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a proposito di riviste digitali…

a proposito di riviste digitali…

-> ci sono novitá – post aggiornato al 7 luglio (lo trovi in fondo)

Ormai sono 14 anni (quasi 3 lustri, suona molto vintage) che ho effettuato lo switch-off, dalla carta al digitale; prima con i libri e poi, appena possibile con le riviste e i giornali. Inzialmente con il Kindle in bianco e nero (dovrei ancora averlo da qualche parte, adesso che è stato ormai abbandonato, potrebbe essere utile come pezzo da museo).

E i vantaggi sono innegabili; non che la carta abbia perso il suo fascino, anzi, ma un libro, una rivista, per me sono essenzialmente un mezzo di trasmissione di conoscenze. Soprattutto le riviste, ora che mi trovo anche fuori zona Italia e non posso piú affidarmi al rito dell’edicola. Qui a Melilla ce ne sono ancora, ma vedo che vendono più caramelle e bibite che altro…

Dopo i fasti della mitica rivista MC-microcomputer che ho iniziato a conoscere a Roma nei primi anni ’80, senza nemmeno sapere che il direttore della rivista veniva tutte le domeniche nella scuola dove io insegnavo, il SLM, ed era anche amico di don Carlo M. (pensa tu, insieme abbiamo partecipato a uno di quei primi corsi ruspanti per usare il … C-64!) di acqua ne è passata sopra e sotto i ponti. Intanto gli interessi crescevano, didattica, internet, nuove frontiere delle TIC… Dalla semplice lettura siamo così passati alle collaborazioni (ho scritto un paio di pezzi anche per MC, quando bazzicavo il centro delle Tecnologie Didattiche di Genova), con varie riviste. Insomma, le conosco un po’ da fuori e da dentro.

Poi MC inspiegabilmente è svanita (ma in rete non è difficile trovare ancora oggi persone che ne sostenevano l’ossatura, come AdP, con il suo sito: https://www.adpware.it/) e per non perdere troppo tempo a navigare, ricercare, ecc. ho puntato su un’altra rivista, che mi sembrava per lo meno autorevole, completa, ricca, staccandosi un po’ dal panorama o esclusivamente giocoso o troppo tecnico. Si trattava di PC Professionale; per anni mi sono abbonato alla versione cartacea, poi a quella duplice, carta e web, adesso ovviamente solo tramite web e app. Interessante poi il fatto che ogni anno era possibile scaricare l’intera annata e conservarla in PDF. In questo panorama certe informazioni sono preziose.

Peccato che da un paio di mesi le cose sembrano essere molto “rallentate”. La versione digitale appariva sull’APP con molti giorni di ritardo (posso capire il timore di mandare in giro un PDF con il numero nuovo ancora in edicola, ma altre riviste “serie” lo fanno senza problemi, come le Scienze…). PC Professionale utilizza una sua APP e il testo rimane quindi vincolato al device, niente PDF, per intenderci. Si possono esportare articoli e pagine (un po’ macchinoso, a dire il vero) ma niente piú.

L’App di solito si apre con l’edicola e gli ultimi numeri, per questo che difficilmente si notava un avviso speciale presente nel menu iniziale ormai da alcuni mesi, insieme all’Account, l’Archivio e i Credits, compariva una
COMUNIC
AZIONE
IMPORTANTE (spero che l’a-capo sia voluto)

che chiedeva pazienza (il numero di aprile in effetti è saltato, immagino che l’abbonamento verrà prorogato in automatico…) perchè erano in corso profondi cambiamenti.

Il n. di maggio è arrivato… dopo il 20/5/26, con un cambio nemmeno troppo vistoso nel titolo, la semplice aggiunta del dittongo IA (oggi un po’ di IA si aggiunge a tutto, senza quasi notarla), cambio del direttore responsabile e di quello editoriale. Non solo, nello staff dei collaboratori non figura nemmeno uno dei precedenti giornalisti che da anni elaboravano la rivista. Tabula rasa, più che ristrutturazione. Ma logicamente contano i risultati e da un solo numero non è facile valutare le cose. Vedremo piú in là.

Speriamo che il n. di giugno non ci metta troppo a giungere… a tutt’oggi (come si vede dal timing in alto a sinistra) non resta che aspettare.

