Sfogliato da
Categoria: libri

Il tempo e l’acqua e altre storie…

Il tempo e l’acqua e altre storie…

Ho finito da poco la lettura di questo testo, non so nemmeno io perché mi ha colpito in modo particolare fin dall’inizio, vuoi per l’immagine in copertina, vuoi per l’impronunciabile nome dell’autore, vuoi, sicuramente, per il modo diretto e personale di toccare il tema del cambio climatico in modo diretto, personale e convincente.

Il tempo e l’acqua, dell’autore islandese Andri Magnason
Difficile inquadrare questo libro in un genere specifico; una via di mezzo tra il saggio, la narrazione frammentata di una saga familiare islandese, il recupero di tradizioni antiche e suggestioni moderne, la riflessione e la narrazione poetica.

Ma lo scopo è molto diretto: l’autore manifesta un’accorata necessità di dare un preciso contributo al tema del cambio climatico che, ormai lo sappiamo, condizionerà la vita di tutti gli uomini sulla terra nei prossimi decenni: l’innalzamento delle temperature, la perdita dei ghiacciai, il tentativo coraggioso e disperato di ridurre le emissioni di CO2 per non compromettere in modo definitivo la vita umana dei nostri discendenti… sono le tematiche intorno al quale si sviluppa il testo, con una visione che sembra inizialmente troppo legata alla terra dell’autore, l’Islanda, ma che rapidamente abbraccia tutti i continenti.

Si legge con passione e si rimane rapidamente avviluppati dalle vicende della famiglia dell’autore e si rimane per lo meno stupiti che partendo da un luogo considerato periferico sotto vari aspetti come è l’Islanda, si arrivi invece rapidamente nel cuore di vicende e personaggi centrali e ben conosciuti, dal Dalai Lama a Tolkien, dai fratelli Wright al chirurgo di Oppenheimer…

Il drammatico tema del cambio climatico si snoda per tutto il testo e l’autore si domanda spesso come faccia l’uomo ad essere così ottuso e superficiale da sottovalutarlo in modo così sbrigativo (si prova quasi una sensazione simile a quella che può suscitare il film Don’t look up). Nei vari capitoli, legati da un filo geografico o biografico, presenta molte sfaccettature di questo problema e delle possibili soluzioni, a livello personale. Dalle escursioni sui ghiacciai islandesi compiute dai nonni alla passione sfrenata per i coccodrilli di uno zio, ogni argomento riconduce l’attenzione al fatto che la nostra responsabilità di persone potrà essere l’unica carta vincente per affrontare questa situazione.

Molti i dati forniti (e la bibliografia sulla quale l’autore si è documentato è davvero interessante e vasta), alcuni dei quali originali e pungenti, tanto da richiamare l’attenzione su fenomeni spesso affrontati in modo molto superficiale. Basterebbe questo libro a sfatare e demolire molte posizioni negazioniste; il tono è sempre personale, ragionato e partecipe. Interessante al proposito l’intervista con il Dalai Lama, incontrato quasi per caso a inizio libro e ricercato poi, su suo esplicito invito, nella parte finale. Dalla scienza alla religione, dalle tradizioni ai dati di fatto, tutto viene presentato in modo coerente e appassionato.

Ne emerge un testo prezioso, interessante, con molte sfaccettature e tonalità, utile per una riflessione personale su quanto possiamo noi fare, già da adesso, per guardare a questo problema ormai ineluttabile, con uno sguardo più attento e preparato.

Il debito che abbiamo coi libri

Il debito che abbiamo coi libri

Quando in autunno 2021 è uscito questo libro, Papyrus, di Irene Vallejo, ho iniziato subito a tenerlo sotto osservazione. Sarà che ero andato da poco a visitare il museo del Papiro, una delle incredibili eccellenza di questa ormai mia piccola città, Siracusa…
Ma non solo il titolo era intrigante, o le recensioni, o la classifica che lo hanno visto nei primi posti in mezzo occidente… mi riferisco proprio al suo contenuto a dir poco enciclopedico. Sarà un classico esempio di autoreferenzialità, ma un libro che parla di libri è decisamente un richiamo forte per chi di libri si nutre.

