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Tag: archeologia

Con uno sguardo soprasotto

Con uno sguardo soprasotto

Il nostro sguardo è per lo più normale, quello che appare ci colpisce, quello che non si vede si ignora. Semplicemente. Ma quando la curiosità si mette in moto, rivela squarci d’insolito. Senza nemmeno andare troppo lontano. A volte basta cambiare prospettiva.

Qui a Siracusa il “sopra” è notevole, basterebbe per saziare mente e cuore: teatro, latomie, monumenti, palazzi, scogliere, mare… ma una volta avviata la ricerca nel “sotto” si aprono altrettanti scenari notevoli. Basterebbe ricordare che dopo Roma, le catacombe più estese al mondo sono proprio nel nostro sottosuolo, tra San Giovanni, Santa Lucia e Ortigia.

Mi ero ripromesso di dare un’occhiata anche a queste svariate realtà e domenica scorsa abbiamo finalmente raggiunto l’obiettivo. Avevamo infatti prenotato con tutta la nostra comunità (era presente anche Fachi), un bel giro nella Siracusa sotterranea.

Siamo così partiti dal Bagno Ebraico, nel quartiere della Giudecca. Si tratta del più antico bagno rituale ebraico in territorio europeo, un miqwè tornato alla luce solo di recente. La visita è abbastanza rapida, anche perché le dimensioni non consentono un afflusso numeroso di visitatori.

Si scende di parecchi metri sotto il livello stradale, praticamente al livello del mare, per ammirare questa stanza con le vasche rituali. Quando siamo scesi a vederle il livello dell’acqua era salito e non era possibile entrare liberamente nella sala (anche se diverse persone, tolte scarpe e calze, si sono concesse la visita in umido!); ma la suggestione dei locali rimane intatta.

Nessuna iscrizione, nessun altro reperto, ma le parole sono sufficienti. Nella saletta dove la guida ci ha illustrato la storia del ritrovamento e la funzione del bagno rituale, erano presenti alcune vetrine con alcune suppellettili, rimasugli di vasi e piatti vari. All’ingresso un paio di litografie originali di Emanuele Luzzati, a testimoniare convegni del passato.

Che Siracusa fosse un crocevia importante, nei primi anni dell’era cristiana, è abbastanza risaputo, visto che san Paolo ha fatto scalo qui per alcuni giorni. Quello che meraviglia è la diffusa indifferenza cittadina a questi patrimoni del passato, che potrebbero stimolare ben altre attività.

E proprio di questa incuria atavica parlavamo, ogni tanto, con la guida che poi ci ha prelevati e condotti alla chiesa di san Filippo, fresca di restauro (finalmente hanno tolto le impalcature che ne occultavano la facciata). E proprio dall’ingresso di questa chiesa ci siamo inabissati nel successivo tour sotterraneo.

Sotto questa chiesa abbiamo potuto vedere ben tre livelli storici di notevole interesse. Il primo riguarda la semplice cripta della chiesa, con le sue numerose tombe e riferimenti al “memento mori” che un tempo condensava la pastorale e la catechesi della chiesa. Dopo questo livello si scende al livello romano dei primi secoli, ampiamente sfruttato negli anni ’40 come rifugio antiaereo (e Siracusa ha subito numerosi danni, fino al settembre del ’43, essendo la zona individuata dagli alleati per lo sbarco). E si potrebbe giungere fino all’epoca greca, con i pozzi necessari alla vita quotidiana (l’acqua proviene dalla stessa falda che rifornisce la fonte Aretusa).

Quello che meraviglia è la notevole estensione di questi cunicoli e grotte scavate, cisterne e camini di accesso. Anche in questa realtà poi si verificava quello che a Napoli hanno codificato nel personaggio del munaciello, che accedeva alle case attraverso questi passaggi sotterranei “di servizio”.

Insomma, una passeggiata sotterranea interessante e godibilissima. Siamo poi usciti di nuovo all’aperto e ci siamo recati per l’ultima tappa davanti alle rovine del tempio di Apollo; altre preziose informazioni su questi ruderi, a lungo ricoperti da macerie (dopo l’esplosione di alcuni depositi di polvere, in epoca spagnola…). Quello che insomma vediamo oggi è ben lontano da quello che un tempo poteva essere il panorama dei palazzi e dei quartieri. Una città decisamente cangiante nel tempo.

