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a proposito di riviste digitali…

a proposito di riviste digitali…

-> ci sono novitá – post aggiornato al 7 luglio (lo trovi in fondo)

Ormai sono 14 anni (quasi 3 lustri, suona molto vintage) che ho effettuato lo switch-off, dalla carta al digitale; prima con i libri e poi, appena possibile con le riviste e i giornali. Inzialmente con il Kindle in bianco e nero (dovrei ancora averlo da qualche parte, adesso che è stato ormai abbandonato, potrebbe essere utile come pezzo da museo).

E i vantaggi sono innegabili; non che la carta abbia perso il suo fascino, anzi, ma un libro, una rivista, per me sono essenzialmente un mezzo di trasmissione di conoscenze. Soprattutto le riviste, ora che mi trovo anche fuori zona Italia e non posso piú affidarmi al rito dell’edicola. Qui a Melilla ce ne sono ancora, ma vedo che vendono più caramelle e bibite che altro…

Dopo i fasti della mitica rivista MC-microcomputer che ho iniziato a conoscere a Roma nei primi anni ’80, senza nemmeno sapere che il direttore della rivista veniva tutte le domeniche nella scuola dove io insegnavo, il SLM, ed era anche amico di don Carlo M. (pensa tu, insieme abbiamo partecipato a uno di quei primi corsi ruspanti per usare il … C-64!) di acqua ne è passata sopra e sotto i ponti. Intanto gli interessi crescevano, didattica, internet, nuove frontiere delle TIC… Dalla semplice lettura siamo così passati alle collaborazioni (ho scritto un paio di pezzi anche per MC, quando bazzicavo il centro delle Tecnologie Didattiche di Genova), con varie riviste. Insomma, le conosco un po’ da fuori e da dentro.

Poi MC inspiegabilmente è svanita (ma in rete non è difficile trovare ancora oggi persone che ne sostenevano l’ossatura, come AdP, con il suo sito: https://www.adpware.it/) e per non perdere troppo tempo a navigare, ricercare, ecc. ho puntato su un’altra rivista, che mi sembrava per lo meno autorevole, completa, ricca, staccandosi un po’ dal panorama o esclusivamente giocoso o troppo tecnico. Si trattava di PC Professionale; per anni mi sono abbonato alla versione cartacea, poi a quella duplice, carta e web, adesso ovviamente solo tramite web e app. Interessante poi il fatto che ogni anno era possibile scaricare l’intera annata e conservarla in PDF. In questo panorama certe informazioni sono preziose.

Peccato che da un paio di mesi le cose sembrano essere molto “rallentate”. La versione digitale appariva sull’APP con molti giorni di ritardo (posso capire il timore di mandare in giro un PDF con il numero nuovo ancora in edicola, ma altre riviste “serie” lo fanno senza problemi, come le Scienze…). PC Professionale utilizza una sua APP e il testo rimane quindi vincolato al device, niente PDF, per intenderci. Si possono esportare articoli e pagine (un po’ macchinoso, a dire il vero) ma niente piú.

L’App di solito si apre con l’edicola e gli ultimi numeri, per questo che difficilmente si notava un avviso speciale presente nel menu iniziale ormai da alcuni mesi, insieme all’Account, l’Archivio e i Credits, compariva una
COMUNIC
AZIONE
IMPORTANTE (spero che l’a-capo sia voluto)

che chiedeva pazienza (il numero di aprile in effetti è saltato, immagino che l’abbonamento verrà prorogato in automatico…) perchè erano in corso profondi cambiamenti.

Il n. di maggio è arrivato… dopo il 20/5/26, con un cambio nemmeno troppo vistoso nel titolo, la semplice aggiunta del dittongo IA (oggi un po’ di IA si aggiunge a tutto, senza quasi notarla), cambio del direttore responsabile e di quello editoriale. Non solo, nello staff dei collaboratori non figura nemmeno uno dei precedenti giornalisti che da anni elaboravano la rivista. Tabula rasa, più che ristrutturazione. Ma logicamente contano i risultati e da un solo numero non è facile valutare le cose. Vedremo piú in là.

