Appena rientrato a Melilla, tutto sembra normale, solo noto qualche gruppetto di ragazzi in giro, soprattutto verso la zona del Centro di Accoglienza per minori della Purisima (una struttura piuttosto decentrata, vicina alla recinzione esterna, la Valla… come tipicamente chiamiamo questo muro incredibile che ci separa dal Marocco e da tutto quanto.
Nella grande scuola Lasalliana iniziano i preparativi per il nuovo anno scolastico, primi incontri dei docenti, le dritte sul nuovo slogan della scuola (quest’anno è Construendo un mundo más fraterno), le classi da preparare… il nuovo direttore e i cambi nella nostra comunit´(è appena arrivato da Alicante fr. Pedro e il nuovo superiore, Javier, sta completando la prima settimana di permanenza).
Ma dopo gli eventi di questa estate e i tanti malumori generati dagli strascichi sulla gestione della “invasione” di Ceuta, la nostra cittá ha proposto una manifestazione per dimostrare la sua profonda vicinanza alla cittá “sorella”.
Mi sono recato anch’io, per una comprensibile curiositá, a vedere e partecipare a questa manifestazione. Un bagno di folla, tante le telecamere, il raduno alle 20 nella Piazza España (e dove se no?), centinaia di persone (il periodico El Faro pubblica la cifra di 8000), bandiere di Spagna e di Ceuta ovunque, donne in abito tipico (siamo anche nella settimana della feria cittadina), cori spontanei che si susseguono (alcuni poco gentili nei confronti di Pedro Sanchez, che qui non gode di grande ammirazione).
Il Presidente di Melilla insieme a tanti rappresentanti delle diverse culture presenti (immancabile il nostro amico Ramesh della comunitá indù, tanti gli ebrei con la loro kippa in bella mostra, il referente dell’etnia gitana in prima fila, forse meno evidente la componente musulmana ma questa è una mia opinione).
Quando il climatologo Edward Lorenz, negli anni ’60 coniò in modo poetico il “principio farfalla”, il butterfly effect, voleva chiarire che a volte piccoli cambiamenti o impercettibili differenze, possono provocare disastri o mutamenti impressionanti, qualche tempo dopo e in località apparentemente scollegate dal luogo iniziale.
“Un battito di farfalla in Valtournanche può causare un tornado nelle contrade del Texas”… e in questi giorni di Dana, nubifragi sparsi e caldo torrido, la cosa non ci sconvolge più di tanto. L’abbiamo capita e metabolizzata.
Quello che invece non avevamo calcolato, ad esempio qui a Melilla, era che alcune decisioni e scelte politiche dell’impavido presidente degli USA avrebbe causato modifiche anche nelle nostre riunioni e tavoli operativi…
Nella piccola realtà di Melilla, avamposto dell’Europa in terra Africana, porta d’ingresso sognata e sperata da molti verso un Eldorado dei diritti civili, poi accuratamente richiusa e sprangata con una recinzione da film distopico, sono presenti numerose ONG, associazioni, gruppi d’impegno e volontariato per venire incontro alle numerose necessità di questo territorio.
Da anni abbiamo la consuetudine di riunirci, mensilmente, per discutere, informare, condividere notizie e modalità di intervento. Poche settimane fa gli amici di UNHCR (Acnur, come si dice qui) ci hanno informato che, a causa dei tagli provocati dall’amministrazione Trump, i loro fondi si erano drasticamente ridotti provocando di fatto un ridimensionamento rapido e inevitabile. In pratica, con il primo di settembre Acnur non sarà più presente a Melilla; a Malaga, dove erano maggiormente presenti si ridurrà l’organico e la stessa cosa succederà nelle Canarie (attualmente il principale canale di ingresso in Europa per tanti migranti e richiedeti asilo…). Di punto in bianco le cose cambiano e si dovrà far di necessità virtù.