E oggi affidata più al buon cuore delle guide e degli appassionati che alla programmazione cittadina o politica.

Solo una carrellata di foto di questa passeggiata sotterranea nelle viscere di Ortigia

Tra fiumi e cave…

Tra fiumi e cave…

Sto controllando i dati della nostra stazione meteo: non si metterà mica a piovere oggi pomeriggio? Rispetto allo scorso anno siamo sotto di oltre il 70% della pioggia, ma non dovrà mica cadere tutta oggi quella che manca, vero? Anche perché sarebbero più di 200 mm! Speriamo bene.

E con questa speranza, sabato pomeriggio sono andato a visitare un luogo di cui avevo sbirciato alcune foto dai resoconti di Pippo Ansaldi e che avevo cercato di approfondire sulle pagine di La Nostra Terra. Un luogo dalle parti del fiume Manghisi, della cava Putrisino, zona di masserie abbandonate, cave antiche e piccole necropoli, poco distanti dal canyon di Cavagrande di Cassibile.

Su Google Maps le notizie sono decisamente scarse, pochi di questi luoghi sembrano essere già stati visitati e recensiti, una buona occasione per aggiungere qualche notizia e qualche immagine, perché sono luoghi che veramente meritano. Meritano persino le conseguenze di qualche poco simpatico insetto che incontri nelle sterpaglie e come ricordo ti infilzano con svariate e fastidiose punzecchiature… (sono ancora qui a grattarmi dopo un paio di giorni!).

Le indicazioni sono abbastanza chiare: proseguire un centinaio di metri dopo il ponte sul fiume Manghisi… una zona ancora oggi poco abitata ma che un tempo doveva essere decisamente più frequentata, grazie alla sua situazione geografica particolare, ampi pianori coltivabili e adibiti a pascolo, tanta presenza di acqua, zona distante dai percorsi più gettonati, insomma, posti sicuri protetti e tranquilli.Su Google, al momento, le uniche indicazioni presenti sono proprio quelle della Masseria Donna Giulia e della Cava Putrisino, niente più.

Lasciando la macchina in uno dei tanti slarghi della stradina asfaltata che penetra in questa parte di territorio, ci si dirige scarpinando allegramente lungo la strada che giunge fino alla Masseria Donna Giulia. L’asfalto cede presto il posto a una carrareccia ampia. Le notizie che si trovano in rete a proposito di questo edificio ormai abbandonato da tempo, sono più che esaurienti e comunque un’occhiata agli interni, facilmente accessibili (il cancello all’ingresso è semplicemente accostato) si può facilmente dare, facendo però attenzione perché lo stato dell’edificio è veramente pietoso e i tetti si reggono per fortuite congiunture astrali!

Continuando a percorrere la strada si giunge fino al torrente Manghisi, un corso d’acqua che a questa altezza non è molto largo o impetuoso, ma non era questa la giornata adatta per inzaccherarsi e passarci dentro per esplorare un po’ meglio la zona. Ci si potrà fare un pensierino nella prossima estate! In compenso, lungo il sentiero, si trova qualche passaggio per curiosare con calma le zone precedenti il guado. Ed è proprio qui che si trovano le cose più interessanti.

Una cinquantin di metri prima del torrente, si può accedere sulla destra per entrare nella macchia selvatica. Per prima cosa si incontra qualche olivo secolare, maestoso e dal sopracciglio corrugato, dalle sembianze di vecchio addormentato; proprio lì vicino si cominciano a scorgere le vestigia antiche, pietre tagliate in modo preciso, scalini e percorsi che conducono ad una serie di tombe rupestri. Una piccola necropoli tranquilla e solenne nel suo adagiarsi sulla balza.

Poco dopo altre cavità tombali e altre, ben più grandi, che sembrano grotte ma (come letto in precedenza) sono invece dei romitori di epoca bizantina. Quando racconto ai ragazzini del nostro doposcuola che Siracusa è stata persino capitale dell’impero romano d’Oriente, a supporto di Bisanzio, non vedo reazioni entusiaste o meravigliate, anzi, in pratica non vedo nessuna reazione.

Più o meno quella degli attuali cittadini che sono riusciti a costruire un mediocre palazzo in cemento armato proprio sopra le terme bizantine del V-Vi sec. d.C; insomma, la superficialità che conduce solitamente all’ignoranza delle cose. Ed è davvero un peccato, perché ci sarebbero così tante cose interessanti su questo territorio, che veramente bisognerebbe prima lavorare con le persone per farle tornare “speciali” e più consapevoli dei propri tesori!

