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Autore: Giorgio Banaudi

Il guardiano del Faro

Il guardiano del Faro

Nei ricordi un po’ sbiaditi dei miei tempi, rimane vivace la memoria di una trasmissione televisiva che io sbrigativamente chiamavo “il guardiano del Faro“, forse per via delle musiche che ebbero un discreto successo alcuni anni dopo, composte da un omonimo musicista, uno dei primi ad utilizzare il moog come strumento all-in-one per i suoi brani.

E poi, avendo vissuto sulla costa ligure per tanti anni, di fari ne vedevo spesso, da quello a metà strada tra Arma e Sanremo, agli altri disseminati lungo l’Aurelia. Un edificio ricco di fascino e suggestione. Probabilmente destinato a scomparire, come le case cantoniere, sotto le bordate del GPS e dei nuovi strumenti di navigazione satellitare.

Ancora pochi mesi fa, insieme a Nina e Rosa, visitando Capri, ci siamo imbattuti nel grande faro di Punta Carena che accoglie i traghetti, il secondo più grande d’Italia (dopo la Lanterna di Genova, che una volta ho tentato inutilmente di raggiungere in bici dallo Champagnat, perdendomi in viuzze e vincoli stradali vari…).

Ma se non fosse stato per l’abilità narrativa di Rumiz mi sarei accontentato di questi ricordi d’infanzia, di qualche foto estiva. Invece sono rimasto particolarmente affascinato dal suo libro, Ciclope. Un testo per molti aspetti inusuale. Conoscendo già l’autore avevo pensato: intanto lo prendo, poi, magari gli do un’occhiata. E invece in pochi giorni, complice quest’ultimo periodo di quasi chiusura delle attività, mi ci sono immerso e felicemente inabissato.

Non è un romanzo, un resoconto di viaggi (Rumiz è praticamente fermo e isolato su quest’isola misteriosa per tutto il testo, pur spaziando praticamente ovunque…), un saggio sociologico sulla distanza e lentezza che aiutano nella riflessione, o una dissertazione sull’invadenza di Internet, visto che nel finale si sente quasi miracolato per aver goduto di 3 settimane di completo distacco dalla rete, che spesso ci vincola più di quanto ci liberi. Non è nemmeno un libro poetico, anche se le descrizioni, le riflessioni e le conclusioni a cui giunge sfiorano in molti passi un afflato che non è semplicemente prosa. La trama è semplice, quasi inesistente. L’autore si reca per un breve periodo su quest’isola piuttosto lontana e remota del mediterraneo (fornisce qualche indizio, ma non ne rivelerà mai il nome, per consentirci una personale caccia al tesoro), per un periodo di stacco completo, quasi un ritiro totale, ospitato nel faro che è l’unico edificio dell’isola, abitato da un paio di custodi e, nel finale, da una piccola famigliola. Pochissime le relazioni con le persone, di civilissima ed elegante convivenza, con poche interazioni, qualche brindisi, una cena o un pescato alla brace da condividere, pochi e semplici gesti. L’autore è armato di quaderni e taccuini, sui quali fissa dettagli, impressioni, ricordi, assonanze, emozioni sui pochi fatti che avvengono sull’isola, almeno in apparenza, perché da spunti quotidiani si passa facilmente a divagazioni cosmiche….

Le giornate sembrano susseguirsi senza sbalzi, apparentemente monotone, ma in profondità ricche di appigli per rileggere episodi della propria vita, della storia, delle consuetudini umane, in un’ottica di profondo distacco e pacatissima quiete. Tanti i rimandi ad altri luoghi, soprattutto collegati per la presenza di altri fari di particolare impatto e significato per l’autore. Veniamo così accompagnati in numerose zone del mediterraneo, dell’Europa del Nord, delle coste nordamericane, fino al Cile, qualche sprazzo di Africa, un itinerario di luci sul mare che a volte suggerisce la domanda: “Ma quanto avrà girato in vita sua Rumiz?“.

