della vita umana. Molte persone che vivono per strada non chiedono grandi discorsi. Chiedono qualcosa di molto più semplice: essere trattate come persone. Che qualcuno si fermi ad ascoltarle. Che qualcuno si sieda accanto a loro per qualche minuto. Che qualcuno chieda come stanno e aspetti davvero la risposta.

Può sembrare poco, ma per chi si sente invisibile da tempo quel gesto ha un valore immenso. Per chi guarda la realtà con uno sguardo credente, questi incontri richiamano inevitabilmente una pagina del Vangelo: la parabola del buon samaritano. Non si tratta solo di passare accanto al ferito o di offrire un gesto momentaneo. Il samaritano si ferma, si avvicina, fascia le ferite, si prende cura della situazione e si assume la responsabilità della sua guarigione.
La compassione, nel senso più profondo della parola, non consiste solo nell’alleviare l’urgenza. Consiste nel farsi carico della vita che abbiamo davanti.
In questo senso la ronda non vuole restare un gesto assistenziale che spegne momentaneamente il bisogno. Vuole essere il primo passo di qualcosa di più grande: ricostruire legami, accompagnare percorsi, facilitare l’accesso a risorse che permettano di recuperare stabilità, salute e dignità. È un piccolo gesto che apre la strada a un accompagnamento più lungo.
In un tempo in cui tante vite vengono relegate ai margini del discorso pubblico, esperienze come questa ci ricordano qualcosa di essenziale: la dignità umana non è negoziabile. Non dipende dal
successo sociale né dalla stabilità economica. Appartiene a ogni persona per il semplice fatto di esistere.
E quando questa dignità viene ferita dalla povertà, dall’esclusione o dalla solitudine, la risposta più umana non è voltarsi dall’altra parte. È avvicinarsi. È fermarsi. È farsi carico della realtà che incontriamo lungo il cammino.
Forse per questo, quando la ronda termina e la città torna nel silenzio della notte, resta l’intuizione che qualcosa di piccolo ma profondamente umano sia accaduto in quelle strade: un incontro. E ogni incontro – per quanto discreto – può diventare una scintilla capace di restituire un po’ di luce alla notte.

Signore,
insegnaci a non passare oltre.
Donaci occhi capaci di riconoscere
il fratello ferito ai bordi della strada,
mani che sappiano fermarsi
quando la fretta del mondo spinge ad andare avanti.
Rendici prossimi.
Fa’ che sappiamo piegarci
sulle ferite di questa storia,
condividere il pane, la parola e il tempo,
e imparare a farci carico
della vita che incontriamo ai margini.
Che ogni incontro nella notte
ci ricordi il tuo Vangelo semplice:
fermarsi, avvicinarsi, prendersi cura.
E che lì,
tra la fragilità e la speranza,
rinasca la dignità
che tu hai seminato in ogni persona.
Amen.

Sempre attuale l’esempio di Henri Vergès

Sempre attuale l’esempio di Henri Vergès

L’8 maggio, trascorso da poco, si celebra la memoria del Beato fr. Henri Vergès, il primo martire dell’inverno islamico (mi piace pensare che la primavera sia ancora da coltivare con ostinata speranza).

Sulle pagine del sito ufficiale dei maristi questa ricorrenza è stata segnalata con particolare attenzione e con la bella notizia che un nuovo libro sta per essere pubblicato proprio sulla sua vicenda umana e religiosa del fr. Henri.

L’autore di questo nuovo libro non è nuovo a simili approfondimenti, si tratta del monaco benedettino Martin McGee, che vive nell’abbazia di Worth, vicino a Londra. Particolarmente attratto dalla testimonianza del defunto Mons. Henri Teissier, il vescovo algerino amico di fr. Henri, si è poco alla volta innamorato della Chiesa d’Algeria e di questa insolita vocazione a vivere il Vangelo in modo radicale, in stretta relazione con il mondo musulmano. Ex insegnante di scuola superiore e maestro dei novizi, attualmente svolge il suo ministero nella casa di riposo dell’abbazia inglese. Ha già scritto diversi libri proprio sui diciannove martiri algerini. Il vescovo Teissier, morto nel 2020, che considerava il fratello Henri come il più significativo del gruppo, lo incoraggiò fortemente a scrivere questa biografia spirituale.

Il nuovo libro, questa volta in francese, uscirà in edicola e in formato cartaceo il 15 di maggio ma è già disponibile per l’acquisto online. Stimolato da questo “fervore” ho cercato di contattare l’autore, per capire meglio il suo interesse nei confronti del nostro Beato. E prontamente mi è arrivata la sua cortese risposta insieme all’autorizzazione a pubblicare la traduzione di un capitolo di un suo libro precedente, Martiri cristiani per il popolo musulmano, ecco le sue righe:

Sono lieto che abbiate tradotto il mio capitolo su Frère Henri per i vostri fratelli e amici italiani. Henri è davvero una luce nel nostro mondo di conflitti e divisioni. Merita di essere conosciuto più ampiamente. Per quanto riguarda la pubblicazione della traduzione, non ho problemi, anzi, ne sarei felicissimo...

E’ quindi con l’intenzione di approfondire la conoscenza di questa persona così quotidiana e così significativa che vi invitiamo alla lettura di queste brevi pagine:

Interessante anche, per chi si trova a Roma, è la visita della nuova sezione dedicata al memoriale dei nuovi Martiri del nostro tempo, curata dalla Comunità di S. Egidio, presso la basilica di S. Bartolomeo, nell’isola Tiberina. In una delle sale è visibile proprio il vestito arabo di fr. Henri, quella che nel nord Africa viene comunemente chiamata chilawa; peccato che la mostra sia visitabile solo nel fine settimana.