Continuando a passeggiare in questo insolito giardino, tra tombe e resti medievali, in mezzo a una natura quasi selvaggia che prende rapidamente il sopravvento, fa sempre un certo effetto. Anche perché il pensiero corre subito al dopo, perché entro poche manciate di minuti la normalità del traffico, del rumore, del caos cittadino, prenderà il sopravvento.

Vale la pena allora godersi tutto questo panorama e questo verde. Si notano poi le tracce di alcuni sentieri che probabilmente in precedenza raggiungevano il fiume anche da questa parte, e forse anche la cava, ma l’esuberanza della vegetazione e dei rovi non permette al momento di proseguire.

Ho cercato, tornando indietro, se vi fossero altri ingressi o percorsi, ma senza riuscire nell’impresa. Nemmeno scrutando la mappa satellitare si riesce ad avvicinarsi alla cava. Ma quanto visto è già sicuramente abbastanza.

E per rendere meglio l’idea, ecco alcune immagini di questi luoghi: piccola necropoli di Cava Putrisino

Antiche fornaci…

Antiche fornaci…

Dopo aver aggiunto su GMaps la splendida caletta di Ognina (e mi meraviglio ancora che non fosse già presente), ho avuto anche la possibilità di …tornarci in piena estate con un amico. Avevo letto a fine luglio che si erano verificati dei crolli vicino alla spiaggia e temevo di trovare la zona chiusa. Invece tutto a posto. Anzi, ho capito anche meglio quale strada fare, senza invadere i terreni agricoli che circondano il luogo. Occorre passare dentro il porto (sperando che i cancelli siano sempre aperti) e costeggiare il fiordo.

Era un pomeriggio di inizio agosto, nella caletta c’era il giusto mix di famigliole con bambini al seguito (e chi di noi da bambino non è stato esploratore? qui ci si diverte davvero!). Dopo un primo bagno e aver capito che per entrare in modo meno doloroso in acqua, visto che il fondale è piuttosto scomodo, occorre farlo sul lato destro, proprio vicino alle rocce, dove il fondo è più sabbioso, ci siamo deliziato dell’acqua. Pulitissima e vivace, brulicante di pesciolini.

Ma prima del rientro ci siamo avviati lungo il sentiero che porta alla torretta di avvistamento. E’ sempre suggestivo trovarsi in riva al mare e dover dribblare le “buse” delle mucche, che da queste parti sono la regola. Ma spinti ancora dalla curiosità abbiamo deciso di continuare a percorrere la costa, per vedere se c’era qualche altro luogo suggestivo. E infatti…

Prima abbiamo incontrato una grotta sul mare, poi alcune zone di roccia particolarmente bianca e poi ci siamo imbattuti in questo posto che davvero non ci aspettavamo. Una zona rocciosa sul mare piena di strane forme circolari scavate nella pietra. Un mix da far pensare, come al solito, a qualche base aliena, ad una architettura futurista, o resti di fortificazioni militari… Erano ormai le 19 di sera, zona praticamente deserta, con il sole che iniziava il suo tramonto, colori ancora più suggestivi. Un invito a tuffarsi in questo spicchio di paradiso e di forme insolite.

Una volta tornato a casa ho cercato documentazione su queste particolari rocce; su GMaps non compariva nulla, ma esplorando qualche antico sito informativo relativo ad Ognina, ecco illuminato il mistero. E anche qui si possono ammirare altre foto, probabilmente del luogo stesso

Mi sono così deciso a inserire anche questo posto sulla mappa di Google; nel giro di pochi minuti la proposta è stata approvata (si vede che gli omini della grande G erano al lavoro nel momento giusto) e da qualche ora è anche possibile visitarlo e cliccarci sopra.

E questa è stata la prima versione della recensione che ho preparato per GMaps:

Ecco un altro luogo spettacolare del litorale siracusano. Poco distante dalla torre di Ognina (e dalla relativa caletta), si incontra sulla costa questo luogo, particolarmente ricco di reperti archeologici. Le buche circolari che si trovano qui sono infatti i resti di antiche fornaci di epoca greco-romana; nella stessa zona si incontrano pietre particolarmente bianche, ricche di calcare e per ottimizzare la produzione di calce, erano stati realizzati questi forni; grazie alla presenza di legname (la zona è ricca di macchia mediterranea, alberi e cespugli dal legno particolarmente combustibile) si procedeva direttamente alla calcinazione del materiale, ricavandone così la calce, che veniva direttamente caricata sulle navi e commercializzata.

