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Tag: archeologia

Antiche fornaci…

Antiche fornaci…

Dopo aver aggiunto su GMaps la splendida caletta di Ognina (e mi meraviglio ancora che non fosse già presente), ho avuto anche la possibilità di …tornarci in piena estate con un amico. Avevo letto a fine luglio che si erano verificati dei crolli vicino alla spiaggia e temevo di trovare la zona chiusa. Invece tutto a posto. Anzi, ho capito anche meglio quale strada fare, senza invadere i terreni agricoli che circondano il luogo. Occorre passare dentro il porto (sperando che i cancelli siano sempre aperti) e costeggiare il fiordo.

Era un pomeriggio di inizio agosto, nella caletta c’era il giusto mix di famigliole con bambini al seguito (e chi di noi da bambino non è stato esploratore? qui ci si diverte davvero!). Dopo un primo bagno e aver capito che per entrare in modo meno doloroso in acqua, visto che il fondale è piuttosto scomodo, occorre farlo sul lato destro, proprio vicino alle rocce, dove il fondo è più sabbioso, ci siamo deliziato dell’acqua. Pulitissima e vivace, brulicante di pesciolini.

Ma prima del rientro ci siamo avviati lungo il sentiero che porta alla torretta di avvistamento. E’ sempre suggestivo trovarsi in riva al mare e dover dribblare le “buse” delle mucche, che da queste parti sono la regola. Ma spinti ancora dalla curiosità abbiamo deciso di continuare a percorrere la costa, per vedere se c’era qualche altro luogo suggestivo. E infatti…

Prima abbiamo incontrato una grotta sul mare, poi alcune zone di roccia particolarmente bianca e poi ci siamo imbattuti in questo posto che davvero non ci aspettavamo. Una zona rocciosa sul mare piena di strane forme circolari scavate nella pietra. Un mix da far pensare, come al solito, a qualche base aliena, ad una architettura futurista, o resti di fortificazioni militari… Erano ormai le 19 di sera, zona praticamente deserta, con il sole che iniziava il suo tramonto, colori ancora più suggestivi. Un invito a tuffarsi in questo spicchio di paradiso e di forme insolite.

Una volta tornato a casa ho cercato documentazione su queste particolari rocce; su GMaps non compariva nulla, ma esplorando qualche antico sito informativo relativo ad Ognina, ecco illuminato il mistero. E anche qui si possono ammirare altre foto, probabilmente del luogo stesso

Mi sono così deciso a inserire anche questo posto sulla mappa di Google; nel giro di pochi minuti la proposta è stata approvata (si vede che gli omini della grande G erano al lavoro nel momento giusto) e da qualche ora è anche possibile visitarlo e cliccarci sopra.

E questa è stata la prima versione della recensione che ho preparato per GMaps:

Ecco un altro luogo spettacolare del litorale siracusano. Poco distante dalla torre di Ognina (e dalla relativa caletta), si incontra sulla costa questo luogo, particolarmente ricco di reperti archeologici. Le buche circolari che si trovano qui sono infatti i resti di antiche fornaci di epoca greco-romana; nella stessa zona si incontrano pietre particolarmente bianche, ricche di calcare e per ottimizzare la produzione di calce, erano stati realizzati questi forni; grazie alla presenza di legname (la zona è ricca di macchia mediterranea, alberi e cespugli dal legno particolarmente combustibile) si procedeva direttamente alla calcinazione del materiale, ricavandone così la calce, che veniva direttamente caricata sulle navi e commercializzata.

E questo un piccolo album di foto di questo angolo speciale della costa siciliana

Cosa FAI di sabato?

Cosa FAI di sabato?