Numerose riflessioni sono intrecciate al tema del mediterraneo, agli eventi che su queste sponde la storia ci ha regalato e da cui siamo comunque segnati. Si avverte una fascinazione quasi religiosa nel riflettere su come la vita cambi di prospettiva se la guardiamo da un osservatorio così speciale come può essere un faro, che obbliga a fare i conti con se stessi, le proprie radici e le proprie vicissitudini. Riflessioni sempre lucide, e mai sbrigative, spesso grondanti di richiami letterari, che spaziano dalla mitologia ai contemporanei, Walkott ed Hemingway tra i tanti…

E leggendo ti immagini ovviamente cosa proveresti tu a passare dei giorni in situazione simile… a tu per tu con l’immensità del mare, con le incognite del viaggio, del tempo che cambia senza chiederti permesso (e nel mare le previsioni meteo sono davvero bizzarre e improponibili). Un viaggio letterario denso. Da provare.

Qualche post fa ero titubante su una delle mie ultime recensioni (riguardava il libro La Mennulara), pensavo fosse poco “equilibrata” per i criteri di AMZN, visto che già diverse volte mi avevano rifiutato delle recensioni un po’ troppo ‘spensierate’… e invece…. 🙂 Ma la cosa che mi ha stupito di più è che poco fa ho inserito anche la parte centrale di questo post come recensione al libro di Rumiz, sempre su AMZN, e dopo nemmeno mezz’ora era già online (ho appena ricevuto la mail di conferma). Avranno assoldato nuovi scrutatori o istruito qualche nuovo bot di IA per verificare la coerenza con i criteri di Bezos? Chissà…

A questo punto ecco qualche foto di fari che, poco alla volta, ho collezionato tra le mie foto

Percorsi insoliti di riscoperta…

Percorsi insoliti di riscoperta…

Intanto volevo vedere che effetto fa utilizzare un font più piccolo del solito. Sarà un retaggio delle abitudini, ma un testo piccolo fa pensare a più contenuto di uno a grana grossa… vedremo.

E poi sono convinto che tra un libro e uno schermo anche il semplice fatto di poter modificare i font con un gesto sia un grande vantaggio. Ormai sono oltre 10 anni che per me leggere significa sfogliare su video.

E ripenso ai messali degli antichi conventi benedettini, enormi e visibili da 3-4 metri, perché a quei tempi la tecnologia questo offriva, come massima risoluzione, e basterebbe riandare agli affreschi antichi, dai tempi di Pompei a quelli incredibili del piccolo santuario in Val Roya (la “Sistina” delle Alpi) per vedere come da sempre ci si ingegna a trasmettere al meglio le cose, sia con parole che con i segni o le immagini.

Sto leggendo in questi giorni l’affascinante (si dice proprio così) libro di Carlo Molari e mi aveva incuriosito tra le altre cose una rapida nota, dove si parlava di Ortensio da Spinetoli. Subito mi si è riacceso il neurone dei ricordi…. di quando stavo approfondendo, alla Gregoriana, i testi biblici per uno dei vari corsi da seguire. Avevo preso proprio il testo sul vangelo di Matteo scritto da Ortensio da Spinetoli. Sarà il nome, un po’ aulico e suggestivo, sarà che il testo era davvero stimolante e ricco di spunti, questo autore era rimasto nella mia collezione delle persone da seguire.
Ma… mi sa che non sono stato poi così fedele, visto che da vari anni questo personaggio è già scomparso e nel frattempo non ho più nè letto nè seguito nulla del suo percorso. Non conoscevo nemmeno nulla della sua biografia. così mi sono rimesso un po’ a recuperare il tempo e le notizie perdute. Ho preso subito quello che potrebbe essere il suo testamento, uno dei suoi ultimi libri, corredato da sufficienti note biografiche per comprendere meglio la levatura del personaggio.

