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Categoria: libri

a proposito di riviste digitali…

a proposito di riviste digitali…

-> ci sono novitá – post aggiornato al 7 luglio (lo trovi in fondo)

Ormai sono 14 anni (quasi 3 lustri, suona molto vintage) che ho effettuato lo switch-off, dalla carta al digitale; prima con i libri e poi, appena possibile con le riviste e i giornali. Inzialmente con il Kindle in bianco e nero (dovrei ancora averlo da qualche parte, adesso che è stato ormai abbandonato, potrebbe essere utile come pezzo da museo).

E i vantaggi sono innegabili; non che la carta abbia perso il suo fascino, anzi, ma un libro, una rivista, per me sono essenzialmente un mezzo di trasmissione di conoscenze. Soprattutto le riviste, ora che mi trovo anche fuori zona Italia e non posso piú affidarmi al rito dell’edicola. Qui a Melilla ce ne sono ancora, ma vedo che vendono più caramelle e bibite che altro…

Dopo i fasti della mitica rivista MC-microcomputer che ho iniziato a conoscere a Roma nei primi anni ’80, senza nemmeno sapere che il direttore della rivista veniva tutte le domeniche nella scuola dove io insegnavo, il SLM, ed era anche amico di don Carlo M. (pensa tu, insieme abbiamo partecipato a uno di quei primi corsi ruspanti per usare il … C-64!) di acqua ne è passata sopra e sotto i ponti. Intanto gli interessi crescevano, didattica, internet, nuove frontiere delle TIC… Dalla semplice lettura siamo così passati alle collaborazioni (ho scritto un paio di pezzi anche per MC, quando bazzicavo il centro delle Tecnologie Didattiche di Genova), con varie riviste. Insomma, le conosco un po’ da fuori e da dentro.

Poi MC inspiegabilmente è svanita (ma in rete non è difficile trovare ancora oggi persone che ne sostenevano l’ossatura, come AdP, con il suo sito: https://www.adpware.it/) e per non perdere troppo tempo a navigare, ricercare, ecc. ho puntato su un’altra rivista, che mi sembrava per lo meno autorevole, completa, ricca, staccandosi un po’ dal panorama o esclusivamente giocoso o troppo tecnico. Si trattava di PC Professionale; per anni mi sono abbonato alla versione cartacea, poi a quella duplice, carta e web, adesso ovviamente solo tramite web e app. Interessante poi il fatto che ogni anno era possibile scaricare l’intera annata e conservarla in PDF. In questo panorama certe informazioni sono preziose.

Peccato che da un paio di mesi le cose sembrano essere molto “rallentate”. La versione digitale appariva sull’APP con molti giorni di ritardo (posso capire il timore di mandare in giro un PDF con il numero nuovo ancora in edicola, ma altre riviste “serie” lo fanno senza problemi, come le Scienze…). PC Professionale utilizza una sua APP e il testo rimane quindi vincolato al device, niente PDF, per intenderci. Si possono esportare articoli e pagine (un po’ macchinoso, a dire il vero) ma niente piú.

L’App di solito si apre con l’edicola e gli ultimi numeri, per questo che difficilmente si notava un avviso speciale presente nel menu iniziale ormai da alcuni mesi, insieme all’Account, l’Archivio e i Credits, compariva una
COMUNIC
AZIONE
IMPORTANTE (spero che l’a-capo sia voluto)

che chiedeva pazienza (il numero di aprile in effetti è saltato, immagino che l’abbonamento verrà prorogato in automatico…) perchè erano in corso profondi cambiamenti.

Il n. di maggio è arrivato… dopo il 20/5/26, con un cambio nemmeno troppo vistoso nel titolo, la semplice aggiunta del dittongo IA (oggi un po’ di IA si aggiunge a tutto, senza quasi notarla), cambio del direttore responsabile e di quello editoriale. Non solo, nello staff dei collaboratori non figura nemmeno uno dei precedenti giornalisti che da anni elaboravano la rivista. Tabula rasa, più che ristrutturazione. Ma logicamente contano i risultati e da un solo numero non è facile valutare le cose. Vedremo piú in là.

Speriamo che il n. di giugno non ci metta troppo a giungere… a tutt’oggi (come si vede dal timing in alto a sinistra) non resta che aspettare.

