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Fino al rifugio Genova

Fino al rifugio Genova

Essere qui ad Entracque e non approfittare dei tanti splendidi itinerari sarebbe proprio un peccato. Per questo oggi levataccia presto presto, con i nostri amici dell’Eur (Jeff, John, Antonio, Omar e Javier) e con Marco partiamo in macchina per raggiungere il campo base, il lago delle Rovine.

L’idea è quella di arrivare fino al Rifugio Genova, passando per la strada “panoramica” che si snoda sul versante a sud del lago. La salita diretta, che si potrebbe tentare in salita (il cartello indica 45 minuti di percorrenza), ci sembra poco adatta al nostro gruppetto. I miei amici non ci vogliono proprio credere che anni fa, quando ancora si stava costruendo la diga del Chiotas, nei primi anni 70, quel filino di sentiero che tra poco inizieremo era nientemeno che una strada asfaltata larga abbastanza da consentire il passaggio ai camion dell’Enel. Ricordo di averla percorsa alcune volte con il traffico dei mezzi che andava e veniva. Così lungo il sentiero non perdo occasione per rintracciare qualche piccolo resto di asfalto; in alcune zone se ne conserva ancora, ma è davvero notevole che in pochi anni la natura, le valanghe, gli agenti atmosferici si siano quasi riappropriati del terreno; solo qualche tratto di muretto in cemento, qualche spuntone di ferro emergono ancora con una certa evidenza…

L’Enel ha tenuto in piedi la strada per alcuni anni, poi la manutenzione troppo onerosa e i continui smottamenti, cadute massi ecc. hanno portato alla costruzione della strada nel versante opposto: un primo tratto asfaltato e poi tutto il resto in galleria. Si sbuca proprio ai piedi della grande diga e in questo modo il controllo e la manutenzione sono decisamente più abbordabili.

Noi iniziamo la nostra salita con allegra baldanza, speriamo di incontrare al solito giro intermedio qualche colonia di stambecchi. Ma forse è ancora troppo presto. Per evitare il sole cocente siamo partiti dal lago alle 7; giornata splendida, temperatura ideale. Così in poco meno di 2 ore siamo arrivati ad ammirare il bacino artificiale del Chiotas, con i suoi 27 milioni di mc. di acqua. In montagna sembra che dopo ogni spazio, dopo ogni vallata, si apra un nuovo panorama ancora più vasto e imprevedibile. Ci vorrebbe veramente lo sguardo dell’aquila, o del gipeto, per ricordarci che siamo nel parco delle Alpi Marittime!

Raggiungiamo con calma il rifugio. Ricordo ancora il vecchio, che durante i lavori è stato praticamente smantellato e lasciato in parte sotto il livello dell’acqua. Adesso è invece in una posizione veramente panoramica e magnifica, visibile da tutte le zone. Incontriamo gli scout del Savigliano 1 che riprendono la loro strada. Noi ci accontentiamo dell’acqua fresca della fontanella del rifugio.

Ci prendiamo un po’ di pausa e ne approfitto per andare a vedere, se ricordo ancora la strada, una zona poco distante dal rifugio; ci dovrebbe essere uno spuntone di roccia, quasi una grotta e al suo interno ricordo che con fr. Nito avevamo osservato numerose piante di quella che potrebbe essere a ragione la regina delle piante del parco, la saxifraga florulenta.

Nei ricordi ormai lontani si favoleggiava che non era chiaro ogni quanti anni fiorisse, così mi rimane la convinzione che, come certe agavi, succeda ogni 20-30 anni. Poi la pianta muore disseminando il suo futuro nei dintorni. Che devono essere rigorosamente freddi ed orientati verso nord. Ma non trovo niente, solo qualche rododendro a cui aggrapparmi per non scivvolare a valle!

Per saperne di più – Ecco alcuni risultati relativi alla ricerca di  saxifraga florulentia
Saxifraga florulenta, la morte ti fa bella – #piemonteparchiwww.piemonteparchi.it › cms › natura › piante › item9 lug 2019 – La sassifraga dell’Argentera (Saxifraga florulenta) è una pianta dal fascino irresistibile. Saldamente ancorata alle rocce silicee si può trovare …

La sassifraga dell’Argentera – Alpi Marittime-Mercantourit.marittimemercantour.eu › TerritorioLa sassifraga dell’Argentera (Saxifraga florulenta) è una pianta acidofila, che ha bisogno cioè di suoli acidi, con un pH compreso tra 4 e 5,5: per questo le rocce …

Saxifraga florulenta – Wikipediait.wikipedia.org › wiki › La sassifraga dell’Argentera (Saxifraga florulenta Moretti,1823) è una pianta appartenente alla famiglia delle Saxifragaceae.

