Diciamo che quest’anno lo sfizio di conoscere un po’ l’Estremadura me lo sono tolto per davvero. Dopo quasi una settimana di esplorazione insieme alla mia comunitá di Melilla, ho avuto l’opportunitá, dopo la settimana santa vissuta a Fuentheridos, di ripetere quasi il viaggio, ma con alcune interessanti variazioni, insieme ad un bel gruppo di fratelli maristi spagnoli (con 3 aggiunte italiane, Franco, Massimo e Antonio…).
Così sono tornato “sul luogo del delitto”, con lo sguardo un po’ più attento e saputello del principiante; sicuramente rivedere alcune parti, alcuni scorci, aiuta a selezionare l’importante e ricordare meglio le cose speciali. Un bel vantaggio.
Abbiamo iniziato il nostro itinerario il martedì 7 aprile, incontrandoci a Sevilla, poi ci siamo diretti verso Merida che sarebbe stato il nostro centro strategico. Ovviamente lungo la strada primo impatto gastronomico “intenso” con la cucina estremeña, dove il prosciutto iberico la fa da padrona, insieme a tante altre cose, nessuna delle quali particolarmente dietetica…!
Eravamo alloggiati proprio nel centro di Merida, in Piazza di Spagna e per un paio di giorni abbiamo approfittato delle sapienti spiegazioni della nostra guida, Pilar; peccato solo per la pioggia iniziale, che ci ha un po’ condizionato, ma … fa parte del gioco.
Il secondo giorno siamo partiti alla volta del Monastero di Guadalupe, raggiunto sotto l’acqua e in mezzo ad un panorama insolitamente verde e fresco; nei giorni seguenti ci siamo diretti verso Caceres, poi Trujillo; un’altra mezza giornata, finalmente baciata dal sole, l’abbiamo dedicata al cuore romano di Merida, con tempo libero per sbirciare qualcosa nel museo o nelle viuzze cittadine; infine anche Badajoz, che pur non avendo grandi tesori da offrire, è sicuramente un centro interessante. Qui abbiamo incontrato e condiviso momenti speciali anche con la comunitá marista che anima la grande scuola.
Oltre ai luoghi, le visite e il “turismo” tout-court, sono stati giorni di incontro e di fraternitá molto sentita…
Rubo quasi il titolo ad un amico lontano; quando ero ancora dalle parti di Cesano spesso veniva un giovane, collaboratore dei giornali della zona, per scrivere alcune notizie sulla nostra scuola; era un appassionato di mantagna e di luoghi solitari, un elemento in comune… dopo qualche anno lo ritrovo sui social, con il suo Apassolento, itinerari a piedi sui monti del lecchese e della Brianza: ottima idea.
In questo venerdì mi sono ritagliato una passeggiata lunga, quasi 18 km, in questo panorama splendido del cuore di Huelva. Tutto intorno alla casa dove siamo, Villa Onuba, si stendono colline, pinete, sugherete, eucaliputs, allevami all’aperto di patas negros (i famosi maiali che danno origine al prelibato jamon iberico, siamo a 2 passi da Jabugo).
Siamo ormai in piena primavera: i fiori tardivi ancora turgidi e freschi, le api in incessanti via vai nel bosco, i pollini che si lasciano trasportare dalle folate leggere… vale la pena camminare, ascoltare, traguardare i panorami, sentire le gambe faticare sulla salita.
(in preparazione) Un video-riassunto con una selezione di immagini
Siamo a Fuentheridos, nella Villa Onuba, una residenza marista che si utilizza soprattutto d’estate, per i campi con i ragazzi delle scuole, ma anche per accogliere iniziative di altro genere e per ospitalità rurale (come si dice qui in Spagna), nella splendida cornice degli altipiani di Huelva. Quest’anno le previsioni sono tra l’altro splendide e se solo ripenso alla settimana santa di 2 anni fa, sempre qui, bagnata dall’inizio alla fine… non posso che ritenermi fortunato.
E approfitto di questi spazi verdi, di questa natura fresca e deliziosa, per fare “il pieno” di verde, visto che a Melilla ne abbiamo davvero poco.
Così questa mattina, approfittando del fresco (un bel venticello), del sole (neanche una nuvola) mi sono avventurato sul sentiero del bosco incantato… nome un po’ altisonante per un bel percorso, facile, nei boschi di pini e querce.
