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Categoria: libri

Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

la cattedrale di Victoria Gasteiz

3 anni fa mi ero imbattutto nel libro di Ken Follet “I pilastri della terra” e per una serie di coincidenze casuali mi ero lanciato nell’impresa della lettura (il classico “mattone”, circa 1300 pagine); un po’ la curiosità, un po’ l’intrigo dell’ambientazione medevale, un po’ la visita alla cattedrale di Victoria Gasteiz, ispiratrice di tanti dettagli. Insomma, affare fatto.

Poi una doverosa pausa, prima di scoprire che quello era solo l’incipit di una serie (fortunata, per l’autore), che si dipana nel corso della storia. Così`, per riprendere un po’ il clima del discorso, mi sono cimentato anche con il seguito: “Mondo senza fine”, altre 1367 pagine e altri 50 anni di storie e storia, l’età grosso modo necessaria per seguire una intera generazione.

La mia “segretaria” (Gemini in questo caso), riporta che esistono alcune serie televisive che ricostruiscono questa narrazione, la prima diretta nientemeno che da un certo Ridley Scott… e tutto l’impianto si presta piuttosto bene ad una trasposizione televisiva, più che a quella filmica. Esiste persino un videogame piuttosto fedele a tutto l’impianto originale della saga di Kingsbridge…

Ma tornando al libro, dopo aver concluso la lettura, coltivo ancora gli stessi dubbi del primo volume. Si nota spesso che i personaggi di questo medioevo sono trasposizioni abbastanza evidenti di stili e atteggiamenti della nostra epoca, più che realistiche ricostruzioni del tempo. La “profondità” dei caratteri mi sembra a volte decisamente superficiale: sembra di leggere cronaca dei nostri giorni, con voltafaccia abbastanza rapidi e a volte incoerenti, descrizione di personaggi al limite della macchietta e dello stereotipo, incoerenze diffuse e scarso approfondimento.

La storia ruota sempre intorno alle fortune di questa città, i protagonisti sono praticamente la giovane Caris (giovane almeno all’inizio) e il suo costante amico, fidanzato, amante, sposo Merthin. Molti personaggi attraversano tutto lo spettro delle possibili varianti possibili, dalla illibata giovinezza ai soprusi più violenti, passando poi per fasi monacali, avventure galanti, tranquilla vita matrimoniale e finalmente la pace dei sensi. Sembra quasi un campionario dei sentimenti dove i personaggi rivestono più il ruolo di figurine di un catalogo che reali traiettorie umane. Ma il marketing, ovviamente, ha il suo ruolo.

Gli stereotipi sono ancora una volta dominanti: una religione dove dominano gli aspetti di facciata, una diffusa ipocrisia che dichiare incompatibili alcuni stili o modi di comportarsi e poi, dietro le porte o le mura del convento, avviene un po’ di tutto; una società che si muove secondo regole imposte dall’alto ma che non vede l’ora di sgattaiolare per concedersi alternative e scappatelle.

Anche le numerose storie d’amore contenute nell’opera sembrano rispondere ad esigenze di copione, più che di verosimiglianza. Così le infedeltà, i tradimenti, le scappatelle, sono un po’ disseminate con abbondante frequenza. E non c’`traccia di approfondimenti; se le due suore si concedono esperienze lesbiche, il tutto sembra avvenire in modo tranquillo e senza nemmeno sensi di colpa, se il vescovo e il suo assistente vengono colti in flagrante in atteggiamenti omosessuali, tutto si risolve poi senza particolari problemi, ogni cosa sembra un puntello per dare spazio a possibili rivalse, ricatti e compromessi. Si fatica a trovare personaggi “nobili” o che riescano a superare questi limiti. E forse è proprio questo il limite del libro.

Che detto senza enfasi, si legge bene, è ben sorretto dalla storia del tempo, dai vari eventi guerreschi (l’invasione della Normandia da parte degli Inglesi), riprende la storia della Peste e la inserisce in modo molto plastico ed efficace nel dipanarsi degli eventi (siamo proprio intorno al 1348); il nostro protagonista è persino vittima della peste a Firenze, dove si era rifugiato e troverà in un certo senso fortuna, prima di rientrare nel natio borgo medievale. La parabola del villaggio nato intorno al priorato che poi si emancipa e ottiene lo status autonomo è un buon modo di sottolineare il passaggio dalla balia spirituale del convento alla fase adolescenziale del giovane indipendente.