Speriamo che il n. di giugno non ci metta troppo a giungere… a tutt’oggi (come si vede dal timing in alto a sinistra) non resta che aspettare.

O magari potrei chiedere, con un prompt ben congegnato da inviare a qualche bot-IA di “prepararmi una rassegna di notizie su hardware e software, notizie sulla sicurezza informatica, recensioni di libri interessanti sul tema…” e vedere cosa succede. Anzi, siccome la tentazione è fin troppo semplice, ecco il risultato in pdf di questa query realizzata in meno di 5 minuti, con l’aggiunta di un paio di mie foto. Tra quanto potró rinunciare ad una rivista “generica” e avvalermi del lavoro agentico di qualche IA?

8 luglio 2026 – E andiamo avanti coi ritardi. Purtroppo a tutt’oggi non è cambiato nulla. La rivista non si vede ancora (in edicola, stando qui a Melilla, mi risulta difficile controllare 😉 e ho persino segnalato il problema all’ufficio abbonamenti, che ha persino risposto (in data 25 giugno):

Sorge quasi il timore che stia capitando qualcosa di simile a ció che successe alla rivista MC, che “sparì” dal mercato con il numero di settembre del 2001 (il numero non venne mai pubblicato ma … era quasi pronto e impaginato). Leggendo con calma l’ultimo numero disponibile, quello di maggio 2026, con una redazione completamente diversa dalla precedente, una sorta di antipasto con brevi assaggi delle nuove rubriche e la conferma di quelle storiche, dando credito all’enfasi della comunicazione e dell’editoriale, che preannunciano impegni e novitá e quantaltro… Non avendo altre armi che la pazienza, rassegnati si attende.

In tutto ció ho recuperato un po’ i contatti con il paladino dello storico MC, Andrea di Prisco, che continua imperterrito nella sua missione di divulgatore (dichiarandosi al contempo discendente di nonna Wiki e di zio Google, o parentele affini…) e continua a sfornare interessanti notizie, riflessioni e considerazioni sulle pagine del suo personalissimo sito ttps://www.digitanto.it

Sono persino riuscito a rintracciare l’indice dei miei articoli pubblicati su MC, ero ancora convinto che fossero solo 2, mi sono meravigliato che, invece, corrispondano ai goal di Argentina-Egitto di ieri sera, ben 3 interventi, tutti legati al mondo della tecnologia e informatica applicati al settore della disabilitá (chissá se questo termine è ancora utilizzabile…); vediamo se con calma riesco anche a recuperarne il testo, visto che tra i secoli che passano, i traslochi che contribuiscono a disperdere i floppy (sic! esistevano ancora), i primi HD per le copie di sicurezza… uno fatica a mettere ordine.

O ci vai tu o arriva lei

O ci vai tu o arriva lei

Tanto prima o poi ci dobbiamo fare i conti. Meglio saperli fare, questi conti, che dover sottostare frettolosamente alle mode del momento. Mi riferisco all’IA, questa intelligenza artificiale ormai onnipresente in tante situazioni della nostra giornata.

Ricordo le prime “meraviglie” dei bot di OpenAI; stavo facendo alcune lezioni con alunni insoliti (migranti alle prese con l’esame di maturità) e ci serviva un riassunto dei Promessi Sposi. Il tempo era poco e l’esame imminente. “Realizza un riassunto in meno di una pagina (2000 caratteri circa) del famoso romanzo…“. Pochi secondi di attesa ed eccoci in viaggio “su quel ramo del lago di Como…”. I miei 2 alunni erano sbalorditi (io invece altrettanto contento di non dover cercare in giro per la rete qualcosa di analogo). Eravamo nel 2023 e i bot erano ormai uno strumento diffuso, che iniziava a creare soluzioni e problemi in tanti contesti. Dalla felicità per tanti alunni alla disperazione per alcuni prof…

Per la cronaca, alla fine l’esame è stato superato e Happiness era così entusiasta da farsi preparare una t-shirt tanto sgrammaticata quanto divertente. L’ultima notizia che mi ha mandato riguarda il corso di infermiera che sta svolgendo… Auguri!