Lo scorso anno mi ero avventurato un po’ alla buona sulla balza d’ingresso della città di Siracusa, la parte nord, che nasconde alcune memorie importanti dell’antica città greca. Quest’anno, quando ho letto che le passeggiate primaverili del FAI avrebbero percorso proprio quell’itinerario mi ero riproposto di andare con loro. Persino la CRI stava cercando volontari per accompagnare l’evento (tra uno sbarco e l’altro, che non sono proprio diminuiti in questo periodo, anzi…). Ma avendo un po’ di impegni imprevisti non mi ero ancora deciso… però, una volta presa la bici e arrancato per la salita che porta al pianoro di s. Panagia, il grosso era fatto.

Era un sabato ancora freschino e poco invitante; non sapendo esattamente da dove iniziava il percorso, ho provato per prima cosa la discesa nord, quello scorcio inguardabile di Siracusa dove la strada di uscita è affiancata dal rudere di un ponte in cemento armato davvero penoso. Al suo fianco abbiamo rovine greche di 2500 anni fa, ancora in perfetto stato e questo manufatto di cemento degli anni ’70 è davvero un pugno nell’occhio, sbriciolato, rovinato, arrugginito. Un insulto alla bellezza.

Poco dopo la discesa si vedevano già le persone, radunate a gruppetti, che visitavano il luogo. Un luogo solitamente popolato da mucche e animali, aperta campagna; parcheggiata la bici nell’unico spiazzo possibile, ho provato anche a passare da qualche varco. In teoria il terreno è pubblico e di libero accesso, ma è quasi interamente circondato da filo spinato e a volte anche filo elettrico, per le mucche, appunto; ma è quasi una barriera insormontabile che la dice lunga sulla facilità di accesso a queste zone.

Dopo aver chiacchierato con un collega della CRI per sapere dov’era l’ingresso ufficiale, riprendo la bici e mi avvio verso un altro luogo ben conosciuto: la scuola Giaracà, dove ero stato proprio pochi giorni prima per aiutare un genitore cingalese nella difficile impresa di iscrivere la figlia a scuola (difficile perché alla sua richiesta aveva trovato molte difficoltà e porte chiuse che siamo riusciti a superare con la mediazione del nostro sportello del Polo Supreme…). In fondo alla strada altri volontari della CRI, della protezione civile e del FAI; così sono riuscito ad agganciarmi all’ultimo gruppo in visita per la giornata, superando, con sprezzo del pericolo, un branco di lupetti (tranquilli, era l’Agesci), anche loro in visita.

Avevo già visto per conto mio la parte iniziale, ma seguirla con una guida più esperta è sempre un vantaggio; la strada antica, sulla quale era posizionata la porta d’ingresso, sistemata strategicamente in una curva della roccia, si rivela molto suggestiva, anche se oggi rimane solo l’asse viario, con i suoi solchi ben tracciati che rispecchiavano gli assi dei carri; interessanti le buche circolare per facilitare lo sforzo degli animali, che potevano così far maggior presa sul terreno roccioso.

La guida ci ha illustrato a brevi cenni la presa di Siracusa da parte dei romani, sotto la guida del console Marcello; la leggenda recita che i romani, approfittando di uno scambio di prigionieri, avevano adocchiato, potendo guardare dall’interno delle mura, alcuni lati più deboli e poi, nel mese di aprile, mentre i cittadini erano distratti dai riti e processioni alla dea Artemide, che proprio in questa zona a nord aveva una grotta a lei dedicata, hanno attaccato nella zona di Epipoli, ben lontana dal luogo in cui si assembrava la gente; nel giro di pochi giorni Siracusa capitolò. Iniziò così la sua fine.

Proprio nella zona vicina alla grotta si trovano molte vasche e altri manufatti, sembrano loculi e tombe, sono invece i resti di opere idrauliche, poiché in questo luogo passava un antico acquedotto.

La grande grotta che ospitava i riti e gli ex-voti, sembra essere citata persino nell’Odissea, dove si parla di luoghi feraci lungo la costa sicula osservati da Ulisse in persona. Più in alto ci sarebbe anche un’altra grotta, più lunga e sottile, a coda di topo, ma non visitabile.

