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Autore: Giorgio Banaudi

Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

Anche se l’abito non fa il monaco…

Anche se l’abito non fa il monaco…

Non basta l’abito a fare il monaco, vecchia massima che probabilmente riusciamo a cogliere ormai in pochi. Basterebbe la scena finale del film “Buen Camino”, con il disvelamento (!) della pellegrina Alma, alla quale Checco vorrebbe regalare un mazzo di fiori per dichiararle il suo amore (folle, ovviamente, perchê di amori “normali” ormai nessuno si accontenta piú…). Quando la vede vestita da suora, spera in un revival di qualche carnevale iberico, ma niente da fare, le chiede solo se il “suo” uomo sia proprio quel Gesù così discretamente citato lungo tutto il film. “Io so accontentarmi”, le risponde un po’ sorniona una suora umanamente simpatica (e non ce ne sono solo in Spagna).

Vivendo qui a Melilla si stempera un po’ il fatto che un vestito sia poco più che una patina superficiale, una cosa qualsiasi, di poco conto. Qui conta eccome. Te ne accorgi quando al supermercato o lungo il marciapiede incontri qualche donna col niqab, quando vedi giovani aitanti e con le chiome al vento girare con la chilawa in monopattino, anziani con lungo camicione attendere l’autobus o bere un the moruno con gli amici.Qui è sicuramente un elemento distintivo.

Ci pensavo quando ho notato queste due foto, pubblicate a breve distanza di tempo su FB, la prima ritrae un gruppo di fratelli maristi degli Stati Uniti, probabilmente alla fine di un ritiro o di un incontro di pochi giorni fa.

Ugualmente alla fine di un incontro si sono ritrovati questi altri fratelli maristi del Brasile; a prima vista sembrano 2 mondi lontanissimi, uno molto classico e formale, quasi tutti i fratelli con la tonaca e il rabat (quel retangolo bianco sotto il collo) mentre nella seconda immagine il tono è decisamente più rilassato, quasi tutti con i pantaloni corti, infradito e magliette variopinte. E siccome sto parlando della mia famiglia, è un po’ come sfogliare un album di persone care… con le quali mi potrei tranquillamente trovare a condividere il prossimo anno la mia vita di comunità.

Di entrambi i gruppi mi piace sottolineare l’allegria e i volti sorridenti, il tono semplice e l’atteggiamento cordiale; a cercare ancora non sarebbe difficile trovare i fratelli maristi della Nigeria, con le loro belle tonache immacolate (il bianco, si sa, risalta meglio…). E forse sbirciando le foto del Vietnam o di altre zone dell’Asia non sarebbe difficile ampliare il ventaglio di possibilitá. Sicuramente il clima non è un elemento da poco; un conto saranno i 20 gradi scarsi degli usa con i pesanti 30-35 del Brasile (per sorvolare sul tasso di umidità). Dato che la nostra famiglia vive in quasi 80 paesi del mondo, la varietà è la norma.

A questo punto la comunitá marista della casa Generalizia, con alcuni dei consiglieri generali (riconosco Juan Carlos, il vicario Hipolito, il postulatore Guillermo…) sembra un filino più sobria, anche se lo stile casual prevale.

Ricordo i tempi del dopo Concilio, quando il clima di novità e di sperimentazione erano abbastanza diffusi e normali; nella nostra formazione il peso dell’abito è stato, tutto sommato, molto marginale. Ai primi tempi del mio insegnamento presso il San Leone (diciamo pure le prime settimane), anch’io ho utilizzato la tonaca, come tutti, poi, tra campi sportivi, educazione fisica e altre attività, senza quasi farci caso, la tonaca è rimasta prima in disparte, poi ripiegata e lasciata nell’armadio e quindi… relegata in qualche sacrestia, E questo sia per noi che eravamo i giovani ventenni come per gli altri fratelli che avevano dai 30 anni in su…

Ricordo un periodo, primi anni ’80, in cui sembrava che il richiamo ufficiale ad una sorta di restaurazione e di maggior utilizzo dell’abito religioso sembrava sortire un qualche effetto. Il nostro docente alla Gregoriana, che all’ultima lezione era venuto vestito con la divisa da scout (doveva partire subito dopo con il branco) la settimana seguente si è presentato con un clergyman immacolato. Ma dopo poche settimane il richiamo alla maggior serietà si era praticamente diluito, come spesso accade, soprattutto a Roma, per qualsiasi indicazione normativa; riecco quindi apparire maglioni, felpe, giacconi e via dicendo.

Qui a Melilla le suore del Monte mi confermano che d’estate, quando vengono le giovani suore a dare una mano per le attività, le donne musulmane confidano alle anziane: “Voi che avete il velo siete un po’ come noi, per questo andiamo d’accordo, le giovani, che non lo portano, invece… si vede che sono giovani”.