Invece io ripenso quasi con tenerezza alla scelta di inserire nel mio piano di studi universitario anche un corso di Intelligenza Artificiale. Ma eravamo a Genova, nel 1986 (probabilmente perchè era tenuto dal prof. Olimpo, che da poco avevo scoperto come direttore dell’Istituto di Tecnologie Didattiche). Le prime frequentazioni erano molto teoriche, a base di libri, dispense, tentativi rudimentali con i primi bot che simulavano un approccio molto semplicistico, ispirati ai lavori di Joseph Weizenbaum e del suo prototipo Eliza. A puro scopo documentale sono ancora presenti in rete link a simulazioni di questo tipo, come quella della Università Fullerton della California. Il tutto si ispirava alla scuola di psichiatria di Rogers e veniva declamata come una tipica seduta con uno “strizzacervelli” di questa scuola. Di intelligente c’era ben poco, il sistema non si poneva nemmeno il problema di capire le domande che venivano poste, semplicemente pescava alcune frasi quasi a caso, o ricalcava le domande.

Insomma , come la famosa barzelletta sulla strategia tipicamente ebraica di rispondere a una domanda con un’altra domanda (“Un uomo va dal rabbino e gli chiede: “Rabbino, perché voi ebrei rispondete sempre a una domanda con un’altra domanda?” Il rabbino lo guarda e gli risponde: “E perché non dovremmo?”).

Se pensiamo a quanto è disponibile oggi, si rimane decisamente colpiti dall’abbondanza e pervasività di questi strumenti, che ormai sbucano nella posta (Copilot e Gemini fanno a gara nel leggere gli affari tuoi e tentare di riassumerli), negli strumenti di traduzione (utilissimi, diciamolo), di creazione di immagini e scenari, di video, di rielaborazioni di documenti…

Anche in questo caso ci ritroviamo nella “fase del guado” (non ho ancora trovato o coniato una definizione migliore), perchè comprendiamo bene da dove siamo venuti ma non conosciamo ancora perfettamente il terreno sul quale ci troveremo a breve. Abbiamo esperienza della vita “prima dell’IA” e stiamo assaporando la portata di questi nuovi strumenti. A breve saremo attorniati da persone che questa esperienza del passato non hanno avuto modo di viverla. Scenari interessanti.

Intanto viviamo tutte le idiosincrasie del momento, con strumenti che si “rifiutano” ad es. di realizzare determinate scene, per motivi di policy, mentre altri sorvolano liberamente sui possibili effetti di quanto prodotto.

Avevo appena letto la suggestiva notizia del clochard protagonista di un restauro di una pala cinquecentesca e l’idea di questa commistione, un 1500 rivisitato in chiave moderna, così ho provato a chiedere a ChatGPT di riprodurre questo:

riproduci una pala d’altare del 500 con una madonna dal volto tatuato che tiene in braccio un bambino di colore, un san Pietro con un berretto simile a quello dei giocatori di basket del NY e un angelo con i capelli biondi che suona una chitarra elettrica

Abituati come siamo al tutto e subito, non mi aspettavo un diniego, tra l’altro ampiamente motivato:

Il modello non può generare immagini che ritraggano figure sacre (come la Madonna, San Pietro, angeli) in modi che potrebbero essere considerati irrispettosi, offensivi o denigranti per gruppi religiosi. Nella tua descrizione c’erano elementi che, combinati, potevano risultare problematici secondo le linee guida: (Madonna con il volto tatuato, San Pietro con un berretto in stile basket, Angelo con una chitarra elettrica

Ovviamente uno cerca un ripiego e si accorge che la “concorrenza” (in questo caso Gemini), non fa una piega, anzi, sembra ben contenta di esaudire questa richiesta: Ecco la tua pala d’altare del ‘500 con un tocco moderno e inclusivo. Ed è l’immagine che compare su questa pagina.