Diodoro Siculo riporta che ad Artemide erano sacri anche i pesci e qui vicino c’era il porto (siamo nella zona di Targia) e anche un bosco sacro, come riporta Teocrito che narra del rito di animali portati in sacrificio (e non per niente l’archeologo Paolo Orsi in queste zone ha trovato la statua di una pantera), l’evoluzione linguistica, sociale e dei riti religiosi favorirà il passaggio dalla greca Artemide alla latina Diana, poi con l’avvento del cristianesimo, questo culto decade rapidamente.
Artemide era quindi una divinità selvaggia, dionisiaca, ma non violenta. Sarebbe bello immaginare questi luoghi, ora spogli e con pochi arbusti, rigogliosi di boschi e di acque. L’idea della passeggiata era anche questa rivisitazione. Infatti seguendo il sentiero (privato) che conduce fino a quello che viene considerato un casino di caccia di Federico II, a volte denominato anche come castello di Targia, o anche “solacium” (luogo di sollazzo, concretamente), la guida ci ha informato che oltre al buon Federico II veniva a prendere un po’ di riposo da queste parti lo stesso dittatore Gelone anche se gli archeologi non hanno mai ritrovato il luogo esatto citato nei documenti antichi.

Passiamo vicino a terreni dove le piante sembrano voler riprendere il sopravvento, ma scorgere eucalipti in queste zone è decisamente poco gradevole: sono piante non adatte al territorio, importate dopo il 1700 e predatrici di acque, insomma, quanto di meno adatto in zone calcaree e mediterranee. Ritrovare la macchia mediterranea sarebbe veramente una gradita sorpresa.

Abbiamo proseguito l’itinerario dalla grotta fino a una costruzione rustica (a metà strada tra l’Artemision e il casino di caccia, oggi proprietà della famiglia Pupillo, che lo utilizza per eventi e matrimoni); in realtà si tratta di una delle tante torri di avvistamento fatte costruire da Carlo V per proteggersi contro eventuali assalti dei Turchi. Una torre che si confonde con le case rurali che segnano il territorio, ma da vicino si notano subito gli elementi antichi, con tanto di targa in latino che ricorda l’epoca di fondazione.

Finita la visita trovo il tempo per curiosare anche nei pressi di un’altra grotta, proprio sotto la balza che disegnava le mura quasi naturali di Siracusa. All’ingresso ci sono due sorprese: un favo di api in bella vista, completamente al naturale e senza rivestimento (siamo così abituati a vederle solo negli alveari che scoprirle in questa mise un po’ selvaggia fa pensare più alle vespe che ad altro), e poco sotto una pianta di capperi che ha deciso di sfidare la legge di gravità, percui le radici sono ben fissate in una fenditura in alto mentre i rami scendono a fiorire in basso. La grotta è anche interessante, molto profonda e ampia, asciutta, sicuramente utilizzata in tante occasioni, anche se attualmente sembra semplicemente uno stabbio per i vari animali che periodicamente abbelliscono il panorama (e costellano il terreno di abbondanti ricordini…). La voglia di continuare a curiosare in queste zone si fa strada. Forse per altre occasioni.

Un itinerario niente male, per un sabato pomeriggio inizialmente quasi vuoto e privo di sorprese 😉

Ecco qualche scorcio di questa passeggiata con il FAI nei pressi della scala greca