O magari potrei chiedere, con un prompt ben congegnato da inviare a qualche bot-IA di “prepararmi una rassegna di notizie su hardware e software, notizie sulla sicurezza informatica, recensioni di libri interessanti sul tema…” e vedere cosa succede. Anzi, siccome la tentazione è fin troppo semplice, ecco il risultato in pdf di questa query realizzata in meno di 5 minuti, con l’aggiunta di un paio di mie foto. Tra quanto potró rinunciare ad una rivista “generica” e avvalermi del lavoro agentico di qualche IA?

8 luglio 2026 – E andiamo avanti coi ritardi. Purtroppo a tutt’oggi non è cambiato nulla. La rivista non si vede ancora (in edicola, stando qui a Melilla, mi risulta difficile controllare 😉 e ho persino segnalato il problema all’ufficio abbonamenti, che ha persino risposto (in data 25 giugno):

Sorge quasi il timore che stia capitando qualcosa di simile a ció che successe alla rivista MC, che “sparì” dal mercato con il numero di settembre del 2001 (il numero non venne mai pubblicato ma … era quasi pronto e impaginato). Leggendo con calma l’ultimo numero disponibile, quello di maggio 2026, con una redazione completamente diversa dalla precedente, una sorta di antipasto con brevi assaggi delle nuove rubriche e la conferma di quelle storiche, dando credito all’enfasi della comunicazione e dell’editoriale, che preannunciano impegni e novitá e quantaltro… Non avendo altre armi che la pazienza, rassegnati si attende.

In tutto ció ho recuperato un po’ i contatti con il paladino dello storico MC, Andrea di Prisco, che continua imperterrito nella sua missione di divulgatore (dichiarandosi al contempo discendente di nonna Wiki e di zio Google, o parentele affini…) e continua a sfornare interessanti notizie, riflessioni e considerazioni sulle pagine del suo personalissimo sito ttps://www.digitanto.it

Sono persino riuscito a rintracciare l’indice dei miei articoli pubblicati su MC, ero ancora convinto che fossero solo 2, mi sono meravigliato che, invece, corrispondano ai goal di Argentina-Egitto di ieri sera, ben 3 interventi, tutti legati al mondo della tecnologia e informatica applicati al settore della disabilitá (chissá se questo termine è ancora utilizzabile…); vediamo se con calma riesco anche a recuperarne il testo, visto che tra i secoli che passano, i traslochi che contribuiscono a disperdere i floppy (sic! esistevano ancora), i primi HD per le copie di sicurezza… uno fatica a mettere ordine.

Sabato colorato

Sabato colorato

Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Devo segnarmela questa e per la prossima volta… invertire l’ordine di questi fattori. In pratica, prima la festa e poi il mare, non come questa volta. Ma andiamo con ordine…

Siamo di nuovo con i nostri amici hindu., qui a Melilla, perchè questa era proprio la loro settimana.

Da calendario si doveva festeggiare poco prima della nostra Pasqua, che peró coincideva anche con la fine del Ramadan, ed essendo questa una festa abbastanza allegra, tra balli, canti e laboratori di percussione… (Bollywood docet) I nostri amici hanno pensato di spostarla ad altra data, per non infastidire.

Solo che il cambio di data coincideva anche con la festa del Borrego, quel Eid al-Adha che vede molti residenti di Melilla spostarsi nella vicina Nador, in Marrocco, per festeggiare il grande evento con le famiglie al completo. In pratica, questa settimana Melilla era davvero piú calma e tranquilla del solito, quasi spopolata, visto che in molti mancavano all’appello. Insomma, cose che qui a Melilla sono normali, un rispetto non solo formale delle diverse tradizioni, un modus vivendi che ha molto da insegnare ad altri contesti.

E stendiamo un velo pietoso sui tempi di attesa alla frontiera che i tanti amici musulmani di Melilla hanno dovuto sopportare per passare dall’altra parte: quest’anno alla nostra cuoca è andata meglio, solo 7 ore di attesa! E’ toccato a sua cugina, meno fortunata, aspettare per ben 14 ore!!!

Ma la festa dei colori si è tenuta lo stesso. Proprio questo sabato. E dopo averla comunicata anche ai nostri ragazzi del progetto Horizonte Joven, volevo almeno vedere se incontravo qualcuno di loro, anche se dubitavo di scoprirne qualcuno. E in effetti è stata proprio così.

