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In terra di Algeria

In terra di Algeria

Il 21 maggio di 30 anni fa, nel 1996, venivano uccisi i 7 monaci del monastero di N.D. dell’Atlante, evento che seguiva di pochi giorni l’uccisione di sr. Helene e fr. Henri Vergès; erano i giorni dolorosi del fanatismo. Poche settimane fa papa Leone ha compiuto proprio in questa terra il suo primo viaggio in Africa. Riportiamo la parte finale di un articolo pubblicato su Jesus di aprile 2026, dove si ricorda la presenza minoritaria dei cristiani in terra di Algeria, luogo che per noi maristi rimanda immediatamente alla memoria del nostro fr. Henri Vergés…

Il viaggio di papa Leone XIV in Algeria

[…] «Verrà nella terra dei diciannove membri della Chiesa cattolica beatificati l’8 dicembre 2018», ricordano i vescovi: «Soprattutto, verrà a visitare l’Algeria contemporanea, terra di incontro tra nord e sud, est e ovest, Occidente e mondo arabo-musulmano.«L’Algeria è un crocevia di tutte queste realtà», tiene a sottolineare il cardinale Vesco. «Così come lo è la nostra Chiesa, che è molto piccola, ma vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità diverse. Una Chiesa che attende con gioia e speranza questa visita, importante non solo per noi, ma per l’Algeria tutta. Un bel segno, perché sappiamo che il Santo Padre desidera davvero incontrare questo Paese. E un bell’incoraggiamento per noi che ci sentiamo inviati a questo popolo e che vogliamo essere una presenza che si iscrive in questa società. Non una Chiesa straniera, ma una Chiesa dove sia gli stranieri che i cristiani di questo Paese abbiano il loro posto».

[…]

È una ricchezza e una sfida quella della diversità dentro e fuori la comunità cattolica, che oggi è composta maggioritariamente da studenti subsahariani, migranti di passaggio, lavoratori stranieri e qualche diplomatico. Anche la presenza di sacerdoti, religiose e religiosi mostra una tendenza in corso ormai da un quarto di secolo: sempre meno europei – e soprattutto sempre meno francesi – e sempre più africani. «Siamo una Chiesa-mosaico, in cui ciascuno deve avere un posto e una dignità», dice il cardinale Vesco. Lo stesso tema si pone nei confronti della società algerina, tradizionalmente molto accogliente, dove però la stragrande maggioranza della gente non ha mai conosciuto personalmente un cristiano. Del resto, la presenza cattolica è ridotta a poche migliaia di fedeli. E la Chiesa, dopo le nazionalizzazioni imposte negli anni Settanta, non gestisce più strutture o servizi, come scuole e ospedali. «La gente ci guarda a volte con benevolenza, a volte con curiosità. La nostra testimonianza oggi non si gioca più sulle opere come in passato, ma nelle relazioni spesso individuali», fa notare il vescovo di Costantina-Ippona Michel Guillaud, che ricorda come la basilica di Sant’Agostino sia l’unica chiesa di tutta la sua diocesi. «Nelle altre sette comunità, abbiamo solo luoghi di preghiera, sale adattate per la celebrazione dell’Eucaristia. Per questo, la basilica ha per noi un valore e un significato ancora più grandi». E aggiunge: «La sfida per ciascuno di noi è vivere il Vangelo e viverlo nella società algerina, nel lavoro, nello studio, in modo discreto ma vivo. Non siamo qui per convertire il popolo musulmano ma per sostenere i cristiani e per vivere legami fraterni con i nostri fratelli dell’islam. In questo senso, ci aspettiamo che il Papa venga da testimone e ci conforti nella nostra testimonianza».

È un tema molto sensibile, così come lo è qualsiasi rievocazione degli anni bui del terrorismo, quando in Algeria vennero uccise circa 150 mila persone, tra le quali i 19 martiri beati cristiani, uomini e donne che avevano scelto di restare nel Paese in fedeltà al Vangelo e al popolo a cui erano stati inviati. «Le nostre vite erano già donate», si legge nelle lettere di molti di loro. A livello personale e comunitario, i monaci di Tibhirine, il vescovo di Orano e gli altri religiosi e religiose uccisi ad Algeri avevano fatto un percorso di discernimento che li aveva portati a scegliere di condividere sino alla fine la loro vita con gli algerini.