Pensavo fosse solo uno studioso, non particolarmente inserito in un contesto pratico e concreto; leggere invece che è stato persino provinciale dei minori francescani mi ha davvero incuriosito. Poi le sue vicissitudini con le autorità ecclesiastiche. Quando ci si avventura un po’ da outsiders in certi sentieri diventa quasi inevitabile. E nel giro di pochi anni quello che ti rimproveravano in molti, oppure molti consideravano eccessivo, quasi un azzardo interpretativo, diventa se non la norma almeno pane comune per chi si occupa di queste cose.

Come spesso accade la breve presentazione punta più sul “sensazionale” che sul reale contenuto. Dire che  il libro ruota intorno ad “alcuni concetti teologici che sono un tabù per la maggioranza dei credenti…. Il “peccato originale”, l”‘ultima cena”, l”‘eucarestia”, la “verginità di Maria”, il “sacrificio della messa”, la “mistica del patire” e definire questi argomenti come “le basi stesse della dottrina cattolica” è un po’ come spiegare che la Ferrari è una bella macchina perché è colorata di rosso. Certo, sono argomenti non secondari o di scarso peso, ma le basi sono altre.

Il testo si dipana in modo molto tranquillo e senza pretese o colpi di scena; Ortensio ha la capacità di esprimere cose importanti con il linguaggio semplice che non ha bisogno di evocare contrasti o prese di posizione un po’ piccate e risentite. Da quanto gli è capitato in vita forse ne avrebbe avuto anche ragione, ma la forza della ragione…. non ha bisogno di troppa forza. Risulta invece un testo stimolante che obbliga a riprendere in mano i testi della bibbia, del vangelo soprattutto, per imparare a leggerli con maggior sapienza e attenzione, senza accontentarsi di una lettura frettolosa o ispirata esclusivamente ad una tradizione secolare.

Mi sembra una lettura utile e creativa perché obbliga a prendere posizione o almeno a cercarne una sostenibile, rifarsi delle domande che forse ci stiamo trascinando da tempo (dai tempi dell’ultima lezione di catechismo o dell’ultima riflessione su questi temi un po’ attenta), approfondire le cose e analizzarle in modo meno superficiale. Saper leggere un testo nel suo contesto, analizzarlo alla luce di quanto veramente contiene e della sua storia, sono tutte attività che di solito affidiamo agli esperti. Ma in questo campo non è importante la “conoscenza”, quanto la “pratica” e per farla è necessario che ciascuno giochi le sue carte senza delegare altri. Perché le impressioni, i ricordi o le suggestioni, possono a volte limitare la chiara comprensione e il contatto con una realtà che ovviamente, essendo così lontana dal nostro oggi, rischiamo sempre di inquinare con le nostre meta-comprensioni.

Mi viene sempre in mente il facile accostamento che si potrebbe operare quando si visita la splendida chiesetta di Briga, Notre Dame de Fontan (o Fontaines), un capolavoro della pittura tardomedievale. Dopo aver contemplato le immagini e ammirato la capacità descrittiva del pittore (un monregalese della fine del 1400), si giunge ad un dettaglio spiazzante: si legge la data in cui l’opera è stata conclusa. Una data che rimanda ad un evento di quei tempi, che per noi assume un significato ben particolare. 14 dicembre 1492. Noi spesso partiamo da questi binomi per sbizzarrirci in riflessioni ed elucubrazioni. E spesso lo facciamo anche con i testi che di certi abbinamenti non sanno proprio cosa farsene.

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E allora auguri a tutti, caro 2021

E allora auguri a tutti, caro 2021

Ce li stiamo facendo tutti, in questi giorni: auguri perché questo 2021 sia ben diverso dal precedente. Dai messaggini ai botti, dai dolci ai saluti a distanza… mangiando 12 chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte o con mangiate di lenticchie e zamponi.