Passeggiando tra i ruderi di Megara Hyblaea

Passeggiando tra i ruderi di Megara Hyblaea

Megara Hyblaea, con la sua storia millenaria, è una delle più antiche colonie greche della Sicilia, nata intorno al 728 a.C. si è sviluppata gradualmente per circa due secoli, fino a quando la vicina Siracusa non la conquistò, distruggendone le mura, com’era allegra abitudine di quei tempi; entrò nella sfera siracusana fino alle guerre puniche e subì una nuova distruzione da parte del console Marcello (proprio quello che poi riuscirà a conquistare Siracusa e togliere di mezzo il grande Archimede). Poi la città vivacchiò senza grandi pretese e lentamente si spense, lasciandosi sommergere dall’incuria, dalla vegetazione e dall’oblio. Quando venne realizzata la ferrovia Catania-Siracusa, nel 1867, vennero alla luce la necropoli e poco alla volta, grazie a studi di archeologi francesi, l’impianto della città, abbandonato da secoli. Si parlò di una “Pompei” siciliana. Questa è stata un po’ la sua fortuna, visto che non c’erano state altre stratificazioni o costruzioni dopo il V-VI sec. d.C, insomma, osservare Megara permette di ricostruire in modo abbastanza fedele l’impianto di una città antica, greca e poi romana, senza tante modifiche urbanistiche. Una macchina del tempo da vedere e toccare. Per quanto possibile.

In questo territorio siracusano le memorie dei tempi antichi davvero si sprecano. Si possono trovare necropoli di 2500 anni fa nei parcheggi dei supermercati o le puoi ammirare, con il consueto contorno di cartacce lattine e bottiglie, come spartitraffico cittadino (trovi tutto nei pressi del Lidl di s. Panagia). Tombe e cavità antiche sono un po’ ovunque, zone archeologiche, spesso chiuse da anni, fanno bella mostra di sè in mezzo alla città o nelle immediate periferie. Abbiamo veramente troppi resti e troppi luoghi della memoria. Anzi, questa overdose rischia quasi di offuscarla, questa memoria.

la dea madre – Kuorotrophos

Ed è proprio un peccato che lo splendido luogo in cui sorga Megara sia oggi letteralmente circondato a tenaglia da fabbriche (Buzzi Unicem, a sud) e impianti energetici (centrale termoelettrica Enel di Augusta, a nord) che aggiungono ben poco splendore a questo luogo, anzi, sembrano quasi pronte a fagocitarlo definitivamente, visto che ormai è rimasta solo una piccola isola verde contesa dai capannoni, piazzali, infrastrutture e, cosa non da poco, un rumore continuo e persistente di sottofondo. Si salvano pochi ettari verdi, una necropoli solcata dalla ferrovia e vari edifici in rovina sparsi in questo territorio. I reperti migliori sono conservati e visibili presso il museo siracusano del Paolo Orsi e ha fatto notizia l’incredibile e selvaggia storia della statua dell’antica dea madre, la Kuorotrophos che allatta due gemelli, ritrovata ma subito distrutta con un martello pneumatico dagli operai, per evitare il blocco dei lavori; era stata frantumata in 936 pezzi, poi pazientemente ricostruiti! Si rimane senza parole ragionando sul fatto che questa vera e propria Pompei della Sicilia potrebbe diventare uno dei gioielli degli itinerari turistici. Per non parlare poi dell’importanza culturale di uno dei più famosi personaggi di questa città, quell’Epicarmo che a detta di molti è un po’ il padre della commedia greca (anche se delle sue opere rimangono solo frammenti). Ma tra il dire e il fare sembra che ci siano distese sterminate di altri verbi, tutti al condizionale.

E così veniamo a luogo. Era da tempo che volevo andarlo a visitare. Scartata l’ipotesi bicicletta (da Siracusa dista oltre 25 km, non eccessivi, ma bisogna avere del tempo a disposizione, vedremo prossimamente…); la soluzione più semplice è l’autostrada Siracusa Catania, in meno di mezz’ora si arriva. Seguendo GMaps una volta usciti dallo svincolo indicato (il cartello è ben visibile), ci sono un paio di alternative, dopo aver provato penso sia meglio seguire le indicazioni proposte, perché andando a naso, quella che forse è la strada più rapida (anch’essa indicata con i cartelli), è piuttosto massacrata e in cattive condizioni, quasi una strada bianca con buche a iosa e sprazzi di asfalto. Si arriva quasi in vista del sito, che è molto pianeggiante, si supera uno stretto ponticello che sovrasta la ferrovia e si arriva al dunque. Un grande piazzale segnala la possibilità di lasciare la macchina per raggiungere, dopo poche decine di metri, una prima costruzione che dovrebbe essere la biglietteria. Scrivo queste righe alla fine di di febbraio 2022, tutti i cancelli che ho trovato erano rigorosamente chiusi, con tracce evidenti di semi-abbandono, o come minimo di poca frequenza. Nessuno in giro, deserto assoluto. Cartelli, numeri di telefono a cui rivolgersi, indicazioni recenti: nulla.