«Perché mi sono impegnata nell’iniziativa di “rimanere e resistere” nella regione del Maghreb? Per solidarietà», scriveva suor Paul Hélène Saint-Raymond, Piccola sorella dell’Assunzione, la prima a essere uccisa il 5 maggio 1994 nella biblioteca della Casbah di Algeri insieme al Fratello marista Henri Vergès: «Non si deludono i propri amici quando attraversano un momento difficile, quando sono in pericolo. Possano la debolezza e la follia del nostro piccolo numero e il nostro invecchiamento essere un luogo di accoglienza e di potenza per lo Spirito di Dio, affinché le nostre vite donate siano un segno in cui la nostra testimonianza si esercita più spesso nel silenzio».In un clima sociale e politico molto diversi, questo senso di appartenenza a questo Paese e al suo popolo continua a rimanere molto forte. «Che cosa siamo noi oggi Chiesa d’Algeria?», riflette il vescovo di Orano, Davide Carraro, missionario del Pime presente in questo Paese dal 2006, prima nel deserto a Touggourt, poi ad Algeri e dal gennaio del 2024 alla guida della diocesi che fu di Claverie. «Siamo una Chiesa minoritaria, inserita in un contesto profondamente musulmano. Questo ci colloca in una relazione di rispetto, dialogo e vicinanza con i nostri vicini e concittadini.

Essere minoritari non significa essere isolati o ritirati, ma al contrario essere chiamati a vivere una presenza significativa, umile e attenta. Questo ci dona una prima vocazione: siamo una Chiesa per e con un popolo musulmano. Ciò implica aprire i nostri cuori e le nostre vite all’altro, ricercare la conoscenza reciproca, coltivare la comprensione e la solidarietà, senza rinunciare a ciò che siamo. Così, la nostra missione, a prescindere dalle nazionalità – sia che veniamo dall’estero o siamo del Paese – assume una forma particolare: essere un segno di dialogo, di pace e di fraternità, capace di costruire ponti tra le comunità e di vivere la fede nel rispetto e nell’incontro».

(c) Jesus, per gentile concessione

Le nostre Afriche…

Le nostre Afriche…

Nel mese di luglio fr. Roberto Moraglia e Mimmo Vitiello, entrambi di Giugliano, hanno vissuto un’esperienza speciale, una sorta di apripista per una futura attività in Camerun. In collaborazione con la fondazione Siamo Mediterraneo si sta infatti pensando ad un progetto che “consenta di vivere un’esperienza nel sud del Camerun dove i Maristi hanno avviato una nuova scuola bilingue di francese ed inglese. I volontari potranno offrire non solo un prezioso contributo alle attività della scuola, ma supporteranno i responsabili nella programmazione di un futuro progetto di solidarietà e cooperazione attraverso gemellaggi tra le classi delle scuole mariste italiane e l’Istituto camerunense.”

Lasciamo allora la parola a fr. Roberto, appena tornato da questa esperienza nel Camerun.

Tutto nasce agli inizi della Provincia Mediterranea, a inizio secolo, diciamo, quando si sono comprati dei terreni vicino alle capitali degli Stati in cui i Maristi erano presenti, o vicino a città importanti.

Così in Camerun, a pochi km da Douala, la capitale commerciale del paese, si è provveduto ad acquistare un terreno di circa 20 ettari. La città di Douala è a pochi km ma per raggiungerla ci vuole circa 45 minuti di macchina a causa delle strade in cattive condizioni e soprattutto per il traffico, sempre congestionato da macchine e da moto taxi.

A causa della grave crisi politica nel paese (una guerriglia estesa a molti territori anglofoni della zona) che sconvolge la nazione da diversi anni, si è deciso di costruire a Babenga una scuola bilingue per permettere l’accesso all’istruzione ai giovani del territorio ma soprattutto ai tanti bambini e ragazzi figli di famiglie che hanno preferito scappare dai territori anglofoni sconvolti dalla guerriglia.