La consapevolezza che le vaccinazioni sono iniziate è già un bel cominciare, anche se le indicazioni e le previsioni non saranno certo rosee in tempi brevi. Spesso sentiamo che la situazione attuale, condita da restrizioni e mascherine, ci accompagnerà ancora a lungo… Ma intanto facciamo il possibile per migliorare le condizioni.

Come volontario della CRI ho ricevuto giorni fa la comunicazione che si poteva già fare domanda per ricevere questo vaccino. Ovviamente ho subito confermato, ben prima dell’invito di Mattarella a considerarlo come un obbligo etico. Basterebbe il buon senso, anche se intorno a me sento ancora tanti, troppi, che superficialmente si trincerano dietro a reticenze, timori e ignoranza che si potrebbero facilmente smontare. Ma è proprio vero che nell’era di internet crediamo quasi sempre e solo a quello che già crediamo… Verrebbe quasi da affidarsi al venditore di almanacchi di leopardiana memoria (ho sempre adorato quell’inusuale “passeggere” nel titolo….)

Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Venditore
Oh illustrissimo si, certo.

Passeggere
Come quest’anno passato?

Venditore
Più più assai.

Passeggere
Come quello di là?

Venditore
Più più, illustrissimo.

Un mio amico carissimo, un Giorgio anche lui (li scelgo apposta 😉 mi ha mandato ieri, come augurio per il nuovo anno, un breve articolo di Rodari, di tanti anni fa.
Ma proprio tanti! io avevo la veneranda età di 11 anni e stavo iniziando le medie e la mia avventura coi maristi. A dire il vero scoprirò Rodari alla fine delle magistrali, con la sua Grammatica della Fantasia, che stranamente abbinavo al don Milani della famosa lettera…

Poi a Genova, negli anni 90 con il buon Giorgio, forse uno dei più esperti conoscitori di Gianni Rodari del panorama italiano (non arrossisce nemmeno, perché difficilmente leggerà queste righe…) ho lavorato un po’ con lui per sistemare tutti questi suoi articoli pubblicati su Paese Sera, con il titolo di Benelux (si può essere europeisti anche manifestandolo nei dettagli). Io già masticavo un po’ di informatica e gli avevo suggerito di creare un database con tutti i titoli e gli argomenti, per approfondire alcune tematiche e semplificare la ricerca. Era un lavoro abbastanza vasto, in 20 anni di lavoro come giornalista Rodari aveva pubblicato qualcosa come 4500 pezzi! E insieme ci si divertiva, tra una sistematina e l’altra, a rileggere le sue riflessioni, per catalogarle, ma anche per gustarle e condividerle in altri ambiti.

lo riporto senza altri fronzoli… sono davvero auguri attualissimi!

Un arcobaleno – Benelux del 31 dicembre 1970

Avevamo cominciato a scrivere queste righe per farvi gli auguri di Capodanno, che il cielo, come fa spesso in questi giorni, era disperatamente tetro. A un tratto dal terrazzo del Ministero dell’Aeronautica, che occupa una parte della nostra finestra al giornale, abbiamo visto venir su l’arcobaleno. Tempo dieci secondi, il cielo s’è fatto d’un azzurro quasi estivo. Via il primo foglio, sotto un altro, ricominciamo da capo. Un arcobaleno è un segnale troppo prezioso per lasciare che si disperda con le nuvole che l’hanno portato. Acchiappiamolo per la coda, teniamolo stretto. Sarà uno scherzo ottico, ma prendiamolo per un buon augurio. Come ponte su cui far camminare le nostre speranze è un po’ fragile: prendiamolo allora come un invito a costruire ponti più robusti su cui possano marciare la giustizia e la pace.
Se auguriamo al mondo di uscire da questo periodo buio per imboccare una strada nuova, non ci aspettiamo la realizzazione del nostro augurio dall’arcobaleno.
Il 1971 sarà come noi lo faremo con le nostre mani, o come permetteremo ad altri di farlo, in nostra assenza, a nostro danno. Quando ogni uomo si sentirà responsabile di ciò che accade in ogni angolo della terra, non ci sarà bisogno di arcobaleni per cominciare a sperare.