Le novità architettonice e tecniche iniziano a segnare e modificare il corso degli eventi; di pari passo anche le conoscenze mediche affrontano il conflitto tra la forza della tradizione (i monaci medici che tentano di imporre i metodi tradizionali, spesso superati) e le novità dettate dall’esperienza, spesso ad opera di guaritori e guaritrici; non poteva mancare poi il tema della stregoneria, declinato in modo relativamente sbrigativo…

La protagonista del romanzo, Caris, che viene ridotta in convento proprio per l’accusa di stregoneria e che da questo interno prepara una sorta di riscatto, mettendo in piedi un nuovo ospedale con regole e pratiche innovative (sembra di assistere ad un covid ante-litteram, con le mascherine da utilizzare sul volto, come rimedio efficace per limitare la diffusione della peste) risulta ancora una volta poco credibile nelle sue riflessioni e modi di fare. Ma il tutto, alla fine, risulta funzionale ad una storia che si dipana tra decine di personaggi minori, eventi ben congegnati e numerosi colpi di scena ben situati.

Un’età da sperimentare…

Un’età da sperimentare…

Ho appena terminato il libro di padre Alberto Maggi, Brutto come il peccato, e in appendice trovo un’intervista dove lui esordisce così: “Se avessi saputo che era così bello invecchiare, sarei invecchiato prima!”.
Battuta a parte è sicuramente uno stile diverso di affrontare il tema della vecchiaia, che incontriamo sempre più spesso. Vuoi per andamento demografico (se non schiattiamo giovani, prima o poi ci arriviamo tutti).

Ho provato ad esempio a chiedere una infografica a Gemini, per rappresentare in modo più efficace la percentuale di persone anziane che oggi compongono la nostra società. Mi sono limitato all’ultimo secolo e ammetto che nel grafico non riuscivo a capire cosa fosse questa “età mediana” illustrata nella parte inferiore a sinistra, poi ho scoperto che è un po’ come mettere in fila tutti i cittadini europei, dal neonato più giovane al centenario più anziano: l’età mediana è l’età della persona che si trova esattamente al centro della fila. In un secolo è quasi raddoppiata! E significa che dopo i 44 già si fa parte della seconda fascia…

Ma il libro su cui mi piace soffermarmi è un altro, di Erri De Luca (un autore che ormai frequento da tempo…), L’Età Sperimentale. Un testo nel quale si affronta proprio questa tappa della vita che si rivela sempre più significativa e piena, davvero di vita.

E’ un testo quasi scritto a due mani, anche se gli interventi della coautrice, l’insolita Inès Marie Lætitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange (è vero, le basterebbe firmare un foglio per scrivere un racconto breve), figura di spicco nel mondo della moda francese a partire dagli anni 80, sembrano davvero lettere da un altro mondo, ma l’effeto non guasta, davvero. Ma l’amicizia tra le due persone consente all’autore un’alternanza di voce, tra maschile e femminile.

Erri de Luca ama ricordare che la vita di un uomo è la somma di 3 cavalli (anche questo è un suo libro); i primi 30 anni si percorrono al galoppo, spesso sfrenato, i successivi 30 al trotto, un’andatura sostenuta ma meno vorticosa e infine, gli ultimi 30 si compiono al passo, tranquillamente. Per un amante come De Luca dei testi biblici, sarebbe bello trovare almeno una considerazione sullo scarto numerico che troviamo nei salmi (nel salmo 90:10 troviamo il famoso versetto: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo“.

In questo veloce libretto, dove compare anche un semplice reportage fotografico in cui compare in modo molto discreto proprio l’autore, spesso di spalle o quanto meno defilato, non mancano le definizioni poetiche della vecchiaia. Considerata come una passeggiata nel bosco, in ascesa verso la cima del monte, quando gli alberi si diradano lasciando in bella vista il profilo della cima.

Candidamente si limita a raccontare la propria esperienza, senza velleità di insegnare qualcosa, perchê tutti siamo consapevoli che questa, più delle altre, è una fase della vita da vivere personalmente, quasi in solitudine, in graduale distacco.

Molti i temi cari all’autore, i ricordi, le attività passate; dagli esordi intensamente colorati di passione politica ai gesti personali intrisi di solidarietà con le vittime, con i viaggi per portare aiuti nelle zone di guerra, prima in Bosnia e poi in Ucraina, senza dimenticare la passione per la montagna e per la scalata, che sembrano quasi una sfida fuori tempo massimo per una persona che ormai supera i 75 anni (è nato nel 1950); ricorrente è poi l’attenzione per i testi sacri, che De Luca affronta con dedizione davvero insolita (visto che per comprenderli e affrontarli al meglio si è messo a studiare l’ebraico antico).