E oggi pomeriggio, complice la voglia di mettere un po’ di fretta alla primavera, perché non andare a leggerne qualche pagina, qualche foglio, o almeno qualche Kb/% nel luogo dove anche le pagine di questo testo si sentirebbero “a casa”?

Lungo il fiume Ciane il papiro è talmente diffuso e gradevole da vedere che ci si dimentica subito di essere immersi in uno dei pochi posti al mondo, escluso l’Egitto, dove questo succede (per la cronaca in Sicilia esiste un solo altro luogo dove cresce spontaneamente, presso Fiumefreddo); il sentiero che costeggia il Ciane, per alcuni km, è anche una delle passeggiate più gradevoli e caratteristiche di Siracusa, un po’ trascurata, ma forse proprio per questo molto tranquilla, silenziosa e pulita. Basterebbe qualche piccolo intervento per trasformarla in una delle piste ciclabili più affascinanti dell’isola, un suggerimento che potrebbe accrescere il valore culturale di questi luoghi, che meritano certamente di più.

Poche settimana fa il percorso era chiuso (a causa di allagamenti e fango sul sentiero, che passando proprio a fianco del fiume è sovente in condizioni difficili) ma oggi il cancello era nuovamente aperto. Alcune zone sono state anche sistemate, l’erba tagliata e reso il percorso più gradevole. Peccato che arrivati alla sorgente si debba constatare il piccolo guaio accaduto alla passerella in legno, che a causa del maltempo è davvero pericolante. Ma ciò non toglie quasi nulla al fascino del luogo. Posare la bici e passeggiare nella calma di questi sentieri erbosi sorseggiando le parole di questo libro è veramente dissetante.

E quella che segue è la rapida recensione che ho sottoposto ad Amazon; se anche non venisse accettata (per i soliti motivi che certe digressioni personali non sono molto coerenti con la funzione di “recensione”,… poco importa – cmq dopo nemmeno 2 ore la recensione era online, forse si fidano un po’ troppo?), riflettere su un testo serve più a noi che ad altri.

Penso di essere uno dei pochi fortunati a poter leggere questo libro mentre passeggio lungo un fiume dove il papiro è ancora di casa, il Ciane, presso Siracusa. E sempre qui la carta di papiro non ha mai smesso di essere prodotta, persino quando in Egitto se ne era persa la tecnica. Leggere quindi l’avventura del libro, dal giunco all’e-reader e poterla toccare con mano mentre sfioro il ciuffo di un papiro, fa apprezzare ancor di più questo testo ampio, ricchissimo di informazioni, di passione per la cultura (e i libri in primis) di esperienze personali non comuni.
Lo sto centellinando con calma, perché è davvero ponderoso. Ne avevo persino preso una copia cartacea per un regalo e sfogliarlo dal vero mi ha fatto un certo effetto, visto che ormai sono più di 10 anni che ho quasi dimenticato la carta vera e mi affido solo al digitale.
Non ho quindi concluso il testo ma l’apprezzamento è oltremodo positivo senza ombra di dubbio. Le digressioni che l’autrice introduce mentre racconta la storia del libro, così come è giunto fino a noi, con la sua lunghissima traiettoria mai lineare, sono magistralmente collocate a sostegno della storia, come tappe necessarie e mai noiose. Si resta impressionati dalla mole di informazioni e di conoscenze che l’autrice dispensa e che sono un po’ il filo conduttore della nostra cultura occidentale. Uno splendido strumento per recuperare il senso della cultura e il gusto del sapere.

Come saremo e forse siamo già

Come saremo e forse siamo già

Ogni tanto mi prendo lo sfizio di un libro per sognare, per conoscere meglio e approfondire questo nostro mondo accelerato. Uno pensa di conoscere “abbastanza” le cose, ma appena sposti qualche sottile strato di cose apparentemente semplici, si inizia a penetrare in mondi spesso sconosciuti, sgargianti e sorprendenti.

Mi piace ricordare quel luglio del 1969, con i miei pochi anni e le poche conoscenze che si condividevano, eravamo tutti appollaiati sui banconi di quel salone; eravamo in montagna, ad Entracque, le antenne della tv erano ancora rare in quel paesino. I nostri amici Zeno e Onorino si erano dati da fare per allestire una improvvisata ma funzionale sala tv.