di Gianni Rodari

Ho finito da poco La Mennulara

Ho finito da poco La Mennulara

Non sto leggendo spesso romanzi o libri con “narrazioni e racconti”, ma ogni tanto credo sia utile lasciarsi stupire dall’imprevisto. Non conoscevo nulla di Simonetta, forse mi intrigava questo cognome un po’ italiano e un po’ inglese, ma volutamente non mi sono occupato dell’autrice prima di leggere il libro. Avevo solo assaporato qua e là il gradimento da parte di persone molto diverse. Un buon punto di partenza.

Non credo nemmeno nell’utilità di una recensione quasi riassunto… preferisco quelle che cercano di stimolare la curiosità e l’approccio personale al testo.

Vivo in Sicilia da ormai un anno e mi piace l’idea di andare oltre le apparenze, gli stereotipi e il sentito dire. Mi sono messo a leggere questo libro e ne sono stato piacevolmente sorpreso. Sono abbastanza esigente e spesso mi ritrovo ad abbandonare testi che inizialmente mi sembravano interessanti (meno male che da anni uso solo le versioni digitali, con la carta non so se sarei in grado di superare un certo senso di colpa “l’hai comprato e adesso te lo leggi”), l’ultimo che ho lasciato perdere era un certo Stupidistan, troppo infarcito di luoghi comuni…

La Mennulara a grandi linee racconta una storia davvero insolita; una bracciante, poi governante, poi factotum di una famiglia di relativa ‘nobiltà’ o almeno di lunga tradizione siciliana. Una saga familiare come forse ne possono esistere tante in una terra dove le tradizioni sono spesso pietrificate nel tempo. La storia si svolge in quello che amo definire il secolo scorso, quindi quasi in contemporanea, per molti aspetti che vedo confermati qui in Sicilia.

Questa governante toglie il disturbo a inizio libro: muore dopo una rapida malattia, ma da quel momento comincia una presenza a dir poco ingombrante nella famiglia che ha servito per anni. Sembra aver pianificato tutto con puntiglio e precisione, dal testo del suo annuncio funebre alle pratiche di eredità da svolgere esattamente come da lei comunicato, attraverso messaggi e lettere che giungono puntualmente dopo aver osservato con scrupolo le indicazioni da lei fornite in precedenza. E guai a sgarrare….

La narrazione è curiosa e il ritmo incalzante, persino lo stile lievita con l’incedere delle pagine, smettendo alcune pesantezze e raggiungendo una maggior freschezza e attualità man mano che la storia volge al suo epilogo.

Certo, mi sembra molto poco realistico che la protagonista del romanzo, da semplice ragazzina del popolo riesca a raggiungere quasi in modo autodidatta competenze archeologico e velleità classiche da suscitare l’ammirazione di esperti e musei e nel contempo a nascondere queste capacità alle persone che continua ad accudire. Certe capacità lasciano tracce e segni inequivocabili in troppi ambiti della vita. Ma una storia è gradevole anche per queste pretese.

Sullo sfondo una Sicilia reale, che riscontro ancora oggi, nei campi delimitati da tanti muri in pietrame, nella rassegnata calma di tante persone, nella riluttanza a svecchiare certe mentalità e idee. Una bella immersione in quella sicilianità che conviene conoscere, non per tollerarla, ma per favorire qualche processo di svecchiamento.