Cosa si può imparare da un libro come questo? Nessuna facile ricetta o consigli per “invecchiare” meglio, semplicemente l’esperienza di un camminatore attento e curioso, un compagno di viaggio per questo tempo dove la vita non smette di fiorire.

E curiosando, trovo anche il sito ufficiale di Erri de Luca, o almeno, della sua Fondazione e scopro che proprio pochi giorni fa, raccontando una sua esperienza nel calpestare un prato di margherite marzoline, scriveva così:

L’età senile, che è la concessione di un privilegio, aguzza i sensi invece di offuscarli, aiuta a osservare.
Picasso ha detto di avere impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino. 
In maniera simile sento il continuo bisogno di iscrivermi alla prima elementare

per imparare a leggere il mondo con il sillabario.

Postilla finale: a conclusione del libro si trova poi una rapida sintesi dei libri scritti dall’autore, con una pennellata descrittiva per ciascuno. Quasi quasi diventa la parte più interessante del libro…

leggere un bestseller come Dan Brown…

leggere un bestseller come Dan Brown…

Quanto tempo passa prima che un bestseller come “L’ultimo segreto” entri nel giro dei download illegali? Tra l’acquisto regolare e la copia piratata, non ci possono essere delle terzevie migliori? Ebbene sì, questo libro, uscito a settembre 2025 e attualmente ancora ai primi posti nelle classifiche di vendita (su Amazon risulta essere ancora oggi il #1 più venduto in Narrativa di azione thriller e suspense) si può leggere tranquillamente con soluzioni ufficiali e corrette. Basta disporre di un pizzico di pazienza.

Stavo per l’appunto verificando i tempi di prenotazione di un testo utilizzando il portale MLOL (la prima rete italiana di biblioteche pubbliche, accademiche e scolastiche per il prestito digitale, che funziona davvero bene, basta accreditarsi tramite una delle numerose biblioteche pubbliche affiliate) e visto che uno dei testi pù richiesti era proprio “L’ultimo segreto” di Dan Brown, lo avevo messo in lista per la prenotazione. Poi me ne ero quasi dimenticato; dopo diverse settimane mi arriva la mail di conferma: puoi scaricare il testo. Tra l’altro la finestra di prelievo è molto breve, hai solo 1 giorno a disposizione per effettuare il download, dopo di che perdi il turno… e mi era giá successo un paio di volte.
Questa volta avevo letto in tempo la mail, così… vai con la prova.

Per prima cosa è meglio scaricare l’APP (si puó leggere anche online tramite web, ma su tablet è sicuramente più comodo) e poi, giostrando tra download e prenotazione, visto che il testo è comunque protetto con DRM o cose simili, si passa finalmente alla lettura. Ho approfittato degli spazi e i tempi di un viaggio verso Madrid, volo e attese varie, per iniziare la lettura. Che poi ho completato in un paio di giorni,

E una volta iniziato a leggere questo ultimo segreto, lo stile e gli accorgimenti dell’autore fanno il resto, perchê la facilitá di aggancio e di tenuta del testo sono notevoli. Diciamo pure che su schermo non ci si accorge quasi di maneggiare un malloppo di oltre 600 pagine; quando poi passi in libreria e tocchi con mano il mattone cartaceo del libro, ti meravigli un po’…

La storia sembra il copione di un film ed è comprensibile, conoscendo l’autore e il destino delle sue opere precedenti. Ad ogni passo, quasi ogni riga, sembra di vedere i consigli o i diktat per il regista (dalla marca del vestito al colore della tapezzeria, tutti consigli precisi e vincolanti); ogni scena sembra pensata per avere un forte impatto sul plot della sceneggiatura.
La storia si svolge a Praga, luogo già di per sè deputato a racconti avvolti nel mistero, la nebbia e il gotico; il nostro protagonista, con la sua fiamma di turno, che questa volta è un misto tra Lara Croft, una neuroscienziata e una vamp brillante e superintelligente, ma sempre bisognosa di qualche salvataggio in extremis. Il racconto ruota attorno all’ultimo libro che la scienziata sta per pubblicare, ma siccome contiene parti che potrebbero svelare l’esistenza di un nuovo filone di ricerca scientifica che la CIA sta utilizzando, ovviamente per sviluppare armi micidiali di controllo mentale e spionaggio, insomma, si scatenano una serie di eventi per bloccare, impedire, cancellare…
E poi siamo a Praga, cittá magica, con forti legami con la cultura ebraica e quindi non poteva certo mancare un Golem, e siccome si parla di connessioni mentali ovvio che un rimando a Neuralink di Elon Musk ci può stare. Insomma si mescola sapientemente sacro e profano, instant-book e cultura antica.

