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E ancora cattedrali, armi, medioevo…

E ancora cattedrali, armi, medioevo…

la cattedrale di Victoria Gasteiz

3 anni fa mi ero imbattutto nel libro di Ken Follet “I pilastri della terra” e per una serie di coincidenze casuali mi ero lanciato nell’impresa della lettura (il classico “mattone”, circa 1300 pagine); un po’ la curiosità, un po’ l’intrigo dell’ambientazione medevale, un po’ la visita alla cattedrale di Victoria Gasteiz, ispiratrice di tanti dettagli. Insomma, affare fatto.

Poi una doverosa pausa, prima di scoprire che quello era solo l’incipit di una serie (fortunata, per l’autore), che si dipana nel corso della storia. Così`, per riprendere un po’ il clima del discorso, mi sono cimentato anche con il seguito: “Mondo senza fine”, altre 1367 pagine e altri 50 anni di storie e storia, l’età grosso modo necessaria per seguire una intera generazione.

La mia “segretaria” (Gemini in questo caso), riporta che esistono alcune serie televisive che ricostruiscono questa narrazione, la prima diretta nientemeno che da un certo Ridley Scott… e tutto l’impianto si presta piuttosto bene ad una trasposizione televisiva, più che a quella filmica. Esiste persino un videogame piuttosto fedele a tutto l’impianto originale della saga di Kingsbridge…

Ma tornando al libro, dopo aver concluso la lettura, coltivo ancora gli stessi dubbi del primo volume. Si nota spesso che i personaggi di questo medioevo sono trasposizioni abbastanza evidenti di stili e atteggiamenti della nostra epoca, più che realistiche ricostruzioni del tempo. La “profondità” dei caratteri mi sembra a volte decisamente superficiale: sembra di leggere cronaca dei nostri giorni, con voltafaccia abbastanza rapidi e a volte incoerenti, descrizione di personaggi al limite della macchietta e dello stereotipo, incoerenze diffuse e scarso approfondimento.

La storia ruota sempre intorno alle fortune di questa città, i protagonisti sono praticamente la giovane Caris (giovane almeno all’inizio) e il suo costante amico, fidanzato, amante, sposo Merthin. Molti personaggi attraversano tutto lo spettro delle possibili varianti possibili, dalla illibata giovinezza ai soprusi più violenti, passando poi per fasi monacali, avventure galanti, tranquilla vita matrimoniale e finalmente la pace dei sensi. Sembra quasi un campionario dei sentimenti dove i personaggi rivestono più il ruolo di figurine di un catalogo che reali traiettorie umane. Ma il marketing, ovviamente, ha il suo ruolo.

Gli stereotipi sono ancora una volta dominanti: una religione dove dominano gli aspetti di facciata, una diffusa ipocrisia che dichiare incompatibili alcuni stili o modi di comportarsi e poi, dietro le porte o le mura del convento, avviene un po’ di tutto; una società che si muove secondo regole imposte dall’alto ma che non vede l’ora di sgattaiolare per concedersi alternative e scappatelle.

Anche le numerose storie d’amore contenute nell’opera sembrano rispondere ad esigenze di copione, più che di verosimiglianza. Così le infedeltà, i tradimenti, le scappatelle, sono un po’ disseminate con abbondante frequenza. E non c’`traccia di approfondimenti; se le due suore si concedono esperienze lesbiche, il tutto sembra avvenire in modo tranquillo e senza nemmeno sensi di colpa, se il vescovo e il suo assistente vengono colti in flagrante in atteggiamenti omosessuali, tutto si risolve poi senza particolari problemi, ogni cosa sembra un puntello per dare spazio a possibili rivalse, ricatti e compromessi. Si fatica a trovare personaggi “nobili” o che riescano a superare questi limiti. E forse è proprio questo il limite del libro.

Che detto senza enfasi, si legge bene, è ben sorretto dalla storia del tempo, dai vari eventi guerreschi (l’invasione della Normandia da parte degli Inglesi), riprende la storia della Peste e la inserisce in modo molto plastico ed efficace nel dipanarsi degli eventi (siamo proprio intorno al 1348); il nostro protagonista è persino vittima della peste a Firenze, dove si era rifugiato e troverà in un certo senso fortuna, prima di rientrare nel natio borgo medievale. La parabola del villaggio nato intorno al priorato che poi si emancipa e ottiene lo status autonomo è un buon modo di sottolineare il passaggio dalla balia spirituale del convento alla fase adolescenziale del giovane indipendente.

