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Autore: Giorgio Banaudi

Vedi Napoli e poi…non finisci mai

Vedi Napoli e poi…non finisci mai

Abbiamo dedicato quasi l’intera giornata di domenica a vagabondare per Napoli. A dire il vero un itinerario c’era, persino semplice e ben delineato, ma nelle strade di Napoli è sempre interessante lasciarsi trascinare un po’ dalla folla e un pizzico dalla follia.

Così partiamo dalla stazione metro di Scampia (Piscinola), ci tenevo a far vedere come a Napoli certe cose siano decisamente al di sopra della media, e non solo il traffico, il caos o altri dettagli. La metro è proprio una di queste cose belle da apprezzare. Per questo siamo scesi nella stazione forse più rinomata e interessante: Toledo.

Da qui, un pizzico di vasca in salita fino ad arrivare alla zona del Gesù nuovo con la sua facciata a grattugiera (ma che eleganza), poi la splendida S.Chiara (troppa coda al chiostro, peccato) e così ci siamo lentamente lasciati assorbire dalle strade del centro di Napoli, con il loro vociare, i tanti turisti ormai ritornati, i negozi e le pizzerie che si contendono le persone a suon di offerte e di inviti.

Rosa e Nina erano meravigliate per tutti questi peperoncini esposti un po’ ovunque. Poi si scopre un po’ il senso e il come di tanti aspetti della cultura pagana che, buttati fuori dalla porta sono lentamente rientrati per la finestra. Un bel simbolo fallico e portafortuna non si negava a nessuno, al tempo dei romani, il “buon gusto” e i nuovi standard culturali introdotti con il cristianesimo hanno cercato di edulcorare un po’ le cose. Ma il concetto rimane e “toccare ferro” o altro è un gesto fin troppo diffuso ancora oggi. Così Rosa ha cercato un po’ di “peperoncini” per i suoi fratelli 🙂 Nel mentre ci siamo lasciati ammaliare dai tanti personaggi del presepe di via degli Armeni; incredibile, appena iniziato agosto e già la fabbrica del presepe è all’opera, probabilmente non ha mai smesso!

Visto che avevamo del tempo abbiamo provato a vedere se era possibile visitare la Napoli sotterranea anche senza aver prenotato e… ce l’abbiamo fatta. La prima splendida impressione, dopo aver vagato ormai un paio di ore al caldo agostano, è stata proprio quella del fresco sollievo.

Poi siamo scesi, con la nostra esauriente guida, i tanti gradini verso il sottosuolo. Napoli è tutta un colabrodo di gallerie, scavi, cisterne, oltre 2 milioni di mcubi. E fa piacere ascoltare ancora una volta la leggenda del monaciello, i pozzari che si trasformano in ladruncoli dal basso…

Ma fa anche impressione ricordare l’epoca dei rifugi aerei e immaginare le migliaia di persone che si riversavano in questi cunicoli. Camminare per i piccoli passaggi, stretti all’inverosimile (ti toccava quasi passare sghembo per non incastrarsi), con la fioca luce di una quasi-candela a led suggeriva quasi l’idea di giocare a nascondino. E il buio là sotto era davvero buio. Che effetto vedere le cisterne piene d’acqua e le coltivazioni di piante e fiori senza necessità di acqua (le piante assorbono l’umidità dell’aria, più che sufficiente, basta aggiungere un po’ di luce).

Appena usciti fuori, avvolti da un caldo che nel frattempo è persino aumentato, cerchiamo un posto dove assaggiare la pizza verace. Ma in questi vicoli credo che non ce ne sia una che sfiguri. Passiamo davanti a Sorbillo e sentiamo la chiama dei numeri: avanti il 92, poi il 93. Una fila interminabile, se ci mettiamo in coda si finisce alle 15. Così ripieghiamo su una piccola pizzeria vicinissima, senza pretese. E ci va proprio bene.

Ma poi riprendiamo il cammino, il Mann ci aspetta alle 15. Prenotato da un mese siamo perfettamente in orario. Non so se sarà un luogo affascinante per Nina, ma sicuramente Rosa avrà modo di ritrovare qui tanti di quei rimandi visti all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Siamo proprio nel cuore della cultura classica. Ce ne andiamo liberamente per le diverse sale, ammirando e contemplando statue, sogni, immagini e desideri.

