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Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

Nuovamente Estremadura

Nuovamente Estremadura

Diciamo che quest’anno lo sfizio di conoscere un po’ l’Estremadura me lo sono tolto per davvero. Dopo quasi una settimana di esplorazione insieme alla mia comunitá di Melilla, ho avuto l’opportunitá, dopo la settimana santa vissuta a Fuentheridos, di ripetere quasi il viaggio, ma con alcune interessanti variazioni, insieme ad un bel gruppo di fratelli maristi spagnoli (con 3 aggiunte italiane, Franco, Massimo e Antonio…).

Così sono tornato “sul luogo del delitto”, con lo sguardo un po’ più attento e saputello del principiante; sicuramente rivedere alcune parti, alcuni scorci, aiuta a selezionare l’importante e ricordare meglio le cose speciali. Un bel vantaggio.

Abbiamo iniziato il nostro itinerario il martedì 7 aprile, incontrandoci a Sevilla, poi ci siamo diretti verso Merida che sarebbe stato il nostro centro strategico. Ovviamente lungo la strada primo impatto gastronomico “intenso” con la cucina estremeña, dove il prosciutto iberico la fa da padrona, insieme a tante altre cose, nessuna delle quali particolarmente dietetica…!

Eravamo alloggiati proprio nel centro di Merida, in Piazza di Spagna e per un paio di giorni abbiamo approfittato delle sapienti spiegazioni della nostra guida, Pilar; peccato solo per la pioggia iniziale, che ci ha un po’ condizionato, ma … fa parte del gioco.

Il secondo giorno siamo partiti alla volta del Monastero di Guadalupe, raggiunto sotto l’acqua e in mezzo ad un panorama insolitamente verde e fresco; nei giorni seguenti ci siamo diretti verso Caceres, poi Trujillo; un’altra mezza giornata, finalmente baciata dal sole, l’abbiamo dedicata al cuore romano di Merida, con tempo libero per sbirciare qualcosa nel museo o nelle viuzze cittadine; infine anche Badajoz, che pur non avendo grandi tesori da offrire, è sicuramente un centro interessante. Qui abbiamo incontrato e condiviso momenti speciali anche con la comunitá marista che anima la grande scuola.

Oltre ai luoghi, le visite e il “turismo” tout-court, sono stati giorni di incontro e di fraternitá molto sentita…

Logicamente ho selezionato un altro po’ di foto di questo nuovo viaggio in Estremadura – 7 al 10 aprile 2026

A passi lenti

A passi lenti

Rubo quasi il titolo ad un amico lontano; quando ero ancora dalle parti di Cesano spesso veniva un giovane, collaboratore dei giornali della zona, per scrivere alcune notizie sulla nostra scuola; era un appassionato di mantagna e di luoghi solitari, un elemento in comune… dopo qualche anno lo ritrovo sui social, con il suo Apassolento, itinerari a piedi sui monti del lecchese e della Brianza: ottima idea.

In questo venerdì mi sono ritagliato una passeggiata lunga, quasi 18 km, in questo panorama splendido del cuore di Huelva. Tutto intorno alla casa dove siamo, Villa Onuba, si stendono colline, pinete, sugherete, eucaliputs, allevami all’aperto di patas negros (i famosi maiali che danno origine al prelibato jamon iberico, siamo a 2 passi da Jabugo).

Siamo ormai in piena primavera: i fiori tardivi ancora turgidi e freschi, le api in incessanti via vai nel bosco, i pollini che si lasciano trasportare dalle folate leggere… vale la pena camminare, ascoltare, traguardare i panorami, sentire le gambe faticare sulla salita.

(in preparazione) Un video-riassunto con una selezione di immagini

Qui tutto l’itinerario (tramite Koomot), con i suoi dati, mappe e dettagli

E per rilassare gli occhi, una panoramica di foto.

Alla scoperta dell’Estremadura

Alla scoperta dell’Estremadura

Prima della settimana santa, la nostra comunità Fratelli di Melilla si è dedicata una pausa… alla scoperta dell’Extremadura. Lo so che è un regalo bello grande, diciamo che fa parte di quel “centuplo” quaggiù, spesso bistrattato, che ci accompagna nel nostro percorso umano; ma a Natale avevamo avuto un po’ di problemi vari di salute e un viaggio precedente era saltato, così, nel percorso verso Fuentheridos, dove avremmo vissuto la settimana santa insieme ad altri amici maristi, ci siamo dilungati un po’ per vedere luoghi interessanti.