Le novità architettonice e tecniche iniziano a segnare e modificare il corso degli eventi; di pari passo anche le conoscenze mediche affrontano il conflitto tra la forza della tradizione (i monaci medici che tentano di imporre i metodi tradizionali, spesso superati) e le novità dettate dall’esperienza, spesso ad opera di guaritori e guaritrici; non poteva mancare poi il tema della stregoneria, declinato in modo relativamente sbrigativo…

La protagonista del romanzo, Caris, che viene ridotta in convento proprio per l’accusa di stregoneria e che da questo interno prepara una sorta di riscatto, mettendo in piedi un nuovo ospedale con regole e pratiche innovative (sembra di assistere ad un covid ante-litteram, con le mascherine da utilizzare sul volto, come rimedio efficace per limitare la diffusione della peste) risulta ancora una volta poco credibile nelle sue riflessioni e modi di fare. Ma il tutto, alla fine, risulta funzionale ad una storia che si dipana tra decine di personaggi minori, eventi ben congegnati e numerosi colpi di scena ben situati.

Una settimana a Tui

Una settimana a Tui

Ho trascorso questa rilassante settimana di inizio agosto nella nostra casa marista di Tui, un paesino che si trova proprio sul confine con il Portogallo, nel nord della Spagna. Siamo in Galizia e il fiume Mino separa proprio i due paesi; il centro di Tui si trova così di fronte alla fortificazione portoghese di Valença.

Nei ritagli di tempo libero ho potuto quindi visitare questo centro, davvero interessante. Piccolo abitato, non dovrebbe superare i 10mila abitanti, ma la sua storia e la sua configurazione, richiamano un numero notevole di turisti e visitatori. Il centro è tipicamente medievale, con un reticolo di stradine, archi, gallerie ed edifici dal sapore veramente affascinante. Il cuore della cittadina si articola intorno al grande edificio della Cattedrale, questa sì veramente degna di nota (anche se adesso la diocesi comprende Tui e Vigo).

Si giunge nella piazza centrale e si rimane stupiti dalla compattezza e idea di fortezza che emana dalla facciata. Perché proprio di fortezza si tratta e la storia di questo centro di confine non è diffiicle da comprendere. Visitarla richiama quel senso di mistico rispetto per le navate gotiche che si slanciano dal buio verso la luce, un fascino discreto e gratificante. Direttamente collegato alla cattedrale l’ampio chiostro, ben conservato ed utilizzato ancora oggi (proprio in questa settimana si svolgeva un festival di musica, dal flamenco al jazz, dal classico al folklore musicale di Capo verde). Un po’ nascosto nel lato più esposto del chiostro, l’ingresso per la torre fortilizia, edificata per avvistare, difendere e proteggere l’intera cittadina. Mura possenti, nel granito grigio che qui domina in tutte le costruzioni. Lo spettacolo del fiume e dello spazio “straniero” di fronte ora rimane solo un richiamo alla storia, perché i due paesi frontalieri sono oggi un esempio di cittadina europea sui generis, mi dicono che se preferisci avere le cure in Portogallo o concludere alcune pratiche in Spagna, qui è lo stesso, integrazione che per chi viene da Melilla sa di fantascienza. O di auspicato futuro!

Lasciando la cattedrale, è bello perdersi senza troppe mete nei vicoli del centro, alcuni davvero suggestivi, con una pavimentazione in lastroni grezzi che spesso lascia il posto alla nuda roccia, visto che il paese sfrutta una posizione elevata vicinissima al fiume, strategicamente scelta già dai tempi antichi quando i romani organizzarono questi territori… in questo borgo c’era persino un quartiere ebreo fiorente, che logicamente cambia faccia nel 1492, con la Reconquista e la cacciata degli ebrei (ma in molti restarono, in modalità semiclandestina o con altri escamotage). Di sera ogni ancolo si ripopola e spuntano bar e taperie nei luoghi più suggestivi e passeggiando si possono decifrare menu a base di pulpo alla gallega, mariscos e altri piatti tipici di Galizia. La birra? neanche a pensarci, qui trovi quasi solo la Estrella Galizia. E mi sembra logico…