Dopo la foto di rito, con il lago del Chiotas alle spalle e negli occhi il lago naturale del Brocan, riprendiamo la strada del ritorno. E finalmente riesco a rintracciare una “stazione” in cui questa rarissima pianta, un vero relito preistorico, si gode la sua bella ombra. Un paio di foto e continuiamo la discesa, nel tranquillo traffico di escursionisti che si avvicendano lungo il sentiero. Vedere quanta gente affronta i sentieri di montagna, certamente meno comodi dello spalmarsi al sole su qualche spiaggia, è confortante: il bello e questa natura ancora selvaggia sanno ancora fare breccia su molti, nonostante la fatica.

Ritorniamo alla base nel tempo previsto. Marco ha rodato i suoi bastoncini da trekking e ne è rimasto soddisfatto, anche Br. John, con i suoi 73 anni, apprezza questo sostegno provvidenziale per le ginocchia! C’è sempre da imparare, anni fa non li avrei proprio utilizzati, ma adesso… si vede che la saggezza avanza!

Non poteva quindi mancare l’album fotografico della salita al Rifugio Genova.

A Entracque, escursione alle Gorge

A Entracque, escursione alle Gorge

In questi giorni di relax ho avuto l’opportunità di passare alcuni giorni ad Entracque, rivedere cari amici e cari luoghi. E fare qualche passeggiata in questo luogo davvero speciale.

Il primo giorno siamo andati al Rifugio Genova, con Marco e altri amici; il secondo giorno ho invitato Br. Jeff, John e Omar (della casa generalizia del Fratelli Maristi) ad una breve escursione, la “classica” che spesso si propone a chi deve rimettere un po’ in moto le gambe e iniziare ad apprezzare le bellezze di queste montagne: le Gorge della Reina.

E come ogni tanto mi capita ho buttato giù anche 2 righe per le solite recensioni di Google; ultimamente arrivano numerosi messaggi un poì enfatici, del tipo “Complimenti, le tue foto sono state viste da migliaia di persone… ” mi sembrano un po’ tanti, ma queste righe servono essenzialmente a fissare nella memoria (la mia, in questo caso!) e poco altro, se possono far piacere ed aiutare altre persone, perché no?

Ecco il testo che ho sottoposto per la recensione su Google:
La mia prima visita a questo luogo risale al luglio del 1969! Era un bambino di 5 elementare e ricordo ancora la gola interamente ostruita dalla neve/ghiaccio che durante l’inverno si era accumulata. Si entrava passando sotto la neve, e siccome si formava un tunnel per lo scioglimento, l’effetto “glaciale” era molto suggestivo. Ho visitato queste gole a più riprese, quasi sempre d’estate e con gli anni che passano ho visto il rapido cambio: negli ultimi 20 anni non ho mai più trovato la neve in estate e mi è capitato di andarci ai primi di dicembre e trovare ancora tutto vuoto e senza neve. Gola suggestiva, che non ti aspetti nel panorama montuoso di Entracque, ma da questa parte le rocce calcaree offrono scenari simili a quelli delle dolomiti (ho spesso sentito usare il termine “dolomiti di Entracque”, sono le montagne che si ammirano uscendo dalla chiesa principale del paese. Da Entracque ci si arriva in un’ora (occhio ai cartelli, il primo, vicino all’Hotel 3 Etoiles indica 40 minuti, dopo aver percorso quasi un quarto d’ora si incontra un secondo cartello che invece riporta…. 45 minuti !); il sentiero è questo tutto in ombra e l’ultimo tratto attraversa un fitto bosco di faggio, con un effetto molto suggestivo. La gola è lunga una 50ina di metri, ci sono anche alcune piccole cavità laterali, l’acqua filtra sotto le rocce e non sempre risulta visibile lungo il sentiero. Alla fine della gola si apre una sorta di vallata ad imbuto, molto gradevole e verdeggiante di arbusti. Prima dell’ingresso (o all’uscita), i fianchi dei monti sono molto ricchi di lavanda e di origano (ed è possibile raccoglierli, ovviamente con criterio e senza sradicare le piante). Nei pressi c’è anche una parete attrezzata per la palestra di roccia.