Tra l’altro quest’ultima edizione è stata rivista recentemente dall’autrice e ampliata un po’; un libro non è mai concluso nel momento della prima consegna alle stampe, è gradevole che l’artista vi rimetta mano. Sarà che poi lei dorme poco (5 ore a notte le sembrano sufficienti) e se questi sono i risultati. ben vengano 🙂

(10 a 1 che anche questa ‘recensione’ su AMZN non me la passano 🙂

Una strana santa Lucia

Una strana santa Lucia

E’ solo il mio secondo appuntamento con il quartiere di s.Lucia, la Borgata, eppure in questi 2 anni penso di aver ormai visto tutte le sfaccettature possibili dei festeggiamenti di questa grande santa. Siamo passatti dalla baraonda alla …bara. Dalla grande confusione delle processioni, sfilate, fuochi d’artificio, folla in movimento al “pellegrinaggio virtuale e personale”, silenzio e pochissima gente.

Eppure era l’anno del ritorno, finalmente, del quadro di Caravaggio, il famoso seppellimento di s.Lucia; dopo tutte le vicissitudini, le questioni e la bagarre, tra il Mart, Sgarbi, la Curia…se non altro si è rialzata l’attenzione su questo capolavoro. Siracusa ha bisogno anche di queste ribalte per ricordarsi che non può rimanere una protagonista marginale su argomenti simili. E invece l’impressione è quella, al massimo, di un vivacchiamento.

Quando domenica mattina ho rivisto il quadro al suo posto, nell’abside parata a festa, mi sembrava semplicemente la cosa giusta e normale. Come se fosse sempre stato lì, tranquillamente, al suo posto. Certo però che se voglio ammirarla e contemplarla con più calma, mi conviene andare su qualche riproduzione online, perché non è certo un quadro che da lontano si possa godere molto. Ora che è tornato nella parrocchia (ops, nel santuario, Fra. Daniele me lo segnerebbe con la matita rossa) speriamo davvero che l’intero quartiere, questo “secondo centro storico” di Siracusa che è la Borgata possa risalire una certa china di trascuratezza, nemmeno tanto velata.

E forse sono proprio gli “stranieri” quelli che colgono meglio la vitalità e originalità di questi posti. Proprio in questi giorni la nostra amica Rosa, ormai tornata in Spagna, ha trovato il tempo di rimettere insieme i vari spezzoni realizzati nel corso della sua permanenza e ha preparato questo toccante video su santa Lucia…

Così i festeggiamenti viaggiano quest’anno a scartamento ridotto, senza tanto rumore e senza le adunate e gli assembramenti.

E’ un’occasione per recuperare certamente il senso migliore di queste tradizioni, ma a lungo andare è anche inevitabile che il protrarsi di questo limbo in cui la vita sembra rarefatta, renda più vuote le giornate.

Eppure qui a Siracusa non mancherebbero certo le occcasioni e i luoghi da centellinare con calma e con passione. Basta curiosare un po’ infilandosi di poco nelle strade laterali per scoprire vecchie latomie appena trasformate e nascoste (difficile immaginare un qualche riuso sociale, per il momento è importante che almeno non diventino discariche!). Lungo Via Terecati e nei pressi della Villa Reimann c’è solo l’imbarazzo della scelta.

E se poi si continua passeggiando in bici lungo il percorso del parco di Neapolis, anche solo sbirciando dalle inferriate, superato il monumento a Prometeo (che ho praticamente scoperto per caso, visto che si mimetizza perfettamente tra gli alberi…), ci si imbatte in monumenti vegetali davvero imponenti. Quel ficus che dal livello inferiore giunge a superare la strada sembra davvero un gigante incatenato e tenuto a malapena a bada. Scopro in seguito che ha persino un nome, Ficus delle Pagode, anche se per la gente è semplicemente l’albero secolare.

Per concludere, ormai siamo davvero vicini al Natale, nel nostro centro del CIAO l’albero e il presepe sono ormai pronti, tornando nella chiesa di s.Lucia riesco a cogliere il momento giusto in cui uno scorcio di sole illumina la stella. Non ci sarà folla, non ci saranno strepiti, ma il presepe è una presenza di speranza per tutti, anche questo così francescanamente naif (c’è persino un porcello tra gli animali, anche se i buoni ebrei mai avrebbero allevato un simile animale, licenza natalizi concessa 😉