Da pochi anni hanno ripreso a funzionare le scuole situate nei territori interessate dalla guerriglia, ma se si pensa che prima della guerra c’erano oltre 1200 alunni e adesso a malapena si sfiorano i 200, è evidente che la gente ha ancora paura, inoltre poche famiglie possono permettersi di pagare la sia pur esigua retta. necessaria per la gestione (inutile pensare che ci siano contributi statali).
In quel territorio, tra l’altro, funzionano solo le scuole religiose mentre i guerriglieri impediscono l’apertura delle scuole statali.

La commissione di solidarietà della Provincia marista ha deciso di affidare all’Italia uno Stato della Marist province of West Africa per organizzare un campo di volontariato e la scelta è caduta proprio sulla scuola di Babenga. Si tratta di una prima esperienza in assoluto, sia per noi che per loro.

Purtroppo questo primo anno non è stato possibile formare un gruppo di volontari ma con Mimmo abbiamo deciso comunque di partire per conoscere a fondo la realtà e valutare come organizzare per il futuro un campo di volontari.

Siamo davvero contenti della scelta che ci ha dato l’opportunità di conoscere un mondo bello e attraente anche se molto diverso dal nostro. E’ stato bello scoprire la gioia e l’affetto dei bambini, la loro semplicità e la capacità di vivere con poco e donando tanto affetto.
Sono stato contento di conoscere la presenza marista in questo continente e la situazione caotica di un mondo completamente diverso dal nostro ma allo stesso tempo affascinante. Ho sempre avuto una certa resistenza ad andare in Africa e le tante altre opportunità hanno preso il sopravvento.
Ora che ho compiuto questo primo passo e superata una certa resistenza, sono davvero contento perché come per magia (il fascino dell’Africa?) mi sono sentito attratto da questo mondo e quasi mi dispiace di non esserci venuto prima.

Dopo questa bella esperienza si passa alla parte pratica e ovviamente mi auguro di poter organizzare per il futuro un campo di volontari che possano lavorare con i bambini durante l’estate. Se a qualcuno l’idea può interessare, iniziamo a pensarci.

Si parte con l’idea di dare qualcosa e ti rendi conto che ricevi sempre di più di quello che dai.

Ricordando i martiri di Bugobe

Ricordando i martiri di Bugobe

Sono passati 25 anni, una scadenza impegnativa, un ricordo doveroso.

Per questo ricordiamo ancora oggi l’evento di 25 anni fa, quando nella confusa e drammatica situazione del Centro Africa i 4 fratelli maristi della Comunità di Bugobe, al servizio del campo profughi, restarono fino al martirio, come testimoni di un mondo diverso e possibile.

Proprio in un giorno come questo, il 31 ottobre 1996, i Fratelli Maristi Miguel Ángel Isla, Julio Rodríguez, Fernando
de la Fuente e Servando Mayor hanno offerto la loro vita, uccisi nei campi profughi di Bugobe (allora si parlava di Zaire; oggi è la Repubblica Democratica del Congo), al confine con il Ruanda.

I quattro fratelli lavoravano dal 1995 nell’enorme campo profughi di Nyamirangwe, occupandosi dell’istruzione dei tanti bambini che si trovavano nel campo, dando una mano per le mille necessità degli sfollati (quasi un milione di persone), creando piccole scuole per i bambini, aiutando nella liturgia, fornendo una quantità di servizi utilizzando la macchina e gli altri strumenti della comunità.
Non celebriamo la morte di questi nostri Fratelli. Celebriamo le loro vite dedicate agli altri, soprattutto a quelli più dimenticati dalla nostra società occidentale. Attraverso gli eventi drammatici, hanno ascoltato la voce di Gesù che li invitava al radicalismo del Vangelo, scegliendo liberamente di restare con gli ultimi, nonostante il rischio per la loro stessa vita.

Come Gesù di Nazareth, hanno dato la loro vita e hanno amato fino alla fine, offrendo ogni loro risorsa come pane di vita per gli altri.

Sono rimasti un simbolo ed un esempio per i Fratelli e i tanti laici maristi che ancora oggi cercano di portare un contributo vitale nelle tante emergenze del nostro mondo.

Sulla pagina ufficiale della Congregazione è disponibile una pagina ricca di informazioni e risorse su questo importante anniversario