Prima ho controllato la temperatura dell’acqua marina (insomma, primo bagno di stagione, temperatura deliziosa, anche se qui non si puó certo parlare di acque cristalline) e poi, tornando a casa, una piccola deviazione verso la piazza multifunzionale per vedere come andava la festa. Il volume a palla si udiva giá da lontano e si notavano per terra ampie chiazze di colore, qualcuno dei passanti era già uno spettacolo multicolore che faceva ben presagire. E una volta sistemata la bici (colore più o meno non la peggiora di tanto) ho cominciato a guardarmi intorno.

Guardare è già un termine pretenzioso, visto che tutti facevano a gara per rovesciarti i pacchetti di polvere colorata appena abbassavi la guardia. Uno spettacolo, davvero. E le foto si sprecano, anche se uno cerca almeno di fare attenzione per non riempirsi il telefono di colori sgargianti.

E finalmente ho rintracciato qualche volto noto, o meglio, sono loro che mi hanno scoperto e cominciato a cospargere di porpora, rosso, verde, fucsia e … chi più ne ha pi`ne metta… E dai risultati si vede che ne hanno davvero messo tanto, di colore! Meno male che la nostra amica Anju continuava a dirci che tanto questa festa, chiamata Holi è una festa che ricorda il trionfo del bene sul male (Il mito di Holika e Prahlad), insomma, più partecipi e più ti purifichi! Pensavo proprio a questo al rientro, quando cercavo di togliere la polvere dal telefono, lo zaino, i sandali… 😉 mi devo essere purificato un sacco, questa volta!

Intanto sul palco dove si svolgeva l’evento, il clima era a dir poco effervescente, con nuvole di colore ovunque, gente variopinta, famiglie che si concedevano selfie selvaggi, bambini dallo sguardo enigmatico… Fino a quando mi ferma una chiedendomi “ma non mi riconosci?” e decisamente la risposta era un no chiaro, ma poi, si leva gli occhiali, sorride e… come non si fa a riconoscere una delle tue alunne più serie ed attente? Insomma, le fedelissime del progetto Alfa erano presenti. Per quest’anno può bastare.

E come già 2 anni fa, ecco anche questa volta un coloratissimo album fotografico dell’Holi Fest 2026 di Melilla

Parole precise: bella sfida…

Parole precise: bella sfida…

Queste righe oggi le sto “scrivendo” a voce. Invece di continuare a sbattere sui tasti della mia vecchia tastiera, ho provato una delle nuove utility, Wispr, che proliferano nell’epoca dell’AI. Questa permette di scrivere direttamente utilizzando la voce senza tanti fronzoli o problemi. 

La qualità del dettato, senza tanti apprendimenti, risulta fin da subito molto buona. Praticamente il software non perde un colpo. Ovviamente ho riletto e sforbiciato qualcosa, ma non ho dovuto correggere nulla… ne riparleremo (forse). Perchè l’argomento di cui mi piace parlare oggi non c’entra nulla con questa comoda utility.

Si tratta invece dell’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Con Parole preciseDiciamo che sono particolarmente interessato ai contenuti dei libri di Carofiglio, soprattutto dei saggi (penso di non aver mai letto uno dei suoi romanzi).

La prima volta che ho avvertito la profondità del suo testo riguardava un piccolo paragrafo di un libro precedente, nel quale raccontava una strana esperienza capitata in un’isola dei Caraibi. Un popolo, che non aveva una parola esatta per definire la nostalgia, proprio a causa di questa mancanza di termini, si ammalava ancora di più, fino al punto che qualcuno ne moriva. So che ho ricercato quella citazione per diversi anni perché non mi ricordavo più in quale libro era contenuta. Finalmente l’ho rintracciata (si trova nel libro “La manomissione delle parole”) e me la sono segnata per bene in una nota a parte.

Ma il testo che ho appena terminato, Con parole precise, ritorna sulla necessità di fare della parola scritta uno strumento maggiormente efficace e il più utile possibile.Ormai sono tante le persone che vivono, praticamente, maneggiando parole, scrivendo testi, preparando articoli, correggendo brani. In fin dei conti la parola diventa molto più concreta di un mattone, di un martello o di un cacciavite. Nel libro l’autore ripercorre, con una bella dose di citazioni e di brani interessanti, tutti i possibili scivoloni che si possono compiere utilizzando le parole. In particolare si accanisce su quello che possiamo considerare il burocratese. 

Gran parte del libro ruota intorno alla necessità di una semplificazione e di un utilizzo più efficace delle parole, cercando di sfrondare e richiamare alla necessità di un linguaggio semplice, accessibile e soprattutto sul fatto che il trucco migliore per scrivere bene è quello di… avere qualcosa da raccontare. Insomma, il libro è sicuramente un ottimo strumento di riflessione sul proprio modo di scrivere e anche sulla qualità dei testi con i quali tutti i giorni abbiamo a che fare.