So che non è il massimo della saggezza, ma il recinto vicino ai cancelli è in parte divelto e la tentazione è troppo forte. Con la consueta attenzione a non combinare nulla che possa alterare le cose, entro tranquillamente, sfidando i cardi selvatici che non aspettano altro che accarezzarti pelle e vestiti.

Entrato nel sito giungo rapidamente alla zona dove iniziano gli scavi, ad una quota leggermente inferiore alla pianura circostante; il primo cartello indicatore non esiste nemmeno più, si è salvata solo la struttura metallica; troverò invece molti altri cartelli informativi in discreto stato lungo il percorso. Questo era un giro di prima conoscenza, non avevo idea della grandezza del sito e della ricchezza dei ritrovamenti. Così gironzolo per una mezz’oretta lungo gli assi principali, ammirando dettagli di colonne, trabeazioni decorate, giunture quasi perfette di massi notevoli, segni di opere idrauliche e resti di fortificazioni.

Vi sono numerose scalette in metallo per poter osservare meglio e raggiungere alcune zone, ma alcune di queste hanno dei pericolosi gradini rotti e semistaccati, occorre quindi fare un po’ di attenzione. Giungo così nella zona delle antiche terme greche e poi romane; ci sono ancora tracce di pavimenti in cocciopesto e qualche resto di decorazione geometrica a mosaico, il tutto a cielo aperto, ma in discreto stato di conservazione. Passeggiando tra i resti si avverte la compattezza dell’impianto urbano, ben raccolto intorno all’agorà; penso al parco archeologico di Naxos, sicuramente più vasto, ma anche più scarno. Qui le case, le stanze, il reticolato urbano è molto più evidente e conservato.

Siamo a febbraio, l’erba non dà fastidio, è ancora facile aggirarsi senza problemi; mi immagino però che con la primavera il rigoglio vegetale potrebbe presto riprendere il sopravvento.

Giunto fino alla porta occidentale, con i suoi bastioni di mura ben squadrate contemplo un po’ la città; essendo tutto al medesimo livello si fatica a cogliere l’ampiezza del sito. Allora mi addentro per un po’ lungo alcuni assi laterali. Pareti in pietra, in calcare, inserti di mattoni, sicuramente posteriori, pietre laviche lavorate. Cammino con la curiosità del quotidiano ma non possiedo la perizia dello storico esperto, comunque passeggiare in questo luogo ha il suo fascino. Se poi ci metti la solitudine, i voli rumorosi di tanti uccelli di grossa taglia, e se tenti anche di cancellare il rumore delle fabbriche vicine che si fa sentire a intervalli regolari, con notevole fastidio e prepotenza… lo scenario ha dell’incredibile.

Concludo il giro e getto uno sguardo anche agli edifici che dovrebbero essere il deposito di alcune delle opere più significative. Da quanto avevo letto le stanze sono chiuse da tempo; tutto sembra in buon ordine, ma il giardino e le pertinenze non danno certo una buona impressione, che potrebbe essere invece molto gradevole e interessante. Si può osservare anche la spiaggia sottostante, certamente utilizzata come porto di approdo della città antica, ma i moli commerciali e industriali che si intravvedono non sono certo una cornice gradevole al pur gradevole profilo roccioso della spiaggia.