C’è anche una mostra temporanea, ci siamo dotati di calzari perché il pavimento è originale di ….2000 anni fa; proviene da alcune case di Pompei, Ercolano, Stabia, e camminare su questi splendidi mosaici ma sentirsi comunque a casa fa un effetto gradevolissimo. Sicuramente il parquet inlegno è una bella invenzione, ma questi pavimenti sono un sogno! Peccato per il caldo, eccessivo anche per le sale del museo.

E peccato anche per un paio di tesori che non sono visibili, la bellissima tazza Farnese (i locali sono troppo angusti e non permettono il distanziamento anti-covid) e la Venere Callipigia (chissà perché i miei alunni traducevano a spanne con un più prosaico “Venere dal bel culo“, anche se il concetto passa ugualmente….

Usciamo con calma e ci dirigiamo verso l’ultima tappa: la Cappella Sansevero. L’avevo vista l’ultima volta lo scorso anno, sempre con gli amici del gruppo di formazione di Lavalla200, ma ogni volta che ci si lascia catturare dalla incredibile bravura del Sammartino o del Queirolo, con il marmo che sembra pulsare e quasi fremere di vita, è un’emozione nuova. Aggiungi poi il fascino del suo ideatore, questo illuminista, massone, romantico, alchimista… il Sansevero insomma, la cornice è completa. Questa chiesa non passa davvero inosservata. E a Napoli basti pensare che le chiese sono più di 2000, incredibilmente più che a Roma, ma si sa, Roma è venuta un bel po’ dopo…

Concludiamo con un libro doppio malto nella libreria-pub di Portalba. Nina l’aveva subito adocchiata, non so se per i libri o per la birra e … non c’è stato verso. Cultura chiama! Questa volta riprendiamo la metro in piazza Dante, così Rosa potrà collezionare gli ultimi spezzoni video per completare la ripresa della giornata.

E non potevano certo mancare un po’ di foto di questo vagabondaggio sopra e sotto Napoli – ecco l’album

Il giardino che cerchiamo da sempre

Il giardino che cerchiamo da sempre

E’ qui, ad Amalfi. Parola di Quasimodo. Quello del Nobel per la poesia del 1959. Ero decisamente piccolo, ma è una bella data quella del ’59 😉 fidatevi!

Che strano arrivare di nuovo qui sulla costiera, dopo un lungo giro in macchina da Pompei, attorcigliati e stravolti dai tornanti del parco dei Lattari. C’ero stato un paio di altre volte, poche in verità. ma sempre suggestive. Perché Amalfi, una volta vista col cuore e con gli occhi, non si dimentica.

Mettici anche quel pizzico di suggestione storica che ci si porta dietro con le reminiscenze scolastiche delle repubbliche marinare, della bussola “inventata” da Flavio Gioia, un cognome così felice che sembra inventato, delle carte nautiche scopiazzate dagli arabi, di un piccolo borgo che rivaleggiava con Pisa, Genova, persino Venezia.

Oggi lo vedi e ti chiedi come sia stato possibile, dove gettavano l’ancora le navi, in quali cale potevano essere ospitate? E’ vero, oggi brulica di yacht e barche da vacanze, ma sembra comunque un piccolo porticciolo, non la sede per una potenza marinara.

Oggi la visitiamo senza pretese, dopo aver assaggiato il mare, quasi alla sua estremità di ponente. Acqua limpidissima, spiaggia accogliente e tranquilla. Bisogna stare entro i limiti dei galleggianti che separano la zona bagnanti da quella dei natanti, ma vale comunque la pena.

Poi insieme a Rosa e Nina ci avviamo verso il centro. Ho già capito che per le storie marinare, curiosità di bussole, mulini o antiche stamperie non ci sarà molto spazio, oggi. Si direbbe che dopo una sguazzatina siano già appagati i desideri principali…

Non riesco nemmeno a trascinarle in cima alla scalinata della cattedrale. Me la devo fare da solo. Tra l’altro trovo la chiesa persino aperta, nonostante la tarda ora del pomeriggio, ma è sabato.

