2026, eccoci pronti…

2026, eccoci pronti…

Siamo ormai a metá gennaio, insomma, il 2026 non è più alle porte e siamo già belli pronti per la ripartenza. Corsi, lezioni, nuovi progetti all’orizzonte!…

Sono tornato qui a Melilla da poco, dopo aver partecipato al primo incontro delle opere sociali mariste di Spagna (in realtà escludendo la Catalunya) , svoltosi all’Escorial. Ne parlavo qui.

E sfogliando un po’ di foto ripensavo alle tante e belle opportunità che ho avuto in questo periodo natalizio, per visitare luoghi speciali e interessanti della Spagna.

E’ il primo anno che passiamo il giorno di Natale qui a Melilla, complice una botta di influenza mia e il soggiorno in ospedale dell’amico Ventura (voleva proprio inaugurare il nuovissimo ospedale della cittá, che iniziava ad accogliere le emergenze proprio il martedì 17 dicembre, quando lo abbiamo accompagnato per qualche approfondimento): lo hanno ricoverato per una settimana intera!

Nella notte di Natale, un po’ come i re Magi, siamo partiti con il traghetto da Melilla, sbarco a Malaga dopo 7 ore tranquille e rotta verso Granada. In mattinata abbiamo ancora trovato il tempo, io e Juan Antonio, per visitare la Cappella Reale (tomba dei famosi re Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, insomma, gli artefici della ripresa spagnola del XV secolo) e la Cattedrale di Siviglia. Poi ci siamo concessi alcuni giorni tranquilli, senza impegni, con qualche fresca passeggiata per la cittá: il giardino del Carmen de los Martires, il paseo de los tristes, il piccolo souk arabo che quasi prelude al quartiere dell’Albaicin, qualche passeggiata lungo le colline del Darro…

Il 31 dicembre ci siamo spostati a Cordoba, per celebrare il nuovo anno insieme alla comunità (erano presenti anche 2 fratelli africani, questa volta nel senso pieno del termine, non come noi di Melilla :-); preghiera e pranzo insieme ai laici vincolati (ottima occasione per stare un po’ con Juanan e ricordare il periodo di Siracusa), qualche scorribanda per la suggestiva cittá (scoprendo persino un aereo parcheggiato in un parco, poco lontano dalla nostra scuola).

Nella mattina del 5 prendo il treno da Cordoba per Madrid, dove passeró i giorni seguenti, tranne un rapido rientro proprio a Cordoba per partecipare, sabato 10, all’incontro degli animatori delle comunità e fraternitá mariste. Anche qui mi ritaglio giorni tranquilli, con qualche incursione culturale (il Reina Sofia e l’immancabile Guernica, fulcro assoluto del museo, il Prado, con la sua sterminata distesa di capolavori, il Man con i suoi reperti suggestivi). In particolare faccio una scorta di freddo per osservare i preparativi della cabalgata de los Reyes lungo il Paseo de la Castillana. Un freddo a dir poco glaciale, un paio di gradi sottozero, ma che spettacolo veder spuntare famiglia allegre, con le loro scalette in alluminio, per contemplare meglio la sfilata, insieme ai provvidenziali ombrelli rovesciati per raccattare più caramelle possibili (si parlava di circa una tonnellata!); ma dopo 2 ore di attesa, dalle 16, appena inizia la sfilata… mi sono ritirato a casa, anche perchè in televisione si vedeva molto meglio 😉
Nella scuola dove mi trovato, Chamberi, le pareti grondano della presenza di quadri di Goyo, l’artista che ha plasmato in modo concreto la nostra percezione iconica di san Marcellino Champagnat; dall’ingresso al refettorio degli alunni, fino agli spazi della comunità. La sorpresa è stata proprio quella di incontrarlo, come ospite, e condividere insieme momenti davvero di famiglia.

Infine i giorni di incontro all’Escorial, dopo un passaggio ad Alcalá de Henares, dove i maristi hanno un centro universitario, ben inserito in una città dove la cultura alberga da secoli (l’Univ. Complutense è uno dei baluardi culturali fondamentali) e la città antica non è davvero niente male.