E anche parlando con le nostre giovani alunne musulmane, tutte rigorosamente con il velo, anche se appena quindicenni, il tenore degli interventi è lo stesso e quando si riferiscono a quelle che il velo non lo portano, è evidente una certa critica e un po’ di disappunto… anche perchê la città è piccola e la maggioranza musulmana è molto omogenea.

Oggi riusciamo con più serenità a cogliere il valore della diversità e non perdiamo tempo in inutili crociate per ricercare una uniformità che serve a ben poco; non so se in questo caso l’essenziale sia invisibile agli occhi, ma l’importante, di sicuro, risiede altrove.

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

la cattedrale di Victoria Gasteiz

3 anni fa mi ero imbattutto nel libro di Ken Follet “I pilastri della terra” e per una serie di coincidenze casuali mi ero lanciato nell’impresa della lettura (il classico “mattone”, circa 1300 pagine); un po’ la curiosità, un po’ l’intrigo dell’ambientazione medevale, un po’ la visita alla cattedrale di Victoria Gasteiz, ispiratrice di tanti dettagli. Insomma, affare fatto.

Poi una doverosa pausa, prima di scoprire che quello era solo l’incipit di una serie (fortunata, per l’autore), che si dipana nel corso della storia. Così`, per riprendere un po’ il clima del discorso, mi sono cimentato anche con il seguito: “Mondo senza fine”, altre 1367 pagine e altri 50 anni di storie e storia, l’età grosso modo necessaria per seguire una intera generazione.

La mia “segretaria” (Gemini in questo caso), riporta che esistono alcune serie televisive che ricostruiscono questa narrazione, la prima diretta nientemeno che da un certo Ridley Scott… e tutto l’impianto si presta piuttosto bene ad una trasposizione televisiva, più che a quella filmica. Esiste persino un videogame piuttosto fedele a tutto l’impianto originale della saga di Kingsbridge…

Ma tornando al libro, dopo aver concluso la lettura, coltivo ancora gli stessi dubbi del primo volume. Si nota spesso che i personaggi di questo medioevo sono trasposizioni abbastanza evidenti di stili e atteggiamenti della nostra epoca, più che realistiche ricostruzioni del tempo. La “profondità” dei caratteri mi sembra a volte decisamente superficiale: sembra di leggere cronaca dei nostri giorni, con voltafaccia abbastanza rapidi e a volte incoerenti, descrizione di personaggi al limite della macchietta e dello stereotipo, incoerenze diffuse e scarso approfondimento.

La storia ruota sempre intorno alle fortune di questa città, i protagonisti sono praticamente la giovane Caris (giovane almeno all’inizio) e il suo costante amico, fidanzato, amante, sposo Merthin. Molti personaggi attraversano tutto lo spettro delle possibili varianti possibili, dalla illibata giovinezza ai soprusi più violenti, passando poi per fasi monacali, avventure galanti, tranquilla vita matrimoniale e finalmente la pace dei sensi. Sembra quasi un campionario dei sentimenti dove i personaggi rivestono più il ruolo di figurine di un catalogo che reali traiettorie umane. Ma il marketing, ovviamente, ha il suo ruolo.

Gli stereotipi sono ancora una volta dominanti: una religione dove dominano gli aspetti di facciata, una diffusa ipocrisia che dichiare incompatibili alcuni stili o modi di comportarsi e poi, dietro le porte o le mura del convento, avviene un po’ di tutto; una società che si muove secondo regole imposte dall’alto ma che non vede l’ora di sgattaiolare per concedersi alternative e scappatelle.

Anche le numerose storie d’amore contenute nell’opera sembrano rispondere ad esigenze di copione, più che di verosimiglianza. Così le infedeltà, i tradimenti, le scappatelle, sono un po’ disseminate con abbondante frequenza. E non c’`traccia di approfondimenti; se le due suore si concedono esperienze lesbiche, il tutto sembra avvenire in modo tranquillo e senza nemmeno sensi di colpa, se il vescovo e il suo assistente vengono colti in flagrante in atteggiamenti omosessuali, tutto si risolve poi senza particolari problemi, ogni cosa sembra un puntello per dare spazio a possibili rivalse, ricatti e compromessi. Si fatica a trovare personaggi “nobili” o che riescano a superare questi limiti. E forse è proprio questo il limite del libro.

Che detto senza enfasi, si legge bene, è ben sorretto dalla storia del tempo, dai vari eventi guerreschi (l’invasione della Normandia da parte degli Inglesi), riprende la storia della Peste e la inserisce in modo molto plastico ed efficace nel dipanarsi degli eventi (siamo proprio intorno al 1348); il nostro protagonista è persino vittima della peste a Firenze, dove si era rifugiato e troverà in un certo senso fortuna, prima di rientrare nel natio borgo medievale. La parabola del villaggio nato intorno al priorato che poi si emancipa e ottiene lo status autonomo è un buon modo di sottolineare il passaggio dalla balia spirituale del convento alla fase adolescenziale del giovane indipendente.