Le immagini erano un po’ traballanti, ma la voce di Tito Stagno e i commenti che giungevano da Cape Canaveral si ascoltavano bene. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità. Oggi invece, se riusciamo a mandare nello spazio un telescopio come il recente James Webb ci sembra quasi routine da trafiletto interno…

Ho scoperto in questo libro di Tommaso Ghidini, Homo caelestis, un affascinante resoconto di quanto l’uomo ha realizzato, scoperto e progettato in vista del nostro futuro nel campo della conquista dello spazio, perché è ormai di questo che si sta parlando. Molte informazioni e attività narrate nel testo facevano capolino tra i ricordi, mentre ne leggevo il preciso resoconto, perché spesso ne sentiamo parlare. Nel libro sembra invece di partecipare in prima persona, alle spalle dell’autore, a tante di queste fenomenali scoperte e innovazioni.

Meraviglia non poco vedere come l’autore sia così inserito, da protagonista, in molte delle principali scoperte e iniziative di esplorazione spaziale di questi ultimi anni. Ghidini collabora con l’agenzia spaziale europea (ESA), ed è incaricato della sicurezza e integrità dell’intero programma, insomma, uno del mestiere; si occupa di stampa 3D nello spazio, la soluzione che farà la differenza nel prossimo futuro, quando sarà necessario provvedere in loco alle necessarie riparazioni e ricostruzioni. Racconta nel testo di numerosi passaggi epocali verso le prossime tappe della scoperta e conquista spaziale. Lo fa con uno stile gradevole, spesso con incursioni e divagazioni umanistiche insolite e preziose per un tecnico.

I vari capitoli hanno una impostazione alta, non si limitano a raccontare episodi o innovazioni, ma le inseriscono in quella continua spinta che l’uomo ha nel crescere, comprendere, scoprire, andare oltre. Senza dimenticare persino un afflato religioso e valoriale che spesso sostiene l’intera ricerca. Un libro affascinante, ricco di notizie ed episodi vissute con la conoscenza e la competenza di chi vi ha personalmente collaborato.

Alla ricerca della felicità

Alla ricerca della felicità

Mi faccio un regalo, oggi (a dire il vero riesco a farlo più spesso e non solo come tributo per un compleanno ;-). Un buon libro è sempre un investimento prezioso. Di tempo e di senso…

Il testo “Non perfetti, ma felici” si presenta con quell’esotico nome d’autore che a prima vista sembra rimandare ad un qualche antico monaco straniero. Invece fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino che vive presso il convento de la Visitation a Rhêmes-Notre-Dame, in Val d’Aosta, è un nostrano pugliese trapiantato tra le valli alpine. Scrive da anni e interviene spesso su quella che è la sua dimensione di vita personale come consacrato in tempi difficili ma entusiasmanti, perché questi tempi che viviamo sono veramente un’occasione di vita e di crescita unici.

Il testo si rivolge ovviamente a chi della vita consacrata vuol capire qualcosa di più e a chi già la vive e vuole confrontarsi con una riflessione più ampia, precisa e stimolante su questa insolita modalità di essere persone del nostro tempo.

Il legame con il nostro tempo è infatti il percorso necessario per fare di questa scelta di vita un qualcosa che non sia il restauro di un reperto di archeologia o la raccolta di begli oggetti di antiquariato. Nel dipanarsi dei capitoli si avverte l’attenzione a dire cose sensate con un vestito adatto su temi che semplici non sono. La vita religiosa oggi soffre sicuramente di una sorta di accantonamento; non è così evidente come un tempo, spesso sembra occupare spazi man mano erosi dalla presenza dei laici ed è onesto chiedersi se la sua dimensione vitale abbia ancora un senso e una sua spendibilità come testimonianza. Il modello ancora diffuso ricalca quasi sempre lo stile classico e antico. Il salto di qualità che servirebbe non è facile intravederlo o metterlo in pratica.

Eppure, il senso di questo cammino potrebbe quasi sfruttare gli attuali tempi di crisi per una sorta di riscatto. Non si sceglie uno stile di vita in base alle rinunce che comporta, ma alle ricchezze e opportunità che offre. In un tempo di livellamento dei valori (a volte camuffata come tolleranza a 360 gradi) difficile affrontare uno stile di vita che comporta anche scelte impegnative e controcorrente.