Insomma, un bel tesoro da conservare negli occhi e nel cuore. Come queste immagini

Al riparo di un buon libro…

Al riparo di un buon libro…

Da quanto tempo non mi ero messo di buzzo buono a leggere un libro, tutto intero, tutto di seguito. Ad essere sinceri non uno di quei mattoni che possono rimpiazzare comodamente il piede di un letto martoriato o una fessura imponente in qualche muro, col freddo che vi sgattaiola insistente…

Ma un bel libro, corto abbastanza da conquistare mente e memoria per un mezzo pomeriggio, dopo aver dipanato altri impegni, diradato altre necessità. Dovevo arrivare proprio in questo pomeriggio a Granada, dopo una mattinata tersa passata anche a rinfrescarmi dei suoi parchi e giardini deliziosi, tra porte che risalgono all’epoca nazzari e pavoni tranquilli a cui cedere pigramente il passo.

Il libro è poco più che un lungo racconto, che si dipana tranquillamente in terra calabrese, sulle salite di un piccolo paesino nel quale si nasconde il giardino di familgia dell’autore. A leggere le recensioni sui vari pulpiti digitali (alcune duplicate pari pari), si va dall’elogio incondizionato allo smascheramento di un trito meccanismo editoriale, dalla lode sperticata al consiglio di non perdere tempo… quanto basta perchè ciascuno si faccia il suo, di giudizio, senza restare a rimorchio di opinioni altrui.

La storia è lineare: l’incontro garbato e sottile tra due anziani, la nonna dell’autore, ornai vedova e anziana con i suoi 80 e passa anni, mitica figura che incarna e condensa la famiglia, crocevia di ricordi ieratici e deposito di memorie condivise e un altrettanto anziano signore che capita nello stesso paese, segnato da un lignaggio nobiliare che occupa, con i suoi cognomi altisonanti, l’intero spazio di un biglietto da visita, e con la passione da erudito dei Borboni, che vorrebbe riabilitare. Una storia quasi d’amore, o almeno di pacifica e cordiale consuetudine, che si riassume in quotidiani momenti di incontro, a suon di regali floreali, pastarelle condivise, lunghe chiacchiere e piccole innocue pratiche quotidiane (compresa la visione di numerose puntate di Beatiful).

Nel testo emergono, come piccoli iceberg tanti elementi della riflessione tipica dell’autore, la sua storia letteraria, le sue caute passioni giovanili, le sue riflessioni. Il tutto condito con un linguaggio semplice, a mezza via tra il colto, il raffinato e il quotidiano, con piccoli inserti di neologismi o volgarità varie che rendono meno rarefatto il racconto… Ogni tanto qualche piccola perla come “qual era la calce che teneva insieme i mattoni delle ore?” per chiedersi come poteva questa relazione procedere senza particolari scossoni o eventi mediatici. Lo stile si fa apprezzare.

Forse un esercizio di stile dell’autore per “tenere la penna in allenamento”, per esercitarsi nella conduzione delle parole, qualcosa di cui sempre si ha bisogno quando il testo e i testi sono un po’ il territorio in cui si vive. Ed è anche un modo di ricordare con una pacata nostalgia i tempi della propria formazione, dei luoghi speciali della nostra infanzia.

Se dovessi tentare operazioni analoghe dovrei tornare anch’io al cuore delle mie lontane estati. Il paese è ben chiaro, lo conosciamo in tanti della nostra famiglia ed era, almeno in estate, una tappa costante e fissa; in estate tutti i cuginetti si ritrovavano a casa della nonna, nella mitica Carpasio. Senza scomodare Jungh o derive edipiche particolari.

Ma proprio qualche settimana fa sentivo una zia che mi ricordava come proprio la nonna, che non aveva potuto frequentare oltre la 3a elementare, era una vera appassionata di libri; mi raccontava che probabilmente aveva letto tutti quelli che il paese poteva offrire. Non ne dubito e qualche fantasia s’accende, visto che in quello stesso paese, in quell’epoca, viveva un altro appassionato che diventerà nientemeno che uno dei massimi esegeti dei Manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi… ma questa è sicuramente un’altra storia.

Come non ricordare allora qualche immaginen di Carpasio?