Le novità architettonice e tecniche iniziano a segnare e modificare il corso degli eventi; di pari passo anche le conoscenze mediche affrontano il conflitto tra la forza della tradizione (i monaci medici che tentano di imporre i metodi tradizionali, spesso superati) e le novità dettate dall’esperienza, spesso ad opera di guaritori e guaritrici; non poteva mancare poi il tema della stregoneria, declinato in modo relativamente sbrigativo…

La protagonista del romanzo, Caris, che viene ridotta in convento proprio per l’accusa di stregoneria e che da questo interno prepara una sorta di riscatto, mettendo in piedi un nuovo ospedale con regole e pratiche innovative (sembra di assistere ad un covid ante-litteram, con le mascherine da utilizzare sul volto, come rimedio efficace per limitare la diffusione della peste) risulta ancora una volta poco credibile nelle sue riflessioni e modi di fare. Ma il tutto, alla fine, risulta funzionale ad una storia che si dipana tra decine di personaggi minori, eventi ben congegnati e numerosi colpi di scena ben situati.

Nuovamente Estremadura

Nuovamente Estremadura

Diciamo che quest’anno lo sfizio di conoscere un po’ l’Estremadura me lo sono tolto per davvero. Dopo quasi una settimana di esplorazione insieme alla mia comunitá di Melilla, ho avuto l’opportunitá, dopo la settimana santa vissuta a Fuentheridos, di ripetere quasi il viaggio, ma con alcune interessanti variazioni, insieme ad un bel gruppo di fratelli maristi spagnoli (con 3 aggiunte italiane, Franco, Massimo e Antonio…).

Così sono tornato “sul luogo del delitto”, con lo sguardo un po’ più attento e saputello del principiante; sicuramente rivedere alcune parti, alcuni scorci, aiuta a selezionare l’importante e ricordare meglio le cose speciali. Un bel vantaggio.

Abbiamo iniziato il nostro itinerario il martedì 7 aprile, incontrandoci a Sevilla, poi ci siamo diretti verso Merida che sarebbe stato il nostro centro strategico. Ovviamente lungo la strada primo impatto gastronomico “intenso” con la cucina estremeña, dove il prosciutto iberico la fa da padrona, insieme a tante altre cose, nessuna delle quali particolarmente dietetica…!

Eravamo alloggiati proprio nel centro di Merida, in Piazza di Spagna e per un paio di giorni abbiamo approfittato delle sapienti spiegazioni della nostra guida, Pilar; peccato solo per la pioggia iniziale, che ci ha un po’ condizionato, ma … fa parte del gioco.

Il secondo giorno siamo partiti alla volta del Monastero di Guadalupe, raggiunto sotto l’acqua e in mezzo ad un panorama insolitamente verde e fresco; nei giorni seguenti ci siamo diretti verso Caceres, poi Trujillo; un’altra mezza giornata, finalmente baciata dal sole, l’abbiamo dedicata al cuore romano di Merida, con tempo libero per sbirciare qualcosa nel museo o nelle viuzze cittadine; infine anche Badajoz, che pur non avendo grandi tesori da offrire, è sicuramente un centro interessante. Qui abbiamo incontrato e condiviso momenti speciali anche con la comunitá marista che anima la grande scuola.

Oltre ai luoghi, le visite e il “turismo” tout-court, sono stati giorni di incontro e di fraternitá molto sentita…

Logicamente ho selezionato un altro po’ di foto di questo nuovo viaggio in Estremadura – 7 al 10 aprile 2026

A passi lenti

A passi lenti

Rubo quasi il titolo ad un amico lontano; quando ero ancora dalle parti di Cesano spesso veniva un giovane, collaboratore dei giornali della zona, per scrivere alcune notizie sulla nostra scuola; era un appassionato di mantagna e di luoghi solitari, un elemento in comune… dopo qualche anno lo ritrovo sui social, con il suo Apassolento, itinerari a piedi sui monti del lecchese e della Brianza: ottima idea.

In questo venerdì mi sono ritagliato una passeggiata lunga, quasi 18 km, in questo panorama splendido del cuore di Huelva. Tutto intorno alla casa dove siamo, Villa Onuba, si stendono colline, pinete, sugherete, eucaliputs, allevami all’aperto di patas negros (i famosi maiali che danno origine al prelibato jamon iberico, siamo a 2 passi da Jabugo).

Siamo ormai in piena primavera: i fiori tardivi ancora turgidi e freschi, le api in incessanti via vai nel bosco, i pollini che si lasciano trasportare dalle folate leggere… vale la pena camminare, ascoltare, traguardare i panorami, sentire le gambe faticare sulla salita.

(in preparazione) Un video-riassunto con una selezione di immagini

Qui tutto l’itinerario (tramite Koomot), con i suoi dati, mappe e dettagli

E per rilassare gli occhi, una panoramica di foto.