Sbarcati a Malaga il 25 marzo abbiamo iniziato il nostro percorso dalla splendida città di Ronda, famosa per il suo tajo, quel salto nel terreno che la caratterizza e rende famosa; un fiume che la divide a metà e ne segna il profilo; un famoso ponte che unisce le due parti della città, che contiene al suo interno altri luoghi interessanti.
Noi abbiamo cominciato dal suo giardino principale, vicino alla Plaza de Toros, per contemplare questa cesura significativa nel terreno; poi abbiamo iniziato a perderci nel suo interno, tra le chiese antiche, le collegiate e i bagni arabi che ancora oggi colpiscono per l’ambiente che ricordano e lasciano immaginare.
La risalita verso il centro, tra scalinate impervie e scorci mozzafiato ha richiesto il suo tempo, ma anche il tempo splendido, che ci ha accompagnato in tutti questi giorni, ha fatto la sua parte.

Nel pomeriggio abbiamo continuato il nostro itinerario, con una tappa a Sotenil, altro luogo famoso per la roccia caratteristica che ne sovrasta e marca il tessuto urbano; al riparo di questa roccia si sono distribuiti locali, ristoranti tipici, abitazioni… a pochi passi dal fiume che da secoli ne definisce l’ossatura principale.
E visto che eravamo anche alla scoperta dei piatti tipici, anche se questa zona è marcata dalla vicinanza con il mare (non a caso Malaga è la capitale di questa provincia), i prodotti legati alla terra e logicamente alla carne, la fanno da padrona.
Che dire, una buona carrillada, tenera e fumante, era d’obbligo. In serata siamo arrivati a Badajoz, che sarebbe stata la nostra “base” per tutta la settimana, visto che qui abbiamo una piccola comunità marista, che vive in un appartamento in un quartiere non lontano dalla scuola.

Il secondo giorno lo abbiamo dedicato interamente alla città di Merida, uno dei luoghi dove si respira ancora a grandi sorsate la cultura e la storia romana; la nostra meta era proprio il cuore storico della città, l’anfiteatro, il teatro e una splendida casa romana adiacente a queste due strutture ben conservate. Juan antonio ricordava ogni tanto che anche il protagonista del film Il Gladiatore, Massimo Decimo Meridio, risulta essere originario proprio di questo centro, che dal I sec. della storia romana rappresentava il fulcro della cultura e del potere imperiale. Anche la casa che abbiamo visitato (facendo lo slalom tra le classi di alunni spagnoli in visita) ha lasciato il segno, persino per la struttura coperta che la protegge e conserva. Nel pomeriggio ci siamo dilungati nella visita dell’Alcazaba, l’antico quartiere-cittadella di epoca araba, con le sue mura possenti (con molto materiale di recupero di origine romana, i suoi magazzini e depositi per l’acqua, un museo a cielo aperto; il tutto con uno splendido ponte romano che ancora permette di guadare le acque della Guadiana, il fiume che attraversa la provincia.

Il nostro terzo giorno, venerdì, lo abbiamo dedicato alla cità di Caceres. Abbiamo penato non poco nel suo centro alla ricerca di un parcheggio (quasi ci veniva da pensare “cosa ci può essere di buono da visitare qui?”), finalmente localizzato nel grande parking dell’Obispo Galarza; una volta sistemata la macchina, in pochi minuti ci siamo trovati nel centro cittadino, la grande piazza del Comune, adiacente al suo famoso nucleo storico, uno dei primi in Europa ad essere indicato dall’Unesco come “insieme” storico di valore. Un centro medievale ben conservato, coerente e che sa ricreare al suo interno un’atmosfera affascinante; non per niente è stato il set di numerosi film e documentari sull’epoca medioevale.
Di buona lena ci siamo messi a percorrere il semplice itinerario circolare che comprende i monumenti essenziali, ammirando l’effetto atemporale dei palazzi, dei fregi, delle insegna nobiliari. Ogni tanto qualche chicca, come la mostra di manoscritti ed opere antiche dell’Archivio o l’incredibile deposito di acqua che si trova nello spazio espositivo delle confraternite che affollano la città.