Ed ecco l’album delle foto di questa rapida escursione alle Gorge della Reina

Una meraviglia di vallata

Una meraviglia di vallata

Avevo un lungo conto in sospeso con la valle delle Meraviglie. Una storia che risale ormai a 36 anni fa. Era il 24 agosto del 1984. Con un gruppo di amici eravamo partiti proprio da Sanremo, in jeep, una bella campagnola Fiat, alla volta di questa famosa vallata. Io ero il piccolino del gruppo, insieme a me c’erano papà Graziano e mio fratello Franco, poi fr. Nito Moraldi, l’esperto botanico e conoscitore della zona (se non sbaglio gli endemismi della vallata erano l’oggetto della sua tesi di laurea), poi c’erano Giancarlo Rilla, allora impiegato al Comune di Sanremo (divenne poi il primo webmaster del sito di Sanremo), alla guida c’era Gerard, cognato di fr. Nito e gestore di un albergo proprio all’ombra della Madonnina di Milano e concludeva il drappello il fotografo Moreschi, che da poco ha chiuso il suo storico studio fotografico, a pochi passi dall’Ariston.

Era mattina presto, un bel fresco, anche perché nella notte aveva piovuto; avevamo imboccato una delle strade militari che portavano alla valle, vero la Rocca dell’Abisso, una tipica strada sterrata, ben tratteggiata sui fianchi della montagna, ma senza nessun fronzolo o protezione a valle. Giancarlo per gustarsi il fresco si era abbarbicato all’esterno, e per essere più sicuro voleva quasi legarsi alla macchina. Meno male che la manovra era un po’ complicata e così ha desistito subito, restando aggrappato con le mani ai maniglioni. Noi dentro eravamo allegri come scolaretti in gita, Moreschi spiegava a Nito quali obiettivi utilizzava per le riprese macro, io guardavo il panorama. Poi ad un certo punto qualcosa è andato storto. Ricordo che la macchina ha iniziato a …rotolare, ci siamo adagiati su un fianco della scarpata piena di cespugli, forse la pioggia recente, il fondo poco solido, insomma la macchina ha iniziato a rotolare sul fianco verso il fondovalle. Ricordo ancora con un senso di stranissima attesa quel primo giro, poi il secondo e infine il terzo. A quel punto la macchina si è sfasciata, si è rotta la parte superiore imbullonata che non ha più retto e ci ha praticamente scodellati lungo il pendio, disseminandoci tra i cespugli, in un raggio di 40-50 metri, data la pendenza molto pronunciata. Poi la macchina ha continuato il suo ruzzolare fino a fondo valle, circa 300 metri più in fondo. Se penso alle jeep di oggi, con una scocca unica, so bene come sarebbe finita la storia. 6 funerali, perché Giancarlo, appena ha visto la macchina prendere la discesa è subito saltato a terra. E sarà proprio lui, dopo essersi sincerato che fossimo ancora vivi, pur nutrendo forti dubbi, andrà a chiamare i soccorsi.

Soccorsi che arrivano dopo circa 2 ore, da Cuneo; ricordo ancora la dottoressa, premurosa ma un po’ avventata che scivolando con le sue scarpe… se le era addirittura tolte e cercava di capire le nostre condizioni muovendosi praticamente scalza tra quei cespugli, rischiando anche lei di ruzzolare.

Morale della favola: papà Graziano ha avuto un paio di costole rotte, mio fratello una vertebra lombare incrinata, io una bella frattura alla scapola destra (che ancora oggi, di quando in quando, mi ricorda l’accaduto, anche se purtroppo non mi predice nessun cambiamento meteo); Nito con delle belle ferite alle gambe, Moreschi con qualche altra frattura e il povero Gerard, il più malconcio del gruppo, con trauma cranico e diverse fratture alle gambe. Diciamolo pure, un vero miracolo, soprattutto visto dalla prospettiva del rottame che si trovava a fondovalle!