O magari potrei chiedere, con un prompt ben congegnato da inviare a qualche bot-IA di “prepararmi una rassegna di notizie su hardware e software, notizie sulla sicurezza informatica, recensioni di libri interessanti sul tema…” e vedere cosa succede. Anzi, siccome la tentazione è fin troppo semplice, ecco il risultato in pdf di questa query realizzata in meno di 5 minuti, con l’aggiunta di un paio di mie foto. Tra quanto potró rinunciare ad una rivista “generica” e avvalermi del lavoro agentico di qualche IA?

8 luglio 2026 – E andiamo avanti coi ritardi. Purtroppo a tutt’oggi non è cambiato nulla. La rivista non si vede ancora (in edicola, stando qui a Melilla, mi risulta difficile controllare 😉 e ho persino segnalato il problema all’ufficio abbonamenti, che ha persino risposto (in data 25 giugno):

Sorge quasi il timore che stia capitando qualcosa di simile a ció che successe alla rivista MC, che “sparì” dal mercato con il numero di settembre del 2001 (il numero non venne mai pubblicato ma … era quasi pronto e impaginato). Leggendo con calma l’ultimo numero disponibile, quello di maggio 2026, con una redazione completamente diversa dalla precedente, una sorta di antipasto con brevi assaggi delle nuove rubriche e la conferma di quelle storiche, dando credito all’enfasi della comunicazione e dell’editoriale, che preannunciano impegni e novitá e quantaltro… Non avendo altre armi che la pazienza, rassegnati si attende.

In tutto ció ho recuperato un po’ i contatti con il paladino dello storico MC, Andrea di Prisco, che continua imperterrito nella sua missione di divulgatore (dichiarandosi al contempo discendente di nonna Wiki e di zio Google, o parentele affini…) e continua a sfornare interessanti notizie, riflessioni e considerazioni sulle pagine del suo personalissimo sito ttps://www.digitanto.it

Sono persino riuscito a rintracciare l’indice dei miei articoli pubblicati su MC, ero ancora convinto che fossero solo 2, mi sono meravigliato che, invece, corrispondano ai goal di Argentina-Egitto di ieri sera, ben 3 interventi, tutti legati al mondo della tecnologia e informatica applicati al settore della disabilitá (chissá se questo termine è ancora utilizzabile…); vediamo se con calma riesco anche a recuperarne il testo, visto che tra i secoli che passano, i traslochi che contribuiscono a disperdere i floppy (sic! esistevano ancora), i primi HD per le copie di sicurezza… uno fatica a mettere ordine.

Insomma, l’inverno è finito…

Insomma, l’inverno è finito…

Appena terminato “L’inverno della levatrice”, di Ariel Lawhon.

Tra l’altro, senza rincorrere download di nicchia o torrent poco regolari, ho verificato che la funzione di “prendere in prestito” che viene offerta da MLOL (che ha appena rinnovato il suo sito) è decisamente facile e pratica. Da utente registrato (e per farlo è sufficicente rivolgersi alla propria biblioteca di residenza) si consulta il catalogo e si verifica il prestito. Per i titoli “caldi” e piú gettonati è normale che ci si ritrovi in coda (e il fatto che ti avvisino via mail di quando è disponibile non sempre è l’ideale, visto che si dispone di solo 24 ore di tempo per scaricare il testo); ma in questo caso il testo era immediatamente disponibile. Devi solo scaricare l’APP di lettura sul tuo device e il gioco è fatto.

Son quasi convinto che questo libro piacerebbe a Lida e a Rosa, amiche da tempo e lettrici esigenti. Riscatta la storia di una donna, Martha, dalla rapida curva della memoria perduta, in un contesto storico e geografico abbastanza lontano dalla nostra europa, ma per molti aspetti vicino e contiguo: la nascente nazione degli Usa, appena nata dalle rivolte contro la “madrepatria”. Ci troviamo nel Maine, in una panorama pittoresco e quasi selvaggio, davvero rude, qui l’inverno dura da novembre a marzo, il fiume gelato condiziona la vita dei piccoli paesi che sono sorti lungo i suoi bordi per sfruttarlo come strada facile per i trasporti del legname.