Nel testo l’autore afferma con vigore che è necessario un maggior sforzo per “demonasticizzare” la vita religiosa, ancora troppo incollata a modelli clericali, spesso condizionati da desideri di potere e di pubblico riconoscimento. Non sempre abbiamo preso dimestichezza con la grande libertà che si può vivere in questa dimensione, osando cose nuove e scrollando vecchie abitudini. Ma è una strada da percorrere.

Il modello finale che viene presentato come grande esempio di libertà è quello di Charles de Foucald e non manca quindi un richiamo ad una sorta di doveroso confronto con l’Islam.

Insomma, un testo liberante, audace e ricco di suggestioni che possono essere esplorate nella vita di tutti i giorni. Anche da chi vive in dimensioni esistenziali differenti.

Dalla parte giusta della strada

Dalla parte giusta della strada

Ogni tanto mi chiedono di dove sono: ormai provo a rispondere che sono “quasi” siciliano, oppure che non lo sono ancora ma che mi sto attrezzando. Non credo sia necessario coltivare tutte le virtù (e i difetti) di un luogo per farne parte a pieno titolo. Mi accontento di sentirne la parlata, cominciare a coglierne le sfumature meno sfacciate, assaporare il gusto più semplice e quotidiano che rendono quest’isola così particolare.

E i libri servono davvero ad entrare nelle pieghe del quotidiano; mi sono imbattuto in questo testo quasi con la convinzione che fosse di tono tutt’altro che serio, insomma, una sorta di “la mafia uccide solo d’estate” parte seconda.

Anche perché conoscevo già la verve di Pif, ma a mente distratta pensavo addirittura che l’altro autore, Lillo, fosse la spalla di Greg. Poi mi sono reso conto che è invece un autore e giornalista di ben altra tessitura.

E forse, leggendo bene titolo e sottotiolo, qualcosa trapelava già con evidenza: Io posso, due donne sole contro la mafia, di Pif e Marco Lillo

Insomma, equivoci leggeri per un testo che invece parla ben d’altro.

La vicenda è l’incredibile lungaggine burocratica che ha assillato e segnato la vita di due donne di Palermo, proprietarie di una casa caduta sotto le mire di un costruttore in odore di mafia (un odore piuttosto forte, si scopre poi nel testo). Il palazzinaro in questione millanta il possesso di questa casa, l’unica che gli mancava per poter aprire il cantiere e da qui parte l ‘odissea di un palazzo a ridosso di un parco di Palermo.

La narrazione si snoda quasi come un giallo, i colpi di scena però sono le incredibili incongruenze delle leggi, delle regole, dei ritardi burocratici, delle sentenze che si basano all’infinito su altre sentenze. La finale kafkiana di queste due vittime della burocrazia è che devono pagare fior di tasse su un rimborso che non è mai arrivato. E sembra che l’Agenzia delle Entrate nulla possa contro questa assurdità. Questo forse è l’aspetto più drammatico e deludente della vicenda.

Esistono realmente situazioni assurde simili, problemi che persone e famiglie si trascinano per lungo tempo, nell’impossibilità di risolvere le cose e poter quindi vivere in modo dignitoso.

La Palermo abitata da vari personaggi noti alle pagine di cronaca, spesso nera e rossa, rende possibile questo impianto: si incontrano nel testo gli eroi e gli sciacalli, Borsellino e Brusca, il killer che scioglieva nell’acido il corpo di un giovane ragazzo. Spesso tra le righe trapelano episodi e situazioni che sono ormai parte del nostro immaginario collettivo (vedi alla voce mafia).
Parlarne, mettere in evidenza queste cose, non tacerle è già un modo per evitare che si ripetano troppo spesso.
E anche un libro, alla fine, diventa un mezzo concreto per rimborsare, recuperare credito, cambiare il corso delle cose. A questo dovrebbe servire la letteratura.

Di pittoresco e turistico non c’è proprio niente in questo snello libretto (si legge in un paio di ore) e la Sicilia che fa da sfondo, è quella che ritorna nella memoria degli autori. E con tutte le bellezze che nasconde è proprio un peccato che debba fare da cornice a queste vicende.