Sicuramente l’autore si è lungamente informato su ogni dettaglio del libro, in modo professionale (e maniacale); quando ad esempio si dilunga sul fatto che l’autrice del testo può lavorare solo online sui server della casa editrice e che NON possiede nemmeno lei una copia personale del suo libro, i dubbi possono sorgere. Comunque la descrizione dell’ambiente software, dei problemi legati alla sicurezza dei server, i retroscena di un attacco hacker, la precisione nel definire i vari passaggi operativi sono per lo meno plausibili. Dan Brown non rimane sul generico e se deve parlare di un firewall sa di che si tratta. Non siamo di fronte a uno di quei filmetti di basso livello che quando vogliono mostrare come procede un hacker si accontentano di mostrare a schermo qualche finestra con un paio di comandi linux che visualizzano le directory…

Interrogando ChatGPT ho verificato quali elementi siano totalmente inventati (in inglese il libro si intitola The secreto of secrets) e quali, invece, desunti da cose concrete; ho provato a fare lo stesso con Gemini, ma probabilmente la sua base dati non contiene questo libro (non lo conosce nemmeno!). Il report è racchiuso tra i due paragrafi evidenziati in grigio…

Realtà e finzione in The Secret of Secrets di Dan Brown – Contesto generale del romanzo

  1. Il libro segna il ritorno del celebre professore di simbologia Robert Langdon, protagonista di molti thriller di Brown. La vicenda inizia a Prague, dove Langdon partecipa a una conferenza di una scienziata che studia la mente e la coscienza. Da qui si sviluppa una trama che intreccia neuroscienze, filosofia della coscienza e misteri esoterici.

Come in altri romanzi dell’autore, elementi scientifici e storici reali vengono combinati con una trama di suspense e con ipotesi speculative.

  1. Elementi basati su realtà – a) Luoghi e ambientazione

Praga è un luogo reale con una lunga tradizione di storia esoterica e culturale.
Alcune ambientazioni e istituzioni citate nel romanzo esistono realmente e sono utilizzate per dare credibilità alla narrazione.

b) Discipline scientifiche reali
Il libro fa riferimento a campi di studio effettivi:
neuroscienze
studio della coscienza
scienza noetica (campo interdisciplinare che studia mente, coscienza e fenomeni legati all’esperienza umana).
Queste discipline esistono davvero, anche se il romanzo ne utilizza alcune idee in forma narrativa.

c) Dibattito scientifico sulla coscienza
Il tema centrale riguarda la domanda: la coscienza dipende dal cervello o può esistere indipendentemente dal corpo?
Questa domanda è effettivamente discussa in filosofia della mente e neuroscienze, anche se senza conclusioni definitive.

  1. Elementi di finzione o speculazione narrativa – a) Personaggi e trama

Robert Langdon, gli antagonisti e molti scienziati del romanzo sono personaggi immaginari.
La caccia a segreti globali, organizzazioni misteriose e complotti è costruita per la suspense narrativa.

b) Ipotesi estreme sulla coscienza
Nel romanzo viene esplorata l’idea che: la coscienza possa sopravvivere alla morte del corpo o che possa esistere fuori dal cervello umano.
Queste ipotesi sono speculative: non sono dimostrate scientificamente e sono usate come motore della trama.

c) Esperienze straordinarie
L’inizio della storia include eventi come esperienze extracorporee e stati tra vita e morte, che nella narrazione assumono un significato quasi scientifico.
Nella realtà tali fenomeni sono oggetto di studio ma non confermano le interpretazioni spettacolari suggerite nel romanzo.

  1. La tecnica narrativa di Dan Brown

Come già accadeva nel Codice Da Vinci (The Da Vinci Code), Brown costruisce la storia mescolando:
dati reali (arte, scienza, storia)
ipotesi controverse o marginali
elementi completamente inventati
Questo metodo crea un effetto di verosimiglianza, che fa sembrare plausibili idee che in realtà appartengono alla fiction.

Non aggiungo la sintesi che ChatGPT potrebbe fare tranquillamente e in vari formati. Il gusto della lettura va oltre il mero contenuto, ma oggi si può leggere un libro anche con questi strumenti, visto che è abbastanza scontato che per scrivere questo genere di romanzi ci si faccia aiutare proprio da un ghostwriter artificiale.