Come mai? Il flusso di migranti si è notevolmente modificato da queste parti, dopo il tentativo di “assalo alla Valla”, culminato nel massacro noto con il nome di 24J (era proprio il 24 giugno del 2022). Varcare la recinzione è praticamente impossibile, gli unici accessi rimangono sul versante del mare, con qualche sporadico ingresso a nuoto, eludendo reti, controlli, motovedette e radar (quando chiedo ai ragazzi del Centro per Minori, ti rispondono con un certo orgoglio che loro ce l’hanno fatta e sono venuti proprio nuotando). Il Centro di accoglienza temporaneo (CETI) che un tempo ha superato le 1000 presente si sta rapidamente riducendo, adesso sono poco più di 450, un gruppetto di subsahariani del Mali (meno di 100), alcuni marocchini ma il grosso è rappresentato dai… latinos, cioè sudamericani. Cosa ci facciano qui a Melilla i venezuelani, colombiani, peruviani e dintorni è abbastanza insolito. Giungono in Spagna come turisti, iniziano le procedure per sollecitare la richiesta di asilo e poi si trasferiscono a Melilla perchè, stranamente, qui la trafila burocratica sembra (o sembrava) più rapida…
Ma ritorniamo alle nostre tavole rotonde con le associazioni. Da settembre ci ritroveremo senza l’interlocutore ufficiale per i migranti, una figura, quella dell’Acnur, che riveste uno spessore maggiore di qualunque altra entità di volontariato locale o anche solo nazionale. Erano loro ad interfacciarsi direttamente con il Ceti, verificare i casi difficili, promuovere l’attenzione verso situazioni spesso intricate, mediare con le altre realtà istituzionali. Un’esperienza di numerosi anni che adesso si interrompe e andrà nuovamente recuperata.
I 2 rappresentanti dell’Acnur sono adesso “a spasso”, Lorenzo (che tra l’altro è uno dei pochi italiani presenti qui a Melilla) sta pensando di esplorare nuove realtà sempre coinvolte nel fenomeno migratorio; insomma, si perde un po’ di pelo ma il vizio rimane :-). Laura invece non sa ancora se potrà essere riassorbita nell’organico di altre sedi.
Alla fine dell’ultima riunione Lorenzo ha spalancato le porte dell’ufficio dove aveva sistemato tutto il materiale informativo che avevano a disposizione e che potrebbe ancora essere utile. Una piccola “eredità” che abbiamo condiviso e spartito… Perchè comunque la voglia di continuare rimane e di forze vive ce ne sono. Resta la necessità di saper fronteggiare queste situazioni in modo flessibile, perchè davvero le cose cambiano in fretta; se ne parlava proprio in questa riunione, durante la quale qualcuno ricordava i tempi in cui per le strade della città si incontravano facilmente minori che tentavano di vivere da soli. Oggi questo fenomeno sembra arginato e sotto controllo, ma chi frequente la zona di frontiera col Marocco ci racconta che dall’altra parte, a pochi metri da noi, non è poi così difficile incontrare situazioni ben diverse, che non si vedevano da tempo: ragazzini e bambini completamente da soli, a gruppetti, che cercano pericolosi passaggi sui camion, tanto da sembrare praticamente allo sbando…
Qui, da settembre, riprendiamo gli incontri, cercando di supplire un po’ a questo nuovo assetto, a questa “mancanza”. Vedremo come.
Siamo assediati dalle sigle, ma alcune si rivelano più efficaci di altre. Da quando mi trovo in Spagna ho messo nell’elenco delle sigle necessarie l’11-M, la serie di attentati terroristici che sfociarono in particolare nella tragedia della stazione di Atocha. Da quando sono a Melilla tocca invece confrontarsi con questa nuova sigla: 24-J, corrisponde alla data e al mese (l’anno era il 2022) in cui si verificó il tragico assalto alla recinzione di Melilla e il conseguente massacro, da parte militare, di un numero ancora oggi non ben precisato. 77 sono le vittime di cui non si sa ancora nulla… A questo assalto parteciparono in massa, si parla di 500, 1000 o piú migranti, che si erano preparati a lungo, rintanandosi sulle pendici del vicino monte Gurugù.
Per un chiarimento di quanto successo rimando alle pagine di Wikipedia, visto che questa vicenda è ancora una ferita molto viva e non conclusa della nostra storia.
Insieme ad alcuni amci venuti proprio in questi giorni a Melilla per conoscere meglio la realtà locale e darci una graditissima mano nello svolgere alcune delle attività che portiamo avanti sul fronte della solidarietà, avevamo rivisto il film “El Salto” diretto da B. Zambrano, che avevo avuto la fortuna di ascoltare dal vivo quando, lo scorso anno, aveva presenziato e parlato in occasione della prima proiezione della pellicola. Non racconta direttamente questo evento, ma in sintesi ricorda molto da vicino l’ambiente, i fatti, il clima in cui tutto ciò è successo.