Prima della settimana santa, la nostra comunità Fratelli di Melilla si è dedicata una pausa… alla scoperta dell’Extremadura. Lo so che è un regalo bello grande, diciamo che fa parte di quel “centuplo” quaggiù, spesso bistrattato, che ci accompagna nel nostro percorso umano; ma a Natale avevamo avuto un po’ di problemi vari di salute e un viaggio precedente era saltato, così, nel percorso verso Fuentheridos, dove avremmo vissuto la settimana santa insieme ad altri amici maristi, ci siamo dilungati un po’ per vedere luoghi interessanti.
Sbarcati a Malaga il 25 marzo abbiamo iniziato il nostro percorso dalla splendida città di Ronda, famosa per il suo tajo, quel salto nel terreno che la caratterizza e rende famosa; un fiume che la divide a metà e ne segna il profilo; un famoso ponte che unisce le due parti della città, che contiene al suo interno altri luoghi interessanti. Noi abbiamo cominciato dal suo giardino principale, vicino alla Plaza de Toros, per contemplare questa cesura significativa nel terreno; poi abbiamo iniziato a perderci nel suo interno, tra le chiese antiche, le collegiate e i bagni arabi che ancora oggi colpiscono per l’ambiente che ricordano e lasciano immaginare. La risalita verso il centro, tra scalinate impervie e scorci mozzafiato ha richiesto il suo tempo, ma anche il tempo splendido, che ci ha accompagnato in tutti questi giorni, ha fatto la sua parte.
Nel pomeriggio abbiamo continuato il nostro itinerario, con una tappa a Sotenil, altro luogo famoso per la roccia caratteristica che ne sovrasta e marca il tessuto urbano; al riparo di questa roccia si sono distribuiti locali, ristoranti tipici, abitazioni… a pochi passi dal fiume che da secoli ne definisce l’ossatura principale. E visto che eravamo anche alla scoperta dei piatti tipici, anche se questa zona è marcata dalla vicinanza con il mare (non a caso Malaga è la capitale di questa provincia), i prodotti legati alla terra e logicamente alla carne, la fanno da padrona. Che dire, una buona carrillada, tenera e fumante, era d’obbligo. In serata siamo arrivati a Badajoz, che sarebbe stata la nostra “base” per tutta la settimana, visto che qui abbiamo una piccola comunità marista, che vive in un appartamento in un quartiere non lontano dalla scuola.
Il secondo giorno lo abbiamo dedicato interamente alla città di Merida, uno dei luoghi dove si respira ancora a grandi sorsate la cultura e la storia romana; la nostra meta era proprio il cuore storico della città, l’anfiteatro, il teatro e una splendida casa romana adiacente a queste due strutture ben conservate. Juan antonio ricordava ogni tanto che anche il protagonista del film Il Gladiatore, Massimo Decimo Meridio, risulta essere originario proprio di questo centro, che dal I sec. della storia romana rappresentava il fulcro della cultura e del potere imperiale. Anche la casa che abbiamo visitato (facendo lo slalom tra le classi di alunni spagnoli in visita) ha lasciato il segno, persino per la struttura coperta che la protegge e conserva. Nel pomeriggio ci siamo dilungati nella visita dell’Alcazaba, l’antico quartiere-cittadella di epoca araba, con le sue mura possenti (con molto materiale di recupero di origine romana, i suoi magazzini e depositi per l’acqua, un museo a cielo aperto; il tutto con uno splendido ponte romano che ancora permette di guadare le acque della Guadiana, il fiume che attraversa la provincia.
Il nostro terzo giorno, venerdì, lo abbiamo dedicato alla cità di Caceres. Abbiamo penato non poco nel suo centro alla ricerca di un parcheggio (quasi ci veniva da pensare “cosa ci può essere di buono da visitare qui?”), finalmente localizzato nel grande parking dell’Obispo Galarza; una volta sistemata la macchina, in pochi minuti ci siamo trovati nel centro cittadino, la grande piazza del Comune, adiacente al suo famoso nucleo storico, uno dei primi in Europa ad essere indicato dall’Unesco come “insieme” storico di valore. Un centro medievale ben conservato, coerente e che sa ricreare al suo interno un’atmosfera affascinante; non per niente è stato il set di numerosi film e documentari sull’epoca medioevale. Di buona lena ci siamo messi a percorrere il semplice itinerario circolare che comprende i monumenti essenziali, ammirando l’effetto atemporale dei palazzi, dei fregi, delle insegna nobiliari. Ogni tanto qualche chicca, come la mostra di manoscritti ed opere antiche dell’Archivio o l’incredibile deposito di acqua che si trova nello spazio espositivo delle confraternite che affollano la città.