Chiedo invece a chi si trova presso la biglietteria del chiostro del Paradiso come stanno andando le cose per quest’anno. “Male, praticamente è il primo giorno che apriamo” e siamo al 1 agosto, di gente in giro oggi se ne vede davvero tanta, ma se tutto il mese di luglio è rimasto chiuso, è facile immaginare le difficoltà di chi, in questo luogo, vive essenzialmente di turismo.

Un rapido giro per la chiesa ci sta. I suoi capitelli, le bifore traforate per scrutare i ripidi monti che difendono questo borgo delizioso… Per fortuna che almeno qualche viuzza dell’intricato labirinto cittadino l’avevamo già percorsa insieme, prima. E perdersi in questi corridoi bianchi, selciati puliti e nitidi, fa veramente piacere.

Mi ricordavo i mulini, la sala del Comune con le carte e i gonfaloni, i negozietti grondanti di souvenir e gadget. Quelli ci sono ancora.

Non avevo invece mai notato la lapide dettata da Alfonso Gatto, dedicata a Quasimodo e i versi che lui ha scritto su questo luogo. Ma adesso che vivo in Sicilia e che spesso ci si imbatte in ricordi d’autore, un po’ di attenzione in più è d’obbligo. Non leggo nemmeno le righe, avrò tempo dopo, forse adesso, per sentire come un poeta raffinato come Quasimodo sapeva apprezzare questi luoghi, che ha conosciuto tardi e che gli sono stati persino fatali.

QUI E’ IL GIARDINO
CHE CERCHIAMO SEMPRE E
INUTILMENTE DOPO I LUOGHI
PERFETTI DELL’INFANZIA.

UNA MEMORIA CHE AVVIENE
TANGIBILE SOPRA GLI
ABISSI DEL MARE, SOSPESA
SULLE FOGLIE DEGLI ARANCI
E DEI CEDRI SONTUOSI
NEGLI ORTI PENSILI
DEI CONVENTI.

Quasimodo, poeta del 20 sec.

Per il resto contempliamo la cattedrale, la scala, la gente, dal fondo del tavolino di un bar, Nina si dedica a farcire di cioccolato le patatine fritte (!), Rosa ad apprezzare il posto. Il tempo si fa minaccioso, brontolio di tuoni in lontananza, non piove ancora, ma quando poi ci dirigiamo verso Sorrento, sbagliando solennemente una strada (ma per il panorama questo e altro) quello che si vede oltre i finestrini basta e avanza per gustare il tramonto, pioggia battente compresa.

Ecco il video della nostra scorribanda in costiera, preparato da Rosa

E naturalmente qualche foto di Amalfi, vale la pena conservarla.

A spasso per Pompei

A spasso per Pompei

Dal 1 agosto al 4 ci siamo dedicati ad un po’ di relax. Con Nina e Rosa abbiamo preparato un itinerario a partire da Napoli, perché tra una cosa e l’altra, pur essendoci loro passate un po’ di sfuggita, troppi sogni e desideri erano rimasti in sospeso. E così abbiamo cercato di realizzarne almeno qualcuno.

Il primo della lista era la visita a Pompei. Sapendo quanto è vasto questo parco archeologico e quante sono le cose interessanti da vedere, ci siamo accontentati di una semplice “passeggiata” senza nessuna particolare meta. E sinceramente Pompei si apprezza benissimo anche così. La prenotazione della visita (obbligatoria per il covid) era già pronta da diverse settimane. Abbiamo anche avuto la fortuna di parcheggiare praticamente davanti all’ingresso dell’Anfiteatro. E così scopriamo subito che le indicazioni sui vari siti sono ancora piuttosto pasticciate. Su quello ufficiale si dice che c’è una sola entrata, su altri si continua a dire che è operativo anche l’altro ingresso di Porta Marina. Semplicemente ci dicono che per le prenotazioni si può accedere solo dall’Anfiteatro, ma chi arriva senza… procede come al solito. Nel frattempo Nina e Rosa scoprono che ogni negozio, ogni persona, anche quelli che sembrano “istituzionali”, in pratica cercano di venderti qualcosa, una mappa, una guida, un souvenir… marketing selvaggio.
Ma questa è Napoli, ragazze ….

Iniziamo il nostro giro proprio da questo enorme anfiteatro: 20mila posti a sedere, uno stadio niente male; immaginarlo tutto ricoperto da cenere e lapilli dopo la tremenda eruzione del 79 d.C. fa veramente impressione.