Dai, che siamo quasi a Natale…

Dai, che siamo quasi a Natale…

Quest’anno, complice il calendario, le vacanze di Natale sono belle corpose, qui da noi si termina la scuola il 19 dicembre e ci si rivede l’8 gennaio! Stranamente, per Melilla, stiamo attraversando giorni piovosi, quasi ogni giorno ci regalano una bella spruzzata d’acqua, mentre di solito restiamo all’asciutto. E questo modifica un po’ il nostro panorama… di solito smagliante e assolato. Invece piove… e ce ne siamo accorti domenica, a spasso per la città vecchia, cercando di mostrare ad un amico le luminarie, il presepe artistico, il fascino di questa cittá. Ci siamo dovuti rifugiare sotto un ombrello (e giá trovarne uno per me è stata un’impresa!) e rinunciare al nostro giro notturno, perchê tutto era praticamente chiuso e impraticabile.

Logicamente ci siamo rifatti qualche giorno dopo, anche se l’ombrello ci accompagnava ancora, almeno per precauzione. E così, dopo la visita ai musei, siamo finiti nella chiesa della Purissima, che domina la parte vecchia di Melilla. Ora penso di aver ormai capito che a Melilla vive una piccola setta di fanatici dei PlayMobil, visto che nel museo il “pezzo forte” dello scorso anno era la ricostruzione dello sbarco di Dunquerque con i PlayMobil, nel porto fa bella mostra di sé una ricostruzione della città e anche nell’aeroporto, in una saletta seminascosta, si puó ammirare uno scorcio cittadino realizzato con gli onnipresenti pupazzi.

Ma il presepe no, non lo avevo ancora visto. Ed eccolo invece spuntare nella sala laterale della chiesa, ancora in fase di recupero e di restauro. E così, tra un arco gotico (e va sottolineato che siamo in Africa, di archi gotici ce ne sono solo 2, e sono tutti qui a Melilla!) e un’abside suggestiva ma pericolosissima (a voler fare i santi si rischia di spiccare il volo e …volare di sotto), abbiamo anche la nostra simpatica ricostruzione del presepe in questa originale forma.
Ovviamente qua e là sbucano piccole licenze poetiche… un Babbo Natale imprigionato, un Obelix che sfracella un manipolo di soldati romani, i bambini che si tuffano nel mare (ed in effetti è quello che si vede spesso nella spiaggia più suggestiva di Melilla e ancora… (curiosate un po’ tra le foto per scoprire il resto).

Ma anche nel nostro collegio, il Carmen La Salle i bambini e i docenti non vedevano l ‘ora che giungesse la fatidica data del giovedì 18, giornata del Presepe Vivente. Ciascuno con le sue legittime aspettative, i docenti stracolmi di impegni e surplus, mentre i bambini in spasmodica attesa di rivestire i panni dei vari personaggi. A ciascuno la sua attesa. Siamo in avvento, no?

A causa del maltempo quest’anno la rappresentazione si è svolta nel grande salone della scuola e si è articolata in 3 turni, per consentire a tutti i genitori di partecipare al presepe. Ed è stata davvero una festa, uno sciorinare di costumi e sorrisi, botteghe e figuranti, per ricostruire il presepe. Sul palco, in bella posizione, la capanna e a fianco, uno spoiler, ovviamente, i 3 re magi pronti per la loro cavalcata…

Senza aggiungere altri commenti, diventa quasi semplice invitare ad “immergersi nel Natale”, cercando di non fermarsi alla buccia…

E naturalmente qui ci sono tutte le foto del Natale 2025 a Melilla
Questa invece era l’edizione 2023, giusto per un confronto

Litorale d’inverno: Horcas Coloradas

Litorale d’inverno: Horcas Coloradas

Non c’è solo il mare d’inverno, da ascoltare… Questo sabato siamo andati a scarpinare insieme ad un gruppo delle nostre amiche del Progetto Alfa, un’attività che periodicamente mettiamo in cantiere per far conoscere un po’ di quello che questa strana città nasconde un po’ gelosamente. Chi vive a Melilla di certo non immagina che esistano luoghi degni di nota o posti suggestivi, invece…

Così partiamo dalla nostra base, il Collegio La Salle e attraversato lo splendido Parque Hernandez, piccola perla preziosa del nostro centro, ci dirigiamo verso la Playa de las Horcas Coloradas. Siamo un bel gruppetto, di quasi 20 persone, con la nostra guida d’ordinanza, Juan Antonio. Ci sono anche due bambini e numerose alunne nuove, che di solito vediamo sui banchi in classe; bello aggiungere anche questa modalità di “scoprire insieme le cose”. Sappiamo bene che di solito le passeggiate non sono attività molto diffuse tra le nostre alunne, per tanti motivi…

La lunga discesa verso la spiaggia rallegra tutte quante, incontriamo ben poche persone, anche se numerosi sono i pescatori che tentano la fortuna sugli scogli (e qualcosa dovranno pur prendere, visto che di pescatori se ne vedono tanti). Terminiamo il percorso facile, sul marciapiede e finalmente iniziamo a calcare la sabbia della spiaggia.