E questo un piccolo album di foto di questo angolo speciale della costa siciliana

Cosa FAI di sabato?

Cosa FAI di sabato?

Lo scorso anno mi ero avventurato un po’ alla buona sulla balza d’ingresso della città di Siracusa, la parte nord, che nasconde alcune memorie importanti dell’antica città greca. Quest’anno, quando ho letto che le passeggiate primaverili del FAI avrebbero percorso proprio quell’itinerario mi ero riproposto di andare con loro. Persino la CRI stava cercando volontari per accompagnare l’evento (tra uno sbarco e l’altro, che non sono proprio diminuiti in questo periodo, anzi…). Ma avendo un po’ di impegni imprevisti non mi ero ancora deciso… però, una volta presa la bici e arrancato per la salita che porta al pianoro di s. Panagia, il grosso era fatto.

Era un sabato ancora freschino e poco invitante; non sapendo esattamente da dove iniziava il percorso, ho provato per prima cosa la discesa nord, quello scorcio inguardabile di Siracusa dove la strada di uscita è affiancata dal rudere di un ponte in cemento armato davvero penoso. Al suo fianco abbiamo rovine greche di 2500 anni fa, ancora in perfetto stato e questo manufatto di cemento degli anni ’70 è davvero un pugno nell’occhio, sbriciolato, rovinato, arrugginito. Un insulto alla bellezza.

Poco dopo la discesa si vedevano già le persone, radunate a gruppetti, che visitavano il luogo. Un luogo solitamente popolato da mucche e animali, aperta campagna; parcheggiata la bici nell’unico spiazzo possibile, ho provato anche a passare da qualche varco. In teoria il terreno è pubblico e di libero accesso, ma è quasi interamente circondato da filo spinato e a volte anche filo elettrico, per le mucche, appunto; ma è quasi una barriera insormontabile che la dice lunga sulla facilità di accesso a queste zone.

Dopo aver chiacchierato con un collega della CRI per sapere dov’era l’ingresso ufficiale, riprendo la bici e mi avvio verso un altro luogo ben conosciuto: la scuola Giaracà, dove ero stato proprio pochi giorni prima per aiutare un genitore cingalese nella difficile impresa di iscrivere la figlia a scuola (difficile perché alla sua richiesta aveva trovato molte difficoltà e porte chiuse che siamo riusciti a superare con la mediazione del nostro sportello del Polo Supreme…). In fondo alla strada altri volontari della CRI, della protezione civile e del FAI; così sono riuscito ad agganciarmi all’ultimo gruppo in visita per la giornata, superando, con sprezzo del pericolo, un branco di lupetti (tranquilli, era l’Agesci), anche loro in visita.

Avevo già visto per conto mio la parte iniziale, ma seguirla con una guida più esperta è sempre un vantaggio; la strada antica, sulla quale era posizionata la porta d’ingresso, sistemata strategicamente in una curva della roccia, si rivela molto suggestiva, anche se oggi rimane solo l’asse viario, con i suoi solchi ben tracciati che rispecchiavano gli assi dei carri; interessanti le buche circolare per facilitare lo sforzo degli animali, che potevano così far maggior presa sul terreno roccioso.

La guida ci ha illustrato a brevi cenni la presa di Siracusa da parte dei romani, sotto la guida del console Marcello; la leggenda recita che i romani, approfittando di uno scambio di prigionieri, avevano adocchiato, potendo guardare dall’interno delle mura, alcuni lati più deboli e poi, nel mese di aprile, mentre i cittadini erano distratti dai riti e processioni alla dea Artemide, che proprio in questa zona a nord aveva una grotta a lei dedicata, hanno attaccato nella zona di Epipoli, ben lontana dal luogo in cui si assembrava la gente; nel giro di pochi giorni Siracusa capitolò. Iniziò così la sua fine.

Proprio nella zona vicina alla grotta si trovano molte vasche e altri manufatti, sembrano loculi e tombe, sono invece i resti di opere idrauliche, poiché in questo luogo passava un antico acquedotto.