Che dire, la lettura è abbastanza avvincente, alla fine uno continua per il gusto di sapere come va a finire, lo stesso aggancio che un film produce sugli spettatori. I colpi di scena sono frequenti, le invenzioni filmiche (perchè di questo si tratta) sono perfettamente dosate e nei punti giusti. Cosa resta della lettura, della riflessione, dello stimolo culturale? Sicuramente molto poco, ci si affretta a “consumare” il testo per saperlo adeguatamente collocare, per sapere come va a finire. Rimangono gli stimoli culturali per approfondire temi e filoni intriganti…

Tornando sul discorso iniziale, pirateria, rispetto del (c) e dintorni, ovvio che dopo qualche settimana dal lancio del libro, non è difficile trovarlo anche sugli scaffali… alternativi 🙂 come mostra l’immagine.

Al riparo di un buon libro…

Al riparo di un buon libro…

Da quanto tempo non mi ero messo di buzzo buono a leggere un libro, tutto intero, tutto di seguito. Ad essere sinceri non uno di quei mattoni che possono rimpiazzare comodamente il piede di un letto martoriato o una fessura imponente in qualche muro, col freddo che vi sgattaiola insistente…

Ma un bel libro, corto abbastanza da conquistare mente e memoria per un mezzo pomeriggio, dopo aver dipanato altri impegni, diradato altre necessità. Dovevo arrivare proprio in questo pomeriggio a Granada, dopo una mattinata tersa passata anche a rinfrescarmi dei suoi parchi e giardini deliziosi, tra porte che risalgono all’epoca nazzari e pavoni tranquilli a cui cedere pigramente il passo.

Il libro è poco più che un lungo racconto, che si dipana tranquillamente in terra calabrese, sulle salite di un piccolo paesino nel quale si nasconde il giardino di familgia dell’autore. A leggere le recensioni sui vari pulpiti digitali (alcune duplicate pari pari), si va dall’elogio incondizionato allo smascheramento di un trito meccanismo editoriale, dalla lode sperticata al consiglio di non perdere tempo… quanto basta perchè ciascuno si faccia il suo, di giudizio, senza restare a rimorchio di opinioni altrui.

La storia è lineare: l’incontro garbato e sottile tra due anziani, la nonna dell’autore, ornai vedova e anziana con i suoi 80 e passa anni, mitica figura che incarna e condensa la famiglia, crocevia di ricordi ieratici e deposito di memorie condivise e un altrettanto anziano signore che capita nello stesso paese, segnato da un lignaggio nobiliare che occupa, con i suoi cognomi altisonanti, l’intero spazio di un biglietto da visita, e con la passione da erudito dei Borboni, che vorrebbe riabilitare. Una storia quasi d’amore, o almeno di pacifica e cordiale consuetudine, che si riassume in quotidiani momenti di incontro, a suon di regali floreali, pastarelle condivise, lunghe chiacchiere e piccole innocue pratiche quotidiane (compresa la visione di numerose puntate di Beatiful).

Nel testo emergono, come piccoli iceberg tanti elementi della riflessione tipica dell’autore, la sua storia letteraria, le sue caute passioni giovanili, le sue riflessioni. Il tutto condito con un linguaggio semplice, a mezza via tra il colto, il raffinato e il quotidiano, con piccoli inserti di neologismi o volgarità varie che rendono meno rarefatto il racconto… Ogni tanto qualche piccola perla come “qual era la calce che teneva insieme i mattoni delle ore?” per chiedersi come poteva questa relazione procedere senza particolari scossoni o eventi mediatici. Lo stile si fa apprezzare.

Forse un esercizio di stile dell’autore per “tenere la penna in allenamento”, per esercitarsi nella conduzione delle parole, qualcosa di cui sempre si ha bisogno quando il testo e i testi sono un po’ il territorio in cui si vive. Ed è anche un modo di ricordare con una pacata nostalgia i tempi della propria formazione, dei luoghi speciali della nostra infanzia.

Se dovessi tentare operazioni analoghe dovrei tornare anch’io al cuore delle mie lontane estati. Il paese è ben chiaro, lo conosciamo in tanti della nostra famiglia ed era, almeno in estate, una tappa costante e fissa; in estate tutti i cuginetti si ritrovavano a casa della nonna, nella mitica Carpasio. Senza scomodare Jungh o derive edipiche particolari.

Ma proprio qualche settimana fa sentivo una zia che mi ricordava come proprio la nonna, che non aveva potuto frequentare oltre la 3a elementare, era una vera appassionata di libri; mi raccontava che probabilmente aveva letto tutti quelli che il paese poteva offrire. Non ne dubito e qualche fantasia s’accende, visto che in quello stesso paese, in quell’epoca, viveva un altro appassionato che diventerà nientemeno che uno dei massimi esegeti dei Manoscritti di Qumran e di Nag Hammadi… ma questa è sicuramente un’altra storia.

Come non ricordare allora qualche immaginen di Carpasio?