Non so se sono previste aperture del sito nella bella stagione (ma qui nel Siracusano, la bella stagione è già iniziata, oggi è un giorno davvero gradevole, 20 gradi, poca brezza, cielo quasi sereno e pittoresco…) ma vedere questo luogo semiabbandonato non è certo un bel biglietto da visita, ne’ per i locali ne’ tantomeno per i potenziali turisti. Le notizie reperite in rete ricordano che gli uffici e i locali vicini agli scavi sono chiusi da tempo e non è dato sapere quando e se riapriranno. Da nessun cartello o avviso si riesce a rintracciare un telefono o una mail di riferimento. Sul sito di Italia nostra è presente una scheda molto dettagliata, che avrebbe bisogno di aggiornamento, visto che riporta la notizia che il sito è visitabile (a pagamento) durante tutta la settimana ma da varie recensioni sembra di capire che le ultime visite risalgono all’epoca pre-covid (2019).

Nonostante lo stato di semiabbandono (e la necessità di superare qualche recinzione per poterlo vedere), il luogo rimane un testimone prezioso del passato. Sarebbe bello potergli garantire anche un futuro altrettanto importante.

Una carrellata di immagini del sito di Megara Hyblaea – febbraio 2022

Quando Siracusa flirtava con gli inglesi…

Quando Siracusa flirtava con gli inglesi…

Pomeriggio di relax e di giri in bici non lontano dal centro. Siamo ancora in inverno e di luce non ce n’è ancora molta. Quindi bici e via verso la zona di Tremilia, verso sud, poco sotto la balza di Epipoli. Verso quello che qualcuno chiama Castello Bonanno, oppure villa Tremmilia, o anche villa Schinkel.

Mi ero dedicato a ricercare qualche info supplementare sul famoso acquedotto greco, un manufatto di …2500 anni fa che funziona ancora oggi, nella distratta superficialità dei nostri tempi. Persino i romani hanno tentato di boicottarlo e lo hanno danneggiato, verso il 200 a.C., fino al suo recupero dopo il 1500, per alimentare i mulini che gravitavano intorno al Teatro Greco (uno svettta ancora oggi, sopra la cavea).

Avevo rintracciato foto, segnali, indicazioni (o meglio, più che altro indizi). Ed ero già stato da quelle parti un paio di volte. Ma sempre frenato dal fatto che vicino alla villa Bonanno, ormai poco più che un rudere, c’è una sorta di officina ancora in funzione, due anni fa avevo chiesto se era possibile visitare o fare qualche foto alla casa, ma il diniego categorico lasciava poco spazio alle trattative. Sul web si leggeva che nemmeno le richieste di visitare le rovine dell’antica chiesa benedettina (e parliamo di resti del 4/5 sec. d.C) venivano esaudite, in quanto lo spazio occupato dalla chiesa era stato trasformato in stalla…

Le info che avevo raccolto erano abbastanza variegate, si iniziava dall’immancabile e prezioso sito di Antonio Randazzo: un vero must per chi si trova a Siracusa, per passare alle noticine del FAI, che non deve aver convinto molte persone, visto che ha raggranellato una ventina di voti qualche anno fa e non mi sembra che sia stato riproposto…

L’oggetto nemmeno tanto oscuro del desiderio, era proprio questo acquedotto, il Galermi, ma non era facile capire dove fosse esattamente questo sentiero e quale fosse il suo tracciato. Un articolo, piuttosto battagliero, su Siracusa Live, ne parlava come di una clamorosa occasione mancata per realizzare un itinerario ciclabile di grande respiro (e temo che la cosa sia abbastanza realistica). Insomma, lasciata la bicicletta mi ero messo di buzzo buono per cercare questo tracciato. E questa è la recensione su Google che ho buttato giù appena rientrato a casa, meravigliandomi, dopo poche ore, del fatto che fosse stata subito pubblicata.