Sarebbe una ambientazione western, ma in tutto il romanzo nessuno sfodera pistole e non si vedono duelli o rodei. La semplice vita dei boscaioli, dei primi commercianti, degli abitanti di un villaggio che lentamente si trasforma in paese e inizia a porre le basi per una futura cittadina; il salone degli incontri, una locanda in grande stile che serve sidro, wiskey e pasti caldi ma che in base alle necessità può anche conservare nel magazzino le salme di persone morte da tempo e impossibili da seppellire nel terreno ancora ghiacciato. E poi non c`e nemmeno un cimitero, nel villaggio di Hallowell, nemmeno una chiesa; solo un pastore con la sua giovane moglie, Rebecca. E la storia si dipana proprio intorno alla violenza subita da questa giovane donna.

Ma nessun detective o pistolero entra in scena per risolvere il caso. La vera protagonista del romanzo è Martha, una donna storicamente esistita che l’autrice ha scoperto un giorno, quasi per caso, mentre attendeva il suo turno per una visita dal suo ginecologo. Alla rinfusa, su uno di quei tavolini anonimi che proliferano nelle sale d’attesa, un piccolo rimane colpita da un fascicolo che riportava le vicende storiche di Martha Ballard, una levatrice esperta che nel corso della sua vita era riuscita a far nascere oltre mille bambini e bambine in quel contesto difficile e igienicamente sfavorevole. E non ne ha perso nemmeno uno! Qui la statistica si fa notare per l’inconsueto record.

La vita di questa donna sarebbe di per sè già eccezionale, ma il romanzo cerca di immaginarla in modo concreto e storicamente plausibile nella cornice di un’epoca ormai lontana, che non brillava certo per essere paladina dei diritti umani (la schiavitú, anche se non presente nel testo, è appena accennata e molti stati USA la tollerano ampiamente). Figuriamoci la considerazione delle donne. Ed è proprio su questo tema che il libro si concentra e si esprime. L’autrice è ben consapevole dei rischi che si corrono a mettere in mente ad un personaggio di 3 secoli fa certi  modi di pensare e certe esigenze che oggi sembrano condivise da molti, per questo ricorre spesso alle citazioni dirette del diario di Martha, un raro e prezioso documento, che espone solo fatti e situazioni, nessun commento, su quanto la protagonista faceva, vedeva, riscontrava. Il desiderio di giustizia, che deve riguardare tutti, senza differenze se a chiederla è una donna, muove incessantemente questa donna.

E poi tanti i sottotemi, la famiglia, gli amori giovanili, la natura con i suoi duri calendari e vincoli, il freddo e il ghiaccio, i collegamenti a dorso di cavallo, rari momenti poetici, come quando si scorge una volpe argentata lungo il proprio sentiero e sembra quasi obbligatorio sentirsi in sintonia con questa natura semplice e vitale.

Insomma, il libro è stato un caso letterario negli USA, lo stile quasi asciutto ma ben ritagliato sul personaggio aiuta a cogliere uno spaccato di un’epoca da noi poco nota e con un approccio alle persone e agli eventi ben documentato e chiaro. 

Gradevole.

Alcune info sul sito dell’editore, Neri pozza,

Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

la cattedrale di Victoria Gasteiz

3 anni fa mi ero imbattutto nel libro di Ken Follet “I pilastri della terra” e per una serie di coincidenze casuali mi ero lanciato nell’impresa della lettura (il classico “mattone”, circa 1300 pagine); un po’ la curiosità, un po’ l’intrigo dell’ambientazione medevale, un po’ la visita alla cattedrale di Victoria Gasteiz, ispiratrice di tanti dettagli. Insomma, affare fatto.

Poi una doverosa pausa, prima di scoprire che quello era solo l’incipit di una serie (fortunata, per l’autore), che si dipana nel corso della storia. Così`, per riprendere un po’ il clima del discorso, mi sono cimentato anche con il seguito: “Mondo senza fine”, altre 1367 pagine e altri 50 anni di storie e storia, l’età grosso modo necessaria per seguire una intera generazione.

La mia “segretaria” (Gemini in questo caso), riporta che esistono alcune serie televisive che ricostruiscono questa narrazione, la prima diretta nientemeno che da un certo Ridley Scott… e tutto l’impianto si presta piuttosto bene ad una trasposizione televisiva, più che a quella filmica. Esiste persino un videogame piuttosto fedele a tutto l’impianto originale della saga di Kingsbridge…

Ma tornando al libro, dopo aver concluso la lettura, coltivo ancora gli stessi dubbi del primo volume. Si nota spesso che i personaggi di questo medioevo sono trasposizioni abbastanza evidenti di stili e atteggiamenti della nostra epoca, più che realistiche ricostruzioni del tempo. La “profondità” dei caratteri mi sembra a volte decisamente superficiale: sembra di leggere cronaca dei nostri giorni, con voltafaccia abbastanza rapidi e a volte incoerenti, descrizione di personaggi al limite della macchietta e dello stereotipo, incoerenze diffuse e scarso approfondimento.