A volte sarebbe necessario essere un po’ spietati nel ridimensionare la quantità di libri, di paragrafi, di documenti che leggiamo ed eliminare, o per lo meno fare un bello slalom per evitare la ridondanza, le cose inutili, certi toni esagerati. Un modo di scrivere che punta più sugli effetti scenografici che sulla qualità del contenuto.

Carofiglio, alla luce della sua esperienza di magistrato e senatore e scrittore, invita alla pulizia e alla semplificazione del testo. Ogni volta che posiamo la penna o che abbandoniamo le mani sulla tastiera, dovremo riflettere su quello che abbiamo appena scolpito sullo schermo o sulla carta. Volutamente si rifiuta di creare un decalogo o una sorta di manuale su come procedere. Ne esistono già talmente tanti che basta una passeggiata su internet per trovare consigli belli e pronti per una scrittura più lineare. Ricorda inoltre che esistono gruppi di lavoro, commissioni, leggi che sono nate proprio per semplificare e rendere migliore il testo scritto.

Ma come tutte le norme queste sono tra le prime ad essere disattese. Riporta, ad esempio, con sottile ironia, alcune indicazioni che il buon Umberto Eco aveva rielaborato e in ciascuna di queste massime riusciva in maniera elegante a dire e a negare nello stesso tempo quanto proposto (articolo sul L’Espresso del 1997); esilarante l’effetto: 

«Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata»; «Esprimiti siccome ti nutri»; «Non generalizzare mai»; «Sii sempre più o meno specifico»; «C’è davvero bisogno di domande retoriche?».

E via dicendo… 

Tante pòi le citazioni di autori che hanno lavorato per una semplificazione o per una maggior linearità del linguaggio. A cominciare da Calvino, che in questo campo è sicuramente un’autorità. Ed è bello concludere con il fatto che l’essenziale nella scrittura è quello di farsi capire; tutto il resto diventa un fardello pesante e inutile.

Ma per raggiungere questo risultato, occorre fare come Michelangelo, che nella pietra già vedeva l’opera finale da portare alla luce, eliminando la parte inutile. Il problema che oggi sorge è che troppa gente, se dovesse applicare questo metodo, si accorgerebbe di non avere nessuna opera da portare alla luce, perché dentro al proprio testo non si nasconde niente.

Il sentiero del bosco incantato

Il sentiero del bosco incantato

Siamo a Fuentheridos, nella Villa Onuba, una residenza marista che si utilizza soprattutto d’estate, per i campi con i ragazzi delle scuole, ma anche per accogliere iniziative di altro genere e per ospitalità rurale (come si dice qui in Spagna), nella splendida cornice degli altipiani di Huelva. Quest’anno le previsioni sono tra l’altro splendide e se solo ripenso alla settimana santa di 2 anni fa, sempre qui, bagnata dall’inizio alla fine… non posso che ritenermi fortunato.

E approfitto di questi spazi verdi, di questa natura fresca e deliziosa, per fare “il pieno” di verde, visto che a Melilla ne abbiamo davvero poco.

Così questa mattina, approfittando del fresco (un bel venticello), del sole (neanche una nuvola) mi sono avventurato sul sentiero del bosco incantato… nome un po’ altisonante per un bel percorso, facile, nei boschi di pini e querce.

Utilizzando l’APP di Komoot il risultato dovrebbe essere visibile anche qui

Poi vediamo se aggiungo qualche noticina…

Oltre naturalmente, alle foto di questo itinerario circolare (meno di 2 ore per completarlo, senza fretta)

Alla scoperta dell’Estremadura

Alla scoperta dell’Estremadura

Prima della settimana santa, la nostra comunità Fratelli di Melilla si è dedicata una pausa… alla scoperta dell’Extremadura. Lo so che è un regalo bello grande, diciamo che fa parte di quel “centuplo” quaggiù, spesso bistrattato, che ci accompagna nel nostro percorso umano; ma a Natale avevamo avuto un po’ di problemi vari di salute e un viaggio precedente era saltato, così, nel percorso verso Fuentheridos, dove avremmo vissuto la settimana santa insieme ad altri amici maristi, ci siamo dilungati un po’ per vedere luoghi interessanti.