Eppure, se uno ingrandisce l’immagine di Happiness puó scorgere la ormai famosa “Madonna di Loreto nel manto dei rifugiati” di Margherita Gallucci, e in questo caso il colore della pelle non fa altro che intensificare il messaggio… senza problemi di policy.

Non di soli social

Non di soli social

Ogni tanto è saggio soffermarsi sulla cornice delle cose. Dedicare tempo e passione ai contenuti è fondamentale, ma senza dimenticare che spesso è il contesto a garantire la comunicazione e la visibilità.

Seguo il web da quando è nato, almeno qui in Italia, ed ho sempre cercato di mantenere uno sguardo attento a tutte le dinamiche comunicative che si appoggiano alle ormai tante strutture e metastrutture realizzate mediante internet. Da quando la parola stessa, internet, non era ancora ben definita ed era anzi persino fluida e poco stabile. Ma le disquisizioni di gender non erano ancora argomento dibattuto a quei tempi.

Oggi i paradigmi della comunicazione si concentrano in modo evidente sui social, alcuni strumenti della rete si sono ampiamente evoluti e altri hanno subito modifiche notevoli. Un tempo sul cellulare si amavano alla follia gli SMS, oggi retaggio quasi esclusivo delle notifiche OTP; un tempo l’account Gmail era una sorta di consociazione carbonara, a cui si poteva accedere solo mediante inviti ricevuti da altri fortunati.

Alcuni social hanno vissuto un’esplosione incredibile, Facebook in primo luogo, tanto che sembra quasi un azzardo affermare che “non sono su FB” oppure che “mi interessa poco”. La sua facilità d’uso e la pervasività dei messaggi che ne sostengono la stessa struttura sono ben evidenti. Perché come diceva (probabilmente) Kafka, “un cretino è un cretino, due cretini sono due cretini, ma diecimila cretini sono un partito politico”. E su FB i numeri degli iscritti (partecipanti?) superano i 2 miliardi. Ma preferisco tenere nel mio piccolo orticello queste considerazioni, prima di regalarle (o relegarle?) al grande pentolone dei media mainstream.

Ed è curioso che ancora oggi, se svolgo una ricerca testuale tra le mie foto, se scrivo semplicemente web mi si piazzano in pole-position le tante ragnatele che, rarefatte, compaioni nei miei album di foto 🙂

Oggi sembra normale utilizzare FB come vetrina indispensabile per le numerose anteprime che si svolgono, bacheca generale per raggiungere un pubblico ben più vasto. Quando parliamo dei nostri “amici” molto spesso diamo per scontato che corrispondano almeno in parte ai nostri contatti su FB. Ma davvero riusciamo a considerare amici le centinaia di persone che ci hanno chiesto “l’amicizia”?

Qualcosa di analogo lo vediamo replicarsi su Instagram (che è sempre di Meta, il grande ombrello sotto il quale gravita FB). E forse, fino a qualche tempo fa, si poteva dire lo stesso di Twitter, mentre ora stiamo assistendo al rapido suicidio di una piattaforma diffusissima e snella; da quando ha cambiato nome e strategia si assiste ad un discreto guazzabuglio di opinioni e conseguenze. Durerà? Potrebbe chiudere? Che fine faranno tutti i contenuti e le energie dispiegate su questo strumento negli anni passati? Dove finirà la conoscenza versata come olocausto a questi media?