Poi ci immergiamo nell’intrico di strade ortogonali di questa grande città, “congelata” per sempre in quella data feroce. Pochi anni prima c’era stato un forte terremoto, nel 62 d.C. e molti palazzi erano lesionati e in fase di ristrutturazione. Pensavo alle tante ricostruzioni dei nostri giorni, dell’Aquila, di Amatrice, e ancora di Avellino (aver visto gli effetti del terremoto del 1981 dal vivo lascia certamente il segno….). Non stupisce che ancora oggi dopo decenni non sia ancora concluso il lavoro di ripristino, in logica coerenza con Pompei, che dopo quasi 20anni rivela ancora i lavori di ristrutturazione per quel terremoto.

Con Nina e Rosa giriamo tranquilli, entriamo nelle splendide case visitabili (molte sono chiuse), ammiriamo l’impluvium, le colonne, i locali affrescati, i mosaici del pavimento. C’è da restare ammirati nel vedere come 2000 anni fa il gusto per il bello, il senso della casa come bene personale e da esibire, siano rimasti quasi intatti. Pensiamo al nostro appartamento, alla cura nel riverniciarlo e sistemarlo. Gesti comuni da secoli.

Ci sono restrizioni nella visita, per evitare assembramenti, alcuni siti interessanti sono per forza chiusi, così non mi dilungo troppo nel mostrare il Lupanare (chiuso anche lui) o altre case 🙂 In pratica dall’Anfiteatro siamo andati a sinistra fino al Foro, lungo la classica e centralissima Via dell’Abbondanza, la “vasca” della Pompei antica.

Ci divertiamo a gironzolare nel grande spazio del Foro, con le sue colonne, le statue ricostruite, i templi. Difficile immaginare come poteva essere veramente. E il caldo si fa sentire, cerchiamo con attenzione di seguire le zone d’ombra, che per fortuna non mancano. Apprezziamo persino le fontanelle (poche ma sufficienti) che attirano numerosi turisti…

Nina, come al solito, viene immortalata nella sua posa preferita: il salto panoramico!

Poi ce ne andiamo tranquillamente a perderci nelle stradine, immergendoci in questo scenario magico e surreale. Verrebbe da immaginare che al prossimo incrocio, nella prossima taberna, si potrebbero incontrare senza difficoltà le persone di un tempo, sembra quasi di sentire il vociare dei cittadini antichi. Se solo non fosse per i tetti assenti, qualche cartello, qualche nastro segnaletico.

Cerco anche di andare verso la Villa dei Misteri, ma prima mi informo e scopro che è chiusa; mi rifaccio con la casa del Fauno, poi con le terme Stabiane, il piccolo teatro (piccolo: 5000 posti!), il suggestivo teatrino per le poesie e per le piccole recite….

Sulla strada del ritorno mi fermo a curiosare lungo gli stand della mostra Vanity, alloggiata nella Palestra grande, un’enorme chiostro ombreggiato e gradevole. Ammirare i piccoli oggetti, i preziosi, i resti del cibo e gli alimenti che utilizzavano gli antichi pompeiani (una bella zuppa di orzo, miglio, farro…) spinge a riflettere su quante cose in comune ancora possediamo con questa gente di 20 secoli fa.Un tuffo nella storia da cui si esce sicuramente più attenti e consapevoli.

Ecco il video realizzato da Rosa

Ed ecco l’album di foto di questo breve itinerario in Pompei

leggere su carta “Come un animale”

leggere su carta “Come un animale”

Sono ormai 8 anni, forse più, che ho saltato quasi definitivamente il fosso. Dalla carta allo schermo. Categorico e quasi implacabile. Non ho più comprato un libro di carta se non per regalarlo a qualcuno o per necessità di altro tipo. Con la scusa del Kindle ho iniziato a dedicare il tempo della lettura sempre più spesso allo schermo che alla carta. Pensavo persino di …leggere di meno. Mi sono poi ritrovato che per una scusa o l’altra, un’offerta del giorno speciale o l’altra (questo non lo leggo subito ma… non si sa mai, intanto prendiamolo), nel giro di un anno, a conti fatti, i libri acquistati o presi superavano di gran lunga il centinaio.