Consultando l’Archivio de La Stampa sono riuscito a recuperare questi due articoli; pochi anni prima un certo Beppe Grillo aveva vissuto una vicenda simile e proprio nel 1984 si celebrò il processo per quell’incidente. Decisamente è una zona poco propizia ai…fuori strada!

Auto nel precipizio sei feriti a Limone
Nella stessa strada dell’incidente di Grillo Auto nel precipizio sei feriti a Limone Il più grave è un ligure, direttore d’albergo a Milano – Tra le vittime tre sacerdoti (due sono fratelli, originari di Pinerolo) LIMONE — Sei persone, fra cui tre sacerdoti, sono rimaste ferite in un Incidente…
La Stampa 25/08/1984 – numero 201 pagina 15

Leggi testo articolo – Articoli di questa paginaSi rovesciano con una jeep
Durante una gita a Limone Si rovesciano con una jeep Feriti albergatore e fotografo di Sanremo LIMONE — Bel persone, tra cui tre sacerdoti, sono rimaste ferite In un Incidente stradale avvenuto ieri mattina sulla strada militare che da Limone conduce al fortini, la stessa dove nel dicembre 1981 …
La Stampa 25/08/1984 – numero 201 pagina 16

Esattamente dopo 30 anni ci siamo ritrovati ancora tutti quanti per festeggiare questo evento così incredibile, con una bella cena preparata da papà Graziano, avevamo persino tirato fuori il bottiglione di vino e quello di alpestre che altrettanto miracolosamente erano scampati all’incidente… Non li abbiamo nemmeno assaggiati, rimandando la degustazione ad un prossimo incontro… ma ormai l’equipaggio comincia a perdere pezzi…

Insomma, io questa Valle delle Meraviglie non ero più riuscito ad andare a vederla. Una volta ci sono arrivato vicino, da Entracque, durante le vacanze, ma con la scusa che di solito ero impegnato con i campi e con i ragazzi, non era facile staccarsi per altre divagazioni. Unica volta che si era pensato di organizzare un’uscita insieme… sono persino riuscito ad ammalarmi per un paio di giorni. Insomma, questa meraviglia si faceva troppo desiderare.

Come parziale consolazione qualche anno fa, approfittando di un itinerario tranquillo verso casa, passando da Tenda, mi ero soffermato a visitare il Museo delle Meraviglie… almeno per contemplare da vicino qualche iscrizione rupestre…

E finalmente venerdì scorso, 14 agosto, con un fratello e due cugini, mi sono tolto questa soddisfazione. Insomma, quasi un affare di famiglia…

Sveglia all’alba, o poco prima, appuntamento al campo Ippico di Sanremo e poi in macchina si oltrepassa Ventimiglia, si entra nella Val Roya e si prende la deviazione per Casterino, lasciamo la macchina nei pressi della diga e della centrale EDF e iniziamo finalmente il nostro viaggio.
Rigorosamente a piedi, penso che questa volta ce la possiamo fare. 🙂

Gianfranco, la nostra guida, è l’esperto del gruppo, con tante escursioni sulle spalle (e sulle gambe), noi altri, per forza di cose, escursionisti del fine settimana, senza pretese ma con discreto impegno e poi la strada è davvero bella. Saliamo gradualmente immersi nei boschi di larici del Parco. Giunti al primo fontanile del sentiero prendiamo la deviazione nel canalone per evitare l’ampio giro della carozzabile. Verso quota 2000 iniziano i pratoni e poi le grandi distese di roccia, i sabbioni tipici di queste montagne (non siamo lontani dal parco delle Alpi Marittime, che sicuramente conosco meglio).

Arriviamo al Rifugio delle Meraviglie, pittorescamente collocato sopra un bacino artificiale che in questo paesaggio è perfettamente inserito, tra i tanti laghetti naturali. Numerosi i turisti, i viandanti, le comitive. Ma con grande attenzione al covid, soprattutto presso il rifugio; d’altra parte siamo tutti equipaggiati di mascherina e ci vuole un attimo a recuperarla, anche se qui in montagna sembra quasi un’assurdità. Meglio assurdi che ingenui.