Si tratta di una zona piuttosto impervia e di accesso non molto facile; la Villa in questione è definitivamente andata persa con l’incendio del 2014 (https://www.srlive.it/il-fuoco-divora-la-chiesa-paleocristiana-di-tremmilia/); in macchina è complicato arrivarci vicino perché la strada di accesso da alcuni mesi (da inizio autunno 2021) risulta “semi chiusa” da un palo in legno, come se fosse un luogo privato, ma si tratta invece di un luogo pubblico, persino visibile con Google Street; in bici è facile comunque passare. Superato il bivio che porta alla villa e all’adiacente costruzione che ospita macchinari e una sorta di autofficina (avevo chiesto mesi fa se era possibile dare un’occhiata alla villa ma mi è stato riferito che era un luogo privato, quindi niente da fare), ci si può inoltrar sulla destra, prima della serie di villette che si trovano dopo la villa. La strada è abbastanza rovinata e abbandonata, si può comunque accedere al sentiero che si dirige verso l’alto, in direzione della Via Epipoli. Si incontrano subito tracce di mura greche, di percorsi carrai ben evidenti; costeggiando il bordo superiore, nella zona che aggetta sul rudere della villa, si giunge facilmente ai resti della chiesetta del IV sec. d.C., la un tempo sede di un convento benedettino e ridotta ultimamente a stalla per gli animali (!). Il panorama verso il porto grande è suggestivo, l’ambiente campestre è abbastanza naturale e poco deturpato, molti cespugli, pini che hanno resistito all’incendio, mandorli contorti e ovunque tanti bossoli e cartucce in plastica, segno di una discreta presenza di cacciatori.
Proseguendo verso l’alto si giunge fino alla strada di Epipoli, nella zona del centro commerciale Fiera del sud (altra cattedrale nel deserto praticamente inutilizzata).
Costeggiando la strada in direzione Siracusa si giunge ad una strada asfaltata senza sbocco, che purtroppo è diventata una pericolosa discarica a cielo aperto, veramente sgradevole.
Cercavo le tracce dell’acquedotto greco; probabilmente vicino ai resti del convento si può ancora vedere un pozzo di aerazione discretamente profondo, con presenza di acqua, ma penso si tratti di opera non collegata all’opera idraulica, visto che il tracciato del sentiero Galermi, relativo all’antico acquedotto greco dovrebbe trovarsi più vicino alla strada di Epipoli..

E quante sorprese nell’approfondire anche un semplice itinerario, davvero Siracusa ne nasconde molte, sotto l’incuria un po’ generale che la sostiene. Non sapevo proprio che questa città, ex-aequo con Costantinopoli, è stata a lungo capitale dell’Impero Romano d’Oriente, e che in epoca Napoleonica ha rischiato di passare non solo simbolicamente sotto il controllo della Gran Bretagna, complice il buon Oratio Nelson che da queste parti aveva messo stabili radici.

Per non parlare degli artisti, letterati e architetti che si sono avvicendati proprio in quella zona, dove sorgeva una delle ville più iconiche della Sicilia. E guardando la riproduzione della villa disegnata dal tedesco Schinkel, si fa presto a sognare… E pensare che oggi passeggiavo proprio sulla cornice superiore, che guarda dall’alto questa costruzione. Non stupisce più di tanto se vi ha passato momenti indimenticabili anche il grande Coleridge ed è stata un centro di riferimento per gli inglesi (e persino gli americani) che giungevano da queste parti, vuoi per emulare il mito del grand tour o semplicemente per occasioni commerciali.

Mi consola il fatto che, pur non essendo entrato nella villa, su Internet, tramite il Sito dei Beni Culturali, si riesce anche a curiosare all’interno di questo edificio, ormai pericolante e costantemente chiuso; con tanto di mappe e dettagli in alta risoluzione!

La prossima tappa sarà sicuramente dalle parti di questo sentiero dell’acquedotto…

Intanto, con lo sguardo, ancora qualche immagine di questi posti

Più che una villa… uno zoo!

Più che una villa… uno zoo!

Dal diario di Lucius: Morgantina, anno domini 432 d.C.