Certo non li leggevo tutti, ma lamia biblioteca si è rapidamente spostata prima su hard-disk, poi sul GDrive. E grazie a Calibre e al sacrosanto diritto di possedere almeno una copia dei libri che ho acquistato, anno dopo anno la biblioteca è cresciuta considerevolmente. Siamo ormai oltre al migliaio di testi in digitale.

Ma ogni tanto succede, non vale la pena essere apocalittici o digitali a senso unico. Questa volta galeotta fu la serata in piazza a s.Lucia. Per vivacizzare un po’ il quartiere alcune associazioni si erano date da fare per lanciare alcune iniziative. Mercoledì 22 c’era la presentazione del libro “Come un animale”, di Filippo Nicosia. Un perfetto sconosciuto, ma quando poi te lo ritrovi davanti, lo ascolti e ci parli il tenue confine dell’indifferenza inizia a slabbrarsi. E siccome le “ragazze del CIAO” 🙂 erano tra le organizzatrici non potevamo certo andarcene senza almeno prendere il libro.

Luisa, la promoter che aveva organizzato l’evento, voleva regalarcelo d’ufficio, ma ci sembrava bello come gruppo contribuire alla serata. Inutile dire che a chiedere la firma e la dedica sul libro sono andato io (a nome o forse come rappresentante … delle ragazze del CIAO, cosa ci tocca fare…).
La scusa, poi, era semplice, se non duplice: Nina è appassionata di libri italiani e Rosa ha appena superato l’esame di italiano del C1, quindi …lo abbiamo preso.

Poi, come vuole il destino, il libro è rimasto sulla pila dei libri di Nina e la sua stanza è sempre un bel luogo di passaggio. Così, giusto per non fargli prendere polvere, ho provato a dargli un’occhiata. Anche un po’ come sfida, ogni tanto dallo schermo alla carta è anche giusto passare.

A questo punto entrano in gioco le alchimie del caso. Inizio a leggere le prime pagine e rimango agganciato ad una parola, una località: Manziana. Un luogo che conosco da tempo (diciamo dal 1976?), dove ho fatto diverse attività, incontri, campi estivi, visite… E proprio l’anno scorso ho avuto la fortuna di tornare in quei luoghi che hanno del magico: Monterano, Oriolo, il bosco, la Caldara… ne avevo parlato in numerosi post, dal 10 agosto 19 in poi…

Alcuni dettagli del libro sono freschi e precisi, come di chi ci deve essere stato almeno per un po’ di tempo. A fine serata avevo parlato un po’ con Nicola, l’autore, ma non sapendo ancora nulla della location del libro, ho perso l’occasione per sondare questo aspetto. Quando in un libro si parla di luoghi significativi, che conosci bene e che hai vissuto, cambia immediatamente la prospettiva della lettura.

Non saprei dire se il libro mi abbia entusiasmato molto; ma l’ho finito in un paio di ore (qualcosa vorrà pur dire!) anche se ogni tanto mi sembrava di avere tra le mani una storia con tratti abbastanza inverosimili, una quasi redenzione di un uomo distrutto dal dolore per la scomparsa di moglie e figlio, che cerca nell’isolamento una sorta di attenuazione della sofferenza, ma che ne frattempo si aggroviglia in una relazione sentimentale con una vicina che sembra quasi contraddire questo dolore di fondo. Poi irrompe nel libro un giovane ragazzo, praticamente uno dei figli del boss della zona, che implora quasi il protagonista, un tempo docente di lettere, di aiutarlo a superare l’esame di riparazione, nonostante il padre, violento e manesco, non sia della stessa idea. Varie vicende, qualche colpo di scena, sullo sfondo di tanti elementi tipici della campagna di Manziana.

Che però viene evocata in maniera un po’ distratta, nebulosa, quasi incerta. Alcuni riferimenti, strade e incroci sono ben definiti; ma altri elementi invece sfuggono, a cominciare dalla Solfara (che è sicuramente la Caldara di Manziana), il bosco, la strada del Sasso (lungo la quale per un incidente hanno perso la vita moglie e figlio del protagonista, il “motivo” di fondo che anima il libro).