Sbarcati a Malaga il 25 marzo abbiamo iniziato il nostro percorso dalla splendida città di Ronda, famosa per il suo tajo, quel salto nel terreno che la caratterizza e rende famosa; un fiume che la divide a metà e ne segna il profilo; un famoso ponte che unisce le due parti della città, che contiene al suo interno altri luoghi interessanti.
Noi abbiamo cominciato dal suo giardino principale, vicino alla Plaza de Toros, per contemplare questa cesura significativa nel terreno; poi abbiamo iniziato a perderci nel suo interno, tra le chiese antiche, le collegiate e i bagni arabi che ancora oggi colpiscono per l’ambiente che ricordano e lasciano immaginare.
La risalita verso il centro, tra scalinate impervie e scorci mozzafiato ha richiesto il suo tempo, ma anche il tempo splendido, che ci ha accompagnato in tutti questi giorni, ha fatto la sua parte.

Nel pomeriggio abbiamo continuato il nostro itinerario, con una tappa a Sotenil, altro luogo famoso per la roccia caratteristica che ne sovrasta e marca il tessuto urbano; al riparo di questa roccia si sono distribuiti locali, ristoranti tipici, abitazioni… a pochi passi dal fiume che da secoli ne definisce l’ossatura principale.
E visto che eravamo anche alla scoperta dei piatti tipici, anche se questa zona è marcata dalla vicinanza con il mare (non a caso Malaga è la capitale di questa provincia), i prodotti legati alla terra e logicamente alla carne, la fanno da padrona.
Che dire, una buona carrillada, tenera e fumante, era d’obbligo. In serata siamo arrivati a Badajoz, che sarebbe stata la nostra “base” per tutta la settimana, visto che qui abbiamo una piccola comunità marista, che vive in un appartamento in un quartiere non lontano dalla scuola.

Il secondo giorno lo abbiamo dedicato interamente alla città di Merida, uno dei luoghi dove si respira ancora a grandi sorsate la cultura e la storia romana; la nostra meta era proprio il cuore storico della città, l’anfiteatro, il teatro e una splendida casa romana adiacente a queste due strutture ben conservate. Juan antonio ricordava ogni tanto che anche il protagonista del film Il Gladiatore, Massimo Decimo Meridio, risulta essere originario proprio di questo centro, che dal I sec. della storia romana rappresentava il fulcro della cultura e del potere imperiale. Anche la casa che abbiamo visitato (facendo lo slalom tra le classi di alunni spagnoli in visita) ha lasciato il segno, persino per la struttura coperta che la protegge e conserva. Nel pomeriggio ci siamo dilungati nella visita dell’Alcazaba, l’antico quartiere-cittadella di epoca araba, con le sue mura possenti (con molto materiale di recupero di origine romana, i suoi magazzini e depositi per l’acqua, un museo a cielo aperto; il tutto con uno splendido ponte romano che ancora permette di guadare le acque della Guadiana, il fiume che attraversa la provincia.

Il nostro terzo giorno, venerdì, lo abbiamo dedicato alla cità di Caceres. Abbiamo penato non poco nel suo centro alla ricerca di un parcheggio (quasi ci veniva da pensare “cosa ci può essere di buono da visitare qui?”), finalmente localizzato nel grande parking dell’Obispo Galarza; una volta sistemata la macchina, in pochi minuti ci siamo trovati nel centro cittadino, la grande piazza del Comune, adiacente al suo famoso nucleo storico, uno dei primi in Europa ad essere indicato dall’Unesco come “insieme” storico di valore. Un centro medievale ben conservato, coerente e che sa ricreare al suo interno un’atmosfera affascinante; non per niente è stato il set di numerosi film e documentari sull’epoca medioevale.
Di buona lena ci siamo messi a percorrere il semplice itinerario circolare che comprende i monumenti essenziali, ammirando l’effetto atemporale dei palazzi, dei fregi, delle insegna nobiliari. Ogni tanto qualche chicca, come la mostra di manoscritti ed opere antiche dell’Archivio o l’incredibile deposito di acqua che si trova nello spazio espositivo delle confraternite che affollano la città.