La storia ruota sempre intorno alle fortune di questa città, i protagonisti sono praticamente la giovane Caris (giovane almeno all’inizio) e il suo costante amico, fidanzato, amante, sposo Merthin. Molti personaggi attraversano tutto lo spettro delle possibili varianti possibili, dalla illibata giovinezza ai soprusi più violenti, passando poi per fasi monacali, avventure galanti, tranquilla vita matrimoniale e finalmente la pace dei sensi. Sembra quasi un campionario dei sentimenti dove i personaggi rivestono più il ruolo di figurine di un catalogo che reali traiettorie umane. Ma il marketing, ovviamente, ha il suo ruolo.

Gli stereotipi sono ancora una volta dominanti: una religione dove dominano gli aspetti di facciata, una diffusa ipocrisia che dichiare incompatibili alcuni stili o modi di comportarsi e poi, dietro le porte o le mura del convento, avviene un po’ di tutto; una società che si muove secondo regole imposte dall’alto ma che non vede l’ora di sgattaiolare per concedersi alternative e scappatelle.

Anche le numerose storie d’amore contenute nell’opera sembrano rispondere ad esigenze di copione, più che di verosimiglianza. Così le infedeltà, i tradimenti, le scappatelle, sono un po’ disseminate con abbondante frequenza. E non c’`traccia di approfondimenti; se le due suore si concedono esperienze lesbiche, il tutto sembra avvenire in modo tranquillo e senza nemmeno sensi di colpa, se il vescovo e il suo assistente vengono colti in flagrante in atteggiamenti omosessuali, tutto si risolve poi senza particolari problemi, ogni cosa sembra un puntello per dare spazio a possibili rivalse, ricatti e compromessi. Si fatica a trovare personaggi “nobili” o che riescano a superare questi limiti. E forse è proprio questo il limite del libro.

Che detto senza enfasi, si legge bene, è ben sorretto dalla storia del tempo, dai vari eventi guerreschi (l’invasione della Normandia da parte degli Inglesi), riprende la storia della Peste e la inserisce in modo molto plastico ed efficace nel dipanarsi degli eventi (siamo proprio intorno al 1348); il nostro protagonista è persino vittima della peste a Firenze, dove si era rifugiato e troverà in un certo senso fortuna, prima di rientrare nel natio borgo medievale. La parabola del villaggio nato intorno al priorato che poi si emancipa e ottiene lo status autonomo è un buon modo di sottolineare il passaggio dalla balia spirituale del convento alla fase adolescenziale del giovane indipendente.

Le novità architettonice e tecniche iniziano a segnare e modificare il corso degli eventi; di pari passo anche le conoscenze mediche affrontano il conflitto tra la forza della tradizione (i monaci medici che tentano di imporre i metodi tradizionali, spesso superati) e le novità dettate dall’esperienza, spesso ad opera di guaritori e guaritrici; non poteva mancare poi il tema della stregoneria, declinato in modo relativamente sbrigativo…

La protagonista del romanzo, Caris, che viene ridotta in convento proprio per l’accusa di stregoneria e che da questo interno prepara una sorta di riscatto, mettendo in piedi un nuovo ospedale con regole e pratiche innovative (sembra di assistere ad un covid ante-litteram, con le mascherine da utilizzare sul volto, come rimedio efficace per limitare la diffusione della peste) risulta ancora una volta poco credibile nelle sue riflessioni e modi di fare. Ma il tutto, alla fine, risulta funzionale ad una storia che si dipana tra decine di personaggi minori, eventi ben congegnati e numerosi colpi di scena ben situati.

Un’età da sperimentare…

Un’età da sperimentare…

Ho appena terminato il libro di padre Alberto Maggi, Brutto come il peccato, e in appendice trovo un’intervista dove lui esordisce così: “Se avessi saputo che era così bello invecchiare, sarei invecchiato prima!”.
Battuta a parte è sicuramente uno stile diverso di affrontare il tema della vecchiaia, che incontriamo sempre più spesso. Vuoi per andamento demografico (se non schiattiamo giovani, prima o poi ci arriviamo tutti).