Ma i luoghi dei libri hanno altre misure e altre coordinate, ci direbbe il buon Umberto Eco, non si misurano col GPS ma col cuore. E anche questo è vero. Io mi sarei sicuramente arrogato il diritto di evocare tombe etrusche, reperti antichi, il lago di Bracciano, il sottobosco lussureggiante, le gallerie e gli ipogei… Manziana offre veramente un ventaglio incredibile di scenari e suggestioni. Ma forse il libro diventerebbe una guida turistica…

Tanti elementi della storia risultano evanescenti, sembrano affidati al sogno (come si mantiene questo protagonista? come vive? dove trova i soldi, come riesce a non gestire una casa come quella descritta, chi cucina?, non di solo birra si può vivere, come gli arriva la posta se non ha fornito indirizzo, non ha telefono e usa persino quello della cabina di Manziana (e non credo che ne esistano più nemmeno in Piazza Tittoni, ma dovrei chiedere al mio amico di Manziana, il pittore Gaetano…). D’altra parte ogni libro deve fare i conti con qualche licenza poetica…

Ma nell’insieme il testo è apprezzabile, il linguaggio è raffinato e il ritmo, scandito dai tanti brevi capitoli, raggrumati sotto l’incedere delle stagioni, si fa leggere con piacere. L’inventio di gesti, manie del protagonista (collezionare insetti in barattoli di vetro e poi sott’alcool), piccoli riti familiari (il Babbo Natale, le compere ai centri commerciali…) risultano plausibili e coerenti con l’intreccio della storia.

Che termina on the road, sulle note del brano Rocket Man di Elton John, e sembra quasi di percepirlo in sottofondo come colonna sonora. Non è un caso che Nicosia lavori concretamente per la televisione e sappia gestire molto bene i ritmi che essa impone.

Tra l’altro è il suo 2 romanzo, il primo con Giunti e questo con Mondadori, insomma, non un editore qualunque. Auguri, Filippo, e buona strada.

Risalendo il fiume Cassibile

Risalendo il fiume Cassibile

Avevamo preparato questa uscita già da parecchio tempo con degli amici appassionati di montagna e di lunghe passeggiate; ci avevano proposto di esplorare la splendida zona dei laghetti di Cassibile, e curiosando in rete avevamo già scoperto di cosa si trattava e allora eccoci pronti, io, Nina e Rosa per il nostro viaggio di esplorazione.

Certo, permaneva qualche pizzico di dubbio perché ci avevano detto di procurarci degli zaini impermeabili e che probabilmente avremmo dovuto fare qualcosa di molto simile a Indiana Jones nell’esplorazione dei canyons tropicali… ma che problema sarà mai, pensavamo noi!

Il nostro gruppetto era formato da una quindicina di persone tutti amici o amici degli amici e ci siamo ritrovati intorno a Pippo che già ci avevano presentato come una mitica guida di questi splendidi luoghi della Sicilia. Quello che non ci avevano detto era che il buon Pippo pochi giorni prima aveva provato inc oncreto questa uscita, verificando che il sentiero fosse fattibile per tutti. E questo a dispetto dei suoi agili 71 anni e di un bel bypass (un semplice “tagliando”, diceva lui) e comunque sembrava ancora il più arzillo e dinamico del gruppo.

Abbiamo cominciato la discesa nella zona Mastra Ronna (chissà perché Mastra al femminile…) cominciando ad apprezzare dal cornicione nord la panoramica spettacolare della Vallata del Cassibile che si stava aprendo davanti ai nostri occhi; un vero e proprio canyon vasto e largo, luogo frequentato dai nostri antenati fin dalle epoche preistoriche.

La prima tappa è stata quella di soffermarci a dare un’occhiata alla splendida grotta del Brigante (con Nina e Rosa stiamo già pensando che probabilmente potrebbe essere una delle nostre prossime mete), un covo spettacolare e suggestivo (se non ci credete gustatevi questo video del Brigante Boncoraggio che in questo nido d’aquila ha vissuto parecchi anni tenendo in scacco l’esercito piemontese conquistatore), e poi abbiamo continuato la discesa, ripida ma tranquilla e ben segnalata, superato lo spiazzo erboso che a volte ospita l’elicottero di soccorso, poco lontano dall’antica casa del pastore, e finalmente si giunge ai laghetti.

