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Tag: scuola

Mestiere ingrato e indispensabile

Mestiere ingrato e indispensabile

Forse devo andarci un po’ più calmo. L’ultima recensione che ho scritto per Amazon non è stata accettata (ok, capisco, era per un disco e mi ero sbilanciato un po’ troppo per i contenuti e per la protagonista, avranno pensato che la stavo praticamente sponsorizzando ….) e quindi per il prossimo libro ho pensato di restare su livelli più generali 😉

E si tratta del recente libro della Tamaro, un libriccino corto e monotematico. Alzare lo sguardo, sembra persino un richiamo all’Avvento…

E’ tutto centrato sul problema dell’educare, un mestiere ingrato ma necessario. Nel nuovo contesto in cui mi trovo qui a Siracusa, nel CIAO, potrei quasi dire che un certo educare, quello della scuola, non mi riguardi più da vicino. Però il lupo perde il pelo ma non il vizio. Proprio questa mattina sono entrato nella scuola primaria di s. Lucia, a pochi passi dalla nostra sede del Ciao. Accompagnavo Daniel e il suo bambino, Yossef; vengono dall’Eritrea, dopo un’odissea durata anni passando dalla Svezia, strani cortocircuiti della globalizzazione. Il motivo è semplice, seguendo le spiegazioni del nostro avvocato Domenico. Girano un po’ di passaporti con foto molto generiche, chi dirige il gioco affida un passaporto a una persona che parte verso il nord-europa, alle frontiere europee non si accorgono nemmeno che la foto non è proprio quella della persona che lo esibisce e il passaggio è fatto. Poi quella persona riconsegna il passaporto a qualcuno che lo riporta all’origine. E il gioco ricomincia. Con tutti i problemi di documenti finti e falsi che ne scaturiscono. Questo bambino dovrebbe andare a scuola, ha 7 anni e per un po’ dovrà restare qui a Siracusa. Un paio di settimane fa lo abbiamo accompagnato per l’iscrizione ma gli è stato detto che “non c’era posto” e quindi la sua Betlemme ha completato il presepe.

Ma ci stiamo riprovando e questa mattina ho parlato con una docente, molto più aperta e sensibile (una collaboratrice della Direttrice). Forse mi viene facile, esordendo in qualche modo a partire dalla mia esperienza di preside. E in certi casi serve. Vedremo tra qualche giorno, dopo le vacanze di Natale, come andranno le cose. Sarebbe bello che di presepi e di Betlemme ce ne fossero sempre di meno in giro, anche se qui da noi è facile riconoscere tra i nostri amici quotidiani dei pastori, giovani madre e, speriamo, futuri messia…

La Tamaro nel suo testo tocca proprio il tema dell’educare. Ho letto in giro alcune critiche e molti “distinguo”. Un po’ retro, arcaico, sulla difensiva, nostalgico… ma non mi sembra tanto strano o veterotestamentario come testo. Inizia come fosse la risposta a una ipotetica lettera di una professoressa preoccupata sulle derive educative della scuola italiana, con un evidente riallacciarsi alle tematiche pedagogiche care a Don Milani. Ma la Tamaro non si atteggia a provocatore o innovatore, si accontenta di mettere in guardia genitori ed educatori contemporanei sui tanti rischi ormai ben diffusi e conosciuti. La fretta, la medicalizzazione degli alunni della scuola (uno slalom tra DSA, BES che spesso fornisce solo una stampella perpetua per i nostri ragazzi). Da persona esperta e intelligente non si perde in sterili accuse nei confronti di certe esagerazioni tecnologiche o burocratiche piuttosto diffuse nella scuola ma mette in guardia su adozioni troppo acritiche e conformistiche di questi trend, apparentemente inevitabili. Invita quindi a ragionare con la propria testa senza adeguarsi supinamente ai vari diktat. E insiste su un approccio umano all’educare, perché la tecnologia non è sufficiente. Forse potremo sostituire le api con droni impollinatori ma una carezza non è la stessa cosa di una pressione esercitata da qualche macchina.

Testo rapido e utile per una riflessione. Si può concordare o dissentire ma la posizione espressa è sicuramente condivisa da molte persone, anche da tanti docenti. Tra l’altro era proprio fare la docente il sogno lavorativo dell’autrice, che rivela inoltre le sue difficoltà personali (sarebbe stata sicuramente classificata come BES, data la sua sindrome di Asperger (che ultimamente l’ha portata ad annunciare una sorta di ritiro dalle pubbliche apparizioni)). Personalmente condivido alcune preoccupazioni ma penso che un corretto e competente uso di tecnologie avanzate possa essere un formidabile aiuto; ma come al solito il problema non è tanto nelle tecnologie disponibili quanto nella capacità di integrarle con intelligenza quando necessario (e in tanti casi siamo veramente indietro e timorosi nella loro applicazione). In conclusione, buoni spunti di riflessione e piste da approfondire: la posta in gioco è semplicemente il futuro della specie.