Ma i tempi cambiano, e gli anni, effettivamente, stanno passando e le cose cambiano così in fretta nel mondo di Internet da rendere quasi difficile la stratificazione dei comportamenti, degli strumenti e dei modelli in un immaginario collettivo chiaro e condiviso. Sembra quasi che quanto abbiamo appreso agli inizi sia ormai non solo superato, ma inutile, quasi dannoso. Sapendo che tutto cambia velocemente sembra quasi inutile conservare memoria delle pratiche ormai superate o in via di trasformazione.

Per noi che abbiamo vissuto questa epoca di guado, dall’analogico al digitale, dalla macchina da scrivere al PC, dai post-it a Chat-GPT il percorso sembra se non chiaro almeno evidente. Per chi arriva invece oggi che senso potrebbe avere dedicare tempo a questa archeologia post-industriale?

Di solito scrivo queste cose per rifletterci con più calma, senza nessuno scopo pubblico; in un certo senso ho già dato, nei diversi anni in cui pubblicavo periodicamente riflessioni e brevi pezzi sul ruolo di Internet nel nostro mutevole mondo, ma ho trovato interessante notare che se scrivevo qualche post su questo piccolo ed insignificante blog, il traffico generato era decisamente ridicolo: un paio di accaniti lettori, più amici che lettori, e poco più.

Ultimamente ho provato a segnalare la scrittura di un post su FB e dopo nemmeno una giornata, l’effetto leva era più che evidente. I 5 lettori di manzoniana memoria si moltiplicavano per 10, se non per 20. Insomma, è la grancassa che spesso serve per alzare il volume delle informazioni. Anche queste righe, le ho pubblicate la mattina del 12 settembre e alla mattina dopo le visualizzazioni erano… solo 2 (devo avere un fratello molto attento e fedele ;-). Il giorno dopo ho messo un post su FB e la sera del 13 le visualizzazioni erano: 44. Evidentemente qualcosa è cambiato…
Mi viene quasi da pensare alla burla operata in Belgio pochi giorni fa, in occasione di un prestigioso premio vinicolo, avevano travasato un tavernello qualsiasi (che comunque è più dignitoso di tanti altri vini sedicenti doc) in una bottiglia stellata e … hanno vinto il primo premio.

Ma come spesso affermo, i social passano mentre i siti rimangono. Da anni seguo e gestisco con distratta attenzione alcune pagine web. Non sono più i tempi d’oro in cui avere una pagina web col proprio dominio era una sorta di status symbol e non è più nemmeno immaginabile costruire in modo artigianale qualcosa del genere. Le prime presenze sul web che avevo realizzato modificando i primi modelli in html erano certamente spartane e poco attraenti, ma sicuramente la finalità comunicativa era abbastanza facile da raggiungere. Il focus era sempre sulle notizie, sui contenuti, lo strumento era essenzialmente …strumento, poco più.

Oggi il paradigma è quasi rovesciato e conta soprattutto l’aspetto, il feeling, l’appeal grafico… La mia esperienza si misurava agli inizi con la richiesta di semplici siti scolastici, di qualche associazione (la prima versione del sito Agidae è del giugno del 1999, poco prima quella del sito Maristi.it), pagine di società al primo approdo sul web; a corollario di queste esperienze quasi da pioniere era sempre viva l’attenzione alle derive didattiche di tutto questo, già iniziata nel lontano 1985 in collaborazione con il centro ITD del Cnr di Genova e per lungo tempo ho continuato su questa scia, divulgando e mettendo a disposizione materiali, software e informazioni su questo ambito, percorso che ho poi continuato per numerosi anni collaborando con la rivista Tuttoscuola.

Erano i tempi in cui nemmeno i giornali avevano una presenza ben definita sul web (sto parlando dei primi anni ’90, ovviamente, roba del secolo scorso!), quando i bbs erano ancora la punta di diamante della nuova tecnologia e le chat delle poche realtà presenti (Fidonet, MC, Agorà) raccoglievano i primi drappelli dei cultori della materia. Persone che poi sono approdate nei luoghi nevralgici del web nascente, ricordo un amministratore di un bbs (sysop, come si diceva allor) che poi è diventato l’esperto di sicurezza informatica del Vaticano, o il giornalista appassionato che poi ha dato il primo vero impulso al giornale più attento a questa nuova frontiera, Repubblica. Tempi andati, che sono stati però la base di quelli attuali e ogni percorso visto in retrospettiva svela molti aspetti spesso dimenticati.