Qui naturalmente in bagno non ce lo toglieva nessuno, eravamo arrivati molto presto (ti credo, l’appuntamento per la partenza da Siracusa era per le 7, ma sicilianamente “trattabili”) e non c’era ancora nessuno, anche perché l’ingresso più facile si trova dalla parte opposta, nella zona sud perché si arriva più comodamente in macchina fino alla zona attrezzata e servita da bar .

Noi alle 9 eravamo già lì a sguazzare nella freschissima acqua dei laghetti e a farci le Jacuzzi fornite dalle numerose cascatelle di questi luoghi spettacolari e pulitissimi.

Poi è cominciata la parte interessante perché invece di riprendere con la salita normale, abbiamo cominciato ad affrontare direttamente il fiume, che non è gigantesco, più torrente che altro, ma in alcuni tratti non è certo da trascurare.

Cominciamo a scendere nell’acqua, quasi tutti con le normali scarpe, per ripercorrere tutto il percorso del fiume (tranquilli, il percorso non è molto viscido, la natura delle pietre calcaree e del’acqua aiuta anche in questo); in breve l’acqua ti arriva alle ginocchia, poi alla vita poi sempre più su fino quasi a sommergerti e devi proseguire a nuoto per diversi tratti. Qui si è vista la capacità e l’ingegno di chi non si era equipaggiato con i famosi zaini “impermeabili” e ha fatto di tutto per salvare il salvabile, con sacchetti di plastica o portandoli in testa, tipo sherpa tibetani, cercando di passare nei luoghi meno profondi, aggrappandosi alle liane (pardon, fichi e altre piante locali), per fortuna che ad ogni tratto guadagnato lo spettacolo ripagava le fatiche, le scivolate e le piccole contusioni (a volte veri e propri tonfi nell’acqua). Il buon Pippo naturalmente ci precedeva e ogni tanto (anzi, ogni spesso) ci immortalava con la scusa di preparare il suo prossimo scoop sul National Geographic.

In questo modo abbiamo risalito un bel tratto del fiume giungendo fino alla nostra successiva tappa, un altro laghetto verde smeraldo e raggiungibile anche dalle zone superiori oltre che dal corso del fiume, anche se non sembrano essere molte le persone appassionate di torrentismo da queste parti.

Qui finalmente ci si ferma per davvero, sotto un sole che riscalda e che ci asciuga deliziosamente, per consumare il nostro pranzo, controllando quanto dei nostri panini si fosse salvato dalle molteplici immersioni nell’acqua. Ma poco dopo Pippo ci riporta con i piedi in acqua per andare a a vedere gli splendidi laghetti di Venere famosi, dice lui, per le loro virtù taumaturgiche tipo la ricrescita dei capelli per i calvi e il recupero delle forme femminili ecc. ecc.

Peccato che nessuno avesse voglia di provarci, perché è vero che non avremmo più rimesso i piedi in acqua, ma il tempo si stava preparando per un’altra sorpresa, infatti cominciando la risalita ecco un bel acquazzone estivo (da quanto tempo non camminavo con lo zaino sotto l’acqua?), pochi minuti e la pioggia ci avvolge fornendo un’ottima distrazione per sentire meno la fatica di quella risalita tra sassi scivolosi, erba tagliente, rami che grondano docce appena li afferri…. e altre piacevoli amenità.

Ma ormai ci siamo, giungiamo al Pianoro dell’ingresso nord, attraversiamo le pecore e le capre sparse vicine alla masseria e ci godiamo ancora un po’ di questa vita selvaggia.

Sono ormai le 16 quando riprendiamo la strada del ritorno, umidi, accaldati, stanchi ma veramente soddisfatti e pieni di immagini incredibili. A questo punto blocco la registrazione del percorso (fatta con Komoot) per avere un po’ di elementi utili per una prossima volta. Il tempo di marcia sicuramente è un po’ ballerino, visto che il nostro percorso è iniziato verso le 8 del mattino e a parte qualche sosta panoramica e il pranzo, non ci sono stati momenti di effettivo stop. Pippo parlava di 6 ore di marcia. mi sa che ci sono state tutte!

Ovviamente l’album con le foto di Cavagrande del Cassibile è visibile qui, anche se durante la parte migliore, spesso immersi sott’acqua, possiamo contare solo sulle foto di Pippo (quando arriveranno)