Si tratta dell’unico tratto quasi selvaggio di litorale, non ci sono moli o frangiflutti a difendere la costa e questo significa che il mare restituisce con abbondanza un po’ di tutto, soprattutto plastica e oggetti poco graditi, insomma, spazzatura che l’incuria umana regala inconsapevolmente al mare, sperando che miracolosamente possa risolvere e dissolvere il tutto.

Incontriamo infatti molti di questi resti, insieme a scarti cittadini, mattonelle e altri rifiuti solidi che però riescono addirittura ad essere modificati dalle onde in modo artistico. Mattoni e mattonelle riescono persino a sorprendere con le nuove forme che l’erosione marina produce! Qualcuno cerca i migliori e più originali per portarsi a casa insoliti souvenir.

Finita la spiaggia (è la zona dove di solito possono accedere anche i cani e ogni tanto … si vede) inizia la parte ripida, dove le falesie cadono quasi a picco sul mare e il passaggio si restringe, si riempie di macigni e sassi e il sentiero si fa impervio. Iniziamo il nostro “percorso avventura” con allegria, per molte è la prima volta che si avventurano fin qui; la novità del sentiero prevale sulla fatica e quel pizzico di timore che le rocce incutono.

Giungiamo così alla spiaggia naturale più selvaggia di Melilla; ovviamente non è un luogo paradisiaco e i segni del degrado sono ben evidenti, a cominciare dai tavolini abbandonati, le bottiglie di plasttica, i resti di meglio non sapere bene cosa siano; c’è persino un bidone della spazzatura abbandonato! E i resti inquietanti di una grossa tartaruga marina, con la testa mozzata.

Ma siamo quasi in inverno e il sole cala presto, dobbiamo riprendere la strada del ritorno prima del buio; così tra l’ammirazione per un panorama suggestivo, una coraggiosa immersione dei piedi in acqua (nemmeno troppo fredda) torniamo sui nostri passi. La fatica adesso è un po’ diversa e qualcuna inizia a sentirla, ma riusciamo anche a salire i 122 gradini che ci separano dal Forte Victoria per godere di un panorama ormai quasi nottturno della città.

Incredibile guardare con occhi diversi quello che di solito è soltanto il nostro “posto”; la luce, la luna e la fatica le regalano adesso persino un pizzico di poesia e di bellezza…

Ecco l’album fotografico di questa escursione sul litorale nord di Melilla

O ci vai tu o arriva lei

O ci vai tu o arriva lei

Tanto prima o poi ci dobbiamo fare i conti. Meglio saperli fare, questi conti, che dover sottostare frettolosamente alle mode del momento. Mi riferisco all’IA, questa intelligenza artificiale ormai onnipresente in tante situazioni della nostra giornata.

Ricordo le prime “meraviglie” dei bot di OpenAI; stavo facendo alcune lezioni con alunni insoliti (migranti alle prese con l’esame di maturità) e ci serviva un riassunto dei Promessi Sposi. Il tempo era poco e l’esame imminente. “Realizza un riassunto in meno di una pagina (2000 caratteri circa) del famoso romanzo…“. Pochi secondi di attesa ed eccoci in viaggio “su quel ramo del lago di Como…”. I miei 2 alunni erano sbalorditi (io invece altrettanto contento di non dover cercare in giro per la rete qualcosa di analogo). Eravamo nel 2023 e i bot erano ormai uno strumento diffuso, che iniziava a creare soluzioni e problemi in tanti contesti. Dalla felicità per tanti alunni alla disperazione per alcuni prof…

Per la cronaca, alla fine l’esame è stato superato e Happiness era così entusiasta da farsi preparare una t-shirt tanto sgrammaticata quanto divertente. L’ultima notizia che mi ha mandato riguarda il corso di infermiera che sta svolgendo… Auguri!