Dopo il rifugio si moltiplicano i cartelli e le segnalazioni , ma le prime iscrizioni rupestri sono abbastanza lontane, quasi un’ora di cammino dalla casa. Tante le raccomandazioni, anche a chi utilizza i bastoncini ferrati (obbligo di utilizzare i puntali di plastica, per evitare “involontarie” aggiunte ai graffiti, un divertimento che purtroppo è stato molto diffuso negli ultimi 2 secoli). Quando finalmente arriviamo vicino a queste tracce che hanno sfidato i secoli (risalgono per la maggior parte all’età del Rame, 3-4000 anni fa) ci dedichiamo finalmente a contemplare queste scritture che il tempo e i nostri avi ci hanno tramandato. Ci sentiamo un po’ tutti più liguri, in questi frangenti, e tutto sommato questo slancio localista ci può anche stare. Me ne ricorderò quando tornerò in quel di Cassibile o nella necropoli iblea di Pantalica…

A dire il vero le iscrizioni visibili non sono tantissime, molte sono al riparo dei curiosi e il sentiero va rispettato con cura; ma quanto si vede è sicuramente sufficiente per giocare con la fantasia e immaginarsi alle prese di queste popolazioni antiche, soggiogate dal monte Bego (che con i suoi depositi ferrosi era uno di quelli che attirava più fulmini di tutti gli altri e un fulmine in montagna fa sempre un certo effetto, ne so qualcosa!); un temporale in montagna ti fa sentire davvero piccolo e insignificante, diventa quasi automatico aggrapparsi a qualcosa di più grande… ed era proprio in questa zona il cuore sacro degli antichi liguri.

Ci fermiamo con più calma davanti all’iconico Cristo delle Meraviglie e quasi dispiace scoprire che in partenza forse altro non era che il ricordo di un recinto per gli animali, poi trasformato in figura antropomorfa. E poi le leggende camminano da sole…

Pranziamo vicino al laghetto, siamo a quota 2400, il sole picchia, ma tenere i piedi a mollo per qualche minuto è una sfida, ma di quelle rinfrescanti che si fanno volentieri. Poi con calma riprendiamo la via del ritorno, guardiamo con aria di sufficienza le numerose jeep parcheggiate vicino al rifugio e seguiamo con pazienza lo stradone, quasi tutto all’ombra. A ben vedere le ore di marcia si stanno accumulando. A conti fatti, al nostro arrivo, saranno quasi 8 ore di camminata, per un totale di circa 24 km (qui le nostre app fornivano dati un po’ discordanti, la mia indicava “solo” 20 km, quella di Gianfranco almeno 25, preferiamo andare un po’ a spanne, dando la colpa al segnale GPS piuttosto ballerino a queste quote).

Verso le 16, dopo un italianissimo caffè preso in terra francese, riprendiamo la strada di casa. Ora possiamo iniziare a ricordare, rivedere, commentare, condividere le foto… adesso la valle delle Meraviglie può passare dalla ToDoList all’archivio delle esperienze completate. Ne valeva la pena.

Un po’ di sitografia:
la pagina sulla Valle delle Meraviglie – da Wikipedia
L’arte rupestre nell’età del Rame: il Monte Bego – di Andrea Arcà dell’Univ. di Pisa
Il grande anello dei graffiti rupestri del Monte Bego, Valle delle Meraviglie, Parco Nazionale del Mercantour – dal sito Sentieritaliani.it
Siti di incisioni rupestri – Valle delle Meraviglie
Le iscrizioni rupestri del monte Bego – da Online Rock Art Bulletin

E naturalmente ecco qui l’album con le foto dell’escursione alla Valle delle Meraviglie

Around Capri

Around Capri

La nostra ultima tappa “seria” di questi splendidi giorni napoletani è stata a Capri. Era un po’ il sogno di Nina e Rosa e …sogno sia.
Nel senso che per andare a prendere il traghetto ci siamo dovuti svegliare proprio all’alba, scomodare il buon Damiano e recarci all’imbarco con il sole appena delineato all’orizzonte, insomma, poco dopo le 6, mezzi insonnoliti e sognanti!

Ma la partenza era quasi alle 8, colpa delle prenotazioni obbligatorie e dei tempi richiesti (almeno dalle info generali che pretendevano di essere presenti almeno 1 ora prima della partenza per ritirare il biglietto, manco fossimo all’aeroporto!