Ho provato ad esempio a chiedere una infografica a Gemini, per rappresentare in modo più efficace la percentuale di persone anziane che oggi compongono la nostra società. Mi sono limitato all’ultimo secolo e ammetto che nel grafico non riuscivo a capire cosa fosse questa “età mediana” illustrata nella parte inferiore a sinistra, poi ho scoperto che è un po’ come mettere in fila tutti i cittadini europei, dal neonato più giovane al centenario più anziano: l’età mediana è l’età della persona che si trova esattamente al centro della fila. In un secolo è quasi raddoppiata! E significa che dopo i 44 già si fa parte della seconda fascia…

Ma il libro su cui mi piace soffermarmi è un altro, di Erri De Luca (un autore che ormai frequento da tempo…), L’Età Sperimentale. Un testo nel quale si affronta proprio questa tappa della vita che si rivela sempre più significativa e piena, davvero di vita.

E’ un testo quasi scritto a due mani, anche se gli interventi della coautrice, l’insolita Inès Marie Lætitia Églantine Isabelle de Seignard de la Fressange (è vero, le basterebbe firmare un foglio per scrivere un racconto breve), figura di spicco nel mondo della moda francese a partire dagli anni 80, sembrano davvero lettere da un altro mondo, ma l’effeto non guasta, davvero. Ma l’amicizia tra le due persone consente all’autore un’alternanza di voce, tra maschile e femminile.

Erri de Luca ama ricordare che la vita di un uomo è la somma di 3 cavalli (anche questo è un suo libro); i primi 30 anni si percorrono al galoppo, spesso sfrenato, i successivi 30 al trotto, un’andatura sostenuta ma meno vorticosa e infine, gli ultimi 30 si compiono al passo, tranquillamente. Per un amante come De Luca dei testi biblici, sarebbe bello trovare almeno una considerazione sullo scarto numerico che troviamo nei salmi (nel salmo 90:10 troviamo il famoso versetto: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo“.

In questo veloce libretto, dove compare anche un semplice reportage fotografico in cui compare in modo molto discreto proprio l’autore, spesso di spalle o quanto meno defilato, non mancano le definizioni poetiche della vecchiaia. Considerata come una passeggiata nel bosco, in ascesa verso la cima del monte, quando gli alberi si diradano lasciando in bella vista il profilo della cima.

Candidamente si limita a raccontare la propria esperienza, senza velleità di insegnare qualcosa, perchê tutti siamo consapevoli che questa, più delle altre, è una fase della vita da vivere personalmente, quasi in solitudine, in graduale distacco.

Molti i temi cari all’autore, i ricordi, le attività passate; dagli esordi intensamente colorati di passione politica ai gesti personali intrisi di solidarietà con le vittime, con i viaggi per portare aiuti nelle zone di guerra, prima in Bosnia e poi in Ucraina, senza dimenticare la passione per la montagna e per la scalata, che sembrano quasi una sfida fuori tempo massimo per una persona che ormai supera i 75 anni (è nato nel 1950); ricorrente è poi l’attenzione per i testi sacri, che De Luca affronta con dedizione davvero insolita (visto che per comprenderli e affrontarli al meglio si è messo a studiare l’ebraico antico).

Cosa si può imparare da un libro come questo? Nessuna facile ricetta o consigli per “invecchiare” meglio, semplicemente l’esperienza di un camminatore attento e curioso, un compagno di viaggio per questo tempo dove la vita non smette di fiorire.

E curiosando, trovo anche il sito ufficiale di Erri de Luca, o almeno, della sua Fondazione e scopro che proprio pochi giorni fa, raccontando una sua esperienza nel calpestare un prato di margherite marzoline, scriveva così:

L’età senile, che è la concessione di un privilegio, aguzza i sensi invece di offuscarli, aiuta a osservare.
Picasso ha detto di avere impiegato tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino. 
In maniera simile sento il continuo bisogno di iscrivermi alla prima elementare

per imparare a leggere il mondo con il sillabario.

Postilla finale: a conclusione del libro si trova poi una rapida sintesi dei libri scritti dall’autore, con una pennellata descrittiva per ciascuno. Quasi quasi diventa la parte più interessante del libro…