Nel quarto giorno, sabato, abbiamo impostato la rotta verso il Portogallo; la nostra destinazione era la cittadina di Elvas, non lontana da Badajoz, teatro di storia e monumenti significativi. Un po’ come la frontiera italiana con la Francia (o quella con l’Austria), segnate da innumerevoli forti, costruzioni di difesa, testimoni di un passato spesso agitato, pullulante di guerre… abbiamo iniziato la visita ammirando l’acquedotto che riforniva il centro e poi recandoci presso il complesso del forte della Grazia (un nome che stona decisamente, appiccicato ad una macchina di guerra…); una struttura difensiva per proteggere i confini del Portogallo dalle innumerevoli scorribande non solo degli spagnoli, ma anche francesi e inglesi… Un forte a pianta stellata e composto da un numero impressionante di manufatti, ambienti, saloni, tunnel di raccordo, stanze… uno li percorre con la consapevolezza che tutto questo era parte di una impressionante arma di difesa per impedire l’assalto del nemico e ora, dopo poche centinaia di anni, sembrano quasi un monumento “bello” da ammirare e non un dispendio di energie e risorse assurdo che ha segnato la nostra storia europea. Ma basta pensare agli eventi bellici che stanno segnando la nostra storia di oggi per capire che… non abbiamo imparato poi molto dal nostro passato. Dopo il forte siamo passati al castello di Elvas, che però conserva ben poco, qualche camminamento lungo le mura esterne, alcune stanze vuote… Decisamente più interessante passeggiare per le strade del centro, che pur essendo un piccolo paese conserva testimonianze interessanti di un passato glorioso; in particolare colpisce l’utilizzo delle piastrelle colorate, gli azulejos, negli edifici religiosi, interni di chiese o anche esterni. Naturalmente a pranzo, il piatto forte da assaggiare era il bacalao, nelle sue varie declinazioni.

Per la domenica delle Palme abbiamo vissuto il momento forte della giornata nella scuola marista, dove la celebrazione era affollata di famiglie e alunni. Nel pomeriggio ci siamo dedicati alla città di Badajoz che pur avendo “poco” da mostrare, non è poi così insignificante. La sua Alcazaba, i resti della dominazione araba del tardo medioevo, sono ancora ben presenti e come sta succedendo per gran parte delle città spagnole che hanno vissuto questo periodo, vengono messi in debito rilievo, recuperando gli edifici, la multistratificazione storica, le soluzioni tecnologiche (in particolare per quanto riguarda l’utilizzo delle acque); per di più in questa occasione potevamo contare sulla guida di José Luis, che è proprio di queste parti e quindi ci sapeva mostrare alcuni dettagli difficili da cogliere nel tessuto urbano, come il graduale recuperio di quartieri degradati che nel tempo sono stati riportati ad un livello di partecipazione più civile. Discesi dalla parte alta, essendo la domenica delle Palme, ci siamo imbattuti in una delle numerose processioni cittadine, che per uno “straniero” rappresenta sempre uno spettacolo visivo insolito e suggestivo.

Lunedì doveva essere solo un giorno di viaggio normale, ma avevamo visto sulla mappa che si passava vicino a Jerez de los Caballeros, un paese dal lungo passato abbinato alla storia dei Templari. Ovvio che una tappa se la meritava anche questo centro. E quindi ci siamo dilungati per visitare quanto aveva da offrirci; soprattutto chiese monumentali e campanili svettanti, uno dei quali richiamava molto da vicino la Gironda di Siviglia. Il paese è piccino e girarlo a piedi non era un problema, la cosa interessante, che ha colpito più dei monumenti, era la partecipazione di tutta la gente ai preparativi della settimana santa; quasi in ogni chiesa c’erano drappelli di persone a sistemare le varie scene che avrebbero preso parte ai passos della settimana; fiori, candele, addobbi, tessuti, pulizie, ripittura degli ingressi… sembrava tutto un fervore di popolo concentrato sulle feste imminenti e si notava che erano proprio le persone del paese, ben consapevoli della centralità dei gesti e delle cose che stavano preparando. L’altra sorprese è stata quella di scoprire che gran parte dei famosi conquistadores del nuovo mondo sono originari proprio di queste zone: nomi come Hernan Cortés, Vasco Núñez de Balboa (nativo proprio di questo centro, chegli ha dedicato un museo proprio nella sua casa natale), Pizarro… qui sono di casa.

Infine, affidandoci all’intuito che le trattorie con molte macchine e mezzi parcheggiati davanti sono di solito le migliori, abbiamo assaggiato altri piatti semplici e tipici della zona, in particolare una zuppa coi ceci da leccarsi le dita. Ormai eravamo pronti per raggiungere la nostra destinazione: villa Onuba, a Fuentheridos.

E naturalmente, ecco una selezione (abbondante) di foto di questi giorni dedicati all’Estremadura

Quanto conta la botanica?

Quanto conta la botanica?