La grande grotta che ospitava i riti e gli ex-voti, sembra essere citata persino nell’Odissea, dove si parla di luoghi feraci lungo la costa sicula osservati da Ulisse in persona. Più in alto ci sarebbe anche un’altra grotta, più lunga e sottile, a coda di topo, ma non visitabile.

Diodoro Siculo riporta che ad Artemide erano sacri anche i pesci e qui vicino c’era il porto (siamo nella zona di Targia) e anche un bosco sacro, come riporta Teocrito che narra del rito di animali portati in sacrificio (e non per niente l’archeologo Paolo Orsi in queste zone ha trovato la statua di una pantera), l’evoluzione linguistica, sociale e dei riti religiosi favorirà il passaggio dalla greca Artemide alla latina Diana, poi con l’avvento del cristianesimo, questo culto decade rapidamente.
Artemide era quindi una divinità selvaggia, dionisiaca, ma non violenta. Sarebbe bello immaginare questi luoghi, ora spogli e con pochi arbusti, rigogliosi di boschi e di acque. L’idea della passeggiata era anche questa rivisitazione. Infatti seguendo il sentiero (privato) che conduce fino a quello che viene considerato un casino di caccia di Federico II, a volte denominato anche come castello di Targia, o anche “solacium” (luogo di sollazzo, concretamente), la guida ci ha informato che oltre al buon Federico II veniva a prendere un po’ di riposo da queste parti lo stesso dittatore Gelone anche se gli archeologi non hanno mai ritrovato il luogo esatto citato nei documenti antichi.

Passiamo vicino a terreni dove le piante sembrano voler riprendere il sopravvento, ma scorgere eucalipti in queste zone è decisamente poco gradevole: sono piante non adatte al territorio, importate dopo il 1700 e predatrici di acque, insomma, quanto di meno adatto in zone calcaree e mediterranee. Ritrovare la macchia mediterranea sarebbe veramente una gradita sorpresa.

Abbiamo proseguito l’itinerario dalla grotta fino a una costruzione rustica (a metà strada tra l’Artemision e il casino di caccia, oggi proprietà della famiglia Pupillo, che lo utilizza per eventi e matrimoni); in realtà si tratta di una delle tante torri di avvistamento fatte costruire da Carlo V per proteggersi contro eventuali assalti dei Turchi. Una torre che si confonde con le case rurali che segnano il territorio, ma da vicino si notano subito gli elementi antichi, con tanto di targa in latino che ricorda l’epoca di fondazione.

Finita la visita trovo il tempo per curiosare anche nei pressi di un’altra grotta, proprio sotto la balza che disegnava le mura quasi naturali di Siracusa. All’ingresso ci sono due sorprese: un favo di api in bella vista, completamente al naturale e senza rivestimento (siamo così abituati a vederle solo negli alveari che scoprirle in questa mise un po’ selvaggia fa pensare più alle vespe che ad altro), e poco sotto una pianta di capperi che ha deciso di sfidare la legge di gravità, percui le radici sono ben fissate in una fenditura in alto mentre i rami scendono a fiorire in basso. La grotta è anche interessante, molto profonda e ampia, asciutta, sicuramente utilizzata in tante occasioni, anche se attualmente sembra semplicemente uno stabbio per i vari animali che periodicamente abbelliscono il panorama (e costellano il terreno di abbondanti ricordini…). La voglia di continuare a curiosare in queste zone si fa strada. Forse per altre occasioni.

Un itinerario niente male, per un sabato pomeriggio inizialmente quasi vuoto e privo di sorprese 😉

Ecco qualche scorcio di questa passeggiata con il FAI nei pressi della scala greca

Passeggiando tra i ruderi di Megara Hyblaea

Passeggiando tra i ruderi di Megara Hyblaea

Megara Hyblaea, con la sua storia millenaria, è una delle più antiche colonie greche della Sicilia, nata intorno al 728 a.C. si è sviluppata gradualmente per circa due secoli, fino a quando la vicina Siracusa non la conquistò, distruggendone le mura, com’era allegra abitudine di quei tempi; entrò nella sfera siracusana fino alle guerre puniche e subì una nuova distruzione da parte del console Marcello (proprio quello che poi riuscirà a conquistare Siracusa e togliere di mezzo il grande Archimede). Poi la città vivacchiò senza grandi pretese e lentamente si spense, lasciandosi sommergere dall’incuria, dalla vegetazione e dall’oblio. Quando venne realizzata la ferrovia Catania-Siracusa, nel 1867, vennero alla luce la necropoli e poco alla volta, grazie a studi di archeologi francesi, l’impianto della città, abbandonato da secoli. Si parlò di una “Pompei” siciliana. Questa è stata un po’ la sua fortuna, visto che non c’erano state altre stratificazioni o costruzioni dopo il V-VI sec. d.C, insomma, osservare Megara permette di ricostruire in modo abbastanza fedele l’impianto di una città antica, greca e poi romana, senza tante modifiche urbanistiche. Una macchina del tempo da vedere e toccare. Per quanto possibile.