Ricordo con una certa emozione quando proprio il fr. Alain Delorme, il primo biografo del B. Henri Vergès, nel lontano giugno del 2004, ci aveva mostrato questa reliquia, ben custodita nel cassetto di un armadio. A quel tempo era conservata nella casa dell’Hermitage, nell’attesa di una collocazione più consona. Ora è stata donata alla basilica romana per darle il giusto rilievo.

La risposta di P. Martin McGee terminava con una proposta stimolante, probabilmente scaturita dall’avergli detto che sto vivendo a Melilla, questa piccola enclave spagnola in terra marocchina: “Hai per caso già visitato Notre-Dame de l’Atlas a Midelt, in Marocco? Sono sicuro che i frati vi accoglierebbero calorosamente.”

E scopro così che l’eredità dei monaci di Tibherine non si è depositata su qualche scaffale polveroso ma continua feconda ad essere presente, qui in terra d’Africa, presso il monastero di Nostra Signora dell’Atlante.

Sinceramente non conoscevo questa realtà sgorgata proprio dalla vita dei 7 monaci martiri di Algeria; si fa già molta fatica a censire le presenze cristiane su questa costa d’Africa. Da pochi mesi l’unica parrocchia della contigua città di Nador è stata “chiusa” (per il trasferimento della comunità di gesuiti che la guidava), la vicina diocesi di Tanger (vicina si fa per dire…) conta qualcosa come 10 o 12 parrocchie in tutto, su un territorio grande come l’intera Puglia. Le presenze di monaci sono decisamente rare; forse sarà il traguardo di una prossima visita… vedremo.

Arrivederci, papa Francesco

Arrivederci, papa Francesco

Siamo rimasti tutti scossi dagli eventi di questi giorni; dopo esserci rincuorati un po’ per le migliorate condizioni di papa Francesco che solo una settimana fa ha incontrato ancora la sua gente in piazza san Pietro, per quello che è stato il suo ultimo giro sulla papamobile, oggi siamo tutti raccolti, chi in piazza, direttamente, chi attraverso i media, chi con il cuore, per l’ultimo gesto di commiato al papa: il suo funerale.

Nella settimana precedente la Pasqua eravamo prenotati in molti per l’udienza del mercoledì 9 aprile, stabilita con largo anticipo, ansiosi di poterlo incontrare ed ascoltare, ma per la convalescenza l’incontro era ovviamente stato cancellato: ci siamo accontentati così dei suoi “luoghi”, la basilica di s.Pietro e la foto di rito a pochi passi dalla casa Santa Marta, che è proprio davanti agli occhi della statua di s. Marcellino… e poi la visita ai palazzi pontifici di Castelgandolfo. Palazzi dove però papa Francesco non ha mai soggiornato, nemmeno per una notte. Ma dove ha operato perchè i giardini venissero inseriti in un’opera dedicata alla sua enciclica Laudato sii.

Proprio in queste stanze abbiamo incontrato uno dei ritratti più significativi di questo papa che i Cardinali erano andati a pescare “dalla fine del mondo”. Un quadro che lo rappresenta in modo semplice, naturale, nonostante la posa un po’ ieratica, e con il dettaglio sorprendente delle sue famose scarpe nere, del tutto irrituali per un papa, così semplici e consumate, scarpe di chi ha viaggiato verso le periferie di questa nostra epoca.

Come abbiamo già espresso sui social network, a lettere maiuscole, ripetiamo il nostro GRAZIE, FRANCESCO: Per essere stato un esempio che amore è sinonimo di servizio. Per aver aperto la Chiesa a tutti, tutti, tutti. Perché per papa Francesco gli ultimi sono sempre stati i primi. Per ricordarci che la tenerezza è il linguaggio più forte. Per quel profumo di pecora del gregge. Per averci invitato ad essere costruttori di ponti, non di muri. Per averci incoraggiato a realizzare i nostri sogni.

Il corpo di Papa Francesco è stato traslato nella Basilica di San Pietro, dove migliaia di fedeli sono venuti a rendergli omaggio. I suoi funerali si sono svolti sabato scorso, 26 aprile, in Piazza San Pietro e, esaudito il suo desiderio, è stato sepolto nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a testimonianza della sua umiltà e devozione mariana.

Ancora una volta, come Maristi della Mediterranea, rendiamo grazie per la sua vita e la sua testimonianza, ricordando alcune delle parole che ha dedicato alla nostra istituzione: “Ringrazio il Signore e Maria, la nostra Buona Madre, come amava chiamarla San Marcellino, per la vostra presenza nella Chiesa e per il vostro servizio, e chiedo per voi il dono dello Spirito Santo affinché, guidati dallo Spirito di Dio, possiate portare ai bambini e ai giovani, come pure a tutti coloro che sono nel bisogno, la vicinanza e la tenerezza di Dio”.

La sua eredità ci ispira a continuare a lavorare per una Chiesa più vicina, più inclusiva e impegnata con i più vulnerabili. La sua luce continui a guidare il nostro cammino e quello dell’intera comunità marista.

Dopo le emozioni di questi giorni, ci piace ritornare sulle sue parole e sui messaggi che ha lasciato per noi e per tutta la “sua gente” – tutto raccolto con ordine in queste pagine ufficiali.