Comunque, belli freschi e un po’ assonnati eravamo sulla tolda della nave (fa un po’ troppo saga da pirati, diciamo sul ponte, allora) insieme ai tanti altri passeggeri. Il traghetto della Caremar non era proprio zeppo ma risultava comunque abbastanza pieno e la voce dagli altoparlanti continuava a ricordare l’uso della mascherina quando si scendeva sottocoperta, mentre all’esterno era possibile farne a meno.

Lasciare il porto di Napoli e vedere la città che si rivela nella sua interezza e poi sfuma con ondosa indolenza è sempre uno spettacolo suggestivo, il Vesuvio a fianco, ancora mezzo assonato e nascosto dalla bruma. Come nelle favole. E in poco più di un’ora si arriva a Marina Grande di Capri. Da qui inizia sul serio la nostra giornata isolana.

panorama di Capri all'arrivo: Marina Grande

Già che eravamo appena sbarcati abbiamo deciso di fare il giro dell’isola con uno dei natanti presenti; non avevamo previsto di entrare anche nella grotta Azzurra, ma abbiamo dovuto ugualmente aspettare parecchio tempo; lungo il percorso la voce del comandante illustrava alcuni dei punti più noti e caratteristici dell’isola, il grande faro (il 2° d’italia, dopo la Lanterna), la grotta Verde, i Faraglioni (con il bacio obbligatorio quando si varca l’arco, praticamente un must per i tanti turisti), la villa Malaparte…. vedere tutta l’isola dall’esterno aiuta a cogliere le sue misure, la sua altezza, il profilo, i paesini…. e Capri è un piccolo microcosmo di storia, geografia e social appeal!

Dal porto ci incamminiamo tranquillamente verso la Piazzetta, percorrendo con calma la stradina che costeggia la funicolare; abbiamo tempo e voglia di gustarcela con calma. E anche sbirciare nei giardini delle case, apprezzare l’ombra che oggi sarà preziosa, godere di panorami incantevoli aiuta la salita. E quando arriviamo in giro, senza quasi sapere che quei dehors, quella scalinata con le piante aromatiche, quella torre comunale con l’orologio sono gli elementi chiave di una delle piazzette più rinomate del pianeta, la rende quasi più normale e quotidiana. subito a fianco le terrazze panoramiche, per gustare un panorama incantevole.

Iniziamo a camminare con calma, ci gustiamo un po’ le stradine e poi decidiamo per uno spuntino a base di caprese (mica potevamo chiedere un Manhattan?) realizzati a regola d’arte dal salumiere più gettonato (ebbene sì, c’era quasi coda per i panini!). Pranzo con panorama unico. Dopo ci separiamo per non obbligarci tutti agli stessi itinerari: Rosa e Nina si dirigono verso la spiaggia di Marina Piccola, io comincio un po’ a girovagare, tra i vicoli, verso l’esterno di Capri centro…

Mi reco presso i giardini di Tiberio, dove so che inizia la lunga scalinata Krupp. Avevo coltivato da tempo l’idea di un percorso speciale, tutto in discesa, verso la spiaggia. Dai siti e dalle pubblicazioni dovrebbe fornire un itinerario alternativo per giungere alla Marina Piccola. Ma che brutta sorpresa arrivare proprio all’ingresso, trovarlo sbarrato e chiedere alla gentilissima operatrice comunale che controlla l’ingresso dei giardini e sentire che “Ma è chiuso da almeno 10 anni”…. Chiuso perché alcuni tratti sono a rischio frana, caduta sassi, insomma, le solite cose che innescano responsabilità varie e interventi di riparazione. In fin dei conti hanno avuto solo due lustri per aggiornare le informazioni, si vede che interessa ben poco 🙁 Eppure sarebbe proprio una discesa interessante.