Nel quarto giorno, sabato, abbiamo impostato la rotta verso il Portogallo; la nostra destinazione era la cittadina di Elvas, non lontana da Badajoz, teatro di storia e monumenti significativi. Un po’ come la frontiera italiana con la Francia (o quella con l’Austria), segnate da innumerevoli forti, costruzioni di difesa, testimoni di un passato spesso agitato, pullulante di guerre… abbiamo iniziato la visita ammirando l’acquedotto che riforniva il centro e poi recandoci presso il complesso del forte della Grazia (un nome che stona decisamente, appiccicato ad una macchina di guerra…); una struttura difensiva per proteggere i confini del Portogallo dalle innumerevoli scorribande non solo degli spagnoli, ma anche francesi e inglesi… Un forte a pianta stellata e composto da un numero impressionante di manufatti, ambienti, saloni, tunnel di raccordo, stanze… uno li percorre con la consapevolezza che tutto questo era parte di una impressionante arma di difesa per impedire l’assalto del nemico e ora, dopo poche centinaia di anni, sembrano quasi un monumento “bello” da ammirare e non un dispendio di energie e risorse assurdo che ha segnato la nostra storia europea. Ma basta pensare agli eventi bellici che stanno segnando la nostra storia di oggi per capire che… non abbiamo imparato poi molto dal nostro passato. Dopo il forte siamo passati al castello di Elvas, che però conserva ben poco, qualche camminamento lungo le mura esterne, alcune stanze vuote… Decisamente più interessante passeggiare per le strade del centro, che pur essendo un piccolo paese conserva testimonianze interessanti di un passato glorioso; in particolare colpisce l’utilizzo delle piastrelle colorate, gli azulejos, negli edifici religiosi, interni di chiese o anche esterni. Naturalmente a pranzo, il piatto forte da assaggiare era il bacalao, nelle sue varie declinazioni.
Per la domenica delle Palme abbiamo vissuto il momento forte della giornata nella scuola marista, dove la celebrazione era affollata di famiglie e alunni. Nel pomeriggio ci siamo dedicati alla città di Badajoz che pur avendo “poco” da mostrare, non è poi così insignificante. La sua Alcazaba, i resti della dominazione araba del tardo medioevo, sono ancora ben presenti e come sta succedendo per gran parte delle città spagnole che hanno vissuto questo periodo, vengono messi in debito rilievo, recuperando gli edifici, la multistratificazione storica, le soluzioni tecnologiche (in particolare per quanto riguarda l’utilizzo delle acque); per di più in questa occasione potevamo contare sulla guida di José Luis, che è proprio di queste parti e quindi ci sapeva mostrare alcuni dettagli difficili da cogliere nel tessuto urbano, come il graduale recuperio di quartieri degradati che nel tempo sono stati riportati ad un livello di partecipazione più civile. Discesi dalla parte alta, essendo la domenica delle Palme, ci siamo imbattuti in una delle numerose processioni cittadine, che per uno “straniero” rappresenta sempre uno spettacolo visivo insolito e suggestivo.
Lunedì doveva essere solo un giorno di viaggio normale, ma avevamo visto sulla mappa che si passava vicino a Jerez de los Caballeros, un paese dal lungo passato abbinato alla storia dei Templari. Ovvio che una tappa se la meritava anche questo centro. E quindi ci siamo dilungati per visitare quanto aveva da offrirci; soprattutto chiese monumentali e campanili svettanti, uno dei quali richiamava molto da vicino la Gironda di Siviglia. Il paese è piccino e girarlo a piedi non era un problema, la cosa interessante, che ha colpito più dei monumenti, era la partecipazione di tutta la gente ai preparativi della settimana santa; quasi in ogni chiesa c’erano drappelli di persone a sistemare le varie scene che avrebbero preso parte ai passos della settimana; fiori, candele, addobbi, tessuti, pulizie, ripittura degli ingressi… sembrava tutto un fervore di popolo concentrato sulle feste imminenti e si notava che erano proprio le persone del paese, ben consapevoli della centralità dei gesti e delle cose che stavano preparando. L’altra sorprese è stata quella di scoprire che gran parte dei famosi conquistadores del nuovo mondo sono originari proprio di queste zone: nomi come Hernan Cortés, Vasco Núñez de Balboa (nativo proprio di questo centro, chegli ha dedicato un museo proprio nella sua casa natale), Pizarro… qui sono di casa.
Infine, affidandoci all’intuito che le trattorie con molte macchine e mezzi parcheggiati davanti sono di solito le migliori, abbiamo assaggiato altri piatti semplici e tipici della zona, in particolare una zuppa coi ceci da leccarsi le dita. Ormai eravamo pronti per raggiungere la nostra destinazione: villa Onuba, a Fuentheridos.