Lo scorso anno non si erano svolte iniziative particolari, ma quest’anno gli amici delle ONG Mec de la Rue e di Geum Dodousi sono attivati con particolare attenzione, organizzando 2 momenti speciali. Il primo di “raccolta” sul luogo dove si svolsero i fatti e, in serata, un “circolo del silenzio” per ricordare insieme.
Ho potuto partecipare all’incontro della mattinata, alle 12, sotto un sole davvero africano e impetuoso. Non troppo numerosi i partecipanti, eravamo un gruppo di 20-30 persone, in proporzione giornalisti e media erano quasi più in evidenza. In questi casi aiuta!
Insolito: a questo evento eravamo presenti ben 3 italiani, una ragazza in visita per alcuni giorni e l’immancabile Lorenzo, rappresentante di UNHCR. Piccolo dettaglio: ad agosto la sede locale di UNHCR chiude, inesorabilmente. I tagli di Trump (con la chiusura di USAID) producono ricadute molto concrete e rapide sugli equilibri delle ong e della solidarietà…
Ci siamo radunati davanti a quello che era il passo di frontiera del Barrio Chino; a pochi metri di distanza, in territorio marocchino, la vita continuava imperterrita il suo corso, nessuna memoria evidente dell’evento (sul notiziario web di Nador ho rintracciato solo questo articolo, scritto un anno dopo l’evento), traffico normale, vociare dalle case vicine, la vita che scorre…
Abbiamo atteso che arrivassero anche alcuni ospiti del CETI, un gruppo di ragazzi del Mali che si trovano a Melilla da alcuni mesi, in attesa delle procedure per l’asilo internazionale; ma si tratta di persone che sono giunte qui seguendo le vie ufficiali, traghetto o aereo, per iniziare le pratiche. Oggi nessuno prova nemmeno a pensare di passare dalla Valla, questa recinzione ormai impenetrabile, palizzate in metallo alte 6 metri, filo spinato, barriere multiple, controlli via telecamere, presenza costante e cospicua di militari marocchini sul proprio versante.
Nella mia piccola esperienza di questi ultimi due anni, ho toccato con mano che gli unici ingressi irregolari sono stati quelli di alcuni ragazzi arrivati qui a nuoto, durante la bella stagione, eludendo i controlli, ma si tratta di piccoli numeri, 20-30 in un anno. Alcuni di questi ragazzi li incontriamo spesso, a qualcuno offriamo persino momenti di svago e di alfabetizzazione… ma non ne parlano molto di questo “passaggio di frontiera”.
L’incontro è stato veloce, anche per il caldo intenso che invitava a sveltire il tutto. Maite ha rivolto brevi parole, poi ha passato il microfono ad un parroco di Madrid giunto per l’occasione, infine alcuni ragazzi del Mali hanno letto i nomi delle vittime. Poi abbiamo infilato alcuni fiori nella recinzione.
Chiaro il messaggio: non possiamo cambiare il corso del passato, ma dimenticare sarebbe come considerare normale, anzi, inevitabile quanto successo. Cerchiamo insomma di realizzare un mondo dove questo genere di cose non possa più avere luogo.
In Spagna è uscito da poco il film “El Salto” (poco dopo Pasqua, il 12 aprile), che racconta una storia tutta centrata sul tema dei migranti, ambientata in gran parte qui a Melilla. La recinzione che ci “avvolge” e ci separa dal Marrocco è il traguardo finale del protagonista. Riuscire a “saltarla”, superarla in qualche modo, significa mettere piede in Europa.
Domenica scorsa il mio amico, Juan Antonio, che ama passeggiare nei pochi spazi “naturali” della piccola enclave di Melilla, è tornato con un “oggetto speciale”, trovato per caso nella zona vicino alla grande recinzione. ci abbiamo messo un po’ a capire di cosa si trattava. Eccolo qui:
Solo collegandolo al film e alla recinzione siamo riusciti, dopo un po’, a capire di che si tratta, è un gancio per aiutarsi nella scalata di questa grande recinzione.