In questo territorio siracusano le memorie dei tempi antichi davvero si sprecano. Si possono trovare necropoli di 2500 anni fa nei parcheggi dei supermercati o le puoi ammirare, con il consueto contorno di cartacce lattine e bottiglie, come spartitraffico cittadino (trovi tutto nei pressi del Lidl di s. Panagia). Tombe e cavità antiche sono un po’ ovunque, zone archeologiche, spesso chiuse da anni, fanno bella mostra di sè in mezzo alla città o nelle immediate periferie. Abbiamo veramente troppi resti e troppi luoghi della memoria. Anzi, questa overdose rischia quasi di offuscarla, questa memoria.

la dea madre – Kuorotrophos

Ed è proprio un peccato che lo splendido luogo in cui sorga Megara sia oggi letteralmente circondato a tenaglia da fabbriche (Buzzi Unicem, a sud) e impianti energetici (centrale termoelettrica Enel di Augusta, a nord) che aggiungono ben poco splendore a questo luogo, anzi, sembrano quasi pronte a fagocitarlo definitivamente, visto che ormai è rimasta solo una piccola isola verde contesa dai capannoni, piazzali, infrastrutture e, cosa non da poco, un rumore continuo e persistente di sottofondo. Si salvano pochi ettari verdi, una necropoli solcata dalla ferrovia e vari edifici in rovina sparsi in questo territorio. I reperti migliori sono conservati e visibili presso il museo siracusano del Paolo Orsi e ha fatto notizia l’incredibile e selvaggia storia della statua dell’antica dea madre, la Kuorotrophos che allatta due gemelli, ritrovata ma subito distrutta con un martello pneumatico dagli operai, per evitare il blocco dei lavori; era stata frantumata in 936 pezzi, poi pazientemente ricostruiti! Si rimane senza parole ragionando sul fatto che questa vera e propria Pompei della Sicilia potrebbe diventare uno dei gioielli degli itinerari turistici. Per non parlare poi dell’importanza culturale di uno dei più famosi personaggi di questa città, quell’Epicarmo che a detta di molti è un po’ il padre della commedia greca (anche se delle sue opere rimangono solo frammenti). Ma tra il dire e il fare sembra che ci siano distese sterminate di altri verbi, tutti al condizionale.

E così veniamo a luogo. Era da tempo che volevo andarlo a visitare. Scartata l’ipotesi bicicletta (da Siracusa dista oltre 25 km, non eccessivi, ma bisogna avere del tempo a disposizione, vedremo prossimamente…); la soluzione più semplice è l’autostrada Siracusa Catania, in meno di mezz’ora si arriva. Seguendo GMaps una volta usciti dallo svincolo indicato (il cartello è ben visibile), ci sono un paio di alternative, dopo aver provato penso sia meglio seguire le indicazioni proposte, perché andando a naso, quella che forse è la strada più rapida (anch’essa indicata con i cartelli), è piuttosto massacrata e in cattive condizioni, quasi una strada bianca con buche a iosa e sprazzi di asfalto. Si arriva quasi in vista del sito, che è molto pianeggiante, si supera uno stretto ponticello che sovrasta la ferrovia e si arriva al dunque. Un grande piazzale segnala la possibilità di lasciare la macchina per raggiungere, dopo poche decine di metri, una prima costruzione che dovrebbe essere la biglietteria. Scrivo queste righe alla fine di di febbraio 2022, tutti i cancelli che ho trovato erano rigorosamente chiusi, con tracce evidenti di semi-abbandono, o come minimo di poca frequenza. Nessuno in giro, deserto assoluto. Cartelli, numeri di telefono a cui rivolgersi, indicazioni recenti: nulla.