Un po’ di arretrati

Un po’ di arretrati

Sigh, il sogno che quest’anno avevo tanto tempo libero, si sta rivelano meno semplice del previsto… così ci sono già un po’ di arretrati, idee, buone intenzioni e fatti vari.

A cominciare dagli incontri interessanti che si sono realizzati durante la settimana culturale che la scuola di Giugliano da un po’ di anni sta proponendo ai genitori della scuola. E fare cultura qui a Giugliano è sempre una impresa in salita. Per questo è necessario non accontentarsi!
Gli ospiti di quest’anno: conferme e novità.

Con lui due incontri, il primo coi docenti, per rispolverare un po’ di elementi sempre utili per lavorare con gli alunni, poi di sera un incontro-conferenza aperto a tutti, per parlare di come un personaggio biblico dello spessore di Mosè abbia dovuto cambiare, e intensamente, per entrare in una nuova dimensione di vita e fede.

Il giorno dopo è stata con noi la psicologa Stefania Andreoli, volto noto di varie trasmissioni televisive. Era stata contatta dall’amica Camilla (nella foto a sinistra) per toccare alcuni temi educativi di sicuro impatto. L’obiettivo era quello di coinvolgere soprattutto i papà; il suo ultimo testo si intitola proprio “Papà, fatti sentire”. I timori che la sua fosse però una presenza troppo patinata si è subito risolto dai modi e dai contenuti dei suoi interventi, molto concreti, pratici e per niente edulcorati. Una bella serata iniziata forse un po’ in sordina ma poi cresciuta decisamente bene, tanto che alla fine l’impegno per una “seconda puntata” è scattato decisamente. Il giorno dopo è stato interessante vederla lavorare con i bambini della primaria, nel leggere e commentare storie, semplici fiabe… (come se le fiabe fossero semplici!).
Mentre l’accompagnavo al treno per il suo rientro a Varese, dove vive e lavora, si continuava a parlare, ovviamente anche dell’incredibile “paesaggio” che stavamo attraversando, un panorama che non può certo lasciare indifferenti. Scampia, le rampe da terzo mondo, la spazzatura ancora disseminata ovunque, l’incuria, l’evidente trascuratezza. Fin troppo evidente che da queste parti si tollera in malafede che questo andazzo sia “la normalità”. Invece di lamentarsi e basta è decisamente più sensato piantare semi nuovi e lavorare per un cambio effettivo.

Do you speak chinese?

Do you speak chinese?

Inutile nascondersi: del cinese non ne sapevo praticamente nulla, se non qualche luogo comune racimolato qua e là senza particolari attenzioni… ma da quando mi ritrovo in classe un ragazzino cinese che è giunto in Italia da poche settimane… ecco che le cose veramente cambiano.

Come fare per capirsi, come spiegare le cose, come interagire? Bel mistero e bella sfida. Sono giunto persino a tentare un collegamento via Skype con una nostra alunna di Cesano, cinese di cultura ma italianissima da anni (grazie Ashley!). Ma è ovvio che non posso “assumerla” come interprete abituale, visto che anche lei frequenta la seconda media…

E sempre in tema di persone amiche ho sentito anche il responsabile della scuola per stranieri che da anni condivide le stesse aule della nostra scuola marista di Cesano. Ma il cinese è proprio ostico e non servono impostazioni generiche e non avendo avuto mai esperienza con studenti cinesi i suggerimenti sono stati pochi. Grazie lo stesso, Sandro.

E così si parte alla ricerca sul web di tutto quello che può essere utile e praticamente attuabile. Dispense, brevi manuali, demo di corsi e introduzioni varie, almeno per farsi qualche idea meno frammentaria; così si viene a scoprire che in cinese non ci sono gli articoli, che la costruzione della frase è ben diversa dalla sintassi delle nostre “semplici” lingue neolatine, che le ore di lezione in Cina sono abitualmente di 45 minuti (+ un quarto d’ora di pausa per ogni lezione, ecco da chi hanno copiato per il “quarto d’ora accademico…”). E nel frattempo stiamo attendendo l’intervento di uno specialista, perché non si può improvvisare e sperare nel tempo che passa e fa miracoli. Non basta far scrivere a tutti gli alunni sui post-it un nome di cose che si trovano in classe (banco, sedia, penna…), per poi andarli ad appiccicare sugli oggetti, accompagnare il nostro alunno e dire il nome, per poi mescolare i foglietti e invitarlo a rimetterli a posto, dopo averli letti.

Bene, a questo link ho raccolto un po’ di materiali, perché non si sa mai, in attesa di un progetto meno estemporaneo e più articolato. Tra qualche giorno facciamo il punto su questa situazione.
Italiano per cinesi – documentazione varia