Il film è stato presentato a Melilla la settimana scorsa, nell’ambito del 16 festival del cine, nella sala del Perellò, il cinema “storico” della cittadina, tra l’altro anche il più vecchiotto, c’è ancora la maschera che ti accompagna a scoprire il tuo posto e all’ingresso meglio fare attenzione agli scalini, ben poco invitanti. Nella sera di martedì, quando hanno proiettato la pellicola, c’era persino coda per l’ingresso e non è che abbiano aspettato che tutti fossero entrati, nemmeno per sogno. Alle 21:30, come da programma, si spengono le luci e parte il film. Però dopo quasi mezz’ora si ferma tutto e qualcuno chiede al pubblico se non è forse meglio vedere la versione con i sottotitoli, visto che molti dialoghi sono in francese e per molti non è certo facile capire… E così, incredibilmente, si riparte da zero, la proiezione inizia nuovamente da capo. Con il mio vicino, Josè Luis, il parroco gesuita di Nador commentiamo che nemmeno nei cinema più scalcagnati di provincia succedono ‘ste cose. Ma forse basterebbe ricordare il prezzo del biglietto: 3 euro! E’ tutto dire.
Il film è ben fatto, semplice, bastano i fatti a spiegare la tragicità della situazione. Non so se e quando arriverà anche in Italia nel caso, scusate l’eccessivo spoileraggio… Un migrante senza documenti che lavora da tempo in Spagna, come muratore, con i documenti di un altro, ovviamente in nero, ma è laborioso e tranquillo, sta già pensando a come sistemare il suo futuro; la sua donna è già in attesa di un bambino, anche se neppure lei è in regola con i documenti. Per un accanimento della sfiga il protagonista viene fermato dalla polizia, controllo della sua situazione e immediato trasferimento in carcere (dico sempre al mio vicino: in 4 anni di Sicilia mai ho visto o sentito di un intervento simile sui migranti in Italia…); l’accanimento prosegue e l’uomo viene immediatamente espulso e rispedito al paese di origine (Senegal). Con un decreto di espulsione le sue possibilità di riunirsi con la moglie e il figlio sono praticamente cancellate. Ma è comprensibile il suo desiderio di tornare quanto prima possibile. Dall’Africa è dura, lo ritroviamo dopo alcuni mesi nei pressi di Melilla. C’è un bosco alle spalle della città, sulle pendici del monte Gurugù; vi si ritrovano in tanti i migranti che stanno tentando “il salto”, pur sapendo che è un’impresa tra il disperato e l’impossibile. La recinzione è costantemente vigilata, altissima, piena di ostacoli, filo spinato… La polizia marocchina spesso perlustra la montagna rastrellando i migranti che vi si nascondono; a suon di manganellate dissuadono i fuggitivi. Prima del grande evento assume un senso quasi di redenzione la preghiera della guida musulmana e del responsabile sub-sahariano, cristiano; si alternano le invocazioni ad Allah e i richiami alla vita di Cristo. Alla fine solo in pochi riusciranno nel folle progetto.
A dire il vero pensavo che il film volesse raccontare il tragico episodio avvenuto nell’estate del 2022, il tragico “incidente” (o massacro) di Melilla… Invece niente di tutto questo, semplicemente una storia emblematica, senza altri approfondimenti o temi politici, diplomatici, sociologici. Ma ciascuno sa, se vuole, approfondire anche queste cose.
Dopo il Covid, Melilla, su questi aspetti, è completamente cambiata. Abbiamo un centro di accoglienza rifugiati quasi pieno (il CETI), ma pieno di sudamericani, non di africani. Perchè la frontiera e la recinzione sono ancora più intoccabili e controllati. Sul lato marrocchino ogni centro metri vedi una guardia, una garitta, i rotoli di filo spinato sono aumentati, gli ostacoli ancora più difficili da superare. Sono anni che nessuno tenta più questa strada. Al massimo qualche disperato tenta la via del mare, ma in tutto il 2023 ne sono arrivati… solo 13. Se ripenso ai numeri che vedevo lo scorso anno per l’Italia questi dati non rientrerebbero nemmeno nelle statistiche. Ma è anche vero che le statistiche attuali sono notevolmente cambiate dallo scorso anno. A dare uno sguardo qui (cliccando sul cruscotto del giorno) ci si rende conto dei rapidi mutamenti e di come possano cambiare dall’oggi all’indomani questi flussi. Se poi si approfondisce un po’ e si scopre che l’Italia ha allargato il novero dei “paesi sicuri”, i conti vengono presto fatti e si rimane per lo meno sconcertati.
Purtroppo, una risposta seria, concreta e realistica al problema dei flussi migratori sembra essere costantemente evitata. Si cercano rimedi provvisori e inconcludenti per “nascondere” e rinviare il problema. Ma la strategia dello struzzo non servirà certo a risolvere le cose.