So che non è il massimo della saggezza, ma il recinto vicino ai cancelli è in parte divelto e la tentazione è troppo forte. Con la consueta attenzione a non combinare nulla che possa alterare le cose, entro tranquillamente, sfidando i cardi selvatici che non aspettano altro che accarezzarti pelle e vestiti.

Entrato nel sito giungo rapidamente alla zona dove iniziano gli scavi, ad una quota leggermente inferiore alla pianura circostante; il primo cartello indicatore non esiste nemmeno più, si è salvata solo la struttura metallica; troverò invece molti altri cartelli informativi in discreto stato lungo il percorso. Questo era un giro di prima conoscenza, non avevo idea della grandezza del sito e della ricchezza dei ritrovamenti. Così gironzolo per una mezz’oretta lungo gli assi principali, ammirando dettagli di colonne, trabeazioni decorate, giunture quasi perfette di massi notevoli, segni di opere idrauliche e resti di fortificazioni.

Vi sono numerose scalette in metallo per poter osservare meglio e raggiungere alcune zone, ma alcune di queste hanno dei pericolosi gradini rotti e semistaccati, occorre quindi fare un po’ di attenzione. Giungo così nella zona delle antiche terme greche e poi romane; ci sono ancora tracce di pavimenti in cocciopesto e qualche resto di decorazione geometrica a mosaico, il tutto a cielo aperto, ma in discreto stato di conservazione. Passeggiando tra i resti si avverte la compattezza dell’impianto urbano, ben raccolto intorno all’agorà; penso al parco archeologico di Naxos, sicuramente più vasto, ma anche più scarno. Qui le case, le stanze, il reticolato urbano è molto più evidente e conservato.

Siamo a febbraio, l’erba non dà fastidio, è ancora facile aggirarsi senza problemi; mi immagino però che con la primavera il rigoglio vegetale potrebbe presto riprendere il sopravvento.

Giunto fino alla porta occidentale, con i suoi bastioni di mura ben squadrate contemplo un po’ la città; essendo tutto al medesimo livello si fatica a cogliere l’ampiezza del sito. Allora mi addentro per un po’ lungo alcuni assi laterali. Pareti in pietra, in calcare, inserti di mattoni, sicuramente posteriori, pietre laviche lavorate. Cammino con la curiosità del quotidiano ma non possiedo la perizia dello storico esperto, comunque passeggiare in questo luogo ha il suo fascino. Se poi ci metti la solitudine, i voli rumorosi di tanti uccelli di grossa taglia, e se tenti anche di cancellare il rumore delle fabbriche vicine che si fa sentire a intervalli regolari, con notevole fastidio e prepotenza… lo scenario ha dell’incredibile.

Concludo il giro e getto uno sguardo anche agli edifici che dovrebbero essere il deposito di alcune delle opere più significative. Da quanto avevo letto le stanze sono chiuse da tempo; tutto sembra in buon ordine, ma il giardino e le pertinenze non danno certo una buona impressione, che potrebbe essere invece molto gradevole e interessante. Si può osservare anche la spiaggia sottostante, certamente utilizzata come porto di approdo della città antica, ma i moli commerciali e industriali che si intravvedono non sono certo una cornice gradevole al pur gradevole profilo roccioso della spiaggia.

Non so se sono previste aperture del sito nella bella stagione (ma qui nel Siracusano, la bella stagione è già iniziata, oggi è un giorno davvero gradevole, 20 gradi, poca brezza, cielo quasi sereno e pittoresco…) ma vedere questo luogo semiabbandonato non è certo un bel biglietto da visita, ne’ per i locali ne’ tantomeno per i potenziali turisti. Le notizie reperite in rete ricordano che gli uffici e i locali vicini agli scavi sono chiusi da tempo e non è dato sapere quando e se riapriranno. Da nessun cartello o avviso si riesce a rintracciare un telefono o una mail di riferimento. Sul sito di Italia nostra è presente una scheda molto dettagliata, che avrebbe bisogno di aggiornamento, visto che riporta la notizia che il sito è visitabile (a pagamento) durante tutta la settimana ma da varie recensioni sembra di capire che le ultime visite risalgono all’epoca pre-covid (2019).

Nonostante lo stato di semiabbandono (e la necessità di superare qualche recinzione per poterlo vedere), il luogo rimane un testimone prezioso del passato. Sarebbe bello potergli garantire anche un futuro altrettanto importante.

Una carrellata di immagini del sito di Megara Hyblaea – febbraio 2022