Interessante, ogni tanto (almeno per me), riprendere considerazioni di questo tipo.

Tra fiumi e cave…

Tra fiumi e cave…

Sto controllando i dati della nostra stazione meteo: non si metterà mica a piovere oggi pomeriggio? Rispetto allo scorso anno siamo sotto di oltre il 70% della pioggia, ma non dovrà mica cadere tutta oggi quella che manca, vero? Anche perché sarebbero più di 200 mm! Speriamo bene.

E con questa speranza, sabato pomeriggio sono andato a visitare un luogo di cui avevo sbirciato alcune foto dai resoconti di Pippo Ansaldi e che avevo cercato di approfondire sulle pagine di La Nostra Terra. Un luogo dalle parti del fiume Manghisi, della cava Putrisino, zona di masserie abbandonate, cave antiche e piccole necropoli, poco distanti dal canyon di Cavagrande di Cassibile.

Su Google Maps le notizie sono decisamente scarse, pochi di questi luoghi sembrano essere già stati visitati e recensiti, una buona occasione per aggiungere qualche notizia e qualche immagine, perché sono luoghi che veramente meritano. Meritano persino le conseguenze di qualche poco simpatico insetto che incontri nelle sterpaglie e come ricordo ti infilzano con svariate e fastidiose punzecchiature… (sono ancora qui a grattarmi dopo un paio di giorni!).

Le indicazioni sono abbastanza chiare: proseguire un centinaio di metri dopo il ponte sul fiume Manghisi… una zona ancora oggi poco abitata ma che un tempo doveva essere decisamente più frequentata, grazie alla sua situazione geografica particolare, ampi pianori coltivabili e adibiti a pascolo, tanta presenza di acqua, zona distante dai percorsi più gettonati, insomma, posti sicuri protetti e tranquilli.Su Google, al momento, le uniche indicazioni presenti sono proprio quelle della Masseria Donna Giulia e della Cava Putrisino, niente più.

Lasciando la macchina in uno dei tanti slarghi della stradina asfaltata che penetra in questa parte di territorio, ci si dirige scarpinando allegramente lungo la strada che giunge fino alla Masseria Donna Giulia. L’asfalto cede presto il posto a una carrareccia ampia. Le notizie che si trovano in rete a proposito di questo edificio ormai abbandonato da tempo, sono più che esaurienti e comunque un’occhiata agli interni, facilmente accessibili (il cancello all’ingresso è semplicemente accostato) si può facilmente dare, facendo però attenzione perché lo stato dell’edificio è veramente pietoso e i tetti si reggono per fortuite congiunture astrali!

Continuando a percorrere la strada si giunge fino al torrente Manghisi, un corso d’acqua che a questa altezza non è molto largo o impetuoso, ma non era questa la giornata adatta per inzaccherarsi e passarci dentro per esplorare un po’ meglio la zona. Ci si potrà fare un pensierino nella prossima estate! In compenso, lungo il sentiero, si trova qualche passaggio per curiosare con calma le zone precedenti il guado. Ed è proprio qui che si trovano le cose più interessanti.

Una cinquantin di metri prima del torrente, si può accedere sulla destra per entrare nella macchia selvatica. Per prima cosa si incontra qualche olivo secolare, maestoso e dal sopracciglio corrugato, dalle sembianze di vecchio addormentato; proprio lì vicino si cominciano a scorgere le vestigia antiche, pietre tagliate in modo preciso, scalini e percorsi che conducono ad una serie di tombe rupestri. Una piccola necropoli tranquilla e solenne nel suo adagiarsi sulla balza.