E naturalmente, ecco una selezione (abbondante) di foto di questi giorni dedicati all’Estremadura
Ho appena terminato il libro di padre Alberto Maggi, Brutto come il peccato, e in appendice trovo un’intervista dove lui esordisce così: “Se avessi saputo che era così bello invecchiare, sarei invecchiato prima!”. Battuta a parte è sicuramente uno stile diverso di affrontare il tema della vecchiaia, che incontriamo sempre più spesso. Vuoi per andamento demografico (se non schiattiamo giovani, prima o poi ci arriviamo tutti).
Ho provato ad esempio a chiedere una infografica a Gemini, per rappresentare in modo più efficace la percentuale di persone anziane che oggi compongono la nostra società. Mi sono limitato all’ultimo secolo e ammetto che nel grafico non riuscivo a capire cosa fosse questa “età mediana” illustrata nella parte inferiore a sinistra, poi ho scoperto che è un po’ come mettere in fila tutti i cittadini europei, dal neonato più giovane al centenario più anziano: l’età mediana è l’età della persona che si trova esattamente al centro della fila. In un secolo è quasi raddoppiata! E significa che dopo i 44 già si fa parte della seconda fascia…
Ma il libro su cui mi piace soffermarmi è un altro, di Erri De Luca (un autore che ormai frequento da tempo…), L’Età Sperimentale. Un testo nel quale si affronta proprio questa tappa della vita che si rivela sempre più significativa e piena, davvero di vita.
E’ un testo quasi scritto a due mani, anche se gli interventi della coautrice, l’insolita Inès Marie Lætitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange (è vero, le basterebbe firmare un foglio per scrivere un racconto breve), figura di spicco nel mondo della moda francese a partire dagli anni 80, sembrano davvero lettere da un altro mondo, ma l’effeto non guasta, davvero. Ma l’amicizia tra le due persone consente all’autore un’alternanza di voce, tra maschile e femminile.
Erri de Luca ama ricordare che la vita di un uomo è la somma di 3 cavalli (anche questo è un suo libro); i primi 30 anni si percorrono al galoppo, spesso sfrenato, i successivi 30 al trotto, un’andatura sostenuta ma meno vorticosa e infine, gli ultimi 30 si compiono al passo, tranquillamente. Per un amante come De Luca dei testi biblici, sarebbe bello trovare almeno una considerazione sullo scarto numerico che troviamo nei salmi (nel salmo 90:10 troviamo il famoso versetto: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo“.
In questo veloce libretto, dove compare anche un semplice reportage fotografico in cui compare in modo molto discreto proprio l’autore, spesso di spalle o quanto meno defilato, non mancano le definizioni poetiche della vecchiaia. Considerata come una passeggiata nel bosco, in ascesa verso la cima del monte, quando gli alberi si diradano lasciando in bella vista il profilo della cima.
Candidamente si limita a raccontare la propria esperienza, senza velleità di insegnare qualcosa, perchê tutti siamo consapevoli che questa, più delle altre, è una fase della vita da vivere personalmente, quasi in solitudine, in graduale distacco.
Molti i temi cari all’autore, i ricordi, le attività passate; dagli esordi intensamente colorati di passione politica ai gesti personali intrisi di solidarietà con le vittime, con i viaggi per portare aiuti nelle zone di guerra, prima in Bosnia e poi in Ucraina, senza dimenticare la passione per la montagna e per la scalata, che sembrano quasi una sfida fuori tempo massimo per una persona che ormai supera i 75 anni (è nato nel 1950); ricorrente è poi l’attenzione per i testi sacri, che De Luca affronta con dedizione davvero insolita (visto che per comprenderli e affrontarli al meglio si è messo a studiare l’ebraico antico).
Cosa si può imparare da un libro come questo? Nessuna facile ricetta o consigli per “invecchiare” meglio, semplicemente l’esperienza di un camminatore attento e curioso, un compagno di viaggio per questo tempo dove la vita non smette di fiorire.
E curiosando, trovo anche il sito ufficiale di Erri de Luca, o almeno, della sua Fondazione e scopro che proprio pochi giorni fa, raccontando una sua esperienza nel calpestare un prato di margherite marzoline, scriveva così:
L’età senile, che è la concessione di un privilegio, aguzza i sensi invece di offuscarli, aiuta a osservare. Picasso ha detto di avere impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino. In maniera simile sento il continuo bisogno di iscrivermi alla prima elementare per imparare a leggere il mondo con il sillabario.
Postilla finale: a conclusione del libro si trova poi una rapida sintesi dei libri scritti dall’autore, con una pennellata descrittiva per ciascuno. Quasi quasi diventa la parte più interessante del libro…