Ieri sono andato con mio zio, Flaccus Aurelius, per aiutarlo in una faccenda piuttosto strana. Mi aveva chiesto una mano per consegnare alcuni animali esotici al ricco padrone della villa che sta nella vallata. Tutti ne parlano di questa villa come di qualcosa di misterioso e meraviglioso. Dicono che sia la più bella di tutta la Sicilia, la prima provincia romana!

Enorme, piena di stanze e di corridoi, e soprattutto con degli incredibili pavimenti. Dicono che i migliori artisti della Sicilia vi abbiano rappresentato tutti gli animali che si possono incontrare nell’Impero; hanno usato una tecnica particolare, delle piccole pietre (le chiamano tessere) colorate per ricreare la forma e il colore degli animali, li chiamano mosaici e dovrebbero sfidare i secoli, altro che le pitture!

Dicono inoltre che proprio in questa villa ci sia una concentrazione incredibile di questi animali, e che il padrone di tutto questo abbia guadagnato una fortuna con il commercio di animali per le feste del Colosseo, a Roma. Ma quando sono entrato non credevo davvero ai miei occhi. Se penso alla mia casetta, con il suo pavimento in terra battuta, le mura di semplici pietre, qualche trave di legno per il tetto… sono rimasto a bocca aperta, guardando quelle colonne, i capitelli, le vasche di acqua. Ma soprattutto i mosaici. Ogni stanza ne aveva uno diverso. Il più maestoso era quello del corridoio centrale. In pratica la via obbligata per tutti gli ospiti che entrano in questa casa, e di ospiti ce n’erano davvero tanti: commercianti, soldati, gente importante… Mai vista una roba del genere. Ho visto i disegni (anzi, i mosaici, sono i primi che ho visto in vita mia!) di animali che secondo me non esistono nemmeno. Li chiamano elefanti, rinoceronti, ma mi sembrano davvero esagerati.

Troppo grandi per essere veri, anche se alcuni miei amici che sono andati a scuola mi raccontavano delle leggende di un certo Annibale che era giunto in Italia proprio con questi animali. Chissà… Poi mio zio è entrato nell’ufficio del padrone per discutere di affari e io ho cercato di sbirciare un po’ in giro. Ho visto il mosaico di Polifemo (e come mi diceva un magister, non è che quel gigante avesse un occhio solo, nient’affatto, ne aveva 3, perché il terzo occhio è proprio quello che usano tutti i fabbri dei dintorni, come segno di riconoscimento del proprio mestiere); ho visto anche dei mosaici con le gare delle bighe, ma che strano, chi guidava i carri erano dei bambini (forse i figli o i nipoti del padrone?);

e ho visto anche una cosa piuttosto strana, una stanza per i giochi delle femmine, con disegnate delle donne con pochissimi vestiti addosso… ma mi hanno subito detto di uscire da lì, che non era roba adatta per ragazzini; poi è tornato lo zio e ce ne siamo andati. Chissà cosa diventerà questa villa così affascinante e incredibilmente ricca… speriamo di poterla rivedere almeno un’altra volta!

Bene, sarebbe interessante potersi calare veramente nei panni di una persona di 1600 anni fa e poter rivivere l’emozione di una giornata presso la Villa del Casale, di Piazza Armerina, nello splendore della sua epoca d’oro. Sono riuscito a visitare questo luogo incredibile qualche giorno fa, a fine giugno (con un caldo notevole e il frigidarium della villa, purtroppo, non era disponibile 🙂 insieme a tutta la nostra comunità e Pepe, un altro appassionato di cose belle della storia. Abbiamo dedicato tutta la mattinata ad esplorare le stanze, ammirare i mosaici, comprendere l’effetto che poteva fare una cosa del genere nel contesto della sua epoca. Veramente qualcosa di incredibile e interessante.

Qualche altra immagine, ovviamente, l’ho messa in questo album sulla Villa del Casale di Piazza Armerina.