Poco dopo altre cavità tombali e altre, ben più grandi, che sembrano grotte ma (come letto in precedenza) sono invece dei romitori di epoca bizantina. Quando racconto ai ragazzini del nostro doposcuola che Siracusa è stata persino capitale dell’impero romano d’Oriente, a supporto di Bisanzio, non vedo reazioni entusiaste o meravigliate, anzi, in pratica non vedo nessuna reazione.

Più o meno quella degli attuali cittadini che sono riusciti a costruire un mediocre palazzo in cemento armato proprio sopra le terme bizantine del V-Vi sec. d.C; insomma, la superficialità che conduce solitamente all’ignoranza delle cose. Ed è davvero un peccato, perché ci sarebbero così tante cose interessanti su questo territorio, che veramente bisognerebbe prima lavorare con le persone per farle tornare “speciali” e più consapevoli dei propri tesori!

Continuando a passeggiare in questo insolito giardino, tra tombe e resti medievali, in mezzo a una natura quasi selvaggia che prende rapidamente il sopravvento, fa sempre un certo effetto. Anche perché il pensiero corre subito al dopo, perché entro poche manciate di minuti la normalità del traffico, del rumore, del caos cittadino, prenderà il sopravvento.

Vale la pena allora godersi tutto questo panorama e questo verde. Si notano poi le tracce di alcuni sentieri che probabilmente in precedenza raggiungevano il fiume anche da questa parte, e forse anche la cava, ma l’esuberanza della vegetazione e dei rovi non permette al momento di proseguire.

Ho cercato, tornando indietro, se vi fossero altri ingressi o percorsi, ma senza riuscire nell’impresa. Nemmeno scrutando la mappa satellitare si riesce ad avvicinarsi alla cava. Ma quanto visto è già sicuramente abbastanza.

E per rendere meglio l’idea, ecco alcune immagini di questi luoghi: piccola necropoli di Cava Putrisino

Silicio e larghi dintorni

Silicio e larghi dintorni

Ci sono libri intriganti e altri meno. Questo lo colloco nel ripiano del più 😉
Federico Faggin è sicuramente una garanzia, come persona e come imprenditore. Spesso ci facciamo belli dell’italico ingegno citando personaggi mediaticamente altisonanti, sperando che qualche contagio culturale possa ricadere anche su di noi.

La traiettoria di Faggin è forse meno nota, anche se al termine del testo uno dovrebbe riflettere sul fatto che i passaggi epocali che abbiamo vissuto negli ultimi 50 anni, sotto il profilo tecnologico e informatico, lo dovrebbero riconoscere come uno dei protagonisti chiave. E’ vero, siamo esterofili e si preferisce citare Bill Gates o Steve Jobs, ma l’apporto di Faggin è davvero notevole, sia per quanto riguarda il versante tecnologico che quello legato alla visione del futuro che la tecnologia permette di realizzare. Non basta trovare una soluzione tecnica a un problema concreto, senza una prospettiva e una direzione, la cosa si fermerebbe lì. Invece i passi percorsi da Faggin rappresentano un sentiero che ancora stiamo calcando. Anche perché alcune delle sue invenzioni sono ancora oggi operative e ben presenti negli strumenti che utilizziamo.

Definire Faggin come il padre del microprocessore è ormai assodato e di pubblico dominio, anche se nel libro si percorrono tutte le difficoltà legate a questo riconoscimento. La vita è una giungla e il riconoscimento di alcuni meriti inventivi, soluzioni innovative e scelte tecnologiche sono un piatto ghiotto per molti concorrente e, spesso, detrattori. Nel testo emergono chiaramente questi scenari, scienziati che si fanno le scarpe a vicenda, verità che vengono mantenute sommerse o nascoste per non riconoscere i meriti delle persone. Anche di questo è lastricato il percorso della scienza e trovarsi di fronte ad una persona fondamentalmente mite e onesta come Faggin, spesso induce ad approfittarne.