Nel quarto giorno, sabato, abbiamo impostato la rotta verso il Portogallo; la nostra destinazione era la cittadina di Elvas, non lontana da Badajoz, teatro di storia e monumenti significativi. Un po’ come la frontiera italiana con la Francia (o quella con l’Austria), segnate da innumerevoli forti, costruzioni di difesa, testimoni di un passato spesso agitato, pullulante di guerre… abbiamo iniziato la visita ammirando l’acquedotto che riforniva il centro e poi recandoci presso il complesso del forte della Grazia (un nome che stona decisamente, appiccicato ad una macchina di guerra…); una struttura difensiva per proteggere i confini del Portogallo dalle innumerevoli scorribande non solo degli spagnoli, ma anche francesi e inglesi… Un forte a pianta stellata e composto da un numero impressionante di manufatti, ambienti, saloni, tunnel di raccordo, stanze… uno li percorre con la consapevolezza che tutto questo era parte di una impressionante arma di difesa per impedire l’assalto del nemico e ora, dopo poche centinaia di anni, sembrano quasi un monumento “bello” da ammirare e non un dispendio di energie e risorse assurdo che ha segnato la nostra storia europea. Ma basta pensare agli eventi bellici che stanno segnando la nostra storia di oggi per capire che… non abbiamo imparato poi molto dal nostro passato. Dopo il forte siamo passati al castello di Elvas, che però conserva ben poco, qualche camminamento lungo le mura esterne, alcune stanze vuote… Decisamente più interessante passeggiare per le strade del centro, che pur essendo un piccolo paese conserva testimonianze interessanti di un passato glorioso; in particolare colpisce l’utilizzo delle piastrelle colorate, gli azulejos, negli edifici religiosi, interni di chiese o anche esterni. Naturalmente a pranzo, il piatto forte da assaggiare era il bacalao, nelle sue varie declinazioni.

Per la domenica delle Palme abbiamo vissuto il momento forte della giornata nella scuola marista, dove la celebrazione era affollata di famiglie e alunni. Nel pomeriggio ci siamo dedicati alla città di Badajoz che pur avendo “poco” da mostrare, non è poi così insignificante. La sua Alcazaba, i resti della dominazione araba del tardo medioevo, sono ancora ben presenti e come sta succedendo per gran parte delle città spagnole che hanno vissuto questo periodo, vengono messi in debito rilievo, recuperando gli edifici, la multistratificazione storica, le soluzioni tecnologiche (in particolare per quanto riguarda l’utilizzo delle acque); per di più in questa occasione potevamo contare sulla guida di José Luis, che è proprio di queste parti e quindi ci sapeva mostrare alcuni dettagli difficili da cogliere nel tessuto urbano, come il graduale recuperio di quartieri degradati che nel tempo sono stati riportati ad un livello di partecipazione più civile. Discesi dalla parte alta, essendo la domenica delle Palme, ci siamo imbattuti in una delle numerose processioni cittadine, che per uno “straniero” rappresenta sempre uno spettacolo visivo insolito e suggestivo.

Lunedì doveva essere solo un giorno di viaggio normale, ma avevamo visto sulla mappa che si passava vicino a Jerez de los Caballeros, un paese dal lungo passato abbinato alla storia dei Templari. Ovvio che una tappa se la meritava anche questo centro. E quindi ci siamo dilungati per visitare quanto aveva da offrirci; soprattutto chiese monumentali e campanili svettanti, uno dei quali richiamava molto da vicino la Gironda di Siviglia. Il paese è piccino e girarlo a piedi non era un problema, la cosa interessante, che ha colpito più dei monumenti, era la partecipazione di tutta la gente ai preparativi della settimana santa; quasi in ogni chiesa c’erano drappelli di persone a sistemare le varie scene che avrebbero preso parte ai passos della settimana; fiori, candele, addobbi, tessuti, pulizie, ripittura degli ingressi… sembrava tutto un fervore di popolo concentrato sulle feste imminenti e si notava che erano proprio le persone del paese, ben consapevoli della centralità dei gesti e delle cose che stavano preparando. L’altra sorprese è stata quella di scoprire che gran parte dei famosi conquistadores del nuovo mondo sono originari proprio di queste zone: nomi come Hernan Cortés, Vasco Núñez de Balboa (nativo proprio di questo centro, chegli ha dedicato un museo proprio nella sua casa natale), Pizarro… qui sono di casa.

Infine, affidandoci all’intuito che le trattorie con molte macchine e mezzi parcheggiati davanti sono di solito le migliori, abbiamo assaggiato altri piatti semplici e tipici della zona, in particolare una zuppa coi ceci da leccarsi le dita. Ormai eravamo pronti per raggiungere la nostra destinazione: villa Onuba, a Fuentheridos.

E naturalmente, ecco una selezione (abbondante) di foto di questi giorni dedicati all’Estremadura