Così dopo una capatina alla Certosa (chiusa anche lei, ma questo era scritto) prendo la strada ufficiale e scendo alla Marina Piccola, dopo la strada asfaltata intercetto la via Mulo che taglia radicalmente il percorso e in pochi minuti eccomi arrivato. Ritrovo Nina e Rosa a godersi il sole in spiaggia (beh, Nina cerca l’ombra, visto che oggi il sole picchia veramente). Un bagno a Capri non lo avevo ancora fatto, ma temo che non ne porterò un bel ricordo. Niente a che vedere con l’acqua cristallina e pulita di Amalfi. Qui, tra cordoni riservati alle barche, yacht ammucchiati in rada, liquami vari e troppo affollamenti, l’acqua non è proprio invitante. Ci galleggia veramente di tutto, dalle penne dei piccioni ai tappi di bottigliette. I ragazzi, incuranti, si lanciano dagli scogli, sfidandosi come al solito a chi osa l’ultimo appiglio o scalino, sulla spiaggetta ci si accalca, altro che distanziamento. C’è persino chi tenta una doccia rinfrescante sfruttando il rubinetto a disposizione dei turisti (basta essere un po’ contorsionisti e ci si riesce quasi).

panorama di Capri: arco di roccia di Tiberio

Dopo un po’ rinuncio e torno in cima. Volevo giungere fino all’arco di Tiberio, una roccia naturale traforata. E così dalla piazzetta si cammina, si cammina, tra case, B&B, hotel, negozietti improbabili che sembrano sottoscale e invece sono boutiques; poi gradualmente rimangono solo le case, villini, giardini curati con maniacale attenzione, e ancora case e ancora giardini. Fino a quando il borgo finisce e inizia il monte, con le sue rocce, gli scorci e le piante.

Superato l’ultimo chiosco e l’ultimo bungalow semiselvaggio, finalmente si arriva all’arco. Con tanto di spazio per la meditazione e la contemplazione; o almeno qualche fotografia, come si usa oggi. Mi concedo però una sosta più rilassata, a contemplare il panorama, cercando di dribblare quasi le innumerevoli barche che puntellano il mare.

Nina e Rosa all'inseguimento della verde Capri

E finalmente ci avviamo al ritorno, abbiamo preso la nave veloce delle 19, così da sfruttare al massimo il tempo a Capri. Un attimo di sosta al porto di Marina grande, una birretta insieme e poi ci si dirige alla partenza, non senza le foto di rito davanti alla gigantografia dell’isola. Per fortuna ho la piena collaborazione delle nostre due fantasiose modelle 🙂

E naturalmente anche per questa giornata Rosa ha preparato un sintetico video che ripercorre le cose più interessanti viste e vissute.

E non poteva mica mancare l’album fotografico di Capri, dentro e …attraverso

Vedi Napoli e poi…non finisci mai

Vedi Napoli e poi…non finisci mai

Abbiamo dedicato quasi l’intera giornata di domenica a vagabondare per Napoli. A dire il vero un itinerario c’era, persino semplice e ben delineato, ma nelle strade di Napoli è sempre interessante lasciarsi trascinare un po’ dalla folla e un pizzico dalla follia.

Così partiamo dalla stazione metro di Scampia (Piscinola), ci tenevo a far vedere come a Napoli certe cose siano decisamente al di sopra della media, e non solo il traffico, il caos o altri dettagli. La metro è proprio una di queste cose belle da apprezzare. Per questo siamo scesi nella stazione forse più rinomata e interessante: Toledo.

Da qui, un pizzico di vasca in salita fino ad arrivare alla zona del Gesù nuovo con la sua facciata a grattugiera (ma che eleganza), poi la splendida S.Chiara (troppa coda al chiostro, peccato) e così ci siamo lentamente lasciati assorbire dalle strade del centro di Napoli, con il loro vociare, i tanti turisti ormai ritornati, i negozi e le pizzerie che si contendono le persone a suon di offerte e di inviti.

Rosa e Nina erano meravigliate per tutti questi peperoncini esposti un po’ ovunque. Poi si scopre un po’ il senso e il come di tanti aspetti della cultura pagana che, buttati fuori dalla porta sono lentamente rientrati per la finestra. Un bel simbolo fallico e portafortuna non si negava a nessuno, al tempo dei romani, il “buon gusto” e i nuovi standard culturali introdotti con il cristianesimo hanno cercato di edulcorare un po’ le cose. Ma il concetto rimane e “toccare ferro” o altro è un gesto fin troppo diffuso ancora oggi. Così Rosa ha cercato un po’ di “peperoncini” per i suoi fratelli 🙂 Nel mentre ci siamo lasciati ammaliare dai tanti personaggi del presepe di via degli Armeni; incredibile, appena iniziato agosto e già la fabbrica del presepe è all’opera, probabilmente non ha mai smesso!