I dintorni sono altrettanto interessanti; è possibile seguire il fiume fino al grande ponte ferroviario e automobilistico che collega le due cittadine. Interessante attraversare un confine senza nessuna guardia, controllo o altro. Il confronto con la mia Melilla e la frontiera di Beni Enzar è davvero impietoso; da un lato ore di attesa, timbri e controlli, qui il semplice calpestare una linea pitturata sul suolo e ci si ritrova in un altro luogo. E subito la lingua cambia, le scritte, i suggerimenti, non è così automatico passare dallo spagnolo al portoghese, anche se il gallego, la lingua di qui, è già un mix interessante di questi due mondi. Il piccolo centro fortificato di Valença è un brulicare di turisti, la strada centrale si trasforma in un mercatino attorniato da bar e ristoranti; ma uno la visita soprattutto per la sua incredibile fortificazione, creata nel 1600 a scopo difensivo. Mura, contromura, percorsi ad ostacoli, tunnel e soluzioni controintuive per ostacolare eventuali assalti e conquiste. E naturalmente, guerre su guerre, assalti, attacchi. Se non fosse che la cronaca di questi tempi è altrettanto infarcita di guerre e attacchi, sarebbe quasi romantico pensare ai tempi che furono… e che invece si ripropongono con rinnovata assurdità.

Poi ci sarebbero anche i dintorni di Tui, con il suo monte Aloia ricco di sentieri e punti panoramici, o i parchi con abbondanti zone umide che si incontrano vicino al fiume…

Insomma, valeva davvero la pena curiosare da queste parti.

Più che alle tante parole, meglio affidarsi allora a questa carrellata di immagini di Tui

Le armi i cavalieri e le cattedrali

Le armi i cavalieri e le cattedrali

Per togliermi lo sfizio di soppesare con le mani questo mattone dovrò cercarmi una libreria. Meno male che adesso sono a Melilla, fossi ancora a Giugliano, dove le librerie sono negozi praticamente sconosciuti, non saprei come fare.

Le indicazioni vanno dalle 1300 alle 1056 pagine, davvero un volume impegnativo. E tutto perché a maggio, durante la visita della vecchia cattedrale di Vittoria-Gasteiz, in territorio basco, mi ero imbattuto nella statua di Ken Follet che proprio dalla struttura della cattedrale antica, tuttora in corso di restauro, aveva preso spunti e ispirazione per il suo libro. A parte la diatriba con U. Eco sulla “qualità” delle rispettive opere, penso che i livelli da considerare siano diversi, anche se Il nome della Rosa ha contribuito notevolmente ad una ripresa di quella passione medioevale che forse alberga in tutti coloro che hanno masticato un po’ di storia europea. A fasciare i contorni della cattedrale di Vittoria c’era uno striscione tra il provocatorio e il suggestivo “Aperto per restauro“, e la visita iniziava quasi come un tour dentro una fabbrica, con tanto di vestizione del cavaliere che in questo caso prevedeva, in alcuni passaggi, anche il casco di sicurezza. In effetti il percorso si articolava proprio nel cantiere, tra ponteggi, cavi volanti e travi di legno per pavimento, consentendo di vedere così dietro le quinte e dentro il cuore stesso della cattedrale, i passaggi interni, le colonne viste dall’alto, le crepe e i cedimenti inflitti dal tempo. Al termine della visita, tra i ritagli e le immagini da affidare alla memoria, era nato anche il desiderio di conoscere questo autore.

E così, sfidando la mia pigra inclinazione verso i libri di saggistica, ad agosto, quando un po’ di tempo libero in più si poteva trovare, ho preso finalmente questo libro, ma ho iniziato a leggerlo solamente giunto qui a Melilla, approfittando del primo periodo ancora molto “leggero” e dello splendido parco Hernandez che spesso diventa il mio salotto di lettura all’aria aperta (difficile poterlo fare da qualche parte, in Italia, nel mese di novembre!). Ho cercato persino di vedere se esiste un modo per capire in quanti giorni ho letto il libro, ma a quanto pare tramite il Kindle non è ancora possibile. In compenso mi sono reso conto che ormai sono praticamente 11 anni che mi sono completamente votato al digitale; gli unici libri di carta che ho preso nel frattempo o erano quelli di Massimo (sempre comodo avere un fratello con la passione per i libri di carta) o erano quelli che regalavo alle maestre e ai docenti della scuola!