Il trailer del film è visibile qui (con i sottotitoli in spagnolo, molti dei dialoghi del film sono in francese)
Il 18 dicembre per l’OIM, uno dei numerosi servizi ed uffici delle Nazioni Unite, fondato nell’ormai lontano 1951 è il giorno del migrante. Forse il calendario è fin troppo pieno di ricorrenze simili (il giorno del Rifugiato promossa dall’UNHCR per il 20 giugno, la Giornata della Memoria e dell’accoglienza del 3 ottobre, la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 20 settembre… e ci fermiamo a quelle di rilevanza sovranazionale). Gli appuntamenti per sensibilizzare le persone non mancano, almeno sulla carta; quello che invece nella pratica manca ancora è una reale comprensione di questo fenomeno che ancora troppe persone considerano una “emergenza” (come quella climatica) che prima o poi passerà e una consapevole strategia per tentare di offrire risposte decenti a questa situazione..
Fino ad agosto mi trovavo a Siracusa, in Sicilia, dove il tema dei migranti assume una dimensione certamente più critica ed evidente. Strano che proprio nel primo anno del nuovo governo di centro-destra, che avrebbe dovuto risolvere in un modo o nell’altro questa emergenza, le cose siano andate in modo ben diverso dalle previsioni. Anzi, completamente in direzione opposta.
Basterebbe questa semplice tabella con il suo relativo istogramma a ricordare e tenere ben presenti i numeri. Dopo le cifre impressionanti degli anni dal 2014 al 2017, la pausa globale dovuta al Covid, ora ci ritroviamo a fare i conti con una nuova impennata; ho prelevato poco fa i dati dalla pagina ufficiale del Ministero dell’Interno, che quasi ogni giorno pubblica un esauriente report degli sbarchi, dati sulle età e sulle provenienze. Fino a pochi mesi fa questi numeri li vedevo facilmente riflessi nella società concreta, sia partecipando come volontario della Croce Rossa alle operazioni di sbarco come a quelle di trasferimento dei minori. Insomma, quando ti ritrovi al porto di Augusta o ad accompagnare minori in giro per la Sicilia (e anche nel resto di Italia), questi numeri si traducono in nomi e volti (ho ancora gli elenchi da qualche parte) e certamente fanno pensare.
Fanno pensare ad esempio a quale strategia di accoglienza si stia praticando, quali soluzioni siano previste, quali itinerari si possano offrire a questo fiume di persone che certamente non si fermerà. Quello che purtroppo ho osservato nella realtà è l’impietoso rimpallo di tante situazioni, cioé persone, che vengono spesso spostate e distribuite, senza un vero progetto. Nel frattempo si rallenta il processo e si cerca di bloccare questa deriva.
Nel luogo in cui mi trovo adesso, qui a Melilla, le cose sono completamente diverse. Dopo la pandemia e dopo il tragico “incidente” del 2022, i flussi sono praticamente scomparsi, cioè, hanno cambiato direzione e qui in città non si vede praticamente nessuna presenza migrante.
Pochissimi gli africani sub-sahariani di passaggio; nel nostro Centro Fratelli attualmente ne abbiamo uno solo, proveniente dalla Costa d’Avorio. Eppure il centro CETI di Melilla (centro temporaneo per gli immigrati) risulta pieno, con più di 160 presenze, ma si tratta quasi completamente di sudamericani che cercano in questo fazzoletto di terra una soluzione più rapida per la loro richiesta di asilo!
Il totale degli sbarchi in Spagna di quest’anno supera i 30 mila, e già dal primo trimestre evidenziava un calo di oltre il 36 % rispetto all’anno precedente ma il problema si fa sentire quasi esclusivamente nelle isole Canarie, non nel resto del paese; alcuni dati i possono trovare su questa pagina del Consiglio Europeo.
E così, tra una guerra e un rigurgito di attacchi nella zona del mar Rosso, una costellazione di stati Africani che confermano le tante crisi presenti nel continente (climatica, demografica, guerre civili, derive dittatoriali) pensiamo che il problema si possa arginare. Le previsioni dell’Onu sono facili da rintracciare e parlano chiaro: dovremo prepararci ad un secolo nomade e le cause di spostamento sono chiaramente in crescita, mentre le destinazioni sono per il momento ancora le stesse, in particolare il nostro mondo occidentale. Una bella scrollata per iniziare a riflettere in modo diverso su questi prossimi scenari diventa sempre più necessaria…