Visto che avevamo del tempo abbiamo provato a vedere se era possibile visitare la Napoli sotterranea anche senza aver prenotato e… ce l’abbiamo fatta. La prima splendida impressione, dopo aver vagato ormai un paio di ore al caldo agostano, è stata proprio quella del fresco sollievo.

Poi siamo scesi, con la nostra esauriente guida, i tanti gradini verso il sottosuolo. Napoli è tutta un colabrodo di gallerie, scavi, cisterne, oltre 2 milioni di mcubi. E fa piacere ascoltare ancora una volta la leggenda del monaciello, i pozzari che si trasformano in ladruncoli dal basso…

Ma fa anche impressione ricordare l’epoca dei rifugi aerei e immaginare le migliaia di persone che si riversavano in questi cunicoli. Camminare per i piccoli passaggi, stretti all’inverosimile (ti toccava quasi passare sghembo per non incastrarsi), con la fioca luce di una quasi-candela a led suggeriva quasi l’idea di giocare a nascondino. E il buio là sotto era davvero buio. Che effetto vedere le cisterne piene d’acqua e le coltivazioni di piante e fiori senza necessità di acqua (le piante assorbono l’umidità dell’aria, più che sufficiente, basta aggiungere un po’ di luce).

Appena usciti fuori, avvolti da un caldo che nel frattempo è persino aumentato, cerchiamo un posto dove assaggiare la pizza verace. Ma in questi vicoli credo che non ce ne sia una che sfiguri. Passiamo davanti a Sorbillo e sentiamo la chiama dei numeri: avanti il 92, poi il 93. Una fila interminabile, se ci mettiamo in coda si finisce alle 15. Così ripieghiamo su una piccola pizzeria vicinissima, senza pretese. E ci va proprio bene.

Ma poi riprendiamo il cammino, il Mann ci aspetta alle 15. Prenotato da un mese siamo perfettamente in orario. Non so se sarà un luogo affascinante per Nina, ma sicuramente Rosa avrà modo di ritrovare qui tanti di quei rimandi visti all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Siamo proprio nel cuore della cultura classica. Ce ne andiamo liberamente per le diverse sale, ammirando e contemplando statue, sogni, immagini e desideri.

C’è anche una mostra temporanea, ci siamo dotati di calzari perché il pavimento è originale di ….2000 anni fa; proviene da alcune case di Pompei, Ercolano, Stabia, e camminare su questi splendidi mosaici ma sentirsi comunque a casa fa un effetto gradevolissimo. Sicuramente il parquet inlegno è una bella invenzione, ma questi pavimenti sono un sogno! Peccato per il caldo, eccessivo anche per le sale del museo.

E peccato anche per un paio di tesori che non sono visibili, la bellissima tazza Farnese (i locali sono troppo angusti e non permettono il distanziamento anti-covid) e la Venere Callipigia (chissà perché i miei alunni traducevano a spanne con un più prosaico “Venere dal bel culo“, anche se il concetto passa ugualmente….

Usciamo con calma e ci dirigiamo verso l’ultima tappa: la Cappella Sansevero. L’avevo vista l’ultima volta lo scorso anno, sempre con gli amici del gruppo di formazione di Lavalla200, ma ogni volta che ci si lascia catturare dalla incredibile bravura del Sammartino o del Queirolo, con il marmo che sembra pulsare e quasi fremere di vita, è un’emozione nuova. Aggiungi poi il fascino del suo ideatore, questo illuminista, massone, romantico, alchimista… il Sansevero insomma, la cornice è completa. Questa chiesa non passa davvero inosservata. E a Napoli basti pensare che le chiese sono più di 2000, incredibilmente più che a Roma, ma si sa, Roma è venuta un bel po’ dopo…

Concludiamo con un libro doppio malto nella libreria-pub di Portalba. Nina l’aveva subito adocchiata, non so se per i libri o per la birra e … non c’è stato verso. Cultura chiama! Questa volta riprendiamo la metro in piazza Dante, così Rosa potrà collezionare gli ultimi spezzoni video per completare la ripresa della giornata.

E non potevano certo mancare un po’ di foto di questo vagabondaggio sopra e sotto Napoli – ecco l’album