E’ venuto a trovarmi mio fratello Franco ed è rimasto con me qui a Melilla per alcune settimane, come lo scorso anno. Solo che quest’anno ha scelto il periodo “invernale” di gennaio/febbraio ed è incappato in questa strana “fase galiziana” dove quasi ogni giorno abbiamo avuto scrosci di pioggia e quando non pioveva tirava vento, o tutt’e due insieme. I giorni tranquilli sono stati davvero pochi e abbiamo fatto di necessitá virtù, scovando altre cose da fare. Siamo riusciti a fare una sola passeggiata nel barranco del Rio Nano (una delle poche zone “selvagge” della nostra Melilla) e poco altro. Ma stare insieme non significa necessariamente moltiplicare le cose da fare insieme…

Franco, da buon appassionato di botanica (da giovane ricorda i tanti km percorsi insieme a fr. Nito, al sud ma anche al nord dell’Italia alla ricerca di seneci e altre piante rare, come la aquilegia champanatii, una nuova specie identificata proprio dal nostro “frater botanicus” come era solito chiamarlo nientemeno che Gianni Rodari), insomma lui aveva già adocchiato, lo scorso anno, una pubblicazione semi abbandonata in un armadio espositore piazzato davanti all’ingresso della nostra comunità. Un fascicolo impolverato che però ricordava le gesta di due fratelli lasalliani, Sennen e Mauricio che, utilizzando Melilla come base e avamposto, avevano setacciato e analizzato tutta la flora del Rif, il territorio boscoso e montuoso a nord del Marocco, dove, guarda caso, ci troviamo noi.

Così, aprofittando del cattivo tempo e delle mattinate libere, abbiamo trovato la chiave della vetrata e scoperto, tra l’altro, che oltre al Catalogo, c’erano anche altri 2 libri, recentemente ristampati, sull’opera botanica del Rif, sempre a cura dei due fratelli. Una ciliegia tira l’altra e dallo sfogliare i testi, al rinfrescare alcuni elenchi, riscoprire un po’ i personaggi e l’avventura di questi “botanici”… a cui è dedicata anche una piccola via sul retro della scuola lasalliana, il passo è breve, così Franco ha rivestito i panni del detective in salsa verde per rispolverare un po’ tutta la storia.

E che storia ne è venuta fuori, un misto tra agiografia, Indiana Jones, l’analisi storico-sociale di un’epoca particolare della Spagna (la guerra civile, a cavallo degli anni 30), la passione per le piante, il tutto condito con un pizzico di AI (che come il prezzemolo sta bene un po’ dappertutto), perchê in questi giorni Franco ha provato con mano che formidabile aiuto può essere un agente AI come Gemini nel recuperare, confrontare, classificare, convalidare testo, controllare databases… c’è sempre una prima volta!

Ha cominciato con la digitalizazzione (anzi, la trascrizione perchê il testo non era molto chiaro) delle piante presenti nel catalogo, aggiornando la classificazione in base alle nomenclature piú attuali e sistemando tutto in un archivio digitale (che si puó consultare qui di seguito)

Nomenclatura Botanica Aggiornamento 2026 Flora del Rif (Sennen)

Poi ha cominciato ad indagare sul personaggio Sennen, che doveva essere davvero un luminare, per il suo tempo, appassionato ed esperto come pochi… nella ricerca ha rintracciato persino una biografia scritta da un fratello lasalliano del Brasile (quindi l’originale è in portoghese), ricco di curiositá e spunti interessanti. Alcuni al limite dell’incredibile, come la noticina che per un suo cambio di comunitá, da buon religioso lasalliano, aveva “traslocato” anche i suoi bagagli, e non era cosa da poco, visto che il peso totale dei suoi pacchi era di …. 1800 Kg, insomma, quasi 2 tonnellate!

E così, divertendosi tra computer e piante, abbiamo superato anche la pioggia, la cancellazione della sfilata di Carnevale, un vento tempestoso che ha divelto quasi la metá dei pannelli fotovoltaici del nostro terrazzo… e siamo persino andati a vedere il Rio de Oro nel pieno della sua magnificenza, colmo d’acque come mai avevo potuto osservare. Intanto Franco, osservava altro, ad esempio che le scarpate erano piene di … bietole, fresche e naturali. Così l’abbiamo risolta con un piatto di bietole saltate all’ajillo, come si direbbe qui.

Un grazie a Franco per questi giorni condivisi insieme, nella semplicità di sempre, tra una lavastoviglie da riempire, una mano per la spesa, una per la cucina, l’altra per i compiti dei ragazzi del progetto Alfa, mettendo a dura prova le sue abilitá linguistiche in spagnolo (che peró, pian piano, migliora)…

Se poi a qualcuno interessano gli altri documenti sulle piante di Sennen… basta chiedere; i botanici, si sa, sono di ampie vedute e condividono volentieri i loro “raccolti”.