Ed effettivamente la lettura dei Pilastri della terra si è rivelata molto interessante. Il libro affascina, attrae e si fanno le ore piccole per vedere come avanza la storia; lo stile è scorrevole, accessibile e pur giocando con molti termini tecnici legati all’architettura e alla costruzione di un grande edificio non si rivela troppo ostico (a parte il termine cleristorio che proprio non conoscevo). La storia si dipana nell’arco di 50 anni e segue una discreta platea di personaggi, che crescono man mano che la storia avanza. I protagonisti principali sono meno di una decina e numerose altre comparse entrano ed escono dalla storia nei vari momenti, il tutto senza creare un’eccessiva confusione. La storia è quindi molto ampia, si inizia dall’Inghilterra ma si arriva fino a Toledo, passando per la Normandia, Parigi e occhieggiando fino a Gerusalemme. Inevitabile scorgere qua e là un ammiccamento alla possibile versione filmica del romanzo, come di fatti è poi successo.

Tutto ruota intorno alla costruzione della grande cattedrale di Kingsbridge, nei pressi di una abbazia benedettina. Assistiamo alle vicissitudini di Tom, il costruttore, della sua famiglia “allargata”, dei suoi figli e del suo sogno, di realizzare una grande cattedrale, se non la più grande almeno la più bella. Sogno che poi viene ripreso dal figlio (o meglio, il figliastro) che riuscirà non solo a coronare questa impresa ma ad inserire nello stile romanico, allora imperante, i primi vagiti (e non solo) del gotico. Il tutto sotto lo sguardo paziente e paterno dell’abate Philip, forse il protagonista più coerente di questa grande saga. Gli antagonisti sono numerosi e vanno dal vescovo corrotto al conte violento, senza risparmiare frati ambiziosi ed arrivisti. La storia si conclude inserendo nel romanzo anche il martirio del vescovo Thomas Becket, che si opponeva al Re per limitare le sue pretese di controllo in ambito religioso. Siamo intorno al 1170 e la cura dei particolari, la coerenza storica e la concordanza con i fatti reali rende l’opera abbastanza verosimile.

Assistiamo alla nascita e crescita di un piccolo convento, allo sviluppo di un villaggio che ruota intorno all’Abbazia fino a diventare una grande città con svariate cerchie di mura, mercati e fiere importanti, osserviamo la crescita di giovani e ragazze che dall’adolescenza passano alla vita adulta, al formarsi di una famiglia, alla nascita dei figli, amori, inganni, vendette e violenze varie. Uno spaccato credibile della vita in Inghilterra in questo scorcio di anni, tra carestie e annate grasse, commercio della lana e diritti feudali, cavalieri senza scrupoli e donne ribelli… un campionario di esistenze che ricorda i dipinti di Pieter Bruegel.

Gli unici rilievi che mi sento di fare sono sulla “modernità” di alcuni personaggi che popolano il romanzo. Alcuni sono decisamente troppo attuali, indipendenti e autonomi per essere davvero credibili. Giovani donne emancipate e troppo sicure di sè, in un’epoca dove questi atteggiamenti sono davvero rari. Costruttori così intuitivi da saper gestire cantieri ed opere senza praticamente nulla di più che un forte intuito e qualche rudimento pratico, giovani abati che sembrano reduci da un master di public relation di Harvard per come sono accorti e sofisticati.

Sicuramente anche il quadro religioso che fa da sfondo al romanzo, realistico per molti aspetti, mi sembra spesso allineato su stereotipi un po’ stantii: una visione cupa della religiosità, l’insistenza sulla minaccia dell’inferno, un’adesione spesso di facciata da parte di preti e frati…. Manca in effetti un afflato religioso “vero”, che non sia l’arrivismo dell’abate, il desiderio di primeggiare, di erigere la cattedrale più imponente… Un solo episodio si distacca e si illumina di vangelo, quando l’abate Philip, quasi a fine romanzo, perdona un frate che a suo tempo gli era stato di grave intralcio e che lo aveva pesantemente tradito; accoglierlo nuovamente nel convento, ora che il frate si era ridotto a mendicare, è una delle poche luci che ricordano il senso della vita monastica.

Che dire, Ken Follet è tornato di recente alla ribalta e il suo ultimo libro è già un best-seller. Non era difficile da prevedere!