Invece io ripenso quasi con tenerezza alla scelta di inserire nel mio piano di studi universitario anche un corso di Intelligenza Artificiale. Ma eravamo a Genova, nel 1986 (probabilmente perchè era tenuto dal prof. Olimpo, che da poco avevo scoperto come direttore dell’Istituto di Tecnologie Didattiche). Le prime frequentazioni erano molto teoriche, a base di libri, dispense, tentativi rudimentali con i primi bot che simulavano un approccio molto semplicistico, ispirati ai lavori di Joseph Weizenbaum e del suo prototipo Eliza. A puro scopo documentale sono ancora presenti in rete link a simulazioni di questo tipo, come quella della Università Fullerton della California. Il tutto si ispirava alla scuola di psichiatria di Rogers e veniva declamata come una tipica seduta con uno “strizzacervelli” di questa scuola. Di intelligente c’era ben poco, il sistema non si poneva nemmeno il problema di capire le domande che venivano poste, semplicemente pescava alcune frasi quasi a caso, o ricalcava le domande.

Insomma , come la famosa barzelletta sulla strategia tipicamente ebraica di rispondere a una domanda con un’altra domanda (“Un uomo va dal rabbino e gli chiede: “Rabbino, perché voi ebrei rispondete sempre a una domanda con un’altra domanda?” Il rabbino lo guarda e gli risponde: “E perché non dovremmo?”).

Se pensiamo a quanto è disponibile oggi, si rimane decisamente colpiti dall’abbondanza e pervasività di questi strumenti, che ormai sbucano nella posta (Copilot e Gemini fanno a gara nel leggere gli affari tuoi e tentare di riassumerli), negli strumenti di traduzione (utilissimi, diciamolo), di creazione di immagini e scenari, di video, di rielaborazioni di documenti…

Anche in questo caso ci ritroviamo nella “fase del guado” (non ho ancora trovato o coniato una definizione migliore), perchè comprendiamo bene da dove siamo venuti ma non conosciamo ancora perfettamente il terreno sul quale ci troveremo a breve. Abbiamo esperienza della vita “prima dell’IA” e stiamo assaporando la portata di questi nuovi strumenti. A breve saremo attorniati da persone che questa esperienza del passato non hanno avuto modo di viverla. Scenari interessanti.

Intanto viviamo tutte le idiosincrasie del momento, con strumenti che si “rifiutano” ad es. di realizzare determinate scene, per motivi di policy, mentre altri sorvolano liberamente sui possibili effetti di quanto prodotto.

Avevo appena letto la suggestiva notizia del clochard protagonista di un restauro di una pala cinquecentesca e l’idea di questa commistione, un 1500 rivisitato in chiave moderna, così ho provato a chiedere a ChatGPT di riprodurre questo:

riproduci una pala d’altare del 500 con una madonna dal volto tatuato che tiene in braccio un bambino di colore, un san Pietro con un berretto simile a quello dei giocatori di basket del NY e un angelo con i capelli biondi che suona una chitarra elettrica

Abituati come siamo al tutto e subito, non mi aspettavo un diniego, tra l’altro ampiamente motivato:

Il modello non può generare immagini che ritraggano figure sacre (come la Madonna, San Pietro, angeli) in modi che potrebbero essere considerati irrispettosi, offensivi o denigranti per gruppi religiosi. Nella tua descrizione c’erano elementi che, combinati, potevano risultare problematici secondo le linee guida: (Madonna con il volto tatuato, San Pietro con un berretto in stile basket, Angelo con una chitarra elettrica

Ovviamente uno cerca un ripiego e si accorge che la “concorrenza” (in questo caso Gemini), non fa una piega, anzi, sembra ben contenta di esaudire questa richiesta: Ecco la tua pala d’altare del ‘500 con un tocco moderno e inclusivo. Ed è l’immagine che compare su questa pagina.

Eppure, se uno ingrandisce l’immagine di Happiness puó scorgere la ormai famosa “Madonna di Loreto nel manto dei rifugiati” di Margherita Gallucci, e in questo caso il colore della pelle non fa altro che intensificare il messaggio… senza problemi di policy.