Il testo è snello, semplice e si presta sia ad una lettura tecnica che sociologica. Raccontando la sua esperienza, le sue prime occupazioni nell’Olivetti, il suo trasferimento negli USA e la rapida scalata nel gotha degli “inventori” legati all’informatica, si incontrano molti attori famosi e fondamentali, le soluzioni tecnologiche presentate sono ormai parte della nostra vita quotidiana, anche se il primo microprocessore realizzato da Faggin oggi lo possiamo trovare annegato in dimensioni microscopiche nelle nostre chiavette USB, nei cellulari, nelle fotocamere, nei PC, come fosse un semplice “pezzetto” inerte. Quanta storia, invece, dietro queste innovazioni. Il libro sarebbe interessante anche solo per questo profilo informativo che mostra come la tecnologia ha preso rapidamente il volo dagli anni 60 in poi.

A parte alcuni capitoli che l’autore ritiene doveroso inserire per “spiegare” tecnicamente le soluzioni da lui pensate e prodotte (pagine che ho praticamente saltato a piè pari, senza perdere nulla di fondamentale), un secondo aspetto davvero importante è la crescita personale, umana e spirituale (Faggin la chiama giustamente “consapevolezza”) che l’autore ci presenta. Senza scadere in spiritualismi da new-age, la ricerca fondamentale dell’autore si rivolge al tema dell’intelligenza artificiale, che sempre più vedremo e dovremo affrontare come cruciale per i nostri tempi.

Ci viene quasi difficile ricordare che microprocessore è il componente basilare dei pc che usiamo ogni giorno, della DAD, delle videoconferenze, delle comunicazioni, della telefonia… un po’ come l’aria che respiriamo e diamo sempre per scontato…

Vuoi per la formazione iniziale (se nasci e studi in Italia una buona dose di “umanesimo” ti permea), vuoi per la riflessione condotta in questi lunghi anni, l’approdo di Faggin è tutt’altro che semplicistico o sensazionalistico. Quello che oggi l’hardware e il software possono offrirci, pomposamente etichettato come IA è ancora molto lontano da una vera “intelligenza” che sappia vedere, provare e sentire e soprattutto scegliere: molta la strada ancora da compiere e secondo l’autore non si può procedere semplicisticamente dicendo che i progressi dell’hardware (di velocità, intensità e complessità) e del software (che ormai viene realizzato mediante software sempre più complessi, reti neurali e altri procedimenti spesso fuori della portata di una “semplice intelligenza” umana) potranno giungere ad una consapevolezza intelligente. Insomma, per Faggin il mito dell’IA è proprio un mito non realizzabile.

Da un lato questa conclusione può rincuorare e mettere al riparo dai timori crescenti, ma l’attualità che ci propone proprio oggi situazioni in cui già viene utilizzata ampiamente questa cosiddetta IA (chi decide l’obiettivo di un drone-kamikaze? chi sceglie la popolazione target di determinate scelte politiche?) rimane il vero problema. Non ci sono facili soluzioni, anzi, rimane la necessità di approfondire, studiare, addentrarsi nel vivo di questa discussione. Ovviamente con competenza e saggezza.

Doti che nel libro risaltano veramente e sono la chiave dell’approccio di Faggin all’esistenza stessa.

Stimolante persino l’emergere di una ricerca in direzione non solo della tecnica, ma della spiritualità e del senso della vita. Argomenti che quasi non ti aspetti da un testo del genere.

Bello rivedere tante esperienze, studi, iniziative che sarebbero state sicuramente diverse senza queste innovazioni, dalle prime frequentazioni universitarie (quando per usare mezz’ora un Apple II occorreva prenotarsi con un mese di anticipo) alle prime sale computer allestite a scuola (quella di Genova risale a prima degli anni ’90, a Cesano nel 1997…)