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Autore: Giorgio Banaudi

a proposito di riviste digitali…

a proposito di riviste digitali…

-> ci sono novitá – post aggiornato al 7 luglio (lo trovi in fondo)

Ormai sono 14 anni (quasi 3 lustri, suona molto vintage) che ho effettuato lo switch-off, dalla carta al digitale; prima con i libri e poi, appena possibile con le riviste e i giornali. Inzialmente con il Kindle in bianco e nero (dovrei ancora averlo da qualche parte, adesso che è stato ormai abbandonato, potrebbe essere utile come pezzo da museo).

E i vantaggi sono innegabili; non che la carta abbia perso il suo fascino, anzi, ma un libro, una rivista, per me sono essenzialmente un mezzo di trasmissione di conoscenze. Soprattutto le riviste, ora che mi trovo anche fuori zona Italia e non posso piú affidarmi al rito dell’edicola. Qui a Melilla ce ne sono ancora, ma vedo che vendono più caramelle e bibite che altro…

Dopo i fasti della mitica rivista MC-microcomputer che ho iniziato a conoscere a Roma nei primi anni ’80, senza nemmeno sapere che il direttore della rivista veniva tutte le domeniche nella scuola dove io insegnavo, il SLM, ed era anche amico di don Carlo M. (pensa tu, insieme abbiamo partecipato a uno di quei primi corsi ruspanti per usare il … C-64!) di acqua ne è passata sopra e sotto i ponti. Intanto gli interessi crescevano, didattica, internet, nuove frontiere delle TIC… Dalla semplice lettura siamo così passati alle collaborazioni (ho scritto un paio di pezzi anche per MC, quando bazzicavo il centro delle Tecnologie Didattiche di Genova), con varie riviste. Insomma, le conosco un po’ da fuori e da dentro.

Poi MC inspiegabilmente è svanita (ma in rete non è difficile trovare ancora oggi persone che ne sostenevano l’ossatura, come AdP, con il suo sito: https://www.adpware.it/) e per non perdere troppo tempo a navigare, ricercare, ecc. ho puntato su un’altra rivista, che mi sembrava per lo meno autorevole, completa, ricca, staccandosi un po’ dal panorama o esclusivamente giocoso o troppo tecnico. Si trattava di PC Professionale; per anni mi sono abbonato alla versione cartacea, poi a quella duplice, carta e web, adesso ovviamente solo tramite web e app. Interessante poi il fatto che ogni anno era possibile scaricare l’intera annata e conservarla in PDF. In questo panorama certe informazioni sono preziose.

Peccato che da un paio di mesi le cose sembrano essere molto “rallentate”. La versione digitale appariva sull’APP con molti giorni di ritardo (posso capire il timore di mandare in giro un PDF con il numero nuovo ancora in edicola, ma altre riviste “serie” lo fanno senza problemi, come le Scienze…). PC Professionale utilizza una sua APP e il testo rimane quindi vincolato al device, niente PDF, per intenderci. Si possono esportare articoli e pagine (un po’ macchinoso, a dire il vero) ma niente piú.

L’App di solito si apre con l’edicola e gli ultimi numeri, per questo che difficilmente si notava un avviso speciale presente nel menu iniziale ormai da alcuni mesi, insieme all’Account, l’Archivio e i Credits, compariva una
COMUNIC
AZIONE
IMPORTANTE (spero che l’a-capo sia voluto)

che chiedeva pazienza (il numero di aprile in effetti è saltato, immagino che l’abbonamento verrà prorogato in automatico…) perchè erano in corso profondi cambiamenti.

Il n. di maggio è arrivato… dopo il 20/5/26, con un cambio nemmeno troppo vistoso nel titolo, la semplice aggiunta del dittongo IA (oggi un po’ di IA si aggiunge a tutto, senza quasi notarla), cambio del direttore responsabile e di quello editoriale. Non solo, nello staff dei collaboratori non figura nemmeno uno dei precedenti giornalisti che da anni elaboravano la rivista. Tabula rasa, più che ristrutturazione. Ma logicamente contano i risultati e da un solo numero non è facile valutare le cose. Vedremo piú in là.

Speriamo che il n. di giugno non ci metta troppo a giungere… a tutt’oggi (come si vede dal timing in alto a sinistra) non resta che aspettare.

O magari potrei chiedere, con un prompt ben congegnato da inviare a qualche bot-IA di “prepararmi una rassegna di notizie su hardware e software, notizie sulla sicurezza informatica, recensioni di libri interessanti sul tema…” e vedere cosa succede. Anzi, siccome la tentazione è fin troppo semplice, ecco il risultato in pdf di questa query realizzata in meno di 5 minuti, con l’aggiunta di un paio di mie foto. Tra quanto potró rinunciare ad una rivista “generica” e avvalermi del lavoro agentico di qualche IA?

8 luglio 2026 – E andiamo avanti coi ritardi. Purtroppo a tutt’oggi non è cambiato nulla. La rivista non si vede ancora (in edicola, stando qui a Melilla, mi risulta difficile controllare 😉 e ho persino segnalato il problema all’ufficio abbonamenti, che ha persino risposto (in data 25 giugno):

Sorge quasi il timore che stia capitando qualcosa di simile a ció che successe alla rivista MC, che “sparì” dal mercato con il numero di settembre del 2001 (il numero non venne mai pubblicato ma … era quasi pronto e impaginato). Leggendo con calma l’ultimo numero disponibile, quello di maggio 2026, con una redazione completamente diversa dalla precedente, una sorta di antipasto con brevi assaggi delle nuove rubriche e la conferma di quelle storiche, dando credito all’enfasi della comunicazione e dell’editoriale, che preannunciano impegni e novitá e quantaltro… Non avendo altre armi che la pazienza, rassegnati si attende.

In tutto ció ho recuperato un po’ i contatti con il paladino dello storico MC, Andrea di Prisco, che continua imperterrito nella sua missione di divulgatore (dichiarandosi al contempo discendente di nonna Wiki e di zio Google, o parentele affini…) e continua a sfornare interessanti notizie, riflessioni e considerazioni sulle pagine del suo personalissimo sito ttps://www.digitanto.it

Sono persino riuscito a rintracciare l’indice dei miei articoli pubblicati su MC, ero ancora convinto che fossero solo 2, mi sono meravigliato che, invece, corrispondano ai goal di Argentina-Egitto di ieri sera, ben 3 interventi, tutti legati al mondo della tecnologia e informatica applicati al settore della disabilitá (chissá se questo termine è ancora utilizzabile…); vediamo se con calma riesco anche a recuperarne il testo, visto che tra i secoli che passano, i traslochi che contribuiscono a disperdere i floppy (sic! esistevano ancora), i primi HD per le copie di sicurezza… uno fatica a mettere ordine.

Sabato colorato

Sabato colorato

Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Devo segnarmela questa e per la prossima volta… invertire l’ordine di questi fattori. In pratica, prima la festa e poi il mare, non come questa volta. Ma andiamo con ordine…

Siamo di nuovo con i nostri amici hindu., qui a Melilla, perchè questa era proprio la loro settimana.

Da calendario si doveva festeggiare poco prima della nostra Pasqua, che peró coincideva anche con la fine del Ramadan, ed essendo questa una festa abbastanza allegra, tra balli, canti e laboratori di percussione… (Bollywood docet) I nostri amici hanno pensato di spostarla ad altra data, per non infastidire.

Solo che il cambio di data coincideva anche con la festa del Borrego, quel Eid al-Adha che vede molti residenti di Melilla spostarsi nella vicina Nador, in Marrocco, per festeggiare il grande evento con le famiglie al completo. In pratica, questa settimana Melilla era davvero piú calma e tranquilla del solito, quasi spopolata, visto che in molti mancavano all’appello. Insomma, cose che qui a Melilla sono normali, un rispetto non solo formale delle diverse tradizioni, un modus vivendi che ha molto da insegnare ad altri contesti.

E stendiamo un velo pietoso sui tempi di attesa alla frontiera che i tanti amici musulmani di Melilla hanno dovuto sopportare per passare dall’altra parte: quest’anno alla nostra cuoca è andata meglio, solo 7 ore di attesa! E’ toccato a sua cugina, meno fortunata, aspettare per ben 14 ore!!!

Ma la festa dei colori si è tenuta lo stesso. Proprio questo sabato. E dopo averla comunicata anche ai nostri ragazzi del progetto Horizonte Joven, volevo almeno vedere se incontravo qualcuno di loro, anche se dubitavo di scoprirne qualcuno. E in effetti è stata proprio così.

Prima ho controllato la temperatura dell’acqua marina (insomma, primo bagno di stagione, temperatura deliziosa, anche se qui non si puó certo parlare di acque cristalline) e poi, tornando a casa, una piccola deviazione verso la piazza multifunzionale per vedere come andava la festa. Il volume a palla si udiva giá da lontano e si notavano per terra ampie chiazze di colore, qualcuno dei passanti era già uno spettacolo multicolore che faceva ben presagire. E una volta sistemata la bici (colore più o meno non la peggiora di tanto) ho cominciato a guardarmi intorno.

Guardare è già un termine pretenzioso, visto che tutti facevano a gara per rovesciarti i pacchetti di polvere colorata appena abbassavi la guardia. Uno spettacolo, davvero. E le foto si sprecano, anche se uno cerca almeno di fare attenzione per non riempirsi il telefono di colori sgargianti.

E finalmente ho rintracciato qualche volto noto, o meglio, sono loro che mi hanno scoperto e cominciato a cospargere di porpora, rosso, verde, fucsia e … chi più ne ha pi`ne metta… E dai risultati si vede che ne hanno davvero messo tanto, di colore! Meno male che la nostra amica Anju continuava a dirci che tanto questa festa, chiamata Holi è una festa che ricorda il trionfo del bene sul male (Il mito di Holika e Prahlad), insomma, più partecipi e più ti purifichi! Pensavo proprio a questo al rientro, quando cercavo di togliere la polvere dal telefono, lo zaino, i sandali… 😉 mi devo essere purificato un sacco, questa volta!

Intanto sul palco dove si svolgeva l’evento, il clima era a dir poco effervescente, con nuvole di colore ovunque, gente variopinta, famiglie che si concedevano selfie selvaggi, bambini dallo sguardo enigmatico… Fino a quando mi ferma una chiedendomi “ma non mi riconosci?” e decisamente la risposta era un no chiaro, ma poi, si leva gli occhiali, sorride e… come non si fa a riconoscere una delle tue alunne più serie ed attente? Insomma, le fedelissime del progetto Alfa erano presenti. Per quest’anno può bastare.

E come già 2 anni fa, ecco anche questa volta un coloratissimo album fotografico dell’Holi Fest 2026 di Melilla

Insomma, l’inverno è finito…

Insomma, l’inverno è finito…

Appena terminato “L’inverno della levatrice”, di Ariel Lawhon.

Tra l’altro, senza rincorrere download di nicchia o torrent poco regolari, ho verificato che la funzione di “prendere in prestito” che viene offerta da MLOL (che ha appena rinnovato il suo sito) è decisamente facile e pratica. Da utente registrato (e per farlo è sufficicente rivolgersi alla propria biblioteca di residenza) si consulta il catalogo e si verifica il prestito. Per i titoli “caldi” e piú gettonati è normale che ci si ritrovi in coda (e il fatto che ti avvisino via mail di quando è disponibile non sempre è l’ideale, visto che si dispone di solo 24 ore di tempo per scaricare il testo); ma in questo caso il testo era immediatamente disponibile. Devi solo scaricare l’APP di lettura sul tuo device e il gioco è fatto.

Son quasi convinto che questo libro piacerebbe a Lida e a Rosa, amiche da tempo e lettrici esigenti. Riscatta la storia di una donna, Martha, dalla rapida curva della memoria perduta, in un contesto storico e geografico abbastanza lontano dalla nostra europa, ma per molti aspetti vicino e contiguo: la nascente nazione degli Usa, appena nata dalle rivolte contro la “madrepatria”. Ci troviamo nel Maine, in una panorama pittoresco e quasi selvaggio, davvero rude, qui l’inverno dura da novembre a marzo, il fiume gelato condiziona la vita dei piccoli paesi che sono sorti lungo i suoi bordi per sfruttarlo come strada facile per i trasporti del legname.

Sarebbe una ambientazione western, ma in tutto il romanzo nessuno sfodera pistole e non si vedono duelli o rodei. La semplice vita dei boscaioli, dei primi commercianti, degli abitanti di un villaggio che lentamente si trasforma in paese e inizia a porre le basi per una futura cittadina; il salone degli incontri, una locanda in grande stile che serve sidro, wiskey e pasti caldi ma che in base alle necessità può anche conservare nel magazzino le salme di persone morte da tempo e impossibili da seppellire nel terreno ancora ghiacciato. E poi non c`e nemmeno un cimitero, nel villaggio di Hallowell, nemmeno una chiesa; solo un pastore con la sua giovane moglie, Rebecca. E la storia si dipana proprio intorno alla violenza subita da questa giovane donna.

Ma nessun detective o pistolero entra in scena per risolvere il caso. La vera protagonista del romanzo è Martha, una donna storicamente esistita che l’autrice ha scoperto un giorno, quasi per caso, mentre attendeva il suo turno per una visita dal suo ginecologo. Alla rinfusa, su uno di quei tavolini anonimi che proliferano nelle sale d’attesa, un piccolo rimane colpita da un fascicolo che riportava le vicende storiche di Martha Ballard, una levatrice esperta che nel corso della sua vita era riuscita a far nascere oltre mille bambini e bambine in quel contesto difficile e igienicamente sfavorevole. E non ne ha perso nemmeno uno! Qui la statistica si fa notare per l’inconsueto record.

La vita di questa donna sarebbe di per sè già eccezionale, ma il romanzo cerca di immaginarla in modo concreto e storicamente plausibile nella cornice di un’epoca ormai lontana, che non brillava certo per essere paladina dei diritti umani (la schiavitú, anche se non presente nel testo, è appena accennata e molti stati USA la tollerano ampiamente). Figuriamoci la considerazione delle donne. Ed è proprio su questo tema che il libro si concentra e si esprime. L’autrice è ben consapevole dei rischi che si corrono a mettere in mente ad un personaggio di 3 secoli fa certi  modi di pensare e certe esigenze che oggi sembrano condivise da molti, per questo ricorre spesso alle citazioni dirette del diario di Martha, un raro e prezioso documento, che espone solo fatti e situazioni, nessun commento, su quanto la protagonista faceva, vedeva, riscontrava. Il desiderio di giustizia, che deve riguardare tutti, senza differenze se a chiederla è una donna, muove incessantemente questa donna.

E poi tanti i sottotemi, la famiglia, gli amori giovanili, la natura con i suoi duri calendari e vincoli, il freddo e il ghiaccio, i collegamenti a dorso di cavallo, rari momenti poetici, come quando si scorge una volpe argentata lungo il proprio sentiero e sembra quasi obbligatorio sentirsi in sintonia con questa natura semplice e vitale.

Insomma, il libro è stato un caso letterario negli USA, lo stile quasi asciutto ma ben ritagliato sul personaggio aiuta a cogliere uno spaccato di un’epoca da noi poco nota e con un approccio alle persone e agli eventi ben documentato e chiaro. 

Gradevole.

Alcune info sul sito dell’editore, Neri pozza,

Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

Anche se l’abito non fa il monaco…

Anche se l’abito non fa il monaco…

Non basta l’abito a fare il monaco, vecchia massima che probabilmente riusciamo a cogliere ormai in pochi. Basterebbe la scena finale del film “Buen Camino”, con il disvelamento (!) della pellegrina Alma, alla quale Checco vorrebbe regalare un mazzo di fiori per dichiararle il suo amore (folle, ovviamente, perchê di amori “normali” ormai nessuno si accontenta piú…). Quando la vede vestita da suora, spera in un revival di qualche carnevale iberico, ma niente da fare, le chiede solo se il “suo” uomo sia proprio quel Gesù così discretamente citato lungo tutto il film. “Io so accontentarmi”, le risponde un po’ sorniona una suora umanamente simpatica (e non ce ne sono solo in Spagna).

Vivendo qui a Melilla si stempera un po’ il fatto che un vestito sia poco più che una patina superficiale, una cosa qualsiasi, di poco conto. Qui conta eccome. Te ne accorgi quando al supermercato o lungo il marciapiede incontri qualche donna col niqab, quando vedi giovani aitanti e con le chiome al vento girare con la chilawa in monopattino, anziani con lungo camicione attendere l’autobus o bere un the moruno con gli amici.Qui è sicuramente un elemento distintivo.

Ci pensavo quando ho notato queste due foto, pubblicate a breve distanza di tempo su FB, la prima ritrae un gruppo di fratelli maristi degli Stati Uniti, probabilmente alla fine di un ritiro o di un incontro di pochi giorni fa.

Ugualmente alla fine di un incontro si sono ritrovati questi altri fratelli maristi del Brasile; a prima vista sembrano 2 mondi lontanissimi, uno molto classico e formale, quasi tutti i fratelli con la tonaca e il rabat (quel retangolo bianco sotto il collo) mentre nella seconda immagine il tono è decisamente più rilassato, quasi tutti con i pantaloni corti, infradito e magliette variopinte. E siccome sto parlando della mia famiglia, è un po’ come sfogliare un album di persone care… con le quali mi potrei tranquillamente trovare a condividere il prossimo anno la mia vita di comunità.

Di entrambi i gruppi mi piace sottolineare l’allegria e i volti sorridenti, il tono semplice e l’atteggiamento cordiale; a cercare ancora non sarebbe difficile trovare i fratelli maristi della Nigeria, con le loro belle tonache immacolate (il bianco, si sa, risalta meglio…). E forse sbirciando le foto del Vietnam o di altre zone dell’Asia non sarebbe difficile ampliare il ventaglio di possibilitá. Sicuramente il clima non è un elemento da poco; un conto saranno i 20 gradi scarsi degli usa con i pesanti 30-35 del Brasile (per sorvolare sul tasso di umidità). Dato che la nostra famiglia vive in quasi 80 paesi del mondo, la varietà è la norma.

A questo punto la comunitá marista della casa Generalizia, con alcuni dei consiglieri generali (riconosco Juan Carlos, il vicario Hipolito, il postulatore Guillermo…) sembra un filino più sobria, anche se lo stile casual prevale.

Ricordo i tempi del dopo Concilio, quando il clima di novità e di sperimentazione erano abbastanza diffusi e normali; nella nostra formazione il peso dell’abito è stato, tutto sommato, molto marginale. Ai primi tempi del mio insegnamento presso il San Leone (diciamo pure le prime settimane), anch’io ho utilizzato la tonaca, come tutti, poi, tra campi sportivi, educazione fisica e altre attività, senza quasi farci caso, la tonaca è rimasta prima in disparte, poi ripiegata e lasciata nell’armadio e quindi… relegata in qualche sacrestia, E questo sia per noi che eravamo i giovani ventenni come per gli altri fratelli che avevano dai 30 anni in su…

Ricordo un periodo, primi anni ’80, in cui sembrava che il richiamo ufficiale ad una sorta di restaurazione e di maggior utilizzo dell’abito religioso sembrava sortire un qualche effetto. Il nostro docente alla Gregoriana, che all’ultima lezione era venuto vestito con la divisa da scout (doveva partire subito dopo con il branco) la settimana seguente si è presentato con un clergyman immacolato. Ma dopo poche settimane il richiamo alla maggior serietà si era praticamente diluito, come spesso accade, soprattutto a Roma, per qualsiasi indicazione normativa; riecco quindi apparire maglioni, felpe, giacconi e via dicendo.

Qui a Melilla le suore del Monte mi confermano che d’estate, quando vengono le giovani suore a dare una mano per le attività, le donne musulmane confidano alle anziane: “Voi che avete il velo siete un po’ come noi, per questo andiamo d’accordo, le giovani, che non lo portano, invece… si vede che sono giovani”.

E anche parlando con le nostre giovani alunne musulmane, tutte rigorosamente con il velo, anche se appena quindicenni, il tenore degli interventi è lo stesso e quando si riferiscono a quelle che il velo non lo portano, è evidente una certa critica e un po’ di disappunto… anche perchê la città è piccola e la maggioranza musulmana è molto omogenea.

Oggi riusciamo con più serenità a cogliere il valore della diversità e non perdiamo tempo in inutili crociate per ricercare una uniformità che serve a ben poco; non so se in questo caso l’essenziale sia invisibile agli occhi, ma